Una conversazione tra Edoardo De Cobelli e Jonathan Vivacqua


Jonathan Vivacqua, Lavoro Inutile, 2020


Edoardo De Cobelli – Come sottolinea il comunicato della tua ultima mostra, negli ultimi mesi abbiamo assistito alle conseguenze del più estremo relativismo etico e culturale: le bolle sono scoppiate, i muri sono caduti, svelandone altri, più alti e più robusti. Senza porsi dubbi sulla sacrificabilità delle manifestazioni di natura culturale, il decreto del 24 ottobre ha chiuso i cinema, le scuole e i teatri, oltre a ogni spazio per un dibattito politico. A poco o a niente sono servite le lettere aperte di voci della cultura come Riccardo Muti o Tomaso Montanari. Ora anche i musei e le realtà espositive. Quando rifletto sulla situazione, mi viene in mente la tua opera, Lavoro inutile. Quasi un manifesto programmatico, all’interno della tua mostra, che presenta un insieme di opere e interventi molto diversi rispetto alle precedenti. Da dove è nata la riflessione sul concetto di lavoro?


Jonathan Vivacqua – È stato un cambio che ho sentito come inevitabile. La mostra di Roma da Whitenoise si è aperta il 24 ottobre, ma l’inaugurazione era prevista il 3 aprile 2020 e per quella data il progetto era completamente diverso, opere spaziali e impattanti, che avrebbero portato lo spettatore a scontrarsi con una natura architettonica rigida e collassata. A settembre, quando siamo tornati a parlare del progetto, a cambiare non era stata solo la data, ma un’attesa forzata che ha inconsciamente spostato la mia visione brutalista su qualcosa di più importante. Ho sentito il bisogno di portare la vita quotidiana nella mostra e questo ha azionato i miei lavori. È stata una scelta di pancia. Dopo che per tre interminabili mesi abbiamo respirato l’inizio di qualcosa di sconosciuto, tutto ad un tratto inevitabilmente ciò che ci preoccupava di più era la salute dei nostri cari, l’importanza umana e la presenza di vita. Lavoro Inutile è una riflessione che nasce dal sarcastico sforzo dell’uomo all’interno di una società precaria, dove la produzione legata al rapporto tempo/fatica perde il focus vitale.


Jonathan Vivacqua, Lavoro Inutile, 2020


EDC – Penso che il tuo lavoro traduca visivamente una sensazione di inadeguatezza difficilemente esprimibile a parole, ma condivisa da molti. Il valore attribuito al lavoro non trova più di una corrispondenza di spazio, merito e gratificazione rispetto alla fatica che comporta, sia fisica e che mentale. Ma soprattutto, è venuto meno il rapporto con la sostanza del proprio lavoro. Il legame con esso. Questo vale tanto per i mestieri artigiani quanto per quelli artistici e intellettuali, sempre valorizzati nella retorica populista tipicamente italiana ma sempre meno supportati e incentivati nella pratica. Come visitatore, ho proiettato la situazione di difficoltà che sta attraversando la nostra categoria nella lettura del tuo lavoro, forse anche a torto. Per me You are a fucking bodybuilder è una metafora straordinariamente calzante della condizione della cultura e della creazione artistica in questo momento. L’impossibilità pratica di svolgere il nostro mestiere in questo particolare contesto, all’interno di una società dominata dal principio economico e dalla sola necessità di mantenere in vita il ciclo produttivo, secondo me è gravissima e ingiustificabile.


JV – La mostra non vuole assolutamente essere un giudizio o un’analisi sociale sulla prospettiva del nostro paese. Io non mi occupo di dire se una cosa è giusta o sbagliata, se la chiusura o meno degli esercizi, musei e teatri sia la soluzione corretta per superare questo virus mondiale. Posso solo sperarlo, visto che lo stiamo facendo. Al di là di questo, io parlo semplicemente di ciò che sto vivendo e che stiamo vivendo. Di quello che trasuda dai pori della nostra pelle, di quella condensa che si forma sui vetri di una stanza chiusa.


EDC – E dunque a settembre hai sentito il bisogno di parlare di quello che oggi, come artista, senti più impellente.


JV – Gli artisti non possono essere impermeabili a ciò che succede nel contesto che li circonda e nella vita quotidiana o significherebbe che qualcosa davvero non funziona. Per lo stesso motivo le opere possono permettersi di fregarsene di avere un dialogo esclusivo con il circuito dell’arte o con gli addetti al settore. L’argomento in questo caso riguarda chiunque e io vedo che i miei coetanei provano a rimanere in piedi, a testa alta, ma sulla coda di un domino saturo che aspetta solo di crollare.

L’Arte non può sempre permettersi di rimanere impassibile. A livello personale, sento che in questi casi gli artisti si debbano prendere carico di una piccola responsabilità sociale.


Jonathan Vivacqua, Lavoro Inutile, 2020


EDC – Sento lo stesso, dal mio punto di vista, come curatore. Il contesto è mutato e avverto la necessità, nello sviluppo di nuove idee, di prendere una posizione. Anche le domande e gli obiettivi che mi pongo nel portare avanti le collaborazioni stesse son diverse. Nel gesto di chiudere gli spazi della cultura, credo che la politica abbia di fatto tolto la maschera della sinistra progressista che già da tempo languiva nella politica culturale. Portare avanti un discorso culturale, oggi, è inevitabilmente una lotta contro la corrente. Dovevo aprire uno spazio espositivo ad aprile ma l’inaugurazione è avvenuta a luglio, con un progetto radicalmente diverso. Ora una mostra non è solo una mostra. È anche il desiderio di sottrarre spazi a destinazione commerciale per l’arte e la cultura. È l’espressione di un movimento di resistenza. L’arte, come il teatro, in generale l’associazionismo e l’attività culturale che parte dal basso sono un territorio di libertà da difendere in ogni modo. Ora siamo in Pausa, come nel tuo lavoro allestito al piano inferiore, ma non ci siamo fermati. Perché hai deciso di allestire questa particolare installazione?


JV – L’idea è sempre nata da una situazione corrente, quotidiana. Come sai i miei lavori nascono molto spesso dai cantieri edili, luoghi che per lavoro familiare ho sempre vissuto da vicino e continuo a frequentare tutt’ora. PAUSA, l’installazione nel seminterrato della galleria, parla sostanzialmente del non fermarsi mai completamente. I cantieri edili vivono un eterno momento di transito, dove la fine viene sì percepita, ma non goduta da chi vi lavora. L’unico vero momento di stasi è la fine della giornata, quando tutto si blocca, come in un equilibrio instabile. Questo ovviamente accade ovunque, ma la bellezza dei cantieri risiede proprio nel disordine sospeso e nel continuo dislocamento dei suoi elementi: i materiali sono ancora da posizionare, le parti da assemblare. I badili, allestiti a mezz’aria e quasi sul punto di cadere, rappresentano l’interruzione dell’azione, un gesto veloce di fine giornata che può protrarsi per molto più tempo del previsto. Il tempo lento di questi mesi è un esempio per tutti; una parentesi di cui siamo ovviamente incapaci di godere. Allestita nella sala che chiude la mostra, non sancisce una fine, ma guarda a una speranza di ripresa. E ad un ritorno dell’uomo.


Jonathan Vivacqua, Pausa, 2020


EDC – Come ti aspetti che ci condizionerà questo secondo lockdown? Cambierà qualcosa dopo l’inverno?


JV – È chiaro che viviamo un periodo di notevole confusione e finché la polvere non si depositerà completamente tutto rimarrà annebbiato. Il nostro lavoro ha il privilegio di poter ragionare proprio su questo. Non ha regole precise né dinamiche stabili, se non quelle di assorbire ed elaborare gli stimoli e le sensazioni che ti circondano. Lo stesso vale per i progetti e i luoghi che promuovono la cultura, soprattutto in Italia. La dimensione espositiva e progettuale è molto radicata in una profonda realtà storica e questo a volte crea forti difficoltà per quanto riguarda il reinventarsi, anche se mutare è inevitabile. Il rapporto con i ragazzi di Whitenoise, da questo punto di vista, è stato straordinario e davvero molto aperto. Il linguaggio spirituale dell’arte, dove slegato da un sistema monetario, può essere una vera forza di pensiero in grado di arrivare a tutti, ed essere davvero utile in qualsiasi momento di crollo emotivo ed economico.


EDC – Io ho l’impressione che si stia cercando di andare avanti in ogni modo, ma ad un costo sempre più alto. Il primo gesto affinché qualcosa accadesse, affinché altri scenari si presentassero, consisteva nell’arrestare il moto perpetuo della vita economica e sociale, che è successo. Poi tutto è ripreso a correre indistintamente. Lo stesso mi sembra stia succedendo adesso. Il totale disinteresse nei confronti del mondo della creatività e della cultura mi fa pensare che non ha più senso dove si va, l’importante è solo correre. Che si possa rinunciare allo spirito critico, ma non fermare la ruota. Mi viene in mente Se niente importa, di Jonathan Safran Foer. Se rinunciamo a ciò che distingue le nostre identità, e che in ultima istanza ci dà la possibilità di sperare in un futuro diverso, cosa ci rimane?