Sotto il cielo di Palmi



È in uscita per la fine di ottobre 2022 il terzo volume de Gli autonomi dedicato al Meridione e nello specifico alle regioni Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. Il testo che qui proponiamo ha diretta attinenza con gli argomenti in questione nel volume.


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Con un semplice decreto ministeriale, il n. 450 del maggio 1977, vennero istituite le carceri speciali. La scelta affidata al generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva lo scopo di frenare le lotte esplose in tutte le carceri italiani e la continua politicizzazione dei detenuti comuni a opera di organizzazioni legate alle Brigate rosse ed ai Nuclei armati proletari. Dalla Chiesa ebbe il compito della scelta e della ristrutturazione degli edifici, dei compiti di sorveglianza esterna e di controllo e ispezione interna. Cosi la notte tra il 16 e il 17 luglio 1977, in grande segretezza e con ampio spiegamento di forze e mezzi, facendo anche largo uso di elicotteri, alcune centinaia di compagni e proletari detenuti, vennero trasferiti nelle prime carceri speciali allestite. Con l’istituzione dei carceri speciali il sistema carcerario italiano viene a configurarsi come un sistema a due circuiti: uno «speciale» per le avanguardie del proletariato prigioniero, per i detenuti più combattivi e per i compagni ormai diventati molto numerosi, chiamato in codice «circuito dei camosci»; l’altro venne denominato «normale», per la massa del proletariato prigioniero. Nell’arco di tre anni entrarono in funzione i seguenti carceri speciali: Asinara, Cuneo, Novara, Fossombrone, Trani, Favignana, Palmi, Badu e’ Carros, Termini Imerese, Ascoli Piceno; e per il femminile, Latina, Pisa e Messina, inoltre vennero allestite delle sezioni speciali in tutti i carceri giudiziari delle grandi città dove rinchiudere i carcerati provenienti dal circuito speciale che venivano trasferiti nelle città per processi o altro. La prima manifestazione contro le carceri speciali in Italia venne organizzata dai collettivi antagonisti e anarchici del Tirreno cosentino, il 10 agosto del 1977 a Praia a Mare, luogo scelto per la forte presenza operaia e per un piccolo movimento di lotta per la casa che portò alla fine della manifestazione all’occupazione di una ventina di case popolari. Nel sud le carceri speciali erano due: Palmi e Trani. In quel di Palmi vi finirono gli autonomi calabresi, fra i quali io. Era il settembre del 1980.

Nel furgone e appena fuori da Lucera, un brigadiere seduto davanti la mia celletta da cani mi riferisce la destinazione. Supercarcere di Palmi. E me lo dice con una certa solennità, come se mi dicessero «così impari a fare il terrorista». Almeno, pensai, avrei rivisto Giancarlo e Nino, mei coimputati forzati a Palmi già da qualche mese. Qualcosa comunque mi disse che sarei stato meglio che a Lucera, mini lager in provincia di Foggia. In quel carcere vi è una lapide all’ingresso che ricorda il sindacalista Di Vittorio e la sua cella è un piccolo museo. Qui le guardie a ogni nuovo arrivato riservavano un pestaggio in una celletta sotterranea che sembrava un macello. Mi portarono qui e mi dissero di spogliarmi. Poi mentre mi spogliavo una guardia mi chiese perché ero stato arrestato, e io gli risposi che ero accusato di essere un capo delle Br calabresi, formazione inesistente. E appena sentirono la mia risposta, uno di loro mi chiese di rivestirmi e mi portarono nella mia cella. A Palmi, pensai che sicuramente avrei trovato unità fra detenuti, e sicuramente la direzione non organizzava squallide provocazioni. Da Lucera il cellulare passa da Bari, per imbarcare un altro detenuto diretto al carcere di Reggio Calabria. Si resta nel carcere di Bari una mezz’oretta poi sul punto di ripartire il furgone va in panne tra le bestemmie dei carabinieri e le nostre risate. Un’altra ora in cortile in attesa di un nuovo furgone da Trani. Approfittiamo per bere qualcosa e fare qualche bisogno corporale. Appena arriva il nuovo furgone si riparte. Viaggio noiosissimo e durissimo. I detenuti in questi viaggi stanno sempre in tensione per paura di incidenti stradali e di fare la fine del topo. Come si fa a stare tranquilli essendo ammanettati con pesantissimi ferri e in più in una gabbietta all’interno del furgone, mentre l’autista corre a più di 120/130 all’ora. Comunque si arriva a Palmi verso le 18. Rivedo, se pur a pezzetti la mia Calabria, il suo mare azzurro, le colline verdi e gialle, le bellissime montagne. E poi ne sento l’aria, e la respiro fino in fondo. Si entra nel supercarcere. I carabinieri del furgone si incazzano perché chiedono i documenti anche a loro. Vedo enormi muri in cemento armato, reti a non finire, cancelli e super cancelli, cani, elicotteri che sorvolano il carcere, giubbotti antiproiettile ripieni di carne umana, penso alla guerra anzi allo spettacolo della guerra; il carcere come spettacolo della guerra. Una guerra mai dichiarata. Vedremo come sarà dentro. Continuo ad attraversare cancelli e super cancelli, porte blindate e automatiche, finalmente mi fermano in una cella. È il transito, ancora non sono arrivato a destinazione. In sezione con gli altri andrò il giorno dopo. Comincia l’ennesima perquisizione di tutta la mia roba. Via la radio a modulazione di frequenza, via i colori a tempera, i pennarelli, le penne varie, gli zoccoli, l’orologio; mi fanno spogliare nudo; abitudine oramai consolidata a Lucera. Ma qui ora mi vogliono far abbassare per una visita anale. Mi irrigidisco, faccio finta di non capire, loro non insistono più di tanto, raccolgono tutta la mia roba e mi lasciano solo in cella con le mie mutande. Dopo pochi minuti ritornano con un vassoio con un buon pollo con patatine, pane e un bicchiere di vino. Le guardie si mostrano abbastanza gentili, anche se non hanno permesso di farmi andare a mangiare dai compagni di sopra. In ogni caso farò una bella dormita. A Lucera per tutta l’estate mi sono sempre svegliato alle tre di notte. Alla chiusura della seconda porta esterna le guardie facevano più chiasso possibile, prima gridando ad alta voce poi sbattendo la porta di ferro delle celle di ogni detenuto. Un rumore infernale per tre mesi di seguito. Ora tento di dormire tranquillo attendendo il domani, non certo migliore comunque diverso. E finalmente alle 8 del mattino sono in sezione con gli altri. Sono nella cella numero sei del secondo piano. Sono circondato dai compagni che sono venuti a salutarmi. C’è Giancarlo e Nino, gli unici due calabresi coinvolti nella stessa mia inchiesta. E poi ci sono Maraschi, ex Br in punizione confinato nella sua cella dalle stesse Br, Faina di Azione rivoluzionaria, Alunni delle Formazioni combattenti comuniste e Palmieri di Prima Linea, Biancini. Sono i nuovi compagni e amici con i quali dividerò le mie prossime giornate, certamente meno noiose che a Lucera. Le cose che si raccontavano di questo supercarcere constato subito che erano del tutto false. Intanto niente violenze fisiche. C’è un tipo di annientamento che tende più alla distruzione psicologica che fisica. E tende a dare al prigioniero il senso della sconfitta, dell’efficienza dello Stato che si vuole combattere e dell’impraticabilità di certe ideologie. Mura sopra muri, cancelli su cancelli, e poi telecamere, porte super blindate e telecomandate a distanza, doppie porte alle celle e un rapporto di guardie superiore ai prigionieri. Anche la socialità interna viene controllata. Nei cortili del passeggio massimo quindici persone, nelle celle per mangiare massimo sei, per dormire massimo quattro. Vengo bombardato da domande e così io faccio verso Giancarlo e Nino. Discutiamo del nostro arresto, mettiamo insieme tasselli come in un puzzle, ci si rende conto subito e in modo abbastanza certo della montatura ordita nei nostri confronti. Nella cella dove dormirò oltre a Nino e Giancarlo c'è anche Gianfranco Faina, un docente dell’Università di Genova arrestato come ideologo di Azione rivoluzionaria, un gruppo anarchico accusato di numerosi attentati a giornalisti e politici. Gianfranco è un vero compagno, sincero e aperto, pronto a discutere su tutto e tutti a cominciare da se stesso. La conversazione con lui è piacevole, la sua storia politica è incredibile e affascinante. Inizia nei lontani anni Cinquanta, prima nel Pci, poi nel luddismo, poi nell’anarchismo situazionista, passando per tutti gli eventi storici della classe operaia e del movimento rivoluzionario. Gianfranco racconta le sue storie senza arie e con una grossa punta di ironia e autoironia, sdrammatizzando e smitizzando episodi di lotta armata e non, dando il giusto peso e la giusta valenza su tante cose. La «vita non vita» nel super carcere scorre in modo normalissimo e comunque noiosa. Passeggiate nel cortile, lunghe letture, lunghe discussioni, partite a scacchi. Poi improvviso scoppia il caso Faina. Sono giorni di tensione. Gianfranco sta malissimo e da parte dei medici e della direzione del carcere c’è il menefreghismo più completo. Accusa un forte dolore a una costola. Si pensa per aver sbattuto violentemente e inavvertitamente a un cancello semiaperto. Riesce a camminare a stento, è costretto per la maggior parte della giornata a stare a letto. Ho dovuto convincerlo insieme ad altri compagni a ritornare nel camerone con noi dove sia io che gli altri compagni avremmo potuto assisterlo con più facilità e continuità. Gianfranco non voleva disturbare nessuno e ai primi malori se ne era andato in una cella da solo, cosa che a Palmi era permesso fare. Sente di dover morire e ce lo ripete in continuazione. Noi lo mandiamo tutti a quel paese, ma forse ha ragione, lo vediamo deperire giorno dopo giorno senza una ragione apparente. Ora i dolori non provengono solo dalla costola ma anche dalla schiena. Gli stiamo continuamente vicino e lo curiamo in ogni cosa. Giochiamo a carte, cerchiamo di farlo ridere, gli racconto storie del mio paese del quale lui è affascinato. Mi chiama libraio rivoluzionario e conservatore per come secondo lui sono riuscito nelle lotte a legare tradizione calabrese e idee rivoluzionarie. Mi promette di venirmi a trovare. Ma passano pochissime sere perché Gianfranco subisca un attacco violentissimo. È sbiancato improvvisamente e dalla sua bocca, dal profondo del suo corpo è uscito un grido di dolore che ancora conservo nelle mie orecchie. Chiamiamo subito le guardie, gridiamo di chiamare subito un medico, intanto avvisiamo i compagni delle altre celle di cosa sta succedendo. Si comincia a sbattere sui ferri di tutte le celle, sulle porte, sui tavoli, con ogni mezzo. E da ogni cella si comincia a far rumore. È un casino infernale. Scatta l’allarme in tutto il carcere. Gianfranco sentendo tutto il casino ha la forza di sorridere. Arrivano subito i medici, gli infermieri e tutto il codazzo di guardie. L’ambulanza ci dicono che è stata chiamata e ci dicono di smetterla con il casino, promettono di portare subito Gianfranco in un ospedale cosa che avrebbero dovuto fare mesi addietro. Finalmente la porta di ferro della cella si apre. Entrano il medico e gli infermieri, protetti da decine di guardie. Sistemiamo subito Gianfranco su di una barella. È un momento drammatico per tutti, negli sguardi dietro gli spioncini si legge la sensazione viva che ci percorre tutti in modo animalesco, sapevamo che non avremmo più rivisto il nostro caro Gianfranco. Gli dono un libro per fargli passare il tempo in ospedale fra un dolore e l’altro. Gli accarezzo la fronte, poi lo portano via. Io e Massimo ci sediamo uno di fronte all’altro in silenzio, ci parliamo senza aprire bocca, senza che escano parole; nei nostri sguardi si legge la rabbia per la nostra impotenza di fronte a un omicidio consumato ai nostri occhi giorno dopo giorno. È tortura l’acqua che ogni proletario è costretto a bere in ogni caserma dei carabinieri e della polizia, è tortura la battitura sotto i piedi, è tortura anche questa, rendersi conto della cattiva salute di un rivoluzionario e abbandonarlo senza cure. Abbiamo saputo in seguito che Gianfranco era stato portato al Centro clinico di Messina. II carcere di Palmi, come ogni carcere dove esistono detenuti politici di un certo livello, ha delle regole ben precise, decise non solo dalle leggi dello Stato ma anche da quelle dell'anti-stato. Ebbene le Br hanno qui i loro capi storici. Ben 70 militanti che hanno rappresentato in Italia, nel bene e nel male, una storia fatta di sacrifici personali, di lotte che hanno cambiato molte cose nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri. Queste persone hanno fatto anni e anni di carcere molto duro, spesso sono stati torturati, relegati in buie celle, trasferiti da un capo all’altro della penisola, hanno vissuto rotture personali con le proprie famiglie, col proprio mondo del lavoro. Queste persone hanno acquistato e conquistato un proprio potere, sia personale che politico. Ed è quindi giusto che nel carcere abbiano la possibilità di poter gestire, anche in piccolo, spazi destinati e rendere vivibile l’esistenza di tutti. Qui a Palmi esistono quindi decisioni che prima di essere prese, devono coinvolgere il «Comitato di campo» che è l’espressione politica e democratica dei detenuti che vivono nel carcere. Certo non tutte le decisioni rispondono spesso agli interessi di tutti, nel senso che in una fase politica come la nostra esistono anche varie espressioni politiche. Quindi quando, per esempio, arriva a Palmi l’ala dell’Autonomia, alla quale io appartenevo, alcune cose sono sembrate un po’ devianti di una mentalità comunista che invece dovrebbe essere la più aperta possibile, e comunque incline al ragionamento, alla dialettica, al confronto seppure aspro. Nessun detenuto politico della nostra area poteva partecipare alle varie commissioni istituite dal carcere. Niente commissione cucina, niente biblioteca, niente sport comuni, né richieste che potessero sembrare cedimenti verso lo Stato. Beh, fino a quando eravate solo voi brigatisti, queste cose potevate pure pensarle e attuarle, ma ora ci siamo anche noi, dicemmo loro. Anarchici, autonomi, Prima linea e altri, le regole quindi si possono, si devono cambiare. E così sarà in seguito. Le Brigate rosse capiscono che le cose fuori stanno cambiando, e velocemente, e che bisogna prendere atto che i soggetti politici che ora arrivano nelle carceri non sono più «duri e puri» ma anche «molli e pensanti», e quindi, dopo una movimentata riunione nel cortile, si decidono alcune cose nuove. Nel mio intervento faccio l’esempio delle isole dove venivano mandati i confinati politici dal fascismo. I gruppi organizzati dagli antifascisti coinvolgevano tutte le istanze politiche del tempo, un po’ come siamo oggi noi. Per cui bisogna aprire alle commissioni interne. Prima fra tutte la nostra partecipazione alla commissione cucina. Un’altra questione riguarda Massimo Maraschi. Questo compagno, arrestato per il sequestro Gancia, è il primo brigatista che, durante un processo, si «dissocia» dal rapimento Moro. Non fa nomi né altro, dice solo che lui non si sente più di appartenere all’organizzazione. Il Ministero di Grazia e Giustizia, dopo le sue dichiarazioni, invece di proteggere questa persona che ha avuto il coraggio di prendere le distanze da alcune azioni, lo trasferisce da Cuneo a Palmi. Certamente volevano che qualcuno lo facesse fuori. Ma a Palmi trova, per sua fortuna, una risoluzione che gli impone per la sua sicurezza di non uscire mai nel cortile e di rimanere sempre e solamente nella propria cella. Un doppio carcere. Sia io che Giancarlo, che Nino, che Faina, gli chiediamo di poter venire nel nostro camerone. Cosa che Massimo fa subito. Erano mesi che non dialogava con nessuno ed è felicissimo del nostro atto, che rompe in un certo modo una cappa che si era creando attorno a lui. Una mattina dalle nostre radio sentiamo una notizia incredibile. Si sentono urla di felicità provenienti dalle celle brigatiste. Le Br hanno rapito il giudice D’Urso. Una tensione altissima, perquisizioni a catena, interventi continui dei carabinieri, sospensione dei colloqui. Il giudice D’Urso non è una persona di secondo piano, è il responsabile dei trasferimenti all’interno delle carceri, e quindi responsabile di non poche porcherie, come quella fatta proprio a Maraschi. Nei giorni seguenti, altra notizia straordinaria proveniente dal carcere di Trani. Scoppia una rivolta e i detenuti comuni e politici riescono a prendere una ventina di guardie in ostaggio. Fra i politici rinchiusi a Trani c’è Palmiro Spanò, un compagno di Monasterace coinvolto nella nostra stessa inchiesta sull’Autonomia proletaria calabrese. I carabinieri per liberare gli ostaggi compiono un’azione degna dei servizi segreti israeliani. Irrompono nel carcere con bombe antiuomo e gas lacrimogeni e senza provocare morti riprendono in mano la situazione. Palmiro ci spiegherà in seguito che i detenuti furono tutti duramente bastonati dalle guardie subito dopo la liberazione degli ostaggi. Un massacro vero e proprio con decine di detenuti feriti e ridotti in malo modo dalle continue percosse subite. Scatta subito la rappresaglia armata. A Roma le Br, che ancora tenevano in ostaggio il giudice, uccidono in un agguato il generale dei carabinieri Galvaligi, responsabile dei servizi di sicurezza delle carceri speciali. La tensione quindi da noi è alle stelle. Tutti si preparano a una rivolta, i giornali puntano i riflettori su Palmi. Ma la risposta che si decide di dare a Palmi è più intelligente e comunque non violenta. All'uscita dalle celle per il passeggio pomeridiano si esce armati di… pennarelli. Si tracciano scritte sui muri di tutti i corridoi del carcere chiedendo la chiusura del carcere speciale dell'Asinara. È la stessa richiesta che hanno fatto i sequestratori del giudice. A questa richiesta si aggiunge una nuova che proviene proprio da Palmi: il ricovero in un ospedale di Faina, ancora detenuto in un carcere di Genova nonostante il suo male. In ogni caso, a mezzanotte in punto, in un silenzio assoluto, il prete del carcere passa davanti alle celle e stappa delle bottiglie di spumante. Dagli spioncini escono mani con bicchieri di carta. Si brinda così al nuovo anno 1981. Sui giornali, ovviamente, l’aver scritto sui muri qualche frase, passa come una rivolta e si tira in ballo Curcio e altre fesserie. Si scrive e si sente in Tv che a Palmi c’è stata una rivolta e che all’interno si respira un’aria di violenza e prevaricazione con continui pestaggi contro le guardie e contro i detenuti che non accettano la dittatura brigatista. Sono tutte fandonie. Tra i detenuti, tutti comunisti, non esiste nessun clima di terrore e sopraffazione, ma tutt’altro, esiste un grosso scambio politico culturale a tutti i livelli. La vita nelle possibilità reali e materiali di organizzazione è organizzata in modo collettivo. I soldi in arrivo si dividono, e così i vestiti, i libri e ogni altra cosa. È molto alto il rispetto e la cortesia fra tutti. Io che certamente non sono un brigatista, né appartenente a nessun gruppo combattente, proveniente da un’esperienza politica completamente diversa se non opposta, non ho mai subito pressioni di alcun genere. E questo per oltre sei mesi di permanenza a Palmi. Questo è molto importante per cercare di far capire, a chi ha voglia di capire, qual è la vera realtà dei comunisti che vivono all’interno delle carceri speciali (oltre 8000 nel 1981), al di fuori delle scelte di ognuno, per le quali deciderà la storia. L’8 gennaio arriva una cartolina dal Centro antitumori di Milano: «Caro Francesco sono l’immagine della morte ma dicono che sono ancora vivo. Abbracci a tutti, Gianfranco». La notizia ci riempie di gioia. Sapere che Gianfranco non è in carcere ma in ospedale è senz’altro un fatto positivo. Il 15 gennaio dopo una estenuante trattativa le Br liberano il giudice D’Urso. Avevano chiesto ai detenuti di Palmi e Trani di esprimersi sulla sua eventuale condanna a morte o liberazione. Nel cortile ci si riunisce per decidere della vita di questa persona e anche l’area non brigatista partecipa alla decisione, e a totale maggioranza si decide per la sua liberazione. Il 12 febbraio apprendiamo con dolore dal radio giornale della morte di Gianfranco. Appena due giorni prima aveva ottenuto in punto di morte la libertà provvisoria, la libertà di morire a casa sua nel proprio letto. Da quando quella sera qui a Palmi fu portato in infermeria, per Gianfranco è stato un continuo calvario. Di ospedale in ospedale fino al centro tumori di Milano dove fu irrimediabilmente conscio di ciò che aveva e di ciò che lo aspettava. Avrebbe potuto ottenere già da allora la libertà. Avrebbe fatto gli ultimi tre mesi di vita vicino alla sua compagna e a suo figlio. L’umanità, le garanzie democratiche, escono fuori solo quando si parla di giudici, magistrati, politici, deputati, nelle mani dei sequestratori.




Immagine tratta dal volume Au pied du mur, L'insomniaque, Montreuil 2000