I rompicapo della soggettività militante


Immagine tratta dalla rivista «arranca!», n. 54, Berlino, 2020


«Scelgo il mio futuro, divengo questa scelta. È così che “l’esistenza

diviene immediata esperienza di libertà”.»

(M. Tronti, Dello spirito libero)

L’articolo di Silvia Federici, «Sulla militanza gioiosa», ha aperto uno spazio di discussione su un tema tutt’altro che insignificante: quello della soggettività militante. In effetti, per quanto il dibattito si sia dato negli opposti termini della «gioia» e del «dolore» della militanza, alla fine è lì — alla soggettività — che bisogna riportarlo, pena ridurre la discussione alla tenuta emotiva dei singoli, peraltro in tempi che somigliano ai pomeriggi d’inverno «quando il buio arriva presto», e in cui forse tanto l’angoscia quanto la serena disperazione sono se non comprensibili, quantomeno diffusi. Federici, nel suo testo, ha sicuramente sollevato un nodo cruciale (e tanto il successo dell’articolo quanto le critiche che ha portato dimostrano quanto sia un nodo scottante e tutt’ora irrisolto): la questione della «politica triste», o meglio, della tristezza e della frustrazione dei militanti di oggi. Che è un tema che, al di là dell’incontestabile dato di fatto — non è necessario arrivare ai casi più espliciti di depressione (che pure sono sempre più diffusi nei nostri ambiti) per riconoscere se stessi o qualche compagno/a in quelle parole — non fa (non dovrebbe fare) riferimento alla mera gestione del quotidiano, come fosse una sorta di filosofia della sopravvivenza ai mali del mondo, ma piuttosto alle modalità di produzione e riproduzione della soggettività militante. Non a caso, il nodo del discorso sembra essersi stretto attorno al concetto di «sacrificio»: una rinuncia, personale e volontaristica, che permette la riproduzione dei corpi militanti. Federici lo rifiuta esplicitamente, in quanto «incarna un obbligo a reprimere noi stessi, a fare cose che vanno contro i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre possibilità»; mentre altri — in parte giustamente — le rispondono che senza militanti che si sacrificano, senza il loro impegno quotidiano, potremmo constatare il decesso della politica. Aggiungiamo: per come la conosciamo oggi.

Ora, per mettere a discussione il problematico concetto di «sacrificio», dobbiamo fare un passo indietro, per seguire delle linee di fuga che ci permettano di mettere a fuoco il discorso, e chiederci cioè: cos’è la militanza, oggi? Diceva Qualcuno che viviamo in un’epoca in cui bisogna parlare «per similitudine, rivelando la verità con un racconto di realtà», quindi la facciamo semplice, con una storia successa davvero. Tempo fa, due compagne — una giovane, giovanissima, appena approcciata al mondo della militanza, l’altra con più esperienza — si prendono la briga di affrontare da sole una di quelle giornate d’inferno da militanti che molti conosceranno: sveglia alle nove, vai in copisteria, stampa i volantini, fai volantinaggio in biblioteca, torna allo «spazio», che facciamo torniamo a casa a pranzo?, ma no, tanto alle tre dobbiamo prendere il caffè con Tizio della Realtà X, mangiamo una cosa al volo, caffè, fai lo striscione, vai alla punta che prepara l’assemblea che prepara l’azione che lancia il corteo, fai report, altro caffè, presentazione del libro e a seguire aperitivo di autofinanziamento, ordina una pizza, nel mentre fai la colla, arrotola i manifesti, fai attacchinaggio, in men che non si dica sono le tre di notte e le due compagne, esauste ma soddisfatte, si buttano sul divano pulcioso dello spazio occupato a fumare l’ultima sigaretta prima di andare a dormire. Cala un silenzio soporifero, interrotto solo dalla compagna giovane, che buttando la testa indietro sullo schienale del divano e sbuffando fumo dice, ridacchiando: «Minchia zia, se devo fare ‘sta cosa per i prossimi trent’anni io mi sparo».

Ora, il punto non è lo spararsi, né il «fare ‘sta cosa» («Qualcuno dovrà pur farlo», la rimbrotta piccata l’austera compagna più grande). Il punto sono «i prossimi trent’anni», a cui nessuno aveva pensato. Il punto, in altre parole, è la riduzione della prospettiva militante all’eterno immanentismo: la perdita di prospettiva a medio-lungo periodo fa sì che la militanza somigli ormai molto di più a un lavoro che a una forma di vita, con timbri di cartellino, licenziamenti, promozioni, premi produttività e, ovviamente, un salario — un salario non monetario ma psicologico, che sia in termini di riconoscimento del gruppo, di buona pace della coscienza da attivista o di «esperienza» (che fai, eri rappresentante di istituto, vai all’università e non frequenti i collettivi?). È chiaro che un simile contesto rende indispensabile il «sacrificio» di pochi: perché una forma della militanza, l’esistenza stessa di un progetto politico incentrata sul presentismo (esserci sempre, esserci a tutte le ore, essere ovunque) è da pochi sostenibile. La militanza diventa così, per la maggioranza, una forma di vita che dura il tempo di una triennale, un hobby a scadenza, fino a quando «non si rimette la testa a posto» o fino a quando non si è costretti dalle condizioni materiali a trovare un lavoro. Come se le due cose costituissero un ineludibile aut aut.

E per quelli che restano, invece, un infausto destino: per dirla con Federici, «gli eroici militanti stacanovisti» — definizione valida se accettiamo l’idea della lavorizzazione della militanza — «sono sempre tristi» (o, specularmente, sono sempre felici, se assumiamo la corretta impostazione del concetto di «felicità» dato dal testo sulla militanza gioiosa: una passione stagnante, che si incarna nella soddisfazione «per le cose così come sono»), perché «cercano di fare così tanto che non sono mai pienamente presenti a ciò che fanno».

Al tempo stesso, però, rifiutare il «sacrificio» perché emblema della repressione dei propri desideri e bisogni sembrerebbe un’opzione se non problematica, quantomeno naif. Perché parte dal presupposto che i militanti spuntino come i funghi (no, quelli sono gli attivisti), belli fatti e finiti, solidi e monolitici, con una soggettività di ferro e dunque priorità ben chiare. Il militante, invece, è un essere umano, nato e cresciuto nel capitalismo e soggetto a continui processi di formazione e contro-formazione — come in politica, anche la produzione della soggettività non vede spazi vuoti, ma piuttosto una tensione continua tra forze contrarie e avverse: come ci si può formare in un modo, ci si può de-formare in un altro. In questo senso, dobbiamo chiederci: di quali bisogni e desideri stiamo parlando? Di quelli soggettivi, individuali, chiaramente. Che possono essere motore, sì, ma anche nemesi del progetto politico: quando non messi in relazione alla costruzione e all’avanzamento collettivo, in altre parole «a sistema» nella continua rottura con l’esistente — anche con se stessi, il sé capitalista che in misura differente alberga in ciascuno di noi — questi aneliti soggettivi rischiano di dare il «La» all’individualismo più esasperato, quello del «faccio come mi pare», quello della scissione tra la vita da militante e la vita «normale» (casa, lavoro, amici e famiglia). Che poi, a parità di condizioni, la seconda fornisce sempre più gratificazioni, materiali e spirituali, prendendo, prima o poi, il sopravvento. Per questo, probabilmente, sarebbe più opportuno sgomberare il campo dal «sacrificio» e ricominciare a parlare di dedizione e disciplina — due parole che in linea di massima, come tutti i tabù, fanno accapponare la pelle ai militanti di oggi. Ma sono due parole più opportune perché a differenza del sacrificio, dei bisogni e dei desideri, rimettono sempre in relazione la soggettività non alla volontà del singolo, bensì al progetto collettivo. La dedizione deriva dalla visione progettuale, quella che ci fornisce il senso ultimo delle nostre azioni, la risposta più ovvia al mantra «Ma chi me l’ha fatto fare?» (che ha attraversato le nostre teste almeno una volta, durante quella pallosissima e probabilmente inutile assemblea alle nove di sera di domenica), e che ci permette di inquadrare le scocciature quotidiane non nel «senso del dovere» di stampo benedettino, ma nell’attuazione concreta della strategia collettiva di medio-lungo periodo. La disciplina, d’altro canto, è un termine forse ancora più controverso, perché richiama la subordinazione di stampo capitalistico, quella delle granitiche gerarchie che diventano privilegio. Il punto è che alla gerarchia capitalista non si può nemmeno rispondere (appunto) con l’orizzontalismo da «tana libera tutti»: le gerarchie, i ruoli, esistono anche nei progetti collettivi, ma anziché essere basati su privilegi si innestano su esperienza e su posizionamenti soggettivi che esprimono la loro funzionalità all’interno di un progetto collettivo. Per dirla a rovescio: senza la visione progettuale (la strategia di medio-lungo periodo) la dedizione diventa sacrificio; senza organizzazione collettiva, la disciplina diventa conformismo (o, nel peggiore dei casi, subordinazione servile).

Probabilmente è in questo snodo — quello della progettualità nell’organizzazione — che si configura la gioia di cui parla Federici: perché è il momento in cui la militanza non viene più concepita come sacrificio, come rinuncia a «un’altra vita possibile» (che poi, che vita sarebbe?), ma come scelta nell’ottica di una trasformazione quotidiana dell’esistente (che è una merda) e di sé. Che non vuol dire che non ci sia dolore, in quella scelta: «rompere con se stessi» non è solo una formuletta magica con cui riempirsi la bocca. Farlo davvero vuol dire rompere con quasi tutto ciò che siamo e siamo stati, con gli amici di una volta (quelli che quando cominci a fare militanza ti dicono «Non ti riconosco più! Sei un’altra persona!» — e a cui sarebbe da rispondere «Bene!»), con gli angosciati genitori; vuol dire accettare il fatto che il pensiero rivoluzionario è sempre divisivo, e che quindi non si può piacere a tutti — anzi; vuol dire essere costantemente cacciati dai salotti perbene, e rinunciare quasi quotidianamente alla sicurezza e alla stabilità — alla «normalità». Il punto è che quando si capisce che quella «normalità» è una merda, difficilmente si può tornare indietro, almeno non senza provare un moto di disgusto, per se stessi e per il mondo circostante. Magari la soddisfazione, il senso di liberazione, sarà nell’immediato più gratificante (dopotutto, è l’ABC del capitale); ma lo schifo resterà lì, latente, sulle pareti dello stomaco, a marcire e far marcire l’organismo. Perché nel capitale, anche se non ci sembra, siamo e saremo sempre schifosamente soli. E non si è mai compiutamente liberi, da soli.

E non è che per rompere con quella solitudine basti l’aspetto comunitario, quello che vede l’intensificarsi delle birre e dei caffè e dei pranzi e delle cene con i compagni e con le compagne (anche perché poi, al di là della facile ironia che si potrebbe fare dati i tempi che corrono, in una fase come quella attuale i limiti di questa impostazione emergono brutalmente insieme alla depressione da lockdown — che, badate bene, può esprimersi tanto nell’ansia, nell’angoscia, nell’insonnia, ecc., quanto nella speculare euforia iperattiva, che notoriamente aiuta a non pensare, e annesso burnout). Per rompere con quella solitudine bisogna invece collocarsi non in una comunità, ma in una collettività; non in una struttura, ma in un progetto. In altre parole, per rompere con la tristezza bisogna rompere con l’individualismo.

«Quando ciascuno è il centro di se stesso tutti sono isolati. Quando tutti sono isolati, non c’è che polvere. Quando arriva la tempesta la polvere diventa fango».

Torniamo a costruire, dunque. Con la gioia della consapevolezza che saremo davvero liberi solo scegliendo di combattere insieme nella tempesta.

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