Quell’ebreo di Marx



L’autore di questa testimonianza, datata 1870-71 e anch’essa tratta dai Colloqui con Marx e Engels, è Michail Aleksandrovič Bakunin. Siamo nel pieno della battaglia interna all’Internazionale, e l’obiettivo polemico dell’anarchico russo di nobili origini è ovviamente Marx. Dapprima deve riconoscere all’avversario la natura del militante rivoluzionario, cioè di chi ha dedicato l’intera sua vita alla lotta. E l’amore profondo e appassionato del rivoluzionario non può che essere accompagnato dall’odio, afferma Bakunin contro le calunnie del rancoroso Mazzini. Continua, poi, con il tradizionale e astorico discorso anarchico contro qualsiasi forma di potere, la vanità personale e l’inevitabile male della corruzione autoritaria, che impedisce dall’alto la liberazione dal basso di un popolo che, per una fede nelle sue eterne doti innate, è buono e rivoluzionario. Qui la critica assume toni moraleggianti, spesso esercitata dal pulpito dell’anima bella, non dissimile dai toni dello stesso Mazzini e da quelli di Weitling, contenuti nella testimonianza pubblicata la scorsa settimana. Si arriva infine, addirittura, a una lunga invettiva in termini razziali, in cui anticomunismo e antisemitismo sembrano mischiarsi. Anche qui un’anticipazione dei densi decenni a venire.


Immagine: Arcangelo, Monotipo, 2003


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È sempre la vecchia storia: il potere corrompe anche i più intelligenti e i più devoti. Uomini come Marx, Engels, e alcuni altri che oggi dominano nel consiglio generale di Londra sono certamente intelligenti e devoti. Essi resero all’Internazionale immensi servigi – anche se certo non come membri del consiglio generale, perché il suo ruolo (ed è una fortuna per il libero sviluppo dell’Internazionale) è strettamente limitato dai nostri statuti generali, e inoltre la sua dotazione di mezzi finanziari, sulla carta abbastanza ragguardevole, è in realtà nulla e finora non gli ha neppure consentito di assolvere i compiti che gli statuti e le decisioni congressuali gli hanno affidato. Se l’Internazionale si è sviluppata ed è cresciuta in alcuni anni in modo così imponente, ciò non va ascritto all’attività del consiglio generale, che non fu e non poté essere altro che nulla, bensì alla giustezza e al valore dei principi dell’Internazionale, che sono l’espressione più meditata e fedele delle aspirazioni più intime, profonde e appassionate del proletariato di tutti i paesi. Gli uomini di cui ho parlato non resero dunque all’Internazionale grandi servigi in quanto membri di un consiglio generale impotente sia di diritto che di fatto, ma con la loro propaganda e attività personale.

Marx è un uomo di grande intelligenza, un grande studioso nel senso più ampio e profondo della parola. È un grande economista, a paragone del quale Mazzini, le cui conoscenze economiche sono quanto mai superficiali, può essere definito tutt’al più uno scolaretto. Marx, inoltre, è appassionatamente devoto alla causa del proletariato. Di ciò nessuno ha il diritto di dubitare, perché egli la serve da quasi trent’anni con una fedeltà e una tenacia che mai vennero meno. Egli le ha dedicato tutta la vita. Mazzini, che ora cerca di consolare tristemente la sua impotenza con il veleno di invettive ingiuste e di favole e calunnie inventate di sana pianta, afferma che Marx è animato solo da odio, non da amore. Ma intendiamoci bene: l’amore profondo, serio, appassionato per gli uomini è sempre accompagnato dall’odio. Non si può amare la giustizia senza detestare l’ingiustizia, amare la libertà senza detestare l’autoritarismo, amare l’umanità senza detestare la fonte spirituale e morale di ogni dispotismo, la finzione immorale del despota celeste, di Iddio padrone. Non si possono amare gli oppressi senza detestare gli oppressori, e perciò non si può amare il proletariato senza odiare la borghesia. Marx ama il proletariato, perciò detesta la borghesia. Non si può servire una causa per trent’anni con devozione appassionata senza amarla, e solo la detestabile prevenzione della calunnia può osar negare l’amore di Marx per la causa del proletariato.

A questi grandi, incontestabili meriti si aggiunge il fatto che Marx fu l’iniziatore e il massimo ispiratore della fondazione dell’Internazionale. Questi sono i servigi che egli ha reso. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio, ogni luce le sue ombre e ogni uomo i suoi lati negativi. Perciò non bisogna mai affidare il potere sulla grande comunità popolare a un uomo solo, anche se è un genio coronato di virtù, e neppure alla più intelligente e benintenzionata delle minoranze: poiché, secondo una legge insita nel potere stesso, ogni potere conduce all’abuso del potere, ogni governo, anche se eletto a suffragio universale, si muove inevitabilmente verso il dispotismo.

Anche Marx, dunque, ha i suoi lati negativi. Eccoli:

1) Innanzitutto presenta i lati negativi di tutti gli scienziati di professione: è un dottrinario. Ha una fede assoluta nelle sue teorie, e dall’alto di esse disprezza tutto il mondo. Da uomo coltissimo e intelligente qual è, ha naturalmente un suo partito, formato da un nucleo di amici che gli sono ciecamente devoti, giurano in lui solo, pensano solo con la sua testa, non hanno altra volontà che la sua, lo adorano come un dio e lo corrompono con la loro adorazione; e la corruzione è già piuttosto avanzata. A causa di ciò egli si considera del tutto seriamente come il papa del socialismo, o meglio del comunismo; le sue teorie, infatti, fanno di lui un comunista autoritario, che, come Mazzini, anche se con idee diverse e in modo assai più realistico e terreno di Mazzini, vuole liberare il proletariato per mezzo del potere centralizzato dello Stato.

2) La conseguenza naturale di questa autoadorazione nelle sue teorie assolute e assolutistiche è l’odio, che Marx non rivolge solo contro la borghesia ma anche contro tutti coloro, anche se sono dei socialisti rivoluzionari, che lo contraddicono e osano professare idee diverse dalle sue.

Marx – cosa assai strana in un uomo così intelligente e sinceramente devoto, che può essere spiegata solo con la sua educazione di dotto e di letterato tedesco, e soprattutto con il suo nervosismo di ebreo – Marx è vanitoso al massimo grado, vanitoso fino all’ignominia e alla follia. Chi ha la sventura di ferire, anche nel modo più innocente, la sua vanità morbosa, sempre sensibile alla minima offesa, trova in lui un nemico implacabile, che ritiene leciti tutti i mezzi e utilizza realmente anche i mezzi più indegni e vergognosi pur di distruggere la sua immagine presso l’opinione pubblica. Allora egli mentisce, inventa e cerca di diffondere le più ignobili calunnie. Da questo punto di vista Mazzini aveva dunque ragione, parlando del suo carattere orribile; ma, vi prego, cari amici, non dimenticate che Mazzini stesso, a dispetto della sua naturale grandezza d’animo, è stato spinto dalla sua crescente impotenza più o meno sulla stessa china, nelle ultime polemiche contro i suoi avversari.

Mazzini e Marx, per quanto diversi sotto ogni altro punto di vista – e questa diversità non va sempre a discapito di Marx – sono spinti dalla stessa passione: l’ambizione politica (nell’uno di tipo religioso, nell’altro di tipo scientifico e dottrinario) di governare le masse, educarle e organizzarle secondo le proprie idee. Mazzini, di cui pur son noti l’alto disinteresse personale e la purezza ed elevatezza d’animo, vuole vedere trionfare le sue idee, il suo partito, i suoi apostoli; Marx, che è per istinto assai meno disinteressato di Mazzini, desidera appassionatamente veder trionfare le sue idee, il proletariato e con lui se stesso. L’ambizione dell’uno è dunque più elevata e soprattutto più disinteressata, quella dell’altro è più personale, ma entrambi sono guidati da essa verso un identico modo d’agire.

Il male sta nella ricerca del potere, nell’amore per il dominio, nella sete d’autorità, e Marx è posseduto profondamente da questo male.

3) E la sua teoria rafforza moltissimo queste tendenze. Come capo e ispiratore, anche se non come principale organizzatore (egli è in generale un pessimo organizzatore: è assai più portato a dividere, con tutti i suoi intrighi, che a organizzare), del partito comunista tedesco, egli è un comunista autoritario, sostenitore della liberazione e della riorganizzazione del proletariato attraverso lo Stato (e, di conseguenza, dall’alto verso il basso), a opera dell’intelligenza e del sapere di una minoranza illuminata, che naturalmente fa professione di socialismo ed esercita sulle masse ignoranti e stupide una legittima autorità, per il loro bene. Questo sistema politico è più o meno lo stesso di Mazzini; solo il programma è diverso. Ciò spiega in parte il loro grande odio reciproco e la loro incapacità di rendersi giustizia a vicenda. Essi sono divisi non solo dalle idee e dai programmi ma anche dal fatto di contendersi lo stesso potere. Entrambi, l’uno in nome delle sue idee e dei suoi apostoli, l’altro delle sue idee e di se stesso, non si limitano a sperare di governare un giorno il proprio paese ma sognano addirittura il potere universale, lo Stato universale: Mazzini attraverso l’Italia, che, dopo essere stata riorganizzata secondo le sue idee, diventerà la regina del mondo, Marx attraverso la Germania e la razza tedesca, chiamata a rigenerare il mondo. Mazzini è italianissimo e Marx pangermanista fino alla radice dei capelli.

Ma c’è ancora una differenza tra i due, che va a tutto vantaggio di Mazzini. Egli ama i suoi fedeli amici, i suoi apostoli, più di se stesso, è molto indulgente verso di loro (talvolta anche troppo), è tanto nobile da perdonare di tutto cuore i torti, le ingiustizie e gli attacchi degli amici, mentre non perdona mai la slealtà contro la sua religione, le sue idee divine...

Marx ama se stesso assai più dei suoi amici e apostoli, e nessuna amicizia sopravvive a un’offesa anche minima alla sua vanità. Egli perdona molto più facilmente l’infedeltà al suo sistema sociale e filosofico: egli la considererà come una prova della stupidità o almeno dell’inferiorità intellettuale dell’amico, e ne sarà divertito; e se questo non gli farà più vedere in lui un rivale potenzialmente in grado di eguagliarlo, ciò forse aumenterà addirittura la sua benevolenza. Ma egli non perdonerà mai un gesto contro la sua persona; bisogna adorarlo, farne il proprio idolo, per esserne amati, e bisogna almeno temerlo per essere trovati sopportabili. Egli ama circondarsi delle persone più meschine, di lacchè e di adulatori, anche se nella cerchia dei suoi amici più intimi si trovano alcuni uomini di genio.

In generale, tuttavia, si può dire che nella cerchia degli intimi di Marx v’è poca traccia di franchezza e moltissima invece di cose taciute e di diplomazia. V’è una sorta di lotta silenziosa e di compromesso fra l’amor proprio delle singole persone, e dove è in gioco la vanità non c’è più posto per la fraternità. Tutti stanno sul chi vive, temendo di venire sacrificati o annientati dagli altri. Tutto il gruppo che circonda Marx è una sorta di grande contratto reciproco fra le diverse vanità che lo costituiscono. Marx è in esso il principale dispensatore di onori, ma anche l’istigatore – sempre perfido e insidioso, mai franco e leale – di continue persecuzioni contro coloro che sospetta o che ebbero la sventura di non profondersi negli atti d’adorazione che egli si attendeva da loro.

Quando egli ha dato ordine di perseguitare qualcuno, essi non si arrestano di fronte a nessuna bassezza, a nessuna infamia. Ebreo egli stesso, Marx è sempre circondato, a Londra, in Francia ma soprattutto in Germania, da una moltitudine di piccoli ebrei più o meno abili, intriganti, versatili e speculatori, come sempre sono gli ebrei: agenti di banca o di commercio, letterati, politici, corrispondenti di giornali di tutte le sfumature, in una parola, sensali della letteratura e della finanza, con un piede nella banca, l’altro nel movimento socialista e il didietro saldamente piantato sulla letteratura tedesca di attualità (si sono impadroniti di tutti i giornali). Potete immaginarvi che razza di letteratura seminatrice di zizzania ne venga fuori.

Tutto questo mondo giudaico – una setta di sfruttatori, una razza di sanguisughe, un unico parassita vorace, che travalica non solo i confini degli stati ma ogni differenza di opinione politica – è oggi strettamente e intimamente legato, per la maggior parte, da un lato a Marx e dall’altro ai Rothschild. Sono sicuro che i Rothschild apprezzano i meriti di Marx e che Marx sente un’attrazione istintiva e un grande rispetto per i Rothschild.

Ciò può sembrare strano. Cosa può esserci di comune tra il comunismo e la grande banca? Ma il comunismo di Marx propugna uno Stato potente e centralizzato; dove esiste uno Stato simile, oggi non può mancare una banca centrale di Stato, e dove esiste una simile banca, la nazione parassita dei giudei, che specula sul lavoro del popolo, troverà sempre da mangiare...

Comunque sia, è un fatto che la maggior parte di questo mondo giudaico, soprattutto in Germania, è a disposizione di Marx. Basta che egli ordini a quel mondo di perseguitare qualcuno, e subito contro di lui si scatena una marea di ingiurie, di laide invettive, di ridicole e infami calunnie, su tutti i giornali, socialisti e non socialisti, repubblicani e monarchici. In Italia, dove la delicatezza e il rispetto per la gente è un’abitudine così radicata, almeno nella forma, non si può avere idea del tono laido e della vera e propria infamia a cui giunge la polemica quotidiana sulla stampa tedesca. I letterati ebrei eccellono particolarmente nell’arte di diffondere vili, odiose e perfide insinuazioni. Di rado accusano apertamente; preferiscono insinuare – il tale ha sentito dire; si dice; può darsi che non sia vero, ma... –, dapprima, e poi vi squadernano in faccia le calunnie più insensate.

Ne so qualcosa per esperienza diretta. Marx e io siamo vecchie conoscenze.