Il tempo di Ares e le «leggi economiche» della guerra
- Francesco Maria Pezzulli
- 8 ore fa
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Intervista a Stefano Lucarelli

Con grande piacere pubblichiamo questa intervista di Francesco Maria Pezzulli, curatore della sezione «sudcomune», a Stefano Lucarelli sul suo ultimo libro Il tempo di Ares. Politiche internazionali, «leggi» economiche e guerre (Mondadori Università, 2025), un testo fondamentale per comprendere le dinamiche geo-economiche che influenzano, se non determinano, le attuali guerre. Se prima il nostro tempo era contraddistinto da Ermes, ci dice Lucarelli, cioè basato su commercio e libera circolazione, adesso è il tempo di Ares, un periodo in cui il conflitto, armato, diventa il perno delle relazioni politiche. La critica dell’economia politica che Lucarelli porta avanti, incentrata sull’analisi della centralizzazione dei capitali e delle politiche protezioniste, ci permette di indagare e comprendere meglio questo nostro tempo e, pertanto, ci offre qualche spunto per il suo superamento.
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Francesco Maria Pezzulli: Scrivi che l’ordine internazionale si è rotto quando il grande debitore ha visto i suoi creditori, in particolare la Cina, acquisire sempre più pacchetti azionari delle corporation di settori strategicamente rilevanti. Puoi illustrarci, in sintesi, i passaggi salienti che hanno condotto a questa rottura?
Stefano Lucarelli: Certamente, ma dobbiamo far qualche passo indietro e tornare alle origini del nostro sistema monetario. Torniamo cioè al 1971, quando unilateralmente gli Stati Uniti decisero di sospendere la convertibilità del dollaro con l’oro. Da allora il nostro sistema monetario internazionale funziona solo ed esclusivamente come un circuito monetario e militare. Il dollaro sta al centro di questo sistema che – si potrebbe dire, per costruzione – non può che generare deficit commerciali crescenti nella bilancia dei pagamenti della nazione che emette la valuta di riserva internazionale, e al contempo attrarre flussi di capitale in entrata, cioè finanziamenti. Perché mai questo sistema può funzionare? Perché mai il dollaro può svolgere un ruolo centrale nel sistema degli scambi internazionali? Perché esso in un certo senso viene imposto a partire dalla forza militare statunitense. Gli Stati caratterizzati da surplus commerciali della propria bilancia dei pagamenti accumulano risorse finanziarie necessarie a tenere in vita questo circuito monetario. Tali risorse non solo devono essere indirizzate verso gli Stati Uniti, e in generale verso l’area del dollaro, ma devono essere impiegate in un modo ben preciso: devono finanziare il debito statunitense senza mettere in discussione né gli assetti proprietari occidentali, né il controllo dei paradigmi tecnologici compatibili con l’egemonia statunitense. La Cina, ma non solo, ha invece cominciato soprattutto dopo il 2007 ad impiegare i dollari accumulati acquisendo pacchetti azionari delle corporation occidentali. Nel Tempo di Ares faccio diversi esempi a riguardo. Ne ricordo solo uno in questa sede, perché è una vicenda tutta italica: l’acquisto di Pirelli da parte di Sinochem e ChemChina nel 2015. Ecco allora emergere l’ombra del circuito monetario internazionale dollar standard, cioè il circuito militare. Esso viene innescato da una guerra commerciale, una reazione protezionistica ai tentativi di acquisizione delle corporation occidentali che sono una parte rilevante delle infrastrutture di cui si dotano i BRICS+. Ma la guerra commerciale – che di fatto comincia già durante il secondo mandato Obama, decolla nel primo mandato Trump e prosegue con Biden giungendo sino al secondo Trump - serve a fare emergere amici e nemici (lo dice chiaramente l’ex Segretario di Stato statunitense, Janet Yellen, nell’aprile 2022 coniando il neologismo friendshoring). Contro i nemici ci si riarma e si creano le condizioni affinché essi siano trattati come nemici anche da chi vuol restare nostro amico. Le guerre, e più in generale le operazioni di destabilizzazione politica, alle quali stiamo assistendo sono servite al pastore statunitense a riportare all’ovile i paesi europei, separando i loro interessi economici e commerciali dalle strategie BRICS+ a guida cinese.
FMP: Nella parte sulla centralizzazione dei capitali evidenzi un paradosso ricorrente nell’ambito delle scienze sociali, che al rifiuto dell’approccio marxista si accompagna spesso il riconoscimento di una sua migliore capacità analitica rispetto all’approccio liberale. Come avevamo accennato in una precedente intervista, secondo Marx, la centralizzazione è l’esito di una incessante lotta tra capitali in competizione tra loro per la conquista dei mercati, è l’esito della «espropriazione del capitalista da parte del capitalista». Nel tuo lavoro provi, attraverso i dati statistici a disposizione, di individuare una qualche co-evoluzione fra centralizzazione dei capitali e tensioni imperialistiche. Quali sono i dati e le informazioni che hai rilevato e ritieni maggiormente indicative «dell’espropriazione del capitalista» e del rapporto centralizzazione-imperialismo?
SL: La centralizzazione dei capitali può essere misurata innanzitutto attraverso il net-control, il valore intrinseco del capitale controllato seguendo tutti i percorsi diretti e indiretti delle partecipazioni azionarie in un mercato azionario. Lo ha proposto nelle sue pubblicazioni scientifiche Emiliano Brancaccio, al quale rinnovo la mia gratitudine per avermi invitato a lavorare insieme al suo gruppo di ricerca. In questa mia nuova pubblicazione ho cercato di fare qualche passo in più: innanzitutto ho ricostruito anche le acquisizioni e le partecipazioni cinesi nelle corporation americane ed europee. Questo aspetto della questione è centrale e va svolto tenendo conto dei settori industriali coinvolti, e del loro ruolo nello scontro fra paradigmi innovativi a guida statunitense e a guida cinese. In secondo luogo ho mostrato come man mano che aumenta la distanza fra posizioni nette sull’estero statunitensi e cinesi crescono le spese militari di entrambi questi paesi. C’è una coevoluzione fra squilibri finanziari che segnalano una inadeguatezza dell’attuale sistema monetario internazionali e il riarmo che segnala un incremento delle probabilità di allargamento dei conflitti. Il tempo di Ares, il dio della guerra, è preparato dal tempo di Hermes, soprattutto quando il dio del commercio, il dio che accompagna verso luoghi ignoti, si comporta come dio dei ladri.
FMP: Sostieni che l’istituzione finalizzata ad un commercio libero ed equilibrato progettata da Keynes è ancora una possibilità, che un piano ispirato all’International Clearing Union potrebbe segnare il primo passo affinché «vinca la pace». Allo stesso modo una recente recensione al tuo lavoro, apparsa su Jacobin (link), titolava «Una moneta globale contro instabilità e guerra». Come andrebbe attualizzata, secondo te, l’istituzione progettata da Keynes?
SL: Voglio essere un po’ provocatorio su questo punto. Il piano di Keynes non nasce dalla volontà di mediare fra gli interessi statunitensi e quelli britannici. A differenza di ciò che sostiene la vulgata, Keynes non era assolutamente a favore di un sistema in cui una moneta nazionale svolgesse anche le funzioni di una moneta internazionale. A Bretton Woods esisteva un convitato di pietra, rappresentante degli interessi di Wall Street, che non consentì né a Dexter White, né a John Maynard Keynes di realizzare un sistema monetario internazionale che fosse ostile alla logica capitalistica dell’accumulazione e dell’indebitamento crescente. Il piano Keynes della International Clearing Union ambiva a un quadro internazionale multipolare – forse Keynes aveva pure in mente un ruolo per l’Unione Sovietica: «La proposta è quella di istituire un’Unione monetaria … basata su una moneta bancaria internazionale, chiamata per esempio bancor, fissata (ma non inalterabile) in termini aurei e accettata … ai fini della regolazione delle transazioni internazionali. Le banche centrali di tutti i paesi membri (e anche dei non membri) aprirebbero dei conti presso la Clearing Union, tramite i quali ciascuno avrebbe facoltà di pagare i propri saldi con l’estero, secondo la parità delle rispettive valute definite in termini di bancor … Per evitare un’accumulazione indefinita di crediti e debiti sarebbero necessari opportune misure». Quali misure? Keynes pensava ad un tasso di interesse negativo tanto sui crediti accumulati, quanto sui debiti accumulati. E auspicava un ambito di confronto affinché i percorsi di uscita dal debito e dal credito fossero trattati non come questioni bilaterali, ma, per l’appunto multilaterali. Aveva chiaramente in testa la rilevanza di una specializzazione produttiva che presupponesse una sorta di programmazione partecipata capace di mediare fra interessi nazionali e interessi sovranazionali. Insomma l’International Clearing Union va letta insieme al capitolo finale della General Theory – su cui spesso un grande economista eretico come Giorgio Lunghini ha posto l’attenzione. Abbiamo un nemico, che a mio modo di vedere laddove venisse vinto ci condurrebbe a riflettere su un altro modello di economia, fuori dalla logica capitalistica. Keynes lo chiama«il potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale». Combattere questo nemico – che oggi assume le vesti dell’economia di guerra – comporta «di ridurre il saggio di interesse ad un livello che renda conveniente la realizzazione di tutti quegli investimenti che la tecnologia consentirebbe, e che potrebbero assorbire la forza lavoro altrimenti non occupata; e una socializzazione di una certa ampiezza degli investimenti». Ma chi deve decidere i contenuti degli investimenti? E in nome di cosa? Senza dubbio non nel nome dello scontro di civiltà – che gran parte della geopolitica attuale di fatto invoca rievocando però gli obiettivi dell’ammiraglio americano Mahan. Questo padre della geopolitica, morto proprio l’anno in cui scoppia la prima guerra mondiale – ne parlo nel mio libro in un paragrafo dove sottopongo a critica la geopolitica imperante – non è poi così distante dal concetto di spazio vitale che attraverso Friedrich Ratzel giunge nelle aule in cui si formerà la gioventù nazionalsocialista. Ma ciò che dovrebbe destare scalpore è che il tema dello spazio vitale è implicitamente accolto da Samuel Huntington. Andare oltre lo scontro di civiltà significa prendere sul serio una regionalizzazione sensata e non imposta militarmente del commercio internazionale, a partire dalla condivisione delle regole da cui dipende la diffusione e l’uso delle tecnologie future. Di questo si parla molto a Oriente e poco ad Occidente.
FMP: Ares è il dio greco della guerra, mentre Pan è il dio greco che si poteva incontrare nei luoghi più oscuri e selvaggi della natura incontaminata, negli impulsi vitali da cui nascono tanto l’euforia, quanto il panico. Ma, scrivi, il tempo di Pan non è il tempo di Ares, perché « il tempo della paura può far nascere una consapevolezza che non esiste nel tempo della guerra». Come ritieni evolverà l’attuale situazione geopolitica, in cui la concentrazione coniugata con una competizione spinta crea un contesto finanziario e sociale instabile? quali scenari possono prefigurarsi a partire dalla tua analisi delle “leggi economiche” che sottendono le guerre?
SL: Pan è il dio del trauma. Ci costringe a vedere la realtà spaventosa che si cela dietro i comportamenti che avvengono quando mancano le regole. Ma Pan è anche il dio che apre il viaggio di Dioniso, dei satiri e delle menadi, verso le Indie. Riconoscere il trauma – soprattutto andando incontro all’altro da sé – è il primo passo verso la cura. Nelle immagini che giungono dalla mitologia greca – un insieme di saperi, frutto di millenari percorsi interculturali, provenienti anche dall’Asia e dall’Africa che trovano sintesi nel mediterraneo – il flauto di Pan diviene un dono che passa nelle mani di Apollo e Atena, le divinità che reggono i processi istituzionali verso la convivenza civile, l’en panta, l’unione nella diversità. Questa è sempre una possibilità. E questa possibilità è chiarissima a chi vive sulla sua pelle il trauma della guerra. Il mio mestiere è l’economista. Sento il dovere di fare il mio mestiere coltivando la critica dell’economia politica dalla quale posso trarre la logica delle cose che ho provato a illustrare. Questa logica delle cose oggi può aiutare a svelare le cause economiche dell’economia di guerra. Nella guerra siamo trascinati. È nostro dovere sottrarsi alla logica dello scontro di civiltà, ricostruire le condizioni affinché vengano bloccate le partnership internazionali che forniscono armi e supporto tecnico a quei paesi che perpetuano l’apartheid (come avviene oggi in Palestina) , rifiutare la rispecializzazione produttiva che – riportando le parole del ceo di Leonardo – si basa sull’idea che in quanto vittime di una guerra ibrida condotta contro di noi dai BRICS+ occorre valorizzare gli investimenti integrando la digitalizzazione, l’AI, la cybersecurity con il riarmo. Si può aprire una stagione di dissenso, di diserzione e di blocco della produzione militare innanzitutto in Europa. Ma perché questa stagione si apra occorre una grande lucidità e una grande consapevolezza di cosa è in gioco. Una delle divinità greche che nomino rapidamente nel mio libro è Eris, la sorella di Ares, colei che sparge voci malevoli e calunnie per render fragile la parola data su cui si può costruire la pace. Oggi gran parte dei media svolge questa funzione. Dobbiamo trovare il modo di dire la verità. Per farlo credo che una ripresa del dialogo con i popoli che vivono del Sud del Mondo, BRICS+ compresi, sia fondamentale. Magari riaprendo anche una riflessione internazionale sul senso del socialismo oggi.
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Francesco Maria Pezzulli è sociologo e ricercatore indipendente. Ha insegnato presso l’Università La Sapienza di Roma e svolge attività di ricerca e inchiesta nel Laboratorio sulle Transizioni, il mutamento sociale e le nuove soggettività dell’Università degli Studi di Roma Tre. Si occupa delle tematiche inerenti lo sviluppo capitalistico e il mezzogiorno italiano. Per Machina cura la sezione «sudcomune». Ha pubblicato per MachinaLibro L'Università indigesta. Professori e studenti nell'accademia neoliberale (2024).
Stefano Lucarelli è professore presso l’Università di Bergamo, dove insegna Politica Economica, Politica Economica Internazionale e Financial Economics and International Institutions. Ha insegnato e fatto ricerca presso l’Università Politecnica delle Marche, l’Università Bocconi, l’Università di Pavia, lo IUSS, l’Università della Calabria, il CNRS di Parigi. Le sue ricerche nel campo delle scienze sociali sono pubblicate su importanti riviste internazionali. Ha curato (con A. Fumagalli) le edizioni italiane di R. Boyer, Fordismo e postfordismo (Università Bocconi Editore, 2007) e A. Orléan, Dall’euforia al panico (ombre corte, 2010) ed è autore de La guerra capitalista (Mimesis, con E. Brancaccio e R. Giammetti, 2022). Fa parte della redazione de «Il ponte» e di varie riviste accademiche. Il suo ultimo libro è Il tempo di Ares. Politiche internazionali, «leggi» economiche e guerre (Mondadori Università, 2025).








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