O proletarskoy kul’ture spaziale



In questo testo di «scatola nera» l’autore di Marte oltre Marte. L’era del capitalismo multiplanetario, DeriveApprodi 2019, affronta una interlocuzione critica con alcune teorizzazioni di Rosi Braidotti espresse nel suo libro Il postumano. La vita oltre il sé, oltre la specie, oltre la morte, DeriveApprodi 2014, seconda edizione 2020 (è di prossima pubblicazione, della stessa autrice, Il postumano vol. 2. Saperi e soggettività).


Immagine da: La fabbrica. Socialismo o barbarie, grafica di Max Capa.

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Antefatto Lo scambio di visioni del mondo ha inizio con un’intervista a Rosi Braidotti al «Corriere della sera», del 4 aprile 2021 dal titolo, un po’ fuorviante: Rosi Braidotti: «I nuovi colonialisti vanno su Marte e dimenticano la Terra». Dico fuorviante dato che il senso complessivo della riflessione è solo in parte rivolta al capitalismo spaziale, anche se esso assume il ruolo di timone atmosferico di un po’ tutta l’intervista: «Pensiamo al recente atterraggio su Marte; sappiamo tutti benissimo che dietro questa nuova corsa spaziale ci sono Elon Musk, Amazon, Virgin Airlines, Google... In fondo ciò che sta accadendo nello spazio è transumanesimo puro che riproduce le logiche del colonialismo del 1500. Come dice Musk stesso, questa è la più grande opportunità commerciale dalla scoperta dell’America a oggi. Pur di non prenderci cura del pianeta, degli animali, delle relazioni con la diversità, stiamo già lavorando per la fine della vita sulla Terra e l’inizio di quella su Marte». Poco più avanti, sempre Braidotti demanda alle parole dell’astronauta Samantha Cristoforetti la proposta di uno spazio extraatmosferico più a misura d’esseri umani, contrapposto all’esplicito approccio colonialista e patriarcale di cui sono portatori gli imprenditori spaziali (astropreneur) di matrice neoliberista: «… mandiamo allora anche donne disabili nello spazio per completare l’idea di umanità».

Espansione Prima di incontrare la controparte del dibattito, mi vorrei soffermare sulle argomentazioni di Braidotti che si articolano su almeno tre punti così riassumibili: 1) la New space economy (o NewSpace) è una forma di colonialismo, né più né meno, come quella che interessa e ha interessato localmente il nostro pianeta. Stessa identica logica quindi, ma su scala differente. 2) La spinta capitalista verso gli altri pianeti del sistema solare ha una radice acosmista in senso arendtiano, come disaffezione per la Terra in vista di una nuova casa da abitare, di cui, eventualmente, prendersi cura. 3) L’accesso plurale (democratico?) allo spazio extraatmosferico transita, semmai, per una rappresentanza cosmopolita delle differenze in esso residenti. La Corsa allo spazio si manifesta, fin dal suo inizio ufficiale negli anni Cinquanta, in una prospettiva politica e colonialista, all’origine celata dietro un sottile manto tecnoscientifico: come ha ben raccontato Amadeo Bordiga nella sua raccolta di scritti dal 1957 al 1967 per «Il programma comunista». L’approccio retorico e spettacolarizzato, ma al contempo cauto, di quei primi passi trova la sua ragione d’essere nell’impreparazione tecnica, che altrimenti avrebbe già allora reso possibile lo sfruttamento a pieno delle risorse disponibili nella dimensione ultraterrena. Nel 1967 questa cautela condusse addirittura alla stesura di un Trattato sullo spazio extra-atmosferico che impegnava gli Stati sottoscriventi a non rivendicare forme di proprietà su quanto prelevato, o su quanto stazionasse, al di fuori della biosfera terrestre. A distanza di cinquant’anni, e con molta più tecnica alle spalle, il senso del trattato è stato di recente completamente annichilito col Commercial space launch competitiveness act (2015) con cui gli Stati Uniti s’impegnano a proteggere (col diritto e con la forza) gli interessi delle proprie aziende in sede extraatmosferica. È altresì chiaro (come già intravedeva Edoardo Rothe nel 1969) che anche nelle missioni spaziali a scopo puramente scientifico lanciate dagli anni Settanta a oggi (quelle verso Venere e le recenti verso Marte, in cui gli astropreneur non sono al momento coinvolti), se la scienza che le rende possibili non può realisticamente dichiararsi indipendente dal sistema economico che le pianifica, allora anch’esse in larga misura, e in modo indiretto, rappresenteranno solo ed esclusivamente degli interessi di classe (anche se in parte essi possono coincidere con gli interessi dell’umanità nel suo complesso): si veda, per fare un esempio illuminante, la missione della sonda Osiris-Rex all’indirizzo dell’asteroide Bennu. Essa sperimenta tecniche di cosiddetto asteroid mining: allora ne sapremo scientificamente di più circa l’origine e la composizione degli asteroidi, ma al contempo stiamo imparando ad atterrare su di essi per prelevare minerali in vista della futura industria mineraria spaziale. Ha quindi ragione Braidotti a parlare di una forma di colonialismo. Tuttavia, in questo progetto che definirei più propriamente espansionistico, il rischio che il Capitale sta correndo è quello del proprio superamento in vista di qualcosa di ancora non definito. La differenza sostanziale con il colonialismo delle origini è infatti insito nella gestione della sua estensione, la cui amministrazione potrebbe rivelarsi troppo problematica e condurre a disfunzioni nel meccanismo d’appropriazione del plusvalore prodotto al di fuori del suolo terrestre. Si tratta quindi di ricontestualizzare almeno in parte l’intuizione luxemburghiana che, pur non essendosi mostrata veridica per quel che concerne il colonialismo su un solo pianeta, potrebbe divenirlo nell’espansione del modo di produzione a tutti i pianeti occupabili. È interessante, a questo proposito, quanto sostenuto da parte liberale, da Marko Kovi dello Zipar (Zurich Institute of Public Affairs Research) a proposito della necessità di creare una preventiva legislazione spaziale che guardi al sistema solare come a una federazione di pianeti abitati entro cui, al momento, l’unico corpo celeste a soddisfare tutti i prerequisiti è la Terra. La legislazione dovrebbe, sempre preventivamente, prevedere l’idea di una forma di riconoscimento delle spinte indipendentiste che di necessità emergeranno nella federazione e che se, fin da subito, non adeguatamente gestite potrebbero condurre al disfacimento degli equilibri di produzione, con l’apertura d’insanabili antagonismi tra pianeti. Dal punto di vista del capitalismo multiplanetario ci troviamo quindi nella medesima fase pioneristica in cui fu sottoscritto il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967. Tanta cautela e buoni propositi. Si tratta allora di una forma di colonialismo molto diversa rispetto a quella pensata da Braidotti, in cui la posta in gioco è l’espansione definitiva del capitalismo e la risoluzione conclusiva delle fluttuazioni legate allo stazionamento in una condizione geometrica originaria illimitata ma finita. Oppure la sua fine. Fuori dall’immanenza L’acosmismo arendtiano prende avvio da una specifica concezione di modernità e del suo rapporto-dipendenza con la tecnica. Quando quest’ultima si trasforma da tecnica nel mondo a tecnica fuori dal mondo si assiste, secondo Hanna Arendt, a una trasformazione radicale che riguarda tanto la specie umana quanto le condizioni d’abitabilità del suo mondo. La disaffezione per il pianeta Terra, allora, non ha più i connotati romantici dell’abbandono, del non prendersi già più cura (come afferma Braidotti), in cerca forse, di un nuovo inizio, ma quelli dell’indifferenziato, dello sguardo sempre-identico, che la specie umana rivolge alla propria condizione esistenziale e al proprio ambiente da una posizione che, illusoriamente, non è più immanente. Allora: quando abbiamo smesso di prenderci cura del pianeta? Quando abbiamo iniziato a guardare all’altro da noi come a una mera risorsa? Sono domande retoriche, come retorica è l’idea del prendersi cura tanto più dopo la durissima lezione sulla ratio strumentale impartita da La dialettica dell’Illuminismo. Ma anche in Arendt (come in Braidotti) la posizione tradisce una sorta di idealismo per una non meglio precisata condizione originaria, in cui il distacco sarebbe collocato in un tempo preciso e riferito a un preciso evento: in questo caso, al guardarsi dal di fuori della biosfera insito nella Conquista dello spazio. L’acosmismo è, invece, una condizione connaturata allo sviluppo capitalistico (alla sua razionalità dei mezzi) e alla conseguente concezione di flessibilità del capitale variabile: la forza lavoro. In chiave biopolitica, l’umanità è da sempre alla ricerca di un habitat che sfugge perché variabilmente connesso alle mutevoli esigenze dallo stadio di sviluppo del modo di produzione. L’umanità è sempre stata un Manimal (1983): si è trasformata in talpa quando l’estrattivismo ha richiesto di scavare gallerie, in anfibio quando la ricerca di giacimenti d’idrocarburi l’ha trasportata nel bel mezzo degli oceani, in tardigrada ora che dovremo affrontare le sfide dello spazio esterno. L’acosmismo contemporaneo è quindi l’evoluzione della fabbrica estesa, espansa lungo tutta la cosiddetta zona abitabile circumstellare, in una prospettiva di emergente società multiplanetaria. Il suo non prendersi cura del pianeta coincide allora con un processo di livellamento dell’habitat terrestre alle condizioni medie della nuova zona abitabile: del nuovo luogo di lavoro. Non ci espandiamo nello spazio perché abbiamo smesso di prenderci cura del nostro mondo; ce ne prendiamo cura in una modalità nuova che ci consentirà di dimorare nello spazio. Ciò potrebbe rendere l’habitat qualcosa di drasticamente irriconoscibile agli occhi di un contemporaneo. Gattaca Ultimo punto: da quando la totale omologazione della forza lavoro (di quella cosiddetta abile con quella cosiddetta differentemente abile) è divenuta sigillo di garanzia del pluralismo? La premura tipicamente cosmopolita di Braidotti porta ancora con sé l’originario imprimatur borghese e illuminista del formale allargamento dell’arena della contrattazione (ancora quello della Liberté, Égalité, Fraternité) nella vana speranza che un domani, da qualche parte, qualcuno trovi un posto anche ai diseredati. Avere il permesso di riempire la Duma di Stato dell’Impero Russo di donne, di differentemente abili, di cyborg dissidenti, di vegan animalisti, di ciclomilitanti e di trans-soggettività, non ci ha condotto al superamento dei rapporti sociali basati sul privilegio e l’interesse di classe. Il 1905 ce l’ha insegnato! La totale fungibilità è già da sempre caratteristica del lavoro salariato. Eccolo allora il cosmonauta Vincent Freeman in partenza per Titano, a cena con l’ex valido Jerome Eugene Morrow che gli ha venduto il proprio patrimonio genetico. Si guardano e il primo favella: «Dovresti andarci tu al posto mio», «E perché?», «Perché lassù le gambe non ti servono» Gattaca (1997). Space economy A distanza di un giorno dall’intervento di Braidotti, una risposta porta la firma di Adriano V. Autino e Alberto Cavallo in rappresentanza della Space Renaissance, organizzazione di appassionati di spazio extraatmosferico che si pone come gruppo di pressione culturale per l’evoluzione dell’umanità in questa direzione. La risposta presenta molte ingenuità, anche solo per via del suo porsi nell’incomodo (ma forse involontario) ruolo di avvocato d’ufficio del neoliberismo spaziale. La Space Renaissance si domanda se Braidotti sia al corrente degli scopi filantropici dei due astropreneur Jeff Bezos e Elon Musk, vessilli indiscussi della New space economy: «Braidotti non fa caso al fatto che Musk sia anche il primo produttore di auto elettriche, e che Bezos sia il detentore di un piano a lungo termine avente l’obiettivo di rilocare tutta l’industria pesante nello spazio geo-lunare, trasformando la Terra in un bellissimo giardino naturale». Le argomentazioni sono, forse, un po’ deboli, come quando si rimprovera a Braidotti di parlare di colonialismo dato che là fuori non ci sono popolazioni da colonizzare. Un po’ ingenua appare la constatazione che proprio per evitare questo fraintendimento, in campo aerospaziale si sta cercando di non utilizzare più la parola colonizzazione. Come se ciò bastasse a farci dormire sonni tranquilli. L’assunto che i due suddetti imprenditori rappresentino la punta più avanzata della forma attuale di capitalismo liberista e accelerazionista, sia chiaro, non è neanche in discussione! Non basta un colpo di spugna tardo fukuyamista, il porsi formalmente oltre le ideologie, per mettere a tacere le ragioni braidottiane: «Ebbene, al di là delle ideologie – capitalismo, socialismo, liberalismo o collettivismo – vi sono persone che non si adattano a rimanere a combattere con i propri fratelli per accaparrarsi le briciole di quello che rimane, quando le risorse diventano scarse […] si tratterà di un processo di rinascimento spaziale, dove un astro-liberismo democratico e illuminato potrà fungere da nuova ideologia, consapevole che, nella grande abbondanza di risorse, tutte le competizioni possono essere più leali, e meno letali per chi non risulta il primo?». La risposta è certamente no! Musk in questo può permettersi di essere schietto, e lo è quando dice che lo spazio potrà essere un grande affare e popolarlo un affare ancora più grande. Mi domando allora, ad esempio, se la Space Renaissance sia al corrente, delle radici storiche del NewSpace ben piantate nell’Alt.Space degli anni Novanta di matrice suprematista e nazionalista in casa statunitense. Tuttavia, non è questo il punto della questione dato che, come ho cercato di argomentare, entrambi, in modo differente, sbagliano. Tanto più che personalmente credo che abitare lo spazio extraatmosferico possa essere una grande opportunità umanistica. Le argomentazioni della Space Renaissance hanno comunque il merito di smascherare un certo provincialismo cosmopolita nello sguardo di Braidotti, che a mio modo di vedere risiede nell’insistenza, non solo sua, sulla figura sfocata del postumano, e nel tralasciare del tutto quella più comprensiva e urgente del postterrestre. In fondo come possiamo essere postumani se umano nessuno sa cosa abbia mai significato, dato che di volta in volta il senso mutava con le priorità dei modi di produzione? Cultura proletaria dello spazio La questione che da qualche anno sta tornando a essere spunto di riflessione è quella dell’edificazione di una proletarskoy kul’ture (spaziale, io aggiungo) di ispirazione bogdanoviana. C’è ancora una certa resistenza a guardare alla New space economy come a un settore solido e tracciante, per quel che riguarda lo sviluppo capitalistico. L’intervento di Braidotti è però significativo provenendo da un campo d’analisi tradizionalmente lontano dalle questioni spaziali. Segno del fatto che la pressione da parte del NewSpace si sta facendo sempre più avvertibile nel nostro quotidiano. Allora l’idea più generale è quella di sviluppare le premesse per una cultura di classe che guardi criticamente a questo passaggio di fase. La proletarskoy kul’ture spaziale non avrebbe il compito di opporsi di principio all’occupazione dello spazio extraatmosferico, ma quello di trasformare l’espansione della comunità umana in una possibile (auspicabile) demoltiplica per le forme di vita sulla Terra. Ciò nella consapevolezza che il nostro pianeta appartiene a un ordine più esteso di cose di cui, ovviamente, il sistema solare e gli oggetti celesti in esso fanno parte. Fintantoché quest’ultimi non erano raggiungibili al più essi potevano trovare posto (nella modernità) in una sorta di politica astrologica, o in analisi altamente anticipative talvolta fuori scala (ad esempio nella letteratura utopistica). Oggi essi divengono, a tutti gli effetti, elementi di conflitto e contrattazione politica quotidiana, dato che la trasformazione della forza lavoro e del suo ambiente lavorativo in chiave multiplanetaria sta accadendo già qui e ora.

Se la forma di riflessione femminista, ma non solo, rappresentata da Braidotti mostra insofferenza verso ciò che è altro dalla Terra, mi è parso invece molto interessante l’approccio xenofemminista in almeno due dei suoi punti: 1) La prospettiva di un’autodeterminazione fisica sulla base dell’acquisizione di strumenti di ingegneria genetica: biohacking. Essa equivarrebbe allo sviluppo della cultura hacker per quel che ha riguardato l’avvento dell’era digitale e delle relative piattaforme. In questo contesto il ruolo fondamentale del biohacking sarebbe quello di fornire soluzioni alternative rispetto a quelle già offerte dalla bioingegneria ufficiale e dalla biologia di sintesi spaziale: entrambe impegnate (al momento nella direzione indicata dal Capitale) nella trasformazione del corpo fisico in qualcosa di più conforme alla condizione multiplanetaria. 2) La prospettiva filosofica e politica dell’alienazione nel duplice senso del sentirsi altro dalla conformazione politica data al pianeta, ma anche alienati da un luogo in particolare, onde percepirsi come parte più generale di un contesto che va oltre le dicotomie proprie del nostro pianeta d’origine. La mia idea è che se il Cosmismo bogdanoviano empiriomonista si pone come origine di questo possibile pensiero postterrestre, lo xenofemminismo (ed altre pratiche che qui non ho il tempo di citare) ne costituiscano una naturale evoluzione (un superamento della prospettiva assunta da Braidotti, inadatta ad analizzare le questioni inerenti le trasformazioni sociali a opera della space economy) in vista, di una compiuta e matura proletarskoy kul’ture spaziale.