Le università dopo il neoliberalismo (Seconda parte)

Un racconto di quattro futuri




Nonostante le apparenze e ciò a cui siamo da lungo tempo abituati a pensare, il neoliberalismo si sta sgretolando. Questa è l’ipotesi di base del saggio di Christopher Newfield, che analizza questo processo concentrando la propria attenzione sulle trasformazioni del sistema universitario. Indipendentemente dagli interessi che li muovono e dalle conseguenze concrete che avranno, sostiene l’autore, le azioni riformiste a cui sono state costrette varie amministrazioni statali, tra cui quella americana, offrono al mondo dell’istruzione superiore l’opportunità di integrare le critiche ancora necessarie all’università neoliberale, razzista e coloniale con piani prospettici volti a una ricostruzione radicale. Si disegna così un campo di battaglia, al cui interno Newfield tratteggia quattro possibili futuri. Quale di questi futuri prevarrà, dipende anche da ciò che le forze critiche e i movimenti sociali sapranno fare.

Il saggio, di cui oggi pubblichiamo la seconda parte, è stato originariamente pubblicato in inglese da «Radical Philosophy» nell’estate 2021 (https://www.radicalphilosophy.com/article/universities-after-neoliberalism), che ringraziamo per la possibilità della traduzione.


* * *


La riproduzione delle ineguaglianze

Il mio angolo di Critical university studies (Cus) si è concentrato in particolare sui passaggi intermedi attraverso i quali l’università genera una popolazione di laureati stratificata che aumenta la concentrazione della ricchezza accumulata. Il modo più semplice per mostrarlo è sotto forma di ciclo di devoluzione, in cui ogni effetto apparentemente discreto, come il debito studentesco, è abilitato e intensificato da quello precedente[1].

In breve, negli anni Novanta i dirigenti universitari di alto livello hanno generalmente accettato l’opinione dominante secondo cui l’istruzione superiore è come qualsiasi altro prodotto di mercato in un’economia competitiva: sarebbe prodotta ed erogata in modo più efficiente con i metodi del settore privato e dovrebbe essere trattata, e pagata, come un bene privato. Anche se personalmente non erano d’accordo e sapevano che pure l’economia standard garantiva benefici sociali e non monetari all’istruzione superiore, sentivano di dover seguire il programma o di dover subire l’ostracismo politico e il declino fiscale. Si sono impegnati a procacciare flussi di entrate private – filantropia, contratti aziendali, proprietà immobiliari e altri partenariati – così come i contratti governativi, i cui risultati operativi netti sono negativi (lavorare su questi conti è un’attività tecnica che i Cus spesso devono affrontare). L’unica fonte buona di entrate private nette positive è rappresentata dalle tasse studentesche, nonostante l’infinità di flussi di entrate alternativi. È un punto chiave che deve essere preso in considerazione sia dai critici che dai politici: l’unica fonte di entrate private positive nette affidabile è rappresentata dalle tasse studentesche. Ciò spiega il fatto che negli anni Duemila le università pubbliche statunitensi abbiano aumentato le tasse a un multiplo del tasso di inflazione, o il fatto che le università britanniche abbiano immediatamente triplicato le tasse dopo i cambiamenti nella politica del governo con la coalizione Cameron-Willetts nel 2011.

Inoltre, le entrate derivanti dalle tasse studentesche incoraggiano i governi a tagliare i finanziamenti statali basati sulle tasse: il governo Cameron-Willetts ha accompagnato l’aumento del tetto delle tasse con tagli massicci alle borse di studio per l’insegnamento. Ciò aumenta la dipendenza delle università dalle capacità finanziarie private degli studenti. Esse offrono agli studenti vari meccanismi di prestito, in modo che possano pagare le tasse universitarie con denaro che in realtà non hanno. Le università si rivolgono anche agli studenti stranieri (e, negli Stati Uniti, a quelli provenienti da altri stati) che pagano il doppio o il triplo delle tasse di iscrizione in patria. Per lo stesso motivo, le università pubbliche creano anche programmi di master a pagamento. Il risultato è che il debito studentesco rappresenta una difficoltà personale per molti o per la maggior parte dei laureati, trasforma la laurea da trampolino di lancio per la carriera a onere finanziario e danneggia la reputazione dell’università presso il pubblico, che la vede sempre più come un’altra costosa attività. Il contraccolpo politico del debito e la scomparsa di un lavoro post-universitario facilmente disponibile inducono continui tagli ai costi universitari in un’atmosfera di ostilità politica. I manager spesso spostano il denaro dal centro dell’istruzione a strutture ausiliarie prospetticamente redditizie, riducendo la qualità della formazione. Le lotte delle istituzioni non ricche abbassano il livello della laurea dei loro studenti e aumentano le disuguaglianze nell’istruzione superiore.

Tutto ciò crea una popolazione di laureati le cui esperienze formative diseguali generano benefici economici diseguali (per non parlare dei benefici non economici). Il risultato pubblicizzato di una laurea di primo livello è l’accesso a un lavoro buono e soddisfacente e a un futuro finanziario stabile: negli Stati Uniti ciò rappresentava il «sogno americano» di una vita da classe media, che si suppone sia ancora offerto a una popolazione studentesca multirazziale[2]. Il risultato reale di una laurea di primo livello è la limitazione di questo tipo di ricchezza a una ristretta élite, senza negare espressamente l’accesso alla laurea a tutti gli altri. Possiamo definirlo il ciclo del declino delle università pubbliche statunitensi.

Il nostro primo futuro predefinito è quello in cui l’attuale economia politica neoliberale, utilizzando privatizzazioni e strutture manageriali, crea una segmentazione altamente funzionale all’interno della popolazione dei laureati. In questo sistema, le opulente università private super-premium continuano a fare estremamente bene, con marchi globali che poggiano su una ricchezza che ha beneficiato di quarant’anni di inflazione degli asset finanziari, anche questo risultato di una politica governativa sistematica e bipartisan. Negli Stati Uniti ci sono sedici di queste istituzioni. Nel Regno Unito ci sono Oxford, Cambridge, Ucl, Lse, Imperial, forse si potrebbero includere anche il Kings College di Londra e Manchester, ma probabilmente non l’intero Russell Group. Negli Stati Uniti si potrebbe aggiungere il «gruppo Annapolis» di college di arti liberali (molti non ricchi) e si avrebbero posti per il 3-5% degli studenti universitari. Un altro gruppo di università statunitensi in qualche misura selettive, forse quattrocento in tutto, galleggia in questo futuro o si mantiene al di sopra di esso a seconda di fattori regionali e di altro tipo. Per lo più possono attrarre e trattenere gli studenti solo riducendo continuamente i propri ricavi operativi netti. Il terzo gruppo di università «open access» comprende tutte le altre. Negli Stati Uniti sono circa 3800. Esse saranno finanziate come centri di formazione per il lavoro, oppure lasciate nelle proprie difficoltà, o chiuse. La versione britannica è l’improvvisa riscoperta da parte dei Tory di altri livelli di formazione, da mettere in competizione finanziaria con l’istruzione superiore.

Questi tre gruppi di college producono livelli di apprendimento molto diversi (nonostante gli sforzi eroici di docenti e studenti). Il primo gruppo offre programmi personalizzati con molti feedback individuali. Il terzo gruppo, negli Stati Uniti, è gestito quasi al 100% da docenti esterni e offre condizioni di lavoro troppo precarie per poter fare altro che fornire un feedback generico e sempre più automatizzato. Come ha scoperto David Laurence, in «più del 50% dei casi, ovvero 2188 istituzioni, nell’universo dei college e delle università statunitensi che rilasciano titoli di studio, non si incontra ancora un solo membro di facoltà di ruolo o con contratto a tempo determinato»[3].

Occupando la grande terra di mezzo delle istituzioni relativamente selettive, il secondo gruppo è più vicino al terzo di quanto si possa pensare. Ad esempio, all’Università della California Santa Barbara (Ucsb), nel dipartimento in cui ho insegnato per tre decenni, forse il 5% dei laureati in inglese scrive una tesi di laurea. Pertanto, solo una piccola minoranza di una popolazione generalmente molto brillante di laureati in inglese della Ucsb ha la possibilità di essere competitiva per le proprie capacità accademiche con studenti provenienti da istituzioni come l’Università di Princeton o il Reed College, dove sono richieste tesi di laurea. In sintesi, la disuguaglianza delle risorse porta a una disuguaglianza nell’apprendimento degli studenti. In questo futuro da status quo, che abbiamo chiamato declino frammentato, esiste un apprendimento superiore ai vertici e un apprendimento limitato a varie gradazioni per tutti gli altri, specialmente per un gruppo che non ho nemmeno menzionato, il 50% degli studenti statunitensi che iniziano il college senza un titolo.

L’economia politica dell’istruzione superiore è un chiaro esempio di capitalismo razziale in azione. In uno studio storico, Separate and Unequal (2013), Anthony Carnevale e Jeff Stohl hanno scoperto che, dopo il 1995, la maggior parte degli studenti neri e latinoamericani appena iscritti ha frequentato istituti ad accesso libero, mentre i loro coetanei bianchi hanno frequentato per lo più college selettivi, che hanno tassi di laurea molto più elevati. In particolare, lo studio ha messo in relazione la variazione razziale nei tassi di laurea con le grandi differenze nelle spese formative per studente: «Gli 82 college più selettivi spendono quasi cinque volte di più e i 468 college più selettivi spendono il doppio per l’istruzione per studente rispetto alle [circa 3800] scuole ad accesso aperto»[4].

Questi dati sono già obsoleti: la tendenza degli ultimi quindici anni è stata quella di estendere la scarsità di risorse a università che in precedenza erano state risparmiate. È, ad esempio, la storia dell’Università della California, dove la correlazione razziale è inequivocabile. La quota di reddito statale destinata all’università è diminuita quasi di pari passo con la quota di studenti bianchi. È una definizione da manuale di razzismo strutturale.

L’Università della California assomiglia a quasi tutte le università nelle sue declamazioni ufficiali sulla possibilità di accesso, sulla diversità e sull’inclusione. È sempre più a suo agio nel denunciare l’anti-blackness e nell’opporsi al razzismo. Questo disboscamento razziale è quindi in conflitto con l’obiettivo pubblicizzato dell’istruzione superiore di creare una forma di capitalismo razzialmente inclusivo basato sulla conoscenza, sull’innovazione e sull’autosviluppo piuttosto che sullo sfruttamento, sulla violenza, sulla segregazione e sulla guerra. È in conflitto con il risultato dichiarato delle pari opportunità per tutti i laureati, indipendentemente da razza, genere, sessualità, status di immigrato e posizione economica.

Torniamo al contrasto emerso dai Cus tra i risultati pubblicizzati e quelli effettivi dell’economia politica del mondo accademico. Il risultato pubblicizzato è l’uguaglianza di opportunità tra razze e classi. Il risultato effettivo è la disuguaglianza di opportunità tra razze e classi. Ma finché sembra che le università cerchino l’uguaglianza di opportunità, sono libere di generare l’effettiva disuguaglianza. Nel processo, razionalizzano tale disuguaglianza come meritocratica, rendendo la stratificazione risultante molto più difficile da contrastare per i membri della società. Nel frattempo, i decisori economici – banchieri centrali, politici nazionali, legislatori statali, lobbisti – possono mantenere un mezzo particolarmente efficace per concentrare la ricchezza, che consiste nel ridurre la quota del prodotto nazionale che va al lavoro. Questo metodo è stato chiamato qualche tempo fa «plutonomia» e i suoi progressi sono ormai ben documentati. Ciò significa che una quota minore dei rendimenti economici complessivi va al lavoro e una maggiore al capitale, il che – secondo Thomas Piketty – vuol dire che il capitalismo sta tornando alla sua norma storica di crescita dei rendimenti della proprietà dei beni più velocemente di quanto crescano l’economia o i salari, a causa dell’assenza di un intervento attivo da parte dello Stato[5]. Legando la disuguaglianza salariale alla disuguaglianza dei risultati formativi, le università naturalizzano la disuguaglianza che altrimenti sarebbe più probabile ricondurre a politiche economiche – come le attuali aliquote fiscali – apertamente avverse nei confronti del lavoro salariato. Le università completano la mistificazione nascondendo il legame che i Cus hanno cercato di mettere in luce tra la disuguaglianza dei risultati formativi e la disuguaglianza delle risorse materiali, in particolare dei finanziamenti pubblici.

Il ruolo delle università nell’intensificare le disuguaglianze «post-classe media» negli Stati Uniti racchiude gli ultimi decenni di degrado dei salari e dell’occupazione. Il periodo degli anni Cinquanta e Sessanta riflette un insolito accordo sociale tra capitale e lavoro. In quei decenni, i lavoratori sono diventati maggiormente produttivi e sono stati pagati di più. La teoria del capitale umano è arrivata a sostenere che i lavoratori sono diventati più produttivi grazie alla loro istruzione. Il motto era «imparare equivale a guadagnare», anche se fattori come l’appartenenza ai sindacati, l’esclusione razziale e il dominio economico degli Stati Uniti sono stati probabilmente più importanti per spingere verso l’alto i salari della parte della forza lavoro composta per lo più da maschi bianchi.

Tutto ciò è finito negli anni Settanta, dapprima per i colletti blu durante la deindustrializzazione di quella che era conosciuta come la rust belt. Lo smantellamento dei sindacati è una parte importante della storia, la delocalizzazione è un’altra parte e una terza è la segmentazione basata sulla razza che consente il supersfruttamento di alcune categorie di lavoratori, ad esempio nell’economia della cura. Ma questi metodi di controllo dei salari non funzionano allo stesso modo con i laureati. Come potrebbe il capitale applicare gli stessi metodi agli studenti universitari?

Il modello di business universitario fornisce una soluzione reale all’obiettivo che il marketing universitario nasconde: l’accumulazione di capitale può essere intensificata segmentando i laureati nei tre gruppi che ho menzionato prima. I laureati delle migliori università hanno buone possibilità di entrare nei servizi professionali d’élite: consulenza, diritto societario, banche e finanza, e simili[6]. La metà dei laureati che non terminano l’università può svolgere molti lavori impiegatizi da una posizione di precarietà occupazionale. I laureati del terzo gruppo non stanno molto meglio. Il grande ambito che si laurea in un’ampia gamma di buoni college pubblici e privati, ma sottofinanziati, il secondo gruppo, che si aspetta di entrare in una classe media multirazziale, ottiene un apprendimento limitato, che li dota di competenze di medio livello e che non consente loro di contrattare efficacemente per ottenere salari elevati e crescenti. Il vantaggio per il capitalismo occidentale (postindustriale, basato sulla proprietà dei beni e sulla ricerca della rendita) è di ridurre la classe economica di lavoratori istruiti a circa un quinto di tutti i laureati, e forse anche meno.

Nella condizione di frammentazione e stratificazione del nostro ipotizzato futuro, il sistema universitario crea un cognitariato e uberizza il lavoro della conoscenza. L’università stessa è stata pioniera della precarietà economica per i professionisti, con il sistema del personale accademico a tempo determinato, che oggi costituisce la maggioranza degli insegnanti universitari. Crea persone altamente qualificate e collega le alte competenze a salari di medio livello, spesso precari. Limita i diritti, come le pensioni e l’assistenza sanitaria, ai colletti bianchi con formazione specifica e pedigree, invece di diffonderli come segno di prosperità. Se la delocalizzazione ha rotto il patto salario-produttività per i colletti blu, l’istruzione superiore ha contribuito a romperlo per i colletti bianchi. Ha accettato il dominio dell’economia sulle scelte politiche, ha spinto la competizione per ottenere posti di prestigio piuttosto che l’allocazione egualitaria delle risorse formative e ha stratificato la qualità dell’istruzione. Oggi si parla molto di gig economy: una delle sue condizioni abilitanti è la gig academy[7].


Elementi di reinvenzione

Questo è il nostro ipotizzato primo futuro. Come ho già detto, il mio lavoro per i Cus mira a dimostrare che l’attuale sistema non sta andando verso una maggiore mobilità sociale e giustizia, ma sta invece precipitando verso la precarietà generalizzata, la post-democrazia, il declino professionale e la vulnerabilità economica permanente delle persone a medio reddito con titoli universitari. Un altro obiettivo è quello di mostrare come il sistema attuale sia stato determinato da scelte politiche deliberate a cui gli accademici non hanno fatto abbastanza per opporsi, ma che potrebbero ancora essere respinte a favore di strutture nuove. La fuga dal primo futuro richiederà un rifiuto su larga scala dei suoi effetti sistemici e del suo modello economico, a partire dal rifiuto da parte degli accademici.

Concludo indicando due modi distinti ma sinergici di costruire gli altri futuri nella nostra realtà post-Covid. Il più importante dei due esula dal mio scopo in questa sede: potremmo rifiutare la versione dell’università basata sulla teoria del capitale umano, il che significa rendere il mondo delle imprese e il governo responsabili sia dell’occupazione che dei redditi. La teoria del capitale umano era una logica di convenienza che ha funzionato per l’istruzione superiore in un periodo storico molto specifico[8]. Non è mai stata corretta come teoria generale per tutti i laureati, e ora serve soprattutto ai governi per scaricare la colpa dei brutti lavori e dei bassi salari sulle spalle delle università che non ne sono in realtà responsabili. È un meccanismo di capro espiatorio che permette ai governi e al settore privato di non affrontare i profondi difetti dei loro modelli di benessere capitalistico e di imporre loro un cambiamento radicale. Finché le università non riusciranno a convincere la società a ritenere i datori di lavoro responsabili dell’occupazione, le università britanniche e americane rimarranno intrappolate nel circolo vizioso del primo futuro che ho descritto.

Il secondo modo per trasformare la situazione sarebbe quello di definire le università che coloro che vi lavorano e studiano desiderano avere. Le caratteristiche desiderate varierebbero a seconda del paese, della regione, del gruppo sociale e della disciplina (è tutto molto diverso per le scienze e le scuole professionali). Ciò significa che molte più persone definiscono attivamente gli elementi delle università reinventate che ritengono possano funzionare meglio. Ecco la mia lista:

1. Sostituire l’uguaglianza delle opportunità con l’uguaglianza dei risultati a livello razziale e socioeconomico. Se i tassi di laurea in generale, la presenza nei vari tipi di professione e così via variano a seconda del gruppo, allora la disuguaglianza deve essere affrontata con cambiamenti politici e risorse aggiuntive. Il vostro paese ha 21.000 appartenenti al personale accademico, ma solo 140 sono neri[9]? È necessario eliminare le lamentele sulla teoria critica della razza e fissare obiettivi, meccanismi e scadenze per raggiungere la proporzionalità razziale.

2. Raggiungere l’uguaglianza dei risultati formativi tra i vari tipi di istituzioni. Non si tratta di classifiche Teaching excellence framework (Tef), ma di inviare finanziamenti uguali o maggiori alle università che ammettono più studenti svantaggiati o poco serviti, fino a quando i risultati accademici non si pareggiano.

3. Lauree di primo livello senza debiti. Questo significherà niente tasse e, inoltre, borse di studio per una grande percentuale di studenti. I membri più anziani della società dovrebbero finanziare l’istruzione dei più giovani attraverso un sistema fiscale progressivo che impedisca ai lavoratori a basso reddito di sovvenzionare gli studenti ad alto reddito.

4. Lauree che riflettano l’apprendimento profondo, quello che collega l’identità personale, l’autosviluppo, le competenze, la conoscenza del campo e le capacità creative. Si tratta di un apprendimento ad alta intensità di lavoro, svolto per lo più in piccoli gruppi e costoso. Gli accademici dovrebbero articolare le caratteristiche di questo tipo di apprendimento in vari campi (non solo gli obiettivi di apprendimento, ma anche i processi e i metodi completi), stimare i suoi costi e promuovere il suo finanziamento. Nelle condizioni attuali, i finanziamenti per l’«apprendimento limitato» sono completamente vulnerabili ai tagli[10]. Il personale accademico e gli studenti dovrebbero articolare la realtà e iniziare a forzare una triangolazione con il modello diluito.

5. Pieno finanziamento della ricerca, in tutti i campi. Nessun problema importante ha una soluzione esclusivamente tecnica, e il Covid-19 fornisce un esempio vivido di quanto sia necessaria la conoscenza sociale e lo sviluppo di sistemi pubblici che vadano oltre la virologia. Quando i governi o le università finanziano i settori Stem sacrificando le arti, le discipline umanistiche e le scienze sociali, discriminano un’ampia categoria di studenti e abbassano il valore pubblico dell’istruzione superiore. I settori artistici e umanistici hanno rinunciato a chiedere finanziamenti adeguati alla ricerca, il che garantisce che non li otterranno. Questa situazione deve cambiare.

6. Occupazione giusta: ridurre la precarietà fino a quando i posti di lavoro accademici part-time e non tutelati saranno occupati solo da coloro che li desiderano. Le università dovrebbero prendere a modello un posto di lavoro etico piuttosto che le sue alternative precarie.

7. Governance accademica democratizzata. Le prime sei caratteristiche non esisteranno senza quest’ultima. I consigli di amministrazione ora incanalano principalmente le forze politiche all’interno delle università e ne regolano la condotta in base a standard stabiliti dal governo, dall’industria o da potenti interessi religiosi o privati[11]. Non offrono competenze distintive per la cura delle comunità accademiche che non siano già presenti nelle comunità stesse. Lo stesso vale per i molti manager che hanno assunto un rapporto conflittuale con il personale accademico. La democratizzazione può iniziare in piccolo, ma deve iniziare.

Queste caratteristiche possono sembrare impossibili. Una cosa di cui sono certo è che sono alla portata di tutti. Sono anche possibili, se e solo se gli accademici rendono concreti i loro metodi e benefici e li trasformano in obiettivi di movimenti interni all’università capaci di attrarre il rispetto e il sostegno esterno.

[1] Rimando qui a Newfield, The Great Mistake, cit. [2] Gli economisti anglo-americani hanno da tempo individuato un’ampia differenza salariale dei laureati rispetto ai salari dei diplomati, e questa differenza media persiste. Questo fatto, tuttavia, non è in contrasto con il punto che sto affrontando sulla stratificazione all’interno della popolazione dei laureati. Generalmente gli economisti trattano ogni livello di istruzione come una coorte omogenea, che mette insieme i laureati delle ricche università d’élite con i laureati delle povere istituzioni pubbliche locali, per sostenere un generico legame causale tra apprendimento e guadagno. Ma per un riconoscimento e una discussione della crescente disuguaglianza interna che analizzo in questo saggio da parte dei principali sostenitori di questa economia mainstream dell’istruzione, si veda D. Autor – C. Goldin – L.F. Katz, Extending the Race between Education and Technology, Working Paper Series, National Bureau of Economic Research, gennaio 2020, disponibile all’indirizzo https://doi.org/10.3386/w26705. [3] D. Laurence, Tenure in 2017: A Per Institution View, «Humanities Commons», disponibile all’indirizzo https://hcommons.org/deposits/item/hc:27147/. [4] A.P. Carnevale – J. Strohl, Separate & Unequal, Centre for Education and the Workforce, Georgetown University, luglio 2013, disponibile all’indirizzo https://cew.georgetown.edu/cew-reports/separate-unequal/. [5] Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, trad. it. Bompiani, Milano 2016. [6] L.A. Rivera, Pedigree: How Elite Students Get Elite Jobs, Princeton University Press, Princeton 2016. [7] A. Kezar – T. DePaola – D.T. Scott, The Gig Academy: Mapping Labor in the Neoliberal University, Johns Hopkins University Press, Baltimore 2019. [8] A. Mehta – C. Newfield, recensione di P. Brown – H. Lauder – S. Yi, The Death of Human Capital?, «Los Angeles Review of Books», 2021. [9] R. Adams, Fewer than 1% of UK University Professors Are Black, Figures Show, «The Guardian», 27 febbraio 2020. [10] R. Arum – J. Roksa, Academically Adrift: Limited Learning on College Campuses, University of Chicago Press, Chicago 2011. [11] Si veda L. Ellis – J. Stripling – D. Bauman, The New Order, «The Chronicle of Higher Education», 25 settembre 2020.