Le utopie del capitale



Anticipiamo uno testo dal libro di Paolo Virno Negli anni del nostro scontento. Diario pubblico (1988-1991) di prossima pubblicazione per DeriveApprodi. Un diario pubblico esente da buoni sentimenti, che registra e commenta, giorno dopo giorno, la grande trasformazione del modo di produzione dominante, delle forme di vita, degli
 stili di pensiero, seguita alla sconfitta dei movimenti rivoluzionari. L’autore, che di quei movimenti fece parte e insieme a molti altri fu imprigionato, dopo la sconfitta si è dedicato alla filosofia. Ma dal 1988 al 1991 ha osservato la controrivoluzione capitalistica: non una restaurazione dell’ordine antico, ma una rivoluzione al contrario, impetuosa e cruenta. Innovazione del processo lavorativo: flessibilità, part-time, prevalenza di prestazioni linguistiche e cognitive. Innovazione della sfera sentimentale, con il dilagare di paura, cinismo, opportunismo. Innovazioni filosofiche, dal «pensiero debole» a teorie della mente, ignare di storia e politica. L’autore recensisce il libro di memorie del giudice che lo ha condannato, discute della scomparsa dei flipper, beffeggia Habermas e Vattimo, racconta la fine ingloriosa del Pci e del socialismo sovietico, elegge l’esodo a modello politico. E si trattiene volentieri su piccole cose, incidenti quotidiani, programmi televisivi ridicoli o infami, voci dal sen fuggite: come si addice a ogni diario pubblico che si rispetti. Paolo Virno è autore per DeriveApprodi di Convenzione e materialismo. L’unicità senza aura, (2010) e di Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee (2014).


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In un certo senso, secondo Marx, tutte le categorie dell’economia politica (dunque tutti i pensieri con cui il capitalismo pensa se stesso) sono utopiche. Si tratta, però, di un’«utopia» saldamente radicata nel mondo e che, anzi, lo mantiene qual è.

Prendiamo tre concetti-chiave della «triste scienza»; salario, prezzo, profitto. Cosa c’è di più terragno, di più dannatamente concreto? Eppure proprio in questi concetti, tanto triti da sembrare indiscutibili, fa nido la «città del sole» di Romiti. Essi, infatti, nonostante l’iperrealismo di cui si fregiano (e che permette loro di figurare come voci di un bilancio d’impresa), contengono anche un afflato di sfrenata utopia: rappresentare l’accumulazione capitalistica emendandola da ogni traccia del processo lavorativo materiale.

Ma il salario, si dirà, non evoca la produzione? Niente affatto, la sfiora senza compromettervisi, si ferma sulla sua soglia. Il salario si presenta, infatti, come la ricompensa per il lavoro già svolto dall’operaio: è un mero scambio di equivalenti, uno dei tanti che il capitale intraprende nel suo itinerario attraverso la giungla della moderna società civile. C’è un prezzo per tutto sotto il cielo: per le materie prime, per le macchine e, dunque, anche, per il lavoro.

Il profitto, dal canto suo, è la categoria che consente di tenere celata l’origine effettiva del «surplus» all’interno del processo di lavoro. Mentre il pluslavoro operaio scompare nella nebbia, in primo piano sfavilla un misterioso introito (il profitto, appunto), destinato a remunerare l’attività direttiva dei capitalisti. Una sorta di «salario dei padroni», parrebbe. Anche qui siamo nel regno incantato dei proporzionati do ut des. Il rumore delle officine non si ode più.

La sordina si perfeziona poi con il concetto di «prezzo di produzione». Lì è cancellata ogni residua eco della creazione di nuovo valore da parte del lavoro vivo. Il «prezzo di produzione» viene computato sommando il costo dei mezzi di produzione consumati, il costo delle materie prime e quello dei salari; più, naturalmente, il reddito che sembra spettare al capitalista per la fatica sopportata nel combinare convenientemente gli elementi del processo di lavoro.

Salario, prezzo, profitto, ma poi anche rotazione dei capitali, credito, società per azioni: tutto l’universo capitalistico si libra «per l’aere», in un gioco delicato di simmetrie, armonie, equilibri, equi scambi. Puro «spirito», ovvero immacolato rapporto di scambio: ecco come il capitale ama concepirsi. Del resto, la sfera della circolazione, a cui l’intero processo è ricondotto dalle categorie economiche, pare fondarsi sull’uguaglianza e sulla libertà. Scrive Marx, con sarcasmo: «Non solo dunque eguaglianza e libertà sono rispettate nello scambio basato sui valori di scambio, ma anzi lo scambio di valori di scambio è la base produttiva reale di ogni eguaglianza e libertà».

L’utopia capitalistica riempie di sé la superficie dei fenomeni, la vita quotidiana, i giornali, le teste. Al contrario, le effettive relazioni sociali restano accucciate in profondità. Con i soldi della busta paga, ripete Marx senza posa, il capitalista non entra in possesso del lavoro dell’operaio, ma della sua forza-lavoro, ossia delle sue capacità fisiche e intellettuali. La forza-lavoro è una merce come un’altra, il cui valore è determinato storicamente dai mezzi di sussistenza necessari per riprodurla. Tuttavia, al pari di ogni altra merce, la forza-lavoro ha uno specifico valored’uso: e di esso dispone senza limiti il capitalista che l’ha acquistata. Questo valore d’uso, dice Marx, è la «fonte di ogni valore», l’origine dell’intera ricchezza sociale. Dopo aver corrisposto il salario, il capitalista può «consumarlo» a suo piacimento, impugnando l’orologio che definisce l’estensione e l’intensità della giornata lavorativa.

Ripetiamo. L’utopia concreta dei capitalisti (i loro «domani che cantano») sarebbe emancipare una volta per tutte l’accumulazione dal lavoro vivo. Pensare il valore di scambio senza valore d’uso, il processo di valorizzazione senza processo lavorativo, la circolazione senza produzione. Negando così quel «doppio carattere» delle merci e del lavoro, da cui sorgono squilibri e conflitti. Ma questa utopia è, appunto, irrealizzabile. Nella «città del sole» dello scambio di equivalenti, periodicamente affiorano rigurgiti di valore d’uso e di processo lavorativo.

La contraddizione tra l’astratta forma economica e i contenuti concreti del processo produttivo è sistematica, la conciliazione provvisoria, la crisi spesso inaggirabile. Che cos’è, del resto, la famosa «caduta del saggio di profitto» se non una manifestazione dell’antagonismo tra valore di scambio e valore d’uso? Con lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, che è «sempre forza produttiva del lavoro utile, concreto», la stessa quantità di lavoro fornisce una massa crescente di beni d’uso, di ricchezza materiale, ma al tempo stesso ne riduce la grandezza di valore. Ed ecco la «caduta».

La forma economica prevale, ma con i limiti di una «sovranità limitata»: il suo dominio è continua adeguazione, risultato temporaneo. Conosce slabbramenti, cadute, crisi. Tuttavia, le sproporzioni tra valore di scambio e valore d’uso segnalano le contraddizioni del modo di produzione dominante in modo pur sempre «feticistico», come squilibri oggettivi, maremoti tra cose. Non ancora come antagonismo tra soggetti sociali in carne e ossa.

La faccenda cambia quando si ha a che vedere con un «valore d’uso» molto speciale: quello della forza-lavoro. L’aspetto decisivo, per Marx, è che siffatto valore d’uso è un «soggetto vivo», è «lavoro come soggettività», come «non capitale». Ora, il lavoro vivo non può perdere del tutto questa sua qualità di «soggetto», senza perdere al tempo stesso le proprietà che ne fanno la potenza capace di valorizzare il capitale. Proprio per questo motivo la soggettività operaia non è mai completamente feticizzabile, mai completamente rinserrabile in determinazioni economiche. È costantemente appropriata, ma mai soppressa. Si ricostituisce, anzi, in forme sempre più ricche a ogni gradino dello sviluppo delle forze produttive.

L’utopia del capitale è abolire ciò di cui pure non può fare a meno. Un’autentica fatica di Sisifo. L’applicazione della scienza al processo di lavoro non è in grado di sviluppare la potenza valorizzatrice del lavoro senza sviluppare nello stesso tempo anche la ricchezza delle sue determinazioni soggettive. Da un lato «l’attività stessa dell’operaio è posta ora in modo che si limiti a mediare il lavoro della macchina», dall’altro la forza-lavoro sociale (non certo in quanto «professionalità» del singolo) si presenta come un soggetto articolato, capace di ricomprendere attraverso se stesso quella connessione delle forze produttive entro cui pare compreso. La base realistica della lotta anticapitalistica sta qui: la «forza creativa» del lavoro vivo non coincide mai appieno col lavoro astratto, ma rimanda in ogni momento a un concetto di produzione (o di prassi) assai più largo di quello definito dalle categorie della merce. E, questa, non è utopia.


10 maggio 1990



Immagine: Thomas Berra


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Paolo Virno, è filosofo, semiologo, accademico ed attivista politico italiano, docente di filosofia del linguaggio, semiotica ed etica presso il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell'Università Roma Tre.