Osservazioni su cultura, teoria, storia


Anonimo, Cammello



Ci sono testi che, freschi di stampa, sono già pronti per essere affidati alla critica roditrice dei topi. Altri che, pubblicati in un’epoca più o meno remota, sembrano scritti oggi. La scelta di riproporre queste osservazioni di Romano Alquati, uscite per la prima volta nel febbraio 1979 sul n. 27-28 di «Ombre rosse», indica a quale categoria appartengono.

Prendendo spunto da un tema d’occasione, la critica feroce a un film di cui probabilmente nessuno ricorda l’esistenza, Alquati ci offre una miniera ricca di pietre preziose. Innanzitutto su cosa non fare: rappresentarci un mondo tutto già risolto nell’ideologia, privo di problemi e di dubbi, popolato solo di vittime buone e carnefici cattivi, anime belle e crudeli demoni. Senza ambivalenze, zone d’ombra, possibilità di errore. Dunque, senza spazio per l’iniziativa politica di trasformazione. Quel dimenticabile film, privo di pensiero e gonfio di retorica, diventa così emblematico della cultura di sinistra, di una memoria intesa come racconto trionfalistico, un grottesco calco dell’immaginario waltdisneyano. Gli spettatori sono infantilizzati, bisognosi di insegnamenti semplici, didascalici e sloganistici; mentre i supposti protagonisti, proletari e operai, vengono spogliati della loro soggettività concreta per essere parlati dall’unica vera voce del film, quella dell’«intellettuale piccolo borghese». Caduta la sua maschera organica o militante, non resta che il suo desiderio narcisistico di carriera e affermazione individuale, attraverso lo specialismo istituzionale e la pretesa di un ruolo separato. Senza il coraggio di guardarsi allo specchio e scoprire che quello che fa è un «merdoso lavoro come qualsiasi altro».

Ci sono almeno altre due ragioni per inaugurare l’avventura di freccia tenda cammello con le presenti meditazioni alquatiane. La prima riguarda il tema della comunicazione, l’uso dell’oralità e della scrittura, la critica dei miti dell’artigianalità e il possibile contro-utilizzo dell’industria mediatica. Qui dentro, ci dice infatti Alquati, c’è un ambiguo potenziale di socializzazione e autovalorizzazione che i giovani proletari già utilizzano per i propri scopi, con «maggior agilità e ricchezza di parola di quella che hanno spesso gli intellettuali di mestiere». Contro il culto della marginalità autoreferenziale, uno strumento di comunicazione – una rivista, nel nostro caso – deve ambire a essere uno spazio di ricerca all’altezza dei nuovi linguaggi, delle nuove potenzialità, delle nuove forme di immaginazione sociale. L’altro tema, specifico di questa sezione, è la formazione. Parola difficile da pronunciare, proprio perché gettata nella sinistra discarica di questi apparati culturali, diluita nella manipolazione e confusa con l’indottrinamento. Dimenticate, dimentichiamo tutto questo, e ricominciamo da capo. La formazione autonoma è un processo complessivo, in cui a cambiare sono – continuamente – entrambi i soggetti del rapporto. Formazione non solo al pensiero critico, come se questo fosse dato una volta per tutte, ma formazione alla capacità di pensare criticamente, di porre e di porci continuamente dei problemi aperti, e di ripensare ogni volta dal principio. Ecco lo scarto che Alquati ci indica. Perciò queste pietre preziose ci potranno aiutare a capire che cosa fare solo a patto che saremo in grado di tagliarle, sfaccettarle e usarle adeguatamente.

[G. R.]

I nostri sono ancora tempi di spettacolo, ed io mi trovo in numerosa compagnia: la  comunicazione mediante scrittura non è la mia preferita, specie come saggistica. Anch’io, come i giovani, consumo molti spettacoli fatti da altri. Poi però meno di loro so fare a mia volta teatro. La mia teatralità è un’eredità cremonese antica, fa parte della cremonesità, di una antica cultura locale, e non della moderna cultura scientifica dello spettacolo: lavorando come insegnante sono costretto a fare teatro. Ma la mia spettacolarità è molto modesta e spontanea; ho quindi una bassa qualificazione professionale. Sono più consumatore di spettacoli, e consumatore molto immediato: non ho tutta l’enorme cultura del cinema, dell’immagine, della visione, della mimica e dell’espressione immaginaria ecc. che hanno quasi tutti i giovani borghesi di oggi; specie qui a Torino: sono tutti esperti dell’immagine e del segno e del significante; ma dell’immaginario. E quindi di cinema. A Torino moltissimi giovani borghesi vivono solo mediante il cinema: mediante il baluginio di proiezioni su un lenzuolo in una stanza buia. Sono un consumatore immediato e incompetente: per questo dirò ben poco proprio del film da questo punto di vista: non me ne intendo! Mi interessa la prospettiva del «cinema scientifico». Ma non ho mai fatto io del cinema né studiato sistematicamente il suo uso come mezzo di conoscenza scientifica: lo vorrei però fare un poco nel futuro. Fare film scientifico nella didattica, e di farlo, ovviamente, come «cinema politico dal punto di vista della classe operaia».  …come no? Pertanto il film di Bizzarri Memoria di parte (vedi la recensione pubblicata sul n. 22/23 di «OR») mi è servito: in negativo! Direi che ha cominciato subito a dirmi cosa intanto non è il caso che cominci a fare!

Entro un poco nel merito. Ma nelle mie considerazioni non me la vedo molto direttamente col film e tantomeno con la recensione di «Ombre rosse»: dirò una serie di cose prendendo entrambi come un riferimento e basta. Lascerò da parte proprio le cose più ovvie e più centrali nell’uno e nell’altra: come il discorso sugli operai italiani nel periodo che va dal fascismo al dopoguerra, che conosco abbastanza bene: oppure sulla faccenda della «storia orale».

Il primo argomento mi pare che oggi non interessi molto, oppure viceversa mi pare che siano ancora diffuse dentro il movimento operaio risorse critiche e di esperienze tali che le manipolazioni storiografiche e politiche contenute nel filmsi smontano da sole se arrivano al pubblico operaio oggi: e per ragioni diverse per le varie generazioni di proletari. Il secondo è ormai diventata questione disciplinare dentro l’organizzazione accademica del sapere borghese, e non è granché il caso che me ne occupi io qui: credo che riviste di storia militante (come ad esempio «Primo maggio») potrebbero fare bene l’una e l’altra cosa, riaprendo anche eventualmente un dibattito sul ritorno agli anni ’50 da parte di tutta una intellettualità piuttosto giovane e legata al ’68, e fino ad oggi fra quella, pochina, che del mondo degli eredi del ’68 non abbia ancora sdegnosamente voltato le spalle al suo amore di ieri, cioè alla classe operaia!

Una cosa sembra vera, il film con la sua faziosità risulta provocatorio: provoca delle reazioni, fa pensare: gli altri, perché l’impressione che lì di pensiero se ne muova poco! Fa reagire ponendo tutta un’ampia gamma di problemi in negativo: perché lì nel film non ci sono, ma innanzitutto a me ha fatto pensare questo fatto qui: come può un lavoro così brutto e ideologico ottenere tutta una serie di reazioni positive, nel complesso, anche da riviste come «Ombre rosse» in primo piano contro l’ideologia. Di gente che non solo se ne intende di cinema, ma fra le persone più sensibili nel cogliere certi cambiamenti nel rapporto fra le forze soggettive e le trasformazioni profonde nella ricomposizione di classe. «Ombre rosse» ha parlato fra le prime di crisi della militanza; di crisi dell’ideologia e in un modo politicamente dialettico! Ha parlato più seriamente di altre su tutta una serie di temi poi divenuti moda del Movimento, come ad esempio la questione importante dei «piccoli gruppi» ecc.

Anticipando discorsi che si sono diffusi con molto ritardo. Come può «Ombre rosse» apprezzare codesto film? Infatti io trovo che la capacità di provocazione di questo film è tutta in negativo: fa stupire soprattutto che altri possa apprezzarlo. Per il resto mi provoca il fatto tristissimo che della gente abbia speso ben nove milioni e molto del tempo libero in tre anni di vita per tirarne fuori un risultato simile; sprecando tempi di presenza e partecipazione di altri: di testimoni storici in tempi e luoghi ancora così significativi, per tirarne fuori alla fine solo una cosa così ideologica e povera. Come può succedere? Se l’avessero fatto apposta… invece no, ci credono proprio! E che poi gli altri lo esaltino?

Un problema che il film pone, in negativo, è appunto quello dei problemi: «problemi no ghe n’é». In questo suo dogmatismo trionfalista e piattamente privo di ogni dialetticità non ci sono problemi. Solo grandi certezze rivoluzionarie e quindi tradimenti altrui; pertanto non dà conto di nulla. È tutto un consenso emotivo, irrazionale, quello che gli viene: sfogo! Io invece proprio non ho capito niente: non solo cos’è la memoria di parte, qual è la parte e di come la si pone oggi quella parte rispetto a ieri, a ieri rispetto a oggi, e cosa c’entrano degli intellettuali con quelle parti: quella di ieri e quella di oggi. Ma non sono riuscito a capire molto come si pone la questione della «memoria». Ma facciamo finta di aver capito; per ora.

Non mi intendo granché di cinema né di tecnologia della comunicazione. Molti recensori mostrano di entusiasmarsi per i mezzi in se stessi, alla ricerca romantica del primitivo. Io non riesco a condividere questo apprezzamento della assenza della voce off. È una cosa vecchia. Tanto più che poi la voce off c’è e allora era preferibile usarla meglio. Ma l’ideologizzazione del non uso della voce off è poca cosa anche rispetto all’ideologizzazione del non incontrare problemi col pretesto di non fare teoria. In realtà il film fa vecchissima teoria. La fa anche appiccicando al muro alcuni cantastorie, che raccontano anche delle storie; nel senso che dicono qualche bugia, prendono abbagli, non capiscono, ricordano quello che vogliono loro. Anche perché alcuni di loro fanno ormai di mestiere il cantastorie: lo fanno nell’era dell’informatica all’interno dell’industria dello spettacolo, benché o poiché professionisti artigiani del racconto confezionato per un pubblico di intellettuali ideologizzati.

Un’altra caratteristica in cui il film mostra di cercare di suscitare emotività nello spettatore ideologico è proprio il commento musicale che lo accompagna. Sembra proprio che ci si sforzi di non lasciar parlare le immagini dei filmati inseriti dentro: il minuetto ironico sul padrone, che riesce a ricomporsi e vincere: sconfiggendo non già la classe operaia ma tradizioni politiche assai povere, e usando meglio e scientificamente l’organizzazione politica. Ecc. C’era da fare più ironia sulla classe operaia che già allora non era riuscita a darsi una rappresentanza e un’organizzazione politica all’altezza dei suoi bisogni!

Le didascalie: è tutta una cultura del film didascalico come film di indottrinamento ideologico per via emotiva: non è un caso che si citino film francesi successivi al ’68… Le didascalie restano perché essendo scritte, letteratura scritta, cultura scritta, sono riprodotte su schede e su recensioni scritte. Qui il film è didascalico, ma con una concezione dell’insegnare e soprattutto dell’apprendere penosa. Adesso si capisce la sconfitta politica, in questi anni, di un’intellettualità armata di un simile bagaglio. Purtroppo il discorso che le didascalia che spiega, talvolta anche come voce, lo spettatore si concentra su perché è stata semisoppressa la voce off! Sembrando che ci sia finalmente la didascalia che spiega, talvolta anche come voce, lo spettatore si concentra su di essa nella speranza di poter finalmente avere qualche informazione in più, che gli serva a collocare le interviste, gli intervistati, le vicende narrate. Lo spettatore si illude che le didascalie gli permettano di capire un poco il senso di quello che viene detto e di quello che viene mostrato. Quindi le didascalie sono caricate di una funzione di cui resta parecchio bisogno, ma che poi è frustrata vanificando anche gran parte delle interviste e dei filmati, che così appiccicati parlano poco rispetto a tutto l’enorme discorso potenziale contenuto. E invece le didascalie fanno l’indottrinamento ideologico, a base di slogan che molto spesso non si capisce cosa c’entrano e con quello che i cantastorie stanno dicendo, e con le immagini che i filmati mostrano.

La didascalia di cui proprio non è possibile tacere (come non ha taciuto una notevole parte del pubblico in sala) è stata la prima: «chi deve parlare»? La risposta spontanea di molti in sala è stata: «chi ne ha voglia!» Parla chi vuole! Almeno la libertà di parola! Adesso gente come questa viene anche a dire chi deve parlare e chi no, a dare e a togliere la parola agli altri: non ce ne sono già abbastanza a impedirci di parlare?

In quel «deve» c’è una delle chiavi di lettura del film: lo stalinismo come grossolanamente l’ho sempre visto nella piccola borghesia: proprio nel senso che l’intellettuale piccolo borghese invoca la dittatura del proletariato per soddisfare la sua volontà di potenza sullo stesso proletariato; e qui lo fa – per fortuna – solo «nel film».

E «per chi» deve parlare? Ma per chi gli pare! Tanto più che in questo film non si problematizza assolutamente la questione degli interlocutori, del chi è la parte, di come è fatta oggi a differenza di ieri, e del perché quella parte lì ecc. Se non c’è problema di parti allora possiamo fare anche noi come quelli che hanno prodotto il film, che in realtà parlano per parte propria; o per parte dei segni e dei significanti stessi! Ci sono degli intellettuali che vogliono finalmente prendersi il gusto di comandare un poco e dare la parola a chi vogliono come vogliono: è un loro problema personale come ogni altro. Nessuno spettatore però accetta questo «deve» come rivolto a lui! E reagisce parlando subito lui come ne ha voglia e per chi vuole lui: il che nella condizione attuale di disgregazione sociale, vuol dire che parla col suo partner di coppia; e parla per sua moglie, o per il suo amico e la moglie dell’amico: ma alla faccia di quel «deve».

L’intervista sul presente

Ma se era così importante il racconto genuino e intatto di queste «storie» allora perché quel montaggio: perché spezzare continuamente il racconto, montandolo a rimontandolo proprio a piacere dell’intellettuale alla moviola, interrompendo, sopprimendo parti, invertendo ordini cronologici ecc.: altro che la voce off! È una tale manipolazione filmica, specificamente filmica, del racconto orale che gli toglie valore di testimonianza già questo. È estetismo? No: è proprio manipolazione ideologica: qui la cattiva teoria è detta continuamente in questa manipolazione, ed è grande come una casa.

[…] Che fanno i compagni, gli intellettuali militanti, di fronte a questo sviluppo [della storia orale] che in altri paesi ha già superato forme e livelli industriali: la loro registrazioncina artigiana nascosta in una cantina o in una casa diroccata? Come usare il registratore nella ricerca? E poi come usare il nastro inciso? Aspettiamo un convegno di un istituto universitario che deve spendere i suoi fondi e che ha chiamato già il solito americano (magari consulente del Mit) o inglese o belga in vena di giro turistico nel bel paese delle gondole o della torre di Pisa, per scoprire questi problemi?

L’anno scorso ho avuto modo di parlare di scienza, e poi di geografia; adesso di storia? Non vorrei proprio istituzionalizzarmi, informalmente, in un’illusione di antiistituzionalità, mettendo su una specie di modellistica «interdisciplinare» dal punto di vista operaio. Per fortuna il problema non è questo. Ciò che in verità ho sempre sotto mira, è il lavoro intellettuale, nei suoi rapporti col potere. La critica del corporativismo disciplinare e delle illusioni scientifiche e professionali degli intellettuali separati che vorrebbero riproporsi come artigiani universali dentro la specializzazione! Esaltando la potenza di questa condizione separata, come una funzione della classe e dentro la sua ricomposizione; e proprio negando, a parole, la funzione del partito! Che è poi l’unico momento (anche teorico) che potrebbe reggere e sopportare la loro separatezza e parzialità combinate costituendole come funzione produttiva dentro una cooperazione politica organizzata scientificamente; ma nella classe operaia no! Un atteggiamento borghese, in senso forte, di forza della borghesia, come questo, può darsi solo nella concezione borghese del partito e dentro il partito! Non è quindi perché propongo l’enciclopedia di sinistra al «movimento» che adesso me la vedo con la storia. Mi pare che andare oltre le discipline, ma usandole per quel poco che possono dare, sia il minimo che possa fare oggi un «intellettuale organico», e, come si suol dire, «criticamente». Che fare della storia?

Io già non capisco molto lo «storico militante». Ancora meno capisco il militante che si specializza a fare lo storico, come espressione del movimento, o anche di quell’altra cosa che è il «movimento». Vi piace riprodurre l’organizzazione capitalistica del sapere come industrializzazione dell’assetto borghese del sapere? Bene! Ma allora non si capisce tutta la faziosità polemica contro il partito, contro le istituzioni, le discipline, gli altri intellettuali, contro la cultura di massa, contro i mass media ecc. ecc. A meno che non si rovesci il discorso, e si dica: fare lo storico è oggi non più un mestiere (cosa davvero vera, nel senso che si può verificare proprio dappertutto), ma è un lavoro parziale e svuotato di senso come ogni altro: come proletario della ricerca storiografica cerco di usarne la sua eventuale produttività rovesciandola in risorsa per la lotta! Proprio perché è un merdoso lavoro come qualsiasi altro: faccio questo e uso per la mia lotta di proletario o di semiproletario la produzione di merci in cui sono sfruttato io e la giro in occasione di lotta sul luogo di lavoro: storia militante nel senso che un gruppo di proletari della mercificazione industriale della storiografia si fa gruppo (omogeneo?) di lotta; e magari si appropria del prodotto, del pezzo di ciclo cui è addetto: lo occupa e lo fa funzionare trasformandolo per i bisogni proletari: come quando (ricorda il film) a Mirafiori facevano le biciclette o le armi, nei reparti occupati. Ma direi al compagno: se non sei un proletario della storia e parli a nome della disciplina come se tu ne fossi un padrone (e magari lo sei) allora è diverso. Altrimenti chi te l’ha fatto fare quel lavoro lì; non ti vergogni di amarlo? Non potevi, come militante, come avanguardia, sceglierne un altro? Farne un altro? Perché fai lo storico? Perché fare lo storico come professione se vuoi essere un rivoluzionario «professionale»? O solo un intellettuale «organico»? Uno dei pochi rimasti? Fallo nel partito!

Le immagini e la visione

[…] Una delle cose che più è piaciuta agli intellettuali di sinistra di questo film è stata la sua produzione e la sua distribuzione «artigianale». Ora c’è tutta una lunga storia del rapporto che l’intellettualità organica italiana, ora più ora meno che in altri paesi, ha con l’artigianato; specie nel campo della conoscenza e della pubblicistica. E distinguerei qui l’artigianato della produzione della conoscenza dall’artigianato della sua distribuzione.

Io pure fino a poco tempo fa ho partecipato a produrre conoscenza (a sinistra) quasi esclusivamente in forma artigiana. Ma noi non ce ne siamo mai vantati. È stato sempre un limite impostoci: una condizione di povertà, di inefficacia, di marginalizzazione, che abbiamo patito e subito senza nessun entusiasmo. Proprio dagli anni ’50, una delle questioni che ci si riproponeva, in una rimeditazione del leninismo dopo lo stalinismo, per non ricaderci dentro, è stata quella dei modi industriali: di cooperazione collettiva industriale e di massa, di produzione della conoscenza, usabile – tanto per cambiare – produttivamente come nella crescita politica della forza lavoro sociale. Adesso invece si ritorna ad amare l’artigianato, anche per quanto concerne la produzione intellettuale. Io vedo in questo amore una rinuncia, un riflusso regressivo rispetto all’incapacità di saltare oltre e di vedersela con i problemi «politici» che la produzione industriale (da sinistra) della conoscenza pone alle forze soggettive e all’avanguardia, anche per la previsione e l’anticipazione come funzioni politiche di partito: ma all’interno della stessa nuova composizione di classe a cui sta «spontaneamente muovendosi» oggi in Italia la «forza lavoro sociale», nel suo movimento di lotta.

Questa regressione non è difensiva: è autodistruttiva! Non è della classe, è dell’intellettualità borghese. Dal suo interno l’artigianato produttivo si pone in molti sensi: come rinuncia agir spazi politici, come mancato sviluppo della cooperazione politica, come scoperta del lavoro concreto e del valore d’uso, ma facendo finta che non esista il valore di scambio ecc.

Come il ritorno alla manualità, alla terra, alle cooperative? L’industria viene negata dentro un mezzo industriale da almeno 50 anni, come è per suo vantaggio iniziale, il cinema. E tuttavia il film l’ha fatto una troupe che mantiene la divisione del lavoro tradizionale nell’industria cinematografica. Perché allora non cercare una diversa valorizzazione di questa natura industriale che il cinema ha sviluppato nei 50 anni della sua storia? Il cinema era salutato fin dalle sue origini dai primi cospicui intellettuali «organici » della classe operaia proprio perché imponeva di fondete ricerca e conoscenza e rappresentazione dentro forme industriali di produzione e di distribuzione potenzialmente più di massa e per le masse di quanto non riuscisse più a fare il teatro. Perché adesso gli intellettuali organici residui non vogliono più camminare per questa strada, quando finalmente sono possibili passi in avanti dell’industrializzazione: quali salti in avanti della comunicazione, della socializzazione, della pubblicazione e della pubblicizzazione. Perché mai?

Può fra l’altro essere una questione di spazi, di mezzi, di risorse, e quindi di forza ed organizzazione politica per darseli: è il rifiuto della politica o è la difficoltà di sperimentare nuovi modi di rapporto? O l’illusione di demercificare per l’ambigua via individualistica del primitivo? E il suo sposarsi con certo settarismo e minoritarismo?

Viene in luce nel modo in cui il film è stato fatto una posizione che già ricorreva nel Movimento studentesco del ’67-68 e nei suoi immediati dintorni. Un atteggiamento che ha avuto una notevole fortuna, in seguito, soprattutto a partire da una serie di attività promosse proprio da Lotta continua, quando era un partito. La questione degli «esperti» al servizio della classe operaia, poi, successivamente, e in particolare negli ultimi anni, al servizio di se stessi. E in realtà esperti, tecnici perché soltanto diversi, non parte: bensì esterni poi estranei alla classe operaia. Un modo molto sterile di affrontare il lavoro collettivo e la cooperazione. Soprattutto quando si tratta di «tecnici» non meno proletarizzati degli «operai di fabbrica». Ad un certo punto gli stessi sindacalisti hanno fatto proprio questo modo di definire i rapporti e ancora oggi si guardano bene di smetterlo: hanno cominciato a stabilire che loro (questi tecnici della contrattazione) erano i politici, e loro soltanto potevano avere un rapporto politico con la classe operaia, e qualunque altro «esperto» potesse avere solo funzioni tecniche: l’altro esperto, anche se proletario, deve mettere le sue competenze al servizio della classe operaia; ma essa è rappresentata dai suoi rappresentanti politici, e cioè dai sindacalisti; i quali soli sono competenti in fatto di linea politica eccetera eccetera. Ancora oggi nelle 150 ore o nel lavoro sull’ambiente e la salute in fabbrica le cose marciano sovente, poco e male, così. Anche nel film di Bizzarri. Da una parte ci sono i vecchietti ex operai che sono appunto il soggetto-oggetto di ricerca, la fonte orale: dall’altra i tecnici della troupe, esperti non solo in cinema ma anche in raccolta, archiviazione, distribuzione della storia orale. Nel film i vecchi ex operai ed ex militanti possono parlare delle loro esperienze vissute: ma non sono chiamati a discutere, poi, del modo in cui esse entrano nel film, di come sono assunte in quanto storia, memoria ecc. Non si riprende nessuna discussione. Tantomeno ce li mostrano discutere della realizzazione e produzione del film ecc. E tantomeno della sua distribuzione ecc. La stessa cosa succede ad esempio nelle radio libere; o nei giornali: ci sono i tecnici della radio da una parte che discutono tecnicamente, dall’altra magari gli intervistati dai giornalisti, che possono essere militanti e proletari operai, che sono a loro volta dei tecnici; eppoi al di là ci sono gli utenti, gli ascoltatori, il pubblico: che può essere costruito a sua volta di militanti e magari di operai, di proletariato giovanile e femminile ecc.

Si assumono questi ruoli separati come buoni e definitivi anche per la ricerca di parte proletaria. Il proletariato non entra come soggetto della ricerca, non è chiamato a fare la ricerca come soggetto e tantomeno come soggetto politico nemmeno potenziale: ha la sua storia; ma la ricerca è di competenza degli esperti: degli intellettuali borghesi quando è esperienza culturale! È una fonte passiva individuale di racconto vissuto oppure, poi, un utente che riceve un prodotto già bell’e confezionato da alcuni specialisti di quel settore produttivo di cultura lì (pertanto borghesi) o di quell’altro settore dell’industria culturale, in forme artigiane! A me sembra che oggi questa strada non porti lontano. Meno lontano di ieri. Perché la ricerca di questi «esperti» (che nella cultura sono gli intellettuali) in molti casi e campi non regge il confronto con la capacità di ricerca del proletariato stesso; specie di quella sua parte altamente scolarizzata che chiamiamo proletariato intellettuale; e di cui fanno poi già pane, come avanguardia interna al proletariato stesso, molti di quei famosi «tecnici». E tuttavia i tecnici proletarizzati sono presi a pesci in faccia sia – da un lato – dagli intellettuali borghesi (anche del sindacato o dei partiti e perfino delle amministrazioni rosse dell’esistente) e dall’altro lato da paleoperai stile anni ’50 col mito reazionario e separante delle «mani callose» e della militanza miticamente ad esso adeguata.

L’uso del cinema nella ricerca anche di «storia militante», come l’uso della radio e della televisione, del teatro e di tutto quanto, e anche della stampa, va posto come rifondazione integrale del modo di usare questi strumenti: non solo per tirarne fuori un nuovo linguaggio, ma per far crescere moltiplicando proprio processi di ricomposizione di classe che hanno bisogno di un uso diretto della ricerca e conoscenza dentro la classe e i movimenti di lotta; come «autovalorizzazione», e come organizzazione innanzitutto di movimento: sia al livello dei piccoli gruppi e collettivi di ricerca, sia di momenti già di collettivi più vasti; e quindi di una comunicazione estesa e assai più diffusa, anche nel territorio, sia come problema di uso proletario sistematico diretto dei più potenti mezzi di comunicazione di massa nella ricerca anche scientifica di massa ma di parte. Come pratica diretta del movimento, come organizzazione della classe. Che è poi un’altra cosa, una cosa diversa, dal loro uso da parte di un partito come funzione di previsione e anticipazione tattica per fini specificamente interni alla «politica». […]

Il proletariato e la cultura scritta

[…] Ripeto: non è affatto vero che la cultura e la memoria del proletariato sono solo orali! È vero il contrario! […] Se hanno contribuito di più alla formazione e alla autovalorizzazione della forza lavoro italiana, della classe operaia in particolare, i Fratelli Fabbri che certe riviste di sinistra, se c’è più politica e analisi sociale e possibilità di autoformazione dentro la «Gazzetta dello sport» o nei settimanali di evasione femminile che nella stampa di sinistra, invece di recriminare dobbiamo capire come mai la faccenda funziona e va così, e tenerne conto. C’è lo stesso atteggiamento che agli inizi degli anni ’60 circolava contro l’automobile e gli elettrodomestici fra giovani borghesi di sinistra con la cameriera in casa e che viaggiavano in tassì! Oggi è la cultura scritta che ha la funzione differenziale e gerarchizzante ma il proletariato l’ha capito e la usa anche per questa autopromozione! Ma allora la borghesia cerca di riservarsi la cultura dei rapporti personali, specie più profondi: dai sentimenti alla sessualità colta e letteraria; la borghesia cerca di serbare questo per sé come privilegio differenziale: per marcare la distanza di classe che altrove, nei consumi, non c’è più: e la valorizza riservandosi un ritorno dentro la propria tradizione culturale filosofica e letteraria della «crisi».

Ma io direi qualcosa di più ancora. Non solo la classe operaia oggi in Italia si riproduce nella cultura scritta: ma per l’emergere dentro la ricomposizione di classe di figure sociali come il proletariato intellettuale in posizioni egemoni, nei movimenti di lotta, è già possibile sostenere che il proletariato si va appropriando caparbiamente della cultura scritta strappandone spazi sempre più ampi nel consumo innanzitutto – come è ovvio – alla borghesia che fino a ieri aveva il controllo esclusivo della grande cultura: tanto più che in seguito a questa appropriazione possiamo dire che presto possiederà complessivamente più cultura scritta il proletariato che complessivamente la borghesia: soprattutto perché una certa piccola borghesia assai estesa è già più illetterata di gran parte dei proletari! E qui dentro c’è implicato il discorso sulla cultura scientifica e sull’uso operaio della scienza.

Quello che sembra contare è il modo in cui la cultura di massa diffusa dall’industria culturale essendo anche, assai, cultura della parola scritta, è costretta ad appropriarsi e a sostanziarsi sempre di più della grande cultura e della stessa cultura scientifica, e anche ad offrire in forme di merci momenti di pensiero critico; e l’uso che il proletariato riesce a farne per se stesso nella sua mediazione. E un altro tema da approfondire è come il valore di scambio della cultura-merce, della cultura mercificata deve fare i conti col valore d’uso, come domanda effettiva, come «potere e forza di mercato» del proletariato in quanto soggetto per se stesso; nientaffatto manipolabile a piacere dalla pubblicità e dai mass-media.

[…] Certo rimane tutto un grosso discorso sulla peculiarità formativa della parola scritta in certi determinati modi di scriverla, anche in rapporto al pensiero e anche al pensare mediante parole, e all’astrazione e alla povertà delle conoscenze nostre in questa direzione. E nel produrre letteratura, nel distribuirla e nel consumarla. Anche qui c’è la questione dei mass-media, della stampa e dell’industria culturale. Basterebbe vedere come sopravvive a sinistra il mito vecchio di mezzo secolo del «giornalista» come corrispondente artigiano che (come un antropologo leggero e artigiano industriale d’assalto della notizia e dell’informazione) è inviato in situazioni sociali in cui si cala per qualche giorno, si appropria di informazioni e poi fugge col bottino e guai se rimane contaminato dai proletari! Si fanno vaccinare prima con l’ideologia dell’artigianato: mentre nella realtà oggi il giornalista è un operaio comune parcellizzato dell’apparato industrializzato della notizia, comandata da altri. Ancora una volta l’illusione dell’artigianato! Questo vale per i nostri giornali perché sono indietro di mezzo secolo. Non sarebbe meglio valorizzare e assumere nella valorizzazione della classe questi operai comuni della notizia, proprio perché sono poveri proletari come gli altri?

E quindi non sarebbe meglio vedere anche per la stampa (la comunicazione di massa, l’industria della notizia o l’industria culturale) come il proletariato intellettuale che ci sta dentro possa contribuire alla ulteriore appropriazione di queste risorse da parte della classe operaia stessa, mediante momenti intermedi e strutture organizzate anche di personale politico. Ma in una prospettiva di appropriazione di classe di questi strumenti potentissimi, per autovalorizzazione e lotta politica di classe operaia. La questione è sempre quella di come possono muoversi gli intellettuali: fra proletariato e politica, ma nella lotta di classe.

Orbene, la classe operaia si va talmente appropriando della cultura e della parola scritta, che, soprattutto per quanto concerne i giovani [i quali sono più malleabili, più vulnerabili dalla propaganda e dalla pubblicità, ecc., accettando più facilmente le mode e i modelli imposti via via l'uno dopo l'altro con frequenze sempre più strette (ma la borghesia consuma «il classico», integra la moda nella sua tradizione esclusiva!)], si vede una pressione dei mass-media per ridurre, perlomeno, ai loro occhi, l’importanza e la potenza della parola scritta e dei mezzi letterari! Dove quello che noi avremmo interesse a respingere è la limitazione della capacità comunicativa complessiva e non il fatto di proporre altri e ulteriori modelli di comunicazione; che invece possiamo contribuire perché vengano ad aggiungersi alla parola pensata, detta e scritta aumentando il potenziale di comunicazione stesso. E poi interessa anche cosa comunicare, e non solo il linguaggio. Pertanto un breve accenno a concorrenze fra settori dell’industria culturale stessa, fra i mass-media stessi, che poi però celano sforzi di riduzione che proprio le esigenze di dare sbocco alle merci del settore che vende letteratura e cultura scritta riescono abbastanza a vanificare!

[…] Lasciamo perdere, per ora, questo ed altro, e concludo qui, purtroppo. Do un taglio netto perché sennò non finisco proprio più, e già scrivo di corsa: sono innumerevoli le altre cose su cui mi interesserebbe far parola «scritta» su «Ombre rosse». Ho solo sfondato porte aperte e spalancate? Sono tutte questioni vecchiotte; ne sono convinto anch’io. Non c’è molto di nuovo e i processi si muovono e muovono dentro antiche tendenze: però arrivano a soglie nuove. Quando si avallano certe antiche superstizioni col pretesto che le cose cambiano, sovente si torna ancor più indietro ai miti e credenze di quella ancor più antica preistoria di quando la preistoria specificamente capitalistica ancora non c’era. Se avalliamo queste cose, di «rosso» rimangono ancora almeno delle «ombre»? Almeno nella nostra stampa e nel nostro cinema, nella nostra produzione «culturale», di noi personale politico e intellettuale, che per quanto ci faccia schifo (or più or meno, ora niente affatto addirittura) non cessiamo di essere da un lato professionisti della cultura (il che vuol dire che in qualche modo la cultura ha qualche aspetto che ci interessa!), e dall’altro lato, benché l’espressione ci faccia venire i vermi o le convulsioni, non cessiamo di tentare di essere «organici». Volendo per davvero estinguerci materialmente come specie; per andare oltre questa figura ormai condannata ma non ancora soppressa, estinta; per raggiungere qualcosa d’altro, di nuovo e di diverso, in relazione a coloro alla cui trasformazione, che procede impetuosa anche senza di noi, siamo «organici», cosa facciamo? E quindi non volendo regredire alle sue forme infantili, o embrionali, dentro il grande utero della Borghesia, magari rifecondato dalla riscoperta di una precedente cultura «aristocratica» proprio nel suo élitismo (altra forma di etilismo?)?

Ognuno fa quello che gli pare e piace. Per carità. Come intellettuali borghesi siamo «uomini liberi»; ma il proletariato intellettuale mi sembra che come avanguardia emergente del proletariato marci in una ricomposizione di classe che adesso ci emargina verso altre e più «necessarie» liberazioni, perché la sua libertà è altrimenti condizionata. O no? Credo che se qualcuno legge queste note, è proprio la questione che si parli ancora di intellettuali «organici» a infastidirlo: questa espressione gramsciana… Appunto, ne restano pochi. Ma gli altri? E i pochi in che direzione vanno? A cosa servono? Loro che non sono costretti né a cambiare, né ad andare avanti, né a crescere; loro che sono liberi di fare quello che vogliono.

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