Quale rivoluzione per il corpo nero?
Black Power e Ladies and Gentlemen: militanze artistiche a confronto in Italia

Nel 1975 Andy Warhol presenta a Ferrara Ladies and Gentlemen, una serie di ritratti di drag queen e donne trans afroamericane e ispaniche. Soltanto pochi anni prima, nell'immaginario politico e artistico italiano, il corpo nero era stato soprattutto quello della militanza rivoluzionaria: Malcolm X, Angela Davis, le Pantere Nere. Matteo Patelli ricostruisce la ricezione italiana di queste differenti rappresentazioni, interrogandosi sul passaggio dalle immagini del Black Power, legate alla lotta contro il razzismo e il capitalismo, all'emergere di nuove forme di militanza incentrate sul corpo, sulla sessualità e sulla performance.
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Quando Ladies and Gentlemen arrivò a Ferrara nel 1975, l’Italia aveva già abbandonato le sue icone afroamericane. Erano quelle di Malcolm X, dei Black Panthers, di Angela Davis, delle rivolte urbane e delle lotte per i diritti civili. Figure che erano arrivate dall’altra parte dell’Atlantico attraverso viaggi, monografie, riviste, manifesti politici e che incarnavano la denuncia della violenza razziale e la possibilità di una trasformazione rivoluzionaria della società. Il tono era sempre quello: figure urlanti, con in mano fucili o fotografate durante i processi per essere pubblicate dalla stampa di mezzo mondo. Tutto molto diverso dai soggetti warholiani volati a Ferrara: quattordici drag queen e donne transessuali afroamericane e ispaniche ingaggiate dagli assistenti dell’artista in una visita al Gilded Grape, l’«oasi» drag di New York.


Proprio per questo motivo, Ladies and Gentlemen rappresentò uno degli episodi più singolari della ricezione italiana di Warhol negli anni Settanta, e permette di gettare una luce retroattiva sul contesto italiano di quegli anni tra attenzioni black e spinte verso altre direzioni. Dopo la stagione delle immagini Pop e delle sperimentazioni cinematografiche, l’artista arrivava in una città di provincia con una serie nuova, dedicata a soggetti che sfuggivano alle categorie politiche con cui l’Italia aveva imparato a confrontarsi. Le figure ritratte da Warhol erano soggetti marginalizzati, certo, ma non sembravano mostrare i segni della loro oppressione. Erano invece costruite attraverso il travestimento, la teatralità e l’autonarrazione: caratteristiche nuove dove al centro c’erano i corpi e la performance.


A distanza di cinquant’anni, Palazzo dei Diamanti è tornato a esporre quelle opere, andando ben oltre il semplice reenactment dell’esposizione del 1975. La mostra, curata da Chiara Vorrasi e conclusasi recentemente, ha letto Ladies and Gentlemen alla luce della performatività di genere, della cultura drag e dell’intersezione tra razza e identità sessuale. Una prospettiva resa possibile anche dall’inevitabile distanza storica maturata negli ultimi decenni, che ha permesso di riconoscere nella serie di Warhol un momento fondamentale nella rappresentazione delle soggettività escluse dai tradizionali sistemi di visibilità.
Eppure, questa nuova lettura in avanti rischia di lasciare sullo sfondo una domanda storica a cui la mostra non dà risposta: qual era la conoscenza del corpo razzializzato americano prima che, di colpo, arrivasse la serie warholiana a Palazzo dei Diamanti?
Dopo i Kennedy e le Marylin dei primi anni Sessanta, i contenuti afroamericani, specie sull’attivismo, avevano assunto una presenza straordinaria nella cultura visuale e politica italiana tra gli ultimi anni Sessanta e i primi Settanta. Malcolm X era diventato un simbolo rivoluzionario grazie alla traduzione italiana della sua Autobiografia, pubblicata da Roberto Giammanco con Einaudi nel 1967; i Black Panthers erano entrati nell’immaginario della sinistra extraparlamentare attraverso riviste militanti, documentari e reportage (su Potere Operaio, John Watson, membro della League of Revolutionary Black Workers, veniva intervistato sulla condizione delle fabbriche a Detroit[1]); Angela Davis era diventata un’icona internazionale ammirata dal Blocco sovietico[2]. L’America nera veniva narrata soprattutto come spazio di conflitto, come luogo della segregazione e della repressione statale, ma anche della resistenza organizzata che trovava inedite solidarietà transnazionali.


Questa situazione aveva trovato corrispondenze anche nelle arti visive italiane, persino in artisti assai poco vicini alla sinistra extraparlamentare[3], la frangia più interessata a tali questioni [4]. Nel 1965 Gianfranco Ferroni aveva rappresentato un’aggressione razzista presa dalla cronaca americana che sarebbe finita sulla copertina di NAC, una delle riviste d’arte italiane più militanti e anticommerciali del periodo[5]; mentre pochi anni dopo Carlo Quattrucci, un pittore che aveva svolto un tirocinio messicano con Siqueiros e che si era guadagnato le lodi del PCI, avrebbe esposto proprio a Palazzo dei Diamanti[6] i volti degli attivisti del Black Power in immagini di forte tensione espressionistica[7]. In entrambi i casi le opere nascevano dalla traduzione di un’urgenza politica: il corpo nero diventava testimonianza della violenza razziale e, allo stesso tempo, simbolo di opposizione al sistema capitalistico e imperialista.


Quando però Warhol produsse Ladies and Gentlemen il Black Power stava ormai perdendo ogni identità politica. I suoi primi leader, come Malcolm X, erano scomparsi da tempo; Angela Davis, dopo aver avuto la solidarietà del blocco sovietico per la sua scarcerazione, avvenuta nel 1972, tornava a essere un’attivista influente soprattutto negli USA; il Black Panther Party, infine, era già entrato in una crisi interna che l’avrebbe portato a sciogliersi nel 1982[8].
Era quindi una situazione favorevole per un altro tipo di contenuto, appunto Ladies and Gentlemen, sebbene la letteratura del Black Power, malgré un ignaro Warhol, avrebbe comunque fatto la sua comparsa nella mostra ferrarese. Infatti, in fondo al grosso catalogo pubblicato da Mazzotta era presente proprio una ricca bibliografia di testi del Black Power, quasi un’antologia da manuale che testimoniava la fortuna italiana di quei contenuti. Le diverse tesi di quei testi, accorpate alle colorate immagini in catalogo, sembravano stridere con evidenza: che ci facevano le parole di Malcolm X e James Baldwin usate per discutere della scena glam del travestitismo newyorkese non esente da miseria? Ma Janus, pseudonimo del critico Roberto Gianoglio, si servì proprio di quei testi per narrare una storia non letta attraverso la lente dell’emancipazione queer (categorie evidentemente lontane da quegli anni), bensì attraverso la denuncia della violenza razziale e dell’abuso sessuale. I toni erano accesi, quasi afropessimisti ante litteram[9].
La lettura di Janus scontava un palese pregiudizio (come l’equivalenza della prostituzione associata al travestitismo e alla transessualità) e la serie di Warhol incappava in controversie interne che sarebbero venute fuori più tardi (come le accuse di sfruttamento dei soggetti ritratti e la cancellazione dei loro nomi dalla serie[10]: aspetto su cui la mostra a Ferrara lodevolmente corre ai ripari grazie alle recenti ricerche dell’Andy Warhol Foundation[11]). Ma probabilmente il testo di Janus fu uno degli ultimi testi di critica d’arte italiani del periodo a usare i contenuti del Black Power, nonostante proprio il cinismo di Warhol. In questo senso, l’intera operazione portata a Ferrara sembra indirettamente salutare per l’ultima volta l’attenzione che l’arte e la critica italiana avevano dato alla militanza afroamericana, prima che, di lì a poco, sarebbero sorte militanze più «ricreative» e «libidinose» [12], in definitiva più personali e meno monolitiche. Alessandro Del Puppo, lo storico dell’arte italiano che s’è più speso sull’affaire Ladies and Gentlemen [13], rilevava del resto proprio le comunanze tra la serie di Warhol e l’esperienza del F.U.O.R.I., le teorie sulle sessualità di quegli anni, ma anche la body art nostrana e non impegnata nella decostruzione dei ruoli di genere[14]. Eppure, oltre a condividere un’orizzonte comune su cui mancano rapporti documentati, nessuno in Italia avrebbe mai sentito nominare Wilhelmina Ross (performer della Hot Peaches, la prima compagnia teatrale queer di New York) e Marsha P. Johnson (che aveva preso parte a Stonewall): due delle quattordici figure che Warhol aveva deciso di omettere. Risultava quindi difficile guardare a questo attivismo con la stessa progettualità e impegno politico-culturale con i quali s’era guardato a Malcolm X o altre icone attiviste afroamericane arrivate in Italia pochi anni prima. Se oggi la serie di Warhol è rilanciata in chiave queer, rimane storicamente un’occasione colta solo a metà, o un equivoco seducente per studiare, ancora una volta, i rapporti artistici tra l’Italia e l’America – questa volta «l’Altra America» [15], però.
Note
[1] I rivoluzionari neri di Detroit sono marxisti-leninisti, in «Potere Operaio», 18 settembre 1969, 1, p. 8.
[2] Per delle ricostruzioni: Maxim Matusevich, Meredith L. Roman, Soviet «Renegades», Black Panthers, and Angela Davis: The Politics of Dissent in the Soviet Press, 1968–73, in Cold War History, 18, 4, 2018, pp. 503- 519; Maxim Matusevich «You Are Not Alone»: Angela Davis and the Soviet Dreams of Freedom, in «International Review of Social History», 69, 32, 2024, pp. 63-90.
[3] Jacopo Galimberti, Images of Class: Operaismo, Autonomia and the Visual Arts (1962-1988), Verso, 2022, cap. 3 (trad. it., Immagini di classe Operaismo, Autonomia e produzione artistica, DeriveApprodi, 2023). Sui contatti con l’attivismo afroamericano l’autore analizza il Cenotafio di Malcolm X, un’installazione prodotta dal gruppo Superstudio in occasione della XIV Triennale di Milano del 1968.
[4] Tommaso Rebora, Una questione di sfruttamento? Razza, razzismo e linea del colore: la nuova sinistra italiana e il movimento afroamericano, in Gioele Cristofari, Cecilia Gibellini (a cura di), Immaginari razziali in Italia dagli anni Venti a oggi, Mimesis, 2025, pp. 145-166.
[5] NAC – Notiziario Arte Contemporanea, 33, 1970, copertina. All’interno era riprodotto un testo di Alberto Martini: Alberto Martini, «La cognizione del dolore (Ferroni)», NAC – Notiziario Arte Contemporanea, 33, 1970, p. 10, ripubblicato da una mostra precedente: Gianrranco Ferroni opere tra il 1959 e il 1963, catalogo della mostra, Modena, Galleria Mutina, 22 marzo - 11 aprile 1964.
[6] Sull’attività espositiva di Palazzo dei Diamanti e sul suo direttore, Franco Farina: Palazzo dei Diamanti 1963-1983: Artisti, cataloghi, mostre, Corbo, 1993; Chiara Vorrasi, Ada Patrizia Fiorillo e Massimo Marchetti (a cura di), «Cerchiare il quadrato». Franco Farina. Un progetto culturale a Palazzo dei Diamanti, Fondazione Ferrara Arte, 2023.
[7] Black power: Carlo Quattrucci, catalogo della mostra, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 6 - 24 marzo 1969.
[8] Paolo Bertella Farnetti, Pantere nere. Storia e mito del Black Panther Party, Shake Edizioni, 1995; Bruno Walter Renato Toscano, Pantere nere, America bianca. Storia e politica del Black Panther Party, Ombre Corte, 2023.
[9] «Queste opere ci dicono che il pericolo è mortale e imminente. Warhol è passato attraverso il corpo inesistente del negro, il corpo che non ha piú forma e non ha piú vita, e giustamente in tutte queste immagini egli lo ha abolito: esso è stato tolto dalla mente, è stato tolto dalla proprietà dell’individuo, è stato tolto dal possesso. È un corpo decapitato, il corpo dell'assenza, e solo la testa emerge mozzata sul piatto d'argento di questa società», Janus, Presentazione, in Andy Warhol Ladies and Gentlemen, Mazzotta, 1975, p. 38.
[10] Gürsoy Doğtaş, How Warhol Erased the Identity of His Black Trans Sitters, Contemporary And, 5 marzo 2021, ultimo accesso 9 agosto 2026
[11] Amber Morgan, Ladies and Gentlemen di Warhol. Storia di un’sposizione in continua evoluzione, in Andy Warhol Ladies and Gentlemen, catalogo della mostra, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 14 marzo - 19 luglio 2026, pp. 90-101.
[12] Andrea Capriolo, Non c’è rivoluzione senza libidine, DeriveApprodi, 2024.
[13] Alessandro Del Puppo, Warhol / Pasolini, Mimesis, 2020.
[14] Alessandro Del Puppo, Corpi, artificio, rivoluzione, in Andy Warhol Ladies and Gentlemen, catalogo della mostra, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 14 marzo - 19 luglio 2026, pp. 102-117.
[15] Fernanda Pivano, L’altra America negli anni sessanta: antologia in due volumi, Lerici, 1971-1972.
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Matteo Patelli è uno storico dell’arte contemporanea formatosi all’Università di Bologna. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia dell’arte italiana dal secondo dopoguerra agli anni Settanta, il rapporto tra arte, immagini e ideologia, e la ricezione dell’arte d’avanguardia al di fuori dei grandi centri. È archivista dell’Archivio Gianfranco Ferroni, con il quale collabora alla realizzazione del Catalogo ragionato dei dipinti, e ha collaborato con l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC) della Biennale di Venezia. I suoi contributi sono apparsi su riviste scientifiche e in volumi pubblicati, tra gli altri, da Senzacornice Journal e Postmedia Books. È autore del volume Esporre l’avanguardia in provincia. Le manifestazioni di arte visiva a Martinengo (1966-1968): proposte, ricezioni, modelli (Archivio Bergamasco, 2025).




