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Marx, la tendenza tendenziosa e l'antimperialismo dei lupi/agnelli (prima parte)

A proposito de La guerra capitalista (Mimesis, 2022)




Carmelo Buscema è ricercatore di sociologia dei fenomeni politici presso l’Università della Calabria, dove insegna Geopolitica e Rapporti internazionali e si occupa di neoliberismo e processi di finanziarizzazione. Il testo che segue è una critica al lavoro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, La guerra capitalista (Mimesis, 2022), volume che abbiamo discusso in questa sezione (vedi: https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-guerra-capitalista) e del quale seguiamo il vivace dibattito che le tesi lì espresse stanno suscitando.


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Life on Marx?

Dal parapetto affacciato sullo spettacolo della fine della storia, nel 1990 David Bowie cantava la famosa canzone sulla ragazza dai capelli color topo, che per sfogare la tristezza del suo sogno manifestamente infranto – come il nostro –, camminava verso la consolazione di uno schermo cinematografico argentato. Ma il film dato era di una noia mortale, e a lei risultava esasperante lo stupido entusiasmo per quel freakest best selling show, dei ciechi spettatori vocianti al suo fianco. Is there life on Mars? – allora si chiedeva, desolata, la ragazza, alla ricerca di una speranza più lontana da sperare.

Se l’autore della monumentale opera di cui «Il Capitale» è la summa, fosse un pianeta – e Karl Marx è un intero pianeta, conosciuto e da esplorare– formuleremmo alla stessa maniera, oggi, la nostra inquietudine al cospetto dello spaventoso «destino da carne industriale e da cannone» che ci aspetta: c’è (ancora) vita su Marx?


Arrivano i vostri! (Rimpiazzano i nostri)

Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli arricchiscono di molti rilevanti contributi il loro recente libro «La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione e nuovo conflitto imperialista» – che chiunque abbia a cuore le sorti di questo mondo, da una prospettiva progressista, dovrebbe premurarsi di leggere, e meditare criticamente. Come esploratori, dopo un disastro, investiti del compito di perlustrare dall’alto le condizioni di possibilità rimaste su quell’astro per la ricostruzione delle prospettive collettive di sollievo e di futura felicità, i tre autori tornano da quel viaggio su Marx con un’immagine sconsolante di bilancio sotto al braccio, ma anche di un’ottimistica proposta di rilancio della sua vitalità. In primo luogo, infatti, essi constatano la devastazione della gran parte delle strutture d’urbanità che i movimenti popolari – usando intelligenza, sacrificio e generosità –avevano edificato su questo pianeta nel corso del tempo, procurata dalla tempesta di meteoriti che il neoliberismo vi ha spietatamente scagliato contro. Secondariamente, essi annotano come, tra queste lande, latitino ormai i nuovi esponenti politici e intellettuali di quei medesimi movimenti popolari: sia perché da qui essi sono stati, con scrupoloso metodo – fatto di violenza, ricatto e disincentivo –, letteralmente allontanati; sia perché da qui, in taluni altri casi, essi stessi si sono inopinatamente autoesiliati. Infine, gli autori completano tale immagine di disperazione, denunciando come, da qualche lustro, a rovistare con spirito di sciacallaggio tra queste macerie disabitate, siano tornati quelli che il Moro di Treviri, con colore efficace, chiamava i «sicofanti del capitale», sollecitati dalla necessità di trovare cause e soluzioni – anche «rivoluzionarie», purché favorevoli alla conservazione – all’incalzare ed espandersi del nuovo ciclo di crisi strutturale che, in questa stagione, attraversa e scuote lo scenario globale.


Andiamoci piano, perché qui la faccenda è urgente

I nostri bravi esploratori di mondi prodigiosi divenuti purtroppo lontani, compiendo il viaggio di ritorno sulla Terra, ci consegnano pure una proposta votata al rilancio della vitalità mortificata sul pianeta Marx; giacché questa sarebbe indispensabile allo sforzo di ricostruzione delle nostre ambizioni e speranze di emancipazione e pace – che in fondo sono le stesse di duecento anni fa (sebbene riattrezzarle, ora, sia diventato ancora più difficile e urgente). I tre autori del libro contribuiscono anche a questo esercizio necessario, innanzitutto, proponendo di riabilitare proattivamente quegli elementi epistemologici, categoriali e metodologici, da essi ritenuti prioritari, ed effettivamente assai preziosi, che giacciono inutilizzati sulla superficie crivellata dell’astro Marx: su tutti, la loro attenzione si concentra specialmente sugli occhiali prodigiosi della «legge tendenziale» che governa il movimento della nostra società. Essi consentono, infatti, di fare rientrare entro lo spettro del visibile la dinamica ultravioletta di «progressiva centralizzazione del controllo del capitale in sempre meno e più grosse mani», nonché di misurarne l’effettività, che prende a farsi vieppiù globale. Tuttavia – qui anticipiamo, per poi meglio argomentare –, una volta inforcate queste lenti, i nostri rimangono intrappolati nella rischiosissima tentazione di scambiare – senza altri filtri, né adeguata ponderazione – ciò che quello strumento ottico particolarmente offre alla nostra comprensione, con la stessa intelligenza complessiva del reale. In definitiva, l’operazione di riscatto del metodo della fondamentale legge tendenziale di movimento della società capitalista, riteniamo si schianti sotto il peso insopportabile di una pregiudiziale lettura tendenziosa della nostra attualità, che rischia di partecipare del formidabile gioco di prestigio occidentale teso spettacolarmente a scambiare le fattezze del vecchio lupo imperialista con quelle dell’agnello, e la rappresentazione delle popolazioni usurpate del mondo con l’immagine degli aggressivi usurai. Tale esito non è certamente frutto e segnale di semplice errore, né tanto meno di una equivocata visione particolare, ma va considerato, piuttosto, come l’indicatore del tasso estremo di difficoltà con cui collettivamente ci dobbiamo cimentare, che è proprio della sfida epocale di lettura e trasformazione della nostra condizione attuale – attraversata da sempre più incalzanti strumentalizzazioni, ingiustizie e sofferenze; ove tornano a spadroneggiare morte, disastri e guerre, con feroce metodo. È proprio tentando generosamente un così arduo sforzo, reso ancor più concitato dall’urgenza, che il proverbiale asino, a conclusione dell’operazione che ispira il libro, con fragore, riteniamo, caschi.

Quindi armiamoci di calma – come si dice – e procediamo qui per gradi, dovendo concretamente confrontarci con questioni terribilmente serie come i ranghi, le uniformi e le guerre.

Nelle pagine a seguire di questo primo intervento, poniamo le basi analitiche proprie della nostra comprensione critica del libro in questione; mentre riserviamo lo sviluppo più articolato e compiuto delle nostre obiezioni a un successivo contributo.


La lotta di classe dentro la lotta di classe

Il nocciolo del messaggio scientifico e politico sviluppato attraverso le pagine del libro deve essere compreso, e può essere espresso, all’interno della cornice che a seguire ricostruiamo. Dal punto di vista materialistico, il movimento e le curvature che la storia umana di volta in volta assume, nello spazio e nel tempo, sono forgiati dai colpi che i gruppi sociali reciprocamente si sferrano all’interno di quella dialettica che l’ampia galassia dei socialismi ha chiamato lotta di classe. Tuttavia, l’esperienza collettiva suggerisce come quest’ultima non vada intesa – come pure una superficiale e ottimistica vulgata rivoluzionaria pretenderebbe – soltanto nella forma della lotta con cui il proletariato organizzato, incalzando le strategie di sussunzione e sfruttamento messe in atto dalla borghesia, di fatto promuove lo sviluppo dei rapporti sociali di produzione e, per questa via, l’incedere dell’umano progresso tout court. E neppure solamente aggiungendo, a questo aspetto, il complemento della considerazione di quelle fasi cruciali della storia in cui la lotta di classe prende a svolgersi decisamente al contrario, nella forma delle rivoluzioni animate dal ricco contro il povero, utilizzando la dotazione di dispositivi e disposizioni che, per chi li subisce risultano, spiazzanti e momentaneamente inarginabili – come vero è stato nell’epoca delle enclosures, o in quella, più prossima a noi, del neoliberalismo. A fronte di ciò, gli autori del libro, meritoriamente, ci ricordano come determinante, in certe stagioni della storia, diventi una terza forma del conflitto sociale capitalistico: quello che si accende e rileva soprattutto nelle fasi in cui le precedenti due dinamiche della «lotta tra le classi», esauriscono al massimo le loro possibilità contingenti e sistemiche di svolgimento. Tale conflitto si manifesta nella lotta innanzitutto interna a una classe, quella borghese, innescata dalla configurazione di nette fazioni di posizione, condizione e interesse tra cui, a un certo punto, la competizione per il profitto fraziona i proprietari dei mezzi di produzione e di pagamento. Allorquando, superando certi limiti, questa forma di lotta di classe infra-borghese (la quale trova – va detto – il suo essenziale complemento nei diversi modi del conflitto orizzontale che parallelamente si diffonde tra le fasce popolari) si esaspera, essa alimenta meccanicamente una gigantesca sequela di eventi all’interno del sistema. Questa speciale foga economica competitiva è capace di una tale energia di trazione e ampiezza, da tendere a esplodere e a scatenarsi sia dentro che fuori le perimetrazioni degli Stati e dei loro blocchi macroregionali; e finanche da compiere, prima o dopo, un salto qualitativo essa stessa, che la porta ad assumere – ancor più rovinosamente – le forme in cui specificamente si esplicano le reciproche contese tra quelli. Brancaccio, Giammetti e Lucarelli chiamano precisamente «guerra capitalista» tale declinazione particolare della lotta di classe, il cui ampio spettro di svolgimento, sostanzialmente, procede dalla «regolare» competizione di mercato fra le imprese, che si dà entro le cornici istituzionali definite nazionalmente e internazionalmente; passa per la produzione e l’accumulazione di condizioni di sviluppo diseguale, e quindi di posizioni via via sempre più squilibrate, tra i diversi attori operanti nello schema; sbocca in dinamiche di «riduzione» di tali squilibri, funzionali alla «razionalizzazione» dell’intero sistema, attraverso meccanismi di assorbimento ed eliminazione degli interpreti e delle soluzioni relativamente più fragili agenti nel quadro della generale contesa; per poi degenerare, finalmente, in manifestazioni straordinarie e sciagurate prima di farsa e poi di tragedia. In particolare, l’una consiste nell’invocazione, da parte di fasce consistenti della classe borghese, della protezione dello Stato dal mercato – nella misura in cui quest’ultimo prende a procedere, appunto, secondo automatismi di selezione «naturale» delle imprese –; e l’altra nella derivata formazione di concentrazioni imperialistiche statual-capitaliste, ed eventualmente, nello scatenamento, tra esse stesse, di episodi e di trame di vera e propria guerra – tali da aggiungere il complemento militare agli episodi finanziari e commerciali della complessiva strutturazione, in chiave sempre più concentrata, del sistema.


La centralizzazione: legge di movimento tendenziale

Al centro esatto di questo micidiale marchingegno, in qualità di motore immobile del suo schema di funzionamento – di per sé orientato ad allevare le forze e gli strumenti di una potenziale catastrofe globale –, gli autori collocano la legge tendenziale, già individuata dal buon vecchio Marx, verso la centralizzazione del controllo del capitale in sempre meno mani, sempre più forti e capaci, che ha un effetto di riflesso sul controllo delle strutture in cui è organizzato il potere anche politico della società (a tal proposito, in linea con una parte importante della letteratura politologica che negli ultimi lustri si è variamente esercitata sul tema della post-democrazia, notevole e degno di più ampio approfondimento, è lo spunto analitico che anima il capitolo del libro dedicato a sottolineare il ruolo di potere cruciale acquisito dal banchiere centrale nella gestione dei livelli generali di solvibilità. A questa figura, più nel dettaglio, i nostri attribuiscono la decisiva responsabilità di regolare, soprattutto attraverso la fissazione dei tassi di interesse, il ritmo di una sorta di «scala mobile» per i capitali in posizione di credito a spese di quelli in difficoltà; e, in definitiva, di scandire i tempi e l’intensità con cui si svolge il processo stesso di centralizzazione).

Dotandosi di innovative tecniche econometriche, gli autori hanno raccolto e organizzato un corpus straordinario di dati decisivi rispetto al cruciale obiettivo di ponderazione e verifica empirica dell’effettività della legge di movimento tendenziale verso la centralizzazione del capitale, contribuendo, con ciò, in misura determinante alla formazione della consapevolezza scientifica della nostra condizione storica e sistemica. Il loro prezioso lavoro di ricerca, infatti, dà riscontro – tra le altre cose – di come: l’ottanta per cento del capitale azionario globale sia stabilmente controllato da una quota inferiore al due per cento dei proprietari di azioni; quest’ultimo valore, a cavallo soprattutto della cosiddetta crisi dei sub-prime, sia bruscamente precipitato addirittura sotto la soglia dell’1,2% degli azionisti mondiali; relativamente all’anno 2019, dei principali quindici Paesi per grado di centralizzazione di capitale – ancora, intesa come tasso di controllo concentrato della rete azionaria –, i primi quattro appartengano all’anglosfera (Gran Bretagna, Australia, Stati Uniti, Canada) generalmente attestati su valori vicini allo 0,3% (ad eccezione dell’incredibile caso britannico: 0,07%), laddove, in media, la macroregione dell’Euro si colloca tendenzialmente poco al disotto della barra del 2% dei proprietari; infine, ancora all’interno di quella classifica dei quindici Paesi sopra considerati, Russia e Cina occupino solo rispettivamente l’ultimo (9,46%) e il penultimo (4,96%) posto rispetto al loro grado di centralizzazione del controllo dei capitali.

Un primo commento relativo a questo quadro complessivo, deve innanzitutto notare come da questa forma di misurazione del livello di concentrazione sociale del potere politico-economico (o economico-politico, più propriamente) a livello globale, emerga con tutta evidenza un dato che la propaganda politica e il suo vocabolario martellante hanno reso controintuitivo, alle nostre orecchie, negli ultimi anni: e cioè quanto la struttura e la gestione del capitalismo occidentale, e segnatamente di quello anglosassone, siano enormemente più oligarchiche e inique rispetto a quelle delle cosiddette, e famigerate, «autocrazie orientali».

Un secondo commento, di tipo epistemologico e metodologico, da fare, è relativo all’impressione che gli autori glissino troppo facilmente sulla opportunità di riflettere sulla natura, sulla storia e sulle consistenze delle importanti differenze – quantitative e qualitative, spaziali e temporali con cui il movimento di centralizzazione si manifesta attraverso le complesse ed eterogenee strutture – sociali, economiche, politiche e culturali – del sistema mondo. Essi preferiscono spostare il loro accento analitico – forse troppo precipitosamente – sulla funzione livellatrice che, a livello globale, il processo capitalistico effettivamente agisce. Ciò, però, senza usare la sufficiente considerazione – riteniamo – per il fatto che ogni movimento di omogeneizzazione insiste, concretamente, sempre solo entro certi ambiti e misure; lasciando, quindi, di volta in volta salvi, o addirittura, per reazione, talora ancor più saldi, gli irriducibili baluardi costitutivi, nel quadro di ciascuna contingenza, dei cruciali differenziali politici, geopolitici, culturali e finanche emotivi, incidenti nei processi anche decisivamente. Quei capisaldi extra-economici non vanno certamente ricondotti ad alcuna forma immutabile di natura o essenza, essendo sempre plastici, dinamici, disputati e in definitiva storici; eppure, o proprio per questo, i differenziali che dal loro reciproco gioco sempre derivano, rivestono un ruolo potente, che non andrebbe mai sottovalutato, in seno allo svolgimento della storia e nella definizione del presente.

Terzo elemento: un esempio di questione che questo genere d’impostazione manca di notare abbastanza, e quindi opportunamente di valutare, è quello che otteniamo spostando, rispettivamente, il fuoco dell’attenzione analitica dalla dimensione geografica a quella temporale della centralizzazione, e il fulcro epistemologico dall’assunto dell’autonomia della struttura economica a una considerazione più riguardosa del ruolo che affianco ad essa la politica effettivamente gioca, in certe fasi da una posizione addirittura sovraordinata. Così procedendo, noteremo allora come il tasso di centralizzazione del controllo della rete azionaria relativo alla Cina, piombi e si attesti da un valore vicino al 13% a uno molto più comparabile rispetto a quello degli Stati Uniti – che rappresenta il riferimento, in quanto attore che del sistema è il decisivo perno –, solo in prossimità dell’ingresso del Paese est-asiatico all’interno del WTO (2001). In particolare, dal confronto di questi due casi emerge come i rispettivi processi di centralizzazione siano, l’uno rispetto all’altro, oltre che differenti – in relazione alla diversa natura dei «capitali» che ne sono oggetto, alle eterogenee forme e sostanze, materiali e immateriali, in cui questi si realizzano e accumulano, ai divergenti punti di equilibrio verticali in cui strategia e speculazione si combinano tra i poli opposti dell’alta finanza privatistica e della sovranità partitico-statualista –, anche differiti nel tempo, in ragione di fattori che hanno a che fare più con la struttura, le funzioni e l’ordine delle questioni proprie dei rapporti di potere, che con quelle delle relazioni di scambio. A tal proposito, quel cambio d’impostazione nella lettura, ci induce a comprendere l’evenienza di quella convergenza soprattutto come il risultato di una traiettoria deliberatamente intrapresa dai vertici politici della Repubblica popolare – certo aderendo o sottostando a condizioni e modelli imposte dalla struttura del contesto –, piuttosto che, invece, come un improbabile effetto di «normalizzazione» (ovvero di occidentalizzazione) della sua complessa architettura economica – magari subita passivamente, o acquisita per mero mimetico riflesso. Lo scopo intenzionale di tale emulazione sarebbe quello di attrezzare strategicamente condizioni di spinta e performatività competitiva, per il Paese, adeguate, congruenti e conformi rispetto all’obiettivo di interpretare proattivamente il proprio ruolo subordinato all’interno dello stato del gioco, degli attori e delle regole, comandato dai centri decisori gravitanti attorno a Washington. Per inciso sia detto che sciogliere questo nodo geopolitico fuori dalla mera logica dell’astrazione numeraria, è assolutamente cruciale, in questa fase, rispetto alla sfida di comprensione, valutazione e trasformazione, in senso emancipatorio, del nostro mondo presente. E per farlo, però, bisogna prima ammettere di dover affrontare e sciogliere – dal punto di vista teorico e anche pratico, certamente – il nodo in cui resta ingarbugliata la definizione della gamma dei rapporti possibili, sussistenti e da costruire, nel tempo e nello spazio, tra economia e politica.

E a tal proposito troviamo senza dubbio assai rischioso il tipo di raccordo e di collegamento che tra economia e politica è tentato dagli autori nell’articolazione del ragionamento che dà struttura al libro. Esso somiglia, infatti, più al movimento di un doppio salto mortale, che al procedimento ponderato di un pensiero graduale ed effettivamente radicale. Infatti, la catena logico-sequenziale qui da essi adottata e imposta, come cifra di comprensione univoca di un aspetto centrare dello stato di cose presente, è la seguente: il regime di scambio genera competizione/la competizione produce la sedimentazione di posizioni di squilibrio/gli squilibri attivano appetiti e dinamiche di centralizzazione economica/tali dinamiche a un certo punto impattano contro gli ostacoli politici innalzati dai soggetti attestati in posizione di difesa rispetto al processo di centralizzazione/la frustrazione di quegli appetiti innesca meccanismi di rinculo che danno una connotazione marcatamente politica alle istanze offensive e difensive che si strutturano attorno al fenomeno della centralizzazione economica/tali istanze armano, letteralmente, soluzioni militari ai problemi della tutela o dell’attacco di quegli ostacoli politici alla centralizzazione, risolvendosi, così, nella formazione di contrapposti imperialismi/quest’ultimi, a loro volta, prendono ad alimentarsi vicendevolmente, tanto da determinare un clima di condivisa propensione degli attori alla guerra, che nella guerra effettivamente tende a degenerare. Come vedremo più approfonditamente nella seconda parte di questo intervento, il risultato alquanto paradossale dell’applicazione di tale schema logico-teorico allo sforzo di comprensione del senso della fase attuale del nostro sistema mondiale – caratterizzata da rotture profondissime e da transizioni continentali –, si risolve in due micidiali ingiustizie cognitive. In primo luogo, nella qualificazione distorcente delle certamente problematiche manifestazioni di contropotere opposte dalle popolazioni del mondo, nella forma di reazioni e di resistenze (l’attuale panorama internazionale offre un profluvio di espressioni di entrambe, ora commiste, ora separate) avverse alle istanze di esercizio sistematico e continuato dell’imperialismo euroatlantico, in una forma di imperialismo considerato, rispetto a quello a cui pur reagirebbe, senz’altro simmetrico, uguale e contrario, e sostanzialmente equipollente. In secondo luogo, nella trasfigurazione di quello stesso indicatore e segno (il credito internazionale espresso in dollari statunitensi) del grado di avanzamento e concentrazione raggiunto dal sistema occidentale di eterodirezione, espropriazione e sfruttamento sul resto del mondo nel corso del tempo, in un infido strumento/soggetto che adesso, trovandosi accumulato nelle mani dei rappresentanti più o meno degni delle vittime di quello, starebbe già determinando automaticamente spinte aggressive, ostili e violente – di nuovo – senz’altro assimilabili e del tutto equipollenti a quelle delle forze che pretendono di conferire ancora unilateralmente forma, struttura e senso a questo stesso sistema.



Immagine: Terry Flaxton, Prisoners (l’editore resta a disposizione per gli eventuali aventi diritti)



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Carmelo Buscema è ricercatore di sociologia dei fenomeni politici presso l’Università della Calabria, dove insegna Geopolitica e Rapporti internazionali e si occupa di migrazioni, neoliberismo e processi di finanziarizzazione, temi sui quali ha pubblicato numerosi saggi e articoli. Tra gli altri: Contro il suicidio. Contro il terrore. Saggio sul neoliberalismo letale (Mimesis, 2019); Il governo della povertà ai tempi della microfinanza (con Marco Fama, Ombre Corte, 2017); L’epocalisse finanziaria. Rivelazioni (e rivoluzione) nel mondo digitalizzato (Mimesis, 2012)

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