Letteratura fantastica e cura ambientale



Nel panorama dell’Antropocene, lavorare sull’immaginario è una delle poche vie di possibile salvezza. «Immaginare per me non significa fantasticare, ma usare un fascio di abilità cognitive che hanno permesso alla nostra specie di affrontare molti e diversi periodi di crisi» dice lo scrittore e antropologo Matteo Meschiari in un’intervista. La letteratura cosiddetta fantastica ha acquistato oggi un ruolo centrale, Silvia Zangrandi, professore associato del Dipartimento di Studi Umanistici della IULM di Milano ci parla di Levi, Ortese, Benni, Buzzati.


Immagine: Chiara Susanna Crespi, Angeli incustoditi, s.d.


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Grazie alla sua duttilità, la letteratura fantastica permette di ragionare sulla presa di coscienza che non esiste una verità univoca, ma una serie infinita di possibili verità, sulla perdita di armonia con noi stessi e con il mondo che ci circonda, sul senso di smarrimento, sulla minaccia alle nostre abitudini. In particolare, del fantastico novecentesco colpisce il fatto che, all’interno di situazioni inspiegabili, si possono riconoscere elementi della vita di tutti i giorni: il fantastico della contemporaneità si àncora a fatti veri, si insinua in zone conosciute e quotidiane fornendo della realtà immagini deformate e straordinarie, portando così l’ignoto nel noto e nel familiare. Attingendo dalla cultura e dalla società, gli scrittori che definiamo fantastici per mancanza di un termine più adatto [1] forniscono un’immagine del mondo alternativa al reale per ragionare attorno al rapporto essere umano-Natura. Soprattutto nel secondo Novecento il fantastico diventa astratto, logicizzante, intellettualistico e proprio per queste sue caratteristiche è scelto da diversi scrittori per criticare severamente la società e per sensibilizzare i lettori verso comportamenti più rispettosi dell’ambiente in cui viviamo. Attraverso il ricorso al fantastico, molti scrittori del secondo Novecento mostrano una spiccata attenzione per il mondo attorno a loro, per le trasformazioni in campo sociale, per i fenomeni di costume, per le scoperte scientifiche e tecnologiche e per le ripercussioni che questi fenomeni hanno sulla vita umana e sulla natura. È facile imbattersi in narrazioni di tipo fantastico che si occupano, più o meno in filigrana, del rapporto essere umano-Natura: c’è chi racconta della specie umana, sempre più insidiata dalle manipolazioni genetiche; c’è chi racconta del tentativo di annullare a ogni costo il processo di invecchiamento [2]; c’è chi parla di sperimentazioni scellerate e senza limiti che minano la salute del pianeta.


Tra i tanti narratori che si occupano della relazione tra l’essere umano e l’ambiente ne ho scelti tre, tutti italiani, i cui scritti traggono ispirazione dalla società e dagli eventi che accadono nella quotidianità e, nel trasfigurarli fantasticamente, sottolineano gli effetti disastrosi che certi comportamenti hanno causato sulla Natura, denunciano gli eccessi dello sfruttamento perpetrato dall’essere umano nei confronti della Terra e mostrano la necessità che si arrivi urgentemente a un’autentica cura ambientale. Da sempre l’essere umano si è posto l’obiettivo di controllare e dominare la Natura che lo attornia, vuoi per difendersi da essa, vuoi per servirsene per il suo benessere, vuoi per rimarcare la sua supremazia e il suo diritto a dominarla. La storia recente ci insegna però che l’ambizione di controllare e dominare la Natura deve essere sostituita dalla volontà di dialogare con essa e di scendere a patti. Lo abbiamo capito tardi, dopo che, con la rivoluzione industriale, abbiamo iniziato a sfruttare in maniera indiscriminata e senza freno le risorse naturali del nostro pianeta, nella convinzione che fossero infinite. Si è così passati dal dover difenderci dalla Natura al doverla difendere. Ci siamo accorti che l’ecosistema del nostro pianeta si poggia su di un fragile equilibrio oggi seriamente messo in pericolo, basti pensare ai drammatici cambiamenti climatici che viviamo ogni giorno. Su di essi Stefano Benni ha fondato un racconto assurdo e iperbolico, L’anno del tempo matto (Il bar sotto il mare, 1987) nel quale ci invita a ragionare sui cambiamenti del mondo che ci circonda. Nel racconto la pioggia cade in un solo punto, la frutta si trasforma in marmellata direttamente sulla pianta, il grano si trasforma in pane a causa del gran caldo, infine una nevicata devastante lascia scoperti solo i camini e causa l’isolamento di molti paesi. Tutto questo giustifica l’affermazione del saggio nonno Celso che aveva detto che «quell’anno il tempo sarebbe stato balordo». Benni tratta di fenomeni obiettivamente impossibili, a esclusione però del fenomeno meteorologico raccontato (la nevicata spaventosa): resterà nella memoria di molte generazioni l’incredibile nevicata del 2012 che causò l’isolamento di alcuni paesi nell’area di Forlì-Cesena, Rimini e Pesaro-Urbino, con accumuli in collina fino a 4 metri e mezzo: la neve arrivava ai primi piani delle case e costringeva la gente a uscire dalle finestre. Al termine del racconto, l’arrivo dell’aggiustatutto Ufizeina riconduce alla normalità la situazione surreale: tutta colpa del sole, che si era forato impigliandosi in un ramo. Ufizeina lo aggiusta «con due pezzi di copertone, del mastice e una pompa». La risoluzione della situazione assurda avviene con un altro assurdo, che però realizza una normalizzazione del paradigma di realtà, e si vede il sole, «sempre più rotondo e splendente, salire su da Monte Macco e riscaldare tutto. La neve si sciolse e ogni cosa tornò normale». Pur nella sua improponibilità, Benni racconta di eventi estremi per ragionare attorno all’incapacità dell’essere umano di prendersi cura del mondo nel quale vive. L’uso indiscriminato delle risorse della Terra, legato al sistema produttivo la cui finalità sarebbe di liberare l’essere umano dai suoi limiti naturali, sta causando disastri impressionanti e mostra l’obbligo di non oltrepassarli se non si vuole definitivamente mettere in gioco la sopravvivenza dell’umanità. Entra in campo un discorso molto ampio: da un lato prendere atto della complessità dell’esistente, dall’altro comprendere la necessità di prendesi cura del mondo che ci circonda. Tuttavia, come avverte Gabriella Caramore, «non basta pensare la cura semplicemente come il gesto di riparazione di un singolo guasto, […] piuttosto come un radicale orientamento di pensiero, l’esigenza di un modo diverso di stare al mondo. Occorre […] avvertire l’urgenza di correre ai ripari, […] elaborare una strategia» [3]. La richiesta di «elaborare una strategia» sta spingendo molti ricercatori a mettere in atto sistemi di lavorazione ecocompatibili come l’accantonamento di pesticidi e l’inserimento di insetti antagonisti e lombrichi che aiutano il terreno e le coltivazioni a difendersi naturalmente. Serve quindi la firma di un patto tra essere umano e ambiente, come quello messo in atto dal signor Simpson, protagonista del racconto di Primo Levi Pieno impiego (Storie naturali, 1966), con alcuni animali: le formiche vengono invitate, senza usare insetticidi, a tenersi lontane dalla casa e a distruggere tutte le larve nocive in cambio di nutrimento e le mosche e le zanzare non infastidiscono più in cambio di un certo quantitativo mensile di latte e sangue, prelevato ogni due mesi da una mucca. Questo ultimo accordo, si legge nel racconto, «in sé non era un grande affare, ma era sempre meno costoso di una irrorazione di ddt, e inoltre non avrebbe turbato l’equilibrio biologico della zona». Levi già negli anni sessanta aveva capito quanto fossero pericolosi e nocivi i pesticidi (in Italia il Ddt verrà bandito nel 1978) e, in accordo con le leggi naturali, suggerisce la necessità di sviluppare nuovi metodi per evitare l’uso in agricoltura di prodotti chimici aggressivi. Ancora più incredibile l’utilizzo delle formiche rufe che, ben addestrate e pagate con cibo abbondante, hanno imparato a collegare fili ed elettrodi, a riparare circuiti miniaturizzati che, una volta guasti, sarebbero stati scartati: in questo modo lavori impossibili per l’essere umano, o perché troppo costosi o perché inadatti alle mani umane, potranno essere eseguiti con minima spesa e minimo tempo, evitando così di creare cumuli di spazzatura. Purtroppo, la logica della dominazione cancella in un battito il tentativo di Simpson di riconciliare umanità e ambiente e la situazione da utopica si trasforma in distopica: un collaboratore di Simpson, avido e abbietto, addestra un gruppo di anguille a trasportare sulla schiena una pallina contenente due grammi di eroina durante la loro migrazione al mar dei Sargassi dove un narcotrafficante le aspettava. Il comportamento sciagurato dell’uomo spinge Levi a sottolineare la necessità di un’etica che sposti il baricentro dall’uomo alla terra e che sostituisca, all’approccio antropocentrico che assegna alla natura un valore puramente strumentale, un approccio che recuperi un equilibrio «in modo che sia garantita l’armonia (stabilità e integrità) del tutto» [4].


La produzione di Anna Maria Ortese, che ha dedicato quasi l’intera sua opera ai deboli, siano essi esseri umani o animali, sembra rispondere a questo imperativo. La sua trilogia fantastica (L’Iguana; Il cardillo addolorato; Alonso e i visionari) è centrale in un discorso fanta-ecologico in quanto l’amore per il mondo naturale, considerato un bene comune, un soggetto e non un oggetto di possesso e sfruttamento, si materializza attraverso due personaggi rappresentanti di quel mondo autre da lei tanto amato. La scrittrice è convinta che un libro debba rivelare la «contraddittorietà» del mondo e il cammino da percorrere per leggere la realtà è quello suggerito dai “visionari”, coloro che hanno la ventura di incontrare e decifrare l’universo dell’Iguana, del cardillo e del puma, cioè amore e partecipazione alle vicende del mondo. Nella trilogia la scrittrice percorre essenzialmente un unico tema, l’infelicità e il dolore, ed evidenzia «il rancore [...] per la specie umana, che [...] offende ed empiamente umilia ogni giorno la creazione». [5] Ortese si propone di annullare la distanza tra umano e non umano e di includere gli animali nella comunità etica, e in questo sembra farsi antesignana del discorso postumano formulato da Rosi Braidotti [6] secondo la quale le diversità tra uomo, donna, animale non hanno ragione di esistere, anzi: la filosofa vuole annullare ogni dicotomia tra essere umano e essere animale. Braidotti, infatti, teorizza l’esistenza di una materia vivente – chiamata zoe –, un’entità trasversale e complessa che ingloba numerose specie in grado di agire in sintonia con l’ambiente circostante. Braidotti è convinta che l’essere umano, ponendosi al centro del creato con atteggiamento narcisisticamente autoreferenziale, non abbia fatto altro che sfruttare gli animali per il suo solo e unico profitto. Ortese nella sua produzione invita a rivedere il rapporto con le creature non umane, chiede di allargare gli orizzonti dei valori etici e culturali, nell’intento di far nascere nel lettore la coscienza dell’interdipendenza tra le diverse forme di vita. Vista in questo senso, anche la sua narrativa dimostra che la lettura di testi ascrivibili alla letteratura fantastica può contribuire a cambiare il nostro rapporto con il mondo.

Autentico inno alla necessità di un rapporto autentico e paritetico con la Natura è il romanzo breve di Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio (1935), di cui si ricorda anche la trasposizione filmica di Ermanno Olmi (1993). In un’ambientazione in cui reale e favoloso si intrecciano di continuo, si erge la figura del colonnello Procolo, intenzionato a sfruttare per scopi economici il bosco lasciatogli dallo zio. Spinto dall’avidità, vuole impossessarsi anche della parte che appartiene al giovane nipote Benvenuto rimasto orfano ed è pronto a qualsiasi cosa, persino a ucciderlo. Il Bosco Vecchio, però, è un bosco speciale, infatti all’interno degli abeti vivono i geni, personaggi magici in grado di prendere le sembianze umane, pacifici e incapaci di difendersi: abbattere un abete significa uccidere un genio e per queste ragioni nessuno mai aveva osato tagliarli. Molti sono gli avvenimenti che esibiscono gli accordi, benefici o malevoli, tra uomo e Natura: il taglio dell’abete rosso in cui vive il genio Sallustio, che muore a causa degli interessi economici di Procolo; gli accordi tra Procolo e i geni del bosco (il colonnello non taglierà più gli abeti in cambio della raccolta di rami secchi e legna da parte dei geni dopo aver scoperto che: la vendita di questa legna avrebbe fruttato molto più del taglio degli alberi) e poi con il vento Matteo (col quale cercherà di organizzare un piano per disfarsi del nipote); lo smarrimento di Procolo nel bosco, con una pagina memorabile di dati uditivi che il colonnello sente durante la notte, e il ritrovamento della via di casa grazie all’aiuto del genio Bernardi; la festa nel bosco durante la notte del 21 giugno; la comparsa di uno strano carro che libera farfalle nel bosco e, a distanza di mesi, il bosco viene devastato dai bruchi; la sconfitta dei bruchi grazie a Matteo che porta nel bosco i formidabili icneumonidi (insetti dell’ordine degli imenotteri) che deporranno le uova nel corpo dei vermi facendoli così morire; la malattia del nipote che colpisce fortemente Procolo tanto che chiederà aiuto ai geni visto che la medicina tradizionale non è efficace; la guarigione di Benvenuto grazie alle cure dei geni e la liberazione di questi ultimi dalla schiavitù di dover andare a raccogliere la legna per Procolo.


Il capitolo XII, dedicato alla festa nel bosco, esemplifica da un lato la possibilità di un’autentica comunione tra Natura e essere umano e dall’altro la capacità di distruggere questa comunione in poche mosse. Siamo nel Bosco Vecchio durante la notte del solstizio d’estate: la narrazione della festa nel bosco inizia con una realissima descrizione della radura attorniata da abeti vertiginosi e illuminati dalla luna. Il racconto della festa si presenta con un andamento fantastico-meraviglioso: i fuochi fatui scivolano lungo gli abeti, i geni sono accoccolati nell’ombra, il vento Matteo spande nella foresta un largo suono soffiando tra i tronchi. Il vento Matteo è solito cantare nella notte del 21 giugno; quella notte ci sono anche alcuni giovani ospiti: Benvenuto, insieme ad alcuni compagni del collegio, è venuto nella radura per ascoltarlo e, siccome Matteo non ricorda esattamente le parole del canto, lo aiuta, con la sua voce squillante, cantando con lui. «Il vento Matteo […] aveva unito la sua voce a quella del bambino. I due cantavano in sincronismo, come se avessero già fatte moltissime prove […] Le cime degli abeti dondolavano da un parte e dall’altra, secondo il ritmo della canzone». La simbiosi tra umano e natura è quindi possibile: l’uno permette di continuare il canto, l’altro lo conclude con la partecipazione di tutti i presenti. Si noti qui il valore ricreativo che assume il bosco: superata la fase in cui esso era solo fonte di profitto, torna a essere luogo di gioia e comunione, come vuole l’etica ambientale secondo la quale l’habitat non può essere ridotto al solo valore economico. Siamo qui di fronte a quella che viene definita “etica del valore intrinseco”, che riconosce valore a tutti gli esseri – viventi o inanimati, mondo vegetale e mondo inorganico, l’aria, le acque, le rocce, il suolo, l’atmosfera, ecc. Purtroppo l’incantesimo di questa unione si spezza con l’intervento di Procolo, che interrompe e rovina la festa, redarguendo il nipote e i suoi amici per essere usciti dal collegio senza permesso. Matteo, gli animali del bosco, i fuochi fatui scompaiono, resta solo solitudine e silenzio. La complessa combinatoria di connessioni semantiche e procedimenti formali danno vita a quello che Todorov chiama fantastico-meraviglioso; qui infatti la presenza di geni parlanti, di un vento canterino richiamano una fiaba e tutto si allontana dalla norma per inserirsi in un paradigma soprannaturale al quale noi lettori ci adeguiamo perché convinti di entrare in un mondo altro, che ha sue caratteristiche, e quindi non ci meravigliamo se ci sono geni che parlano e venti che cantano.

Come in una favola, al termine della narrazione il lieto fine arriva: Matteo non è più un vento crudele ma, diventato vecchio, affettuosamente saluta il ragazzino prima di scomparire per sempre; il colonnello Procolo muore assiderato nel tentativo di trovare suo nipote che pensa sia stato travolto da una slavina, ripristinando così il suo onore. Procolo rappresenta la presa di coscienza di chi, dopo aver sfruttato la Natura, si rende conto che essa ha un valore qualitativo e non solo quantitativo, perciò, una volta resosi conto del danno inferto al Bosco Vecchio, cerca di riparare il danno ripristinando le condizioni iniziali. «Non è possibile, quando si tratta di ambiente, ragionare in termini di costi e di benefici, come si fa per qualsiasi iniziativa economica, sia perché i beni ambientali hanno un carattere qualitativo che non è misurabile in termini economici, sia perché il danno […] va considerato in una prospettiva di danno futuro, generalmente imprevedibile» [7]. La sacralità della natura è salva, il rapporto tra uomo e ambiente è stato recuperato e ha reso evidente che non può esserci vita se non c’è comunione tra tutti gli esseri del creato.

Gli scrittori qui convocati, sfruttando le potenzialità della letteratura fantastica, per definizione svincolata dalle esigenze di mimeticità e credibilità, hanno dato vita a testi letterari nella speranza che possano contribuire a cambiare il nostro rapporto con il mondo. È evidente che il discorso è molto più ampio di quanto è stato fatto qui e merita seri approfondimenti. Ciò che in conclusione mi preme sottolineare è che ancora una volta la letteratura è in grado di farsi portavoce di problemi reali e attuali, ci aiuta a interpretare il mondo che ci attornia e chiede il nostro coinvolgimento affinché istituzioni e gente comune trovino un equilibrio con l’ambiente che ci circonda.


Note [1] Così afferma Julio Cortázar: «casi todos los cuentos que he escrito pertenecen al género llamado fantástico por falta de mejor nombre». Julio Cortázar, Algunos aspectos del cuento, «Casa de las Americas», 15-16, 1963, pp. 3-14: p. 3. [2] Attorno a questi argomenti ragiono in un articolo che apparirà in un volume di prossima pubblicazione per i tipi di Patron dal titolo Scienza e follia: stravaganza ed eccezione. Alchimisti, maghi, scienziati eslegi nella letteratura e nella cultura contemporanea. [3] Gabriella Caramore, Il tempo ultimo, «Doppiozero», 18 ottobre 2020, https://www.doppiozero.com/materiali/il-tempo-ultimo. [4] Sergio Bartolommei Etica e natura, Laterza, Bari 1995, p. 48. Per approfondimenti cfr. anche Serenella Iovino Filosofie dell’ambiente, Carocci, Roma 2004. [5] Anna Maria Ortese, Romanzi, vol. II, a cura di Monica Farnetti, Adelphi, Milano 2002, p. LI. [6] Cfr. Rosi Braidotti, Il Postumano: la vita oltre l'individuo, oltre la specie, oltre la morte, Derive Approdi, Roma 2014. [7] Marina Manfredi, L’etica ambientale tra valori e utilità, «Metis», 2, II, 2012, http://www.metisjournal.it/metis/anno-ii-numero-2-dicembre-2012-etica-e-politica-temi/86-ex-ordium/251-letica-ambientale-tra-valori-utilita.html#:~:text=Uno%20dei%20principi%20di%20un,ridotto%20al%20suo%20valore%20economico.&text=L'etica%20del%20valore%20strumentale%20attribuisce%20alla%20natura%20e%20all,%E2%80%9D%20che%20l'ambiente%20fornisce0.