Gian Maria Tosatti

Breve traccia su un lavoro in costante divenire


Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito. 7_Terra dell’ultimo cielo, 2016, installation

view, ex convento della Trinità delle Monache (Napoli). Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano / Napoli


«Quello che chiamo Neorealismo visivo non è una scuola, né un’intenzione estetico-teorica predeterminata che si declina in una pratica. Non ha un manifesto pubblicato su un quotidiano francese, né un fondatore. Non ha una data d’inizio. Si tratta piuttosto di un fenomeno da ricostruire, di una cognizione che parte da una serie di dati reali, di fatti avvenuti, di opere realizzate. Ciò a cui mi riferisco è, dunque, un’identità che non si è mai ancora dichiarata, ma che, nei fatti, si è costruita giorno dopo giorno unendo, con un solido filo di coerenza, la ricerca di una generazione di artisti italiani che, pur proveniente da storie, formazione ed estetiche diverse, è andata convergendo in questi anni verso la necessità di riformare profondamente il senso stesso dell’opera d’arte e il suo contesto». Con queste parole che aprono un testo pubblicato lo scorso 20 giugno 2016 su artribune.com, Gian Maria Tosatti (Roma, 1980) fa il punto su un percorso dell’arte italiana e contestualmente dà una traccia precisa e matura, mi pare, della sua poetica: di un itinerario che, a ben vedere, si nutre certo di spazio, ma riprendendolo da una angolazione più strettamente scenografica, quasi a creare seducenti set cinematografici dentro i quali far muovere lo spettatore – silenzioso, solitario – per coinvolgerlo emotivamente, portarlo ad essere parte di un corpo, di un percorso analitico. Si tratta, nello specifico, di una volontà che mira a ricercare alcuni luoghi fisici, a recuperare alcuni ambienti (a volte) fatiscenti, a sottolineare (a evidenziare con un pennarello complesso che è determinato dal gesto dell’artista nell’ambiente) alcune incurie del nostro distratto e disorientato mondo d’oggi «per portare bellezza sotto la cappa della disperazione sociale in una vera e propria battaglia urbana a colpi di dialettica».

Se infatti guardiamo attentamente quel capolavoro che sono le Sette stagioni dello spirito (2013-2016), una cosmografia sensibile che nella struttura si è nutrita del Castello interiore (1577) di Teresa d’Avila e della Divina Commedia per andare alla ricerca del mondo perduto sotto gli occhi fragili del quotidiano (la Chiesa dei SS. Cosma e Damiano ai Banchi Nuovi, l’ex Anagrafe comunale di piazza Dante, gli spazi disabitati dei Magazzini generali nel porto di Napoli, l’ex Ospedale Militare, l’ex Convento di Santa Maria della Fede, l’ex fabbrica nel quartiere Forcella e il Convento della Santissima Trinità delle Monache), ci rendiamo allora conto che Gian Maria Tosatti mostra la piena consapevolezza e sensibilità di attraversare il nostro tempo, di toccare con occhio vigile (allarmato dall’urgenza) alcuni luoghi urbani per sottoporli a nuova nuova fascinazione, riconsiderarne il rilievo storico, certificarne l’esistenza, riportarli all’interesse pubblico, della communitas.


Gian Maria Tosatti, Моє серце пусте, як дзеркало - одеський епізод, 2020, land art

installation, site specific. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano / Napoli


Già con i dieci momenti delle Devozioni (2005-2011) e con le varie stazioni di Landscapes (2006-2009) Tosatti aveva mostrato un particolare, elegante e in alcuni casi anche teatrale interesse per il situ da gestire come un orizzonte di lettura possibile: ma poi, proprio con le Sette stagioni dello spirito (1_La peste, 2_Estate, 3_Lucifero, 4_Ritorno a casa, 5_I fondamenti della luce, 6_Miracolo, 7_Terra dell’ultimo cielo), la scena penso che si sia definitivamente aperta e l’artista sia diventato – il suo pensiero, l’estroflessione mentale del suo sguardo – il luogo, il medium che raccoglie (accoglie) tutta una serie di informazioni per consegnarle al pubblico, con la fiducia (politica, etica, estetica) che qualcosa possa cambiare nel singolo e nella specie. «Studio le città perché esse sono i luoghi che l’uomo costruisce per potervi declinare tutte le sfaccettature della propria anima. Studiare la città, dunque, è come realizzare una spettrografia dell’identità umana. Per farlo però serve tempo. Molto. E soprattutto un’attitudine alla ricerca prima ancora che all’affermazione».

Come saggi filosofici sulla città, sulla πολιτεία, sulla società, i suoi interventi da questo preciso momento delle Sette stagioni sono effetti discorsivi che trasformano il locus in centro di analisi, in dispositivo che trasforma il luogo in qualcosa di più del luogo, in allegoria dell’esistenza, in storia sociale, in causa politica.

Con il più recente e poetico ciclo avviato a Catania (2018) nella meravigliosa cornice di Palazzo Biscari, Il mio cuore è vuoto come uno specchio appunto, questo suo pensiero si apre con maggiore insistenza anche a una certa visione metafisica: intesa non tanto come sospensione, ma come sostanza dell’essere. Mana sirds ir tukša kā spogulis (l’episodio di Riga, 2018), My hart is so leeg soos 'n spieël (quello di Cape Town, 2019) e Моє серцепусте, як дзеркало (quello recente di Odessa, 14 dicembre 2020 | 15 gennaio 2021) rappresentano davvero tutto quello che si può dire quando alle parole si toglie la voce. A Odessa, in Ucraina, Tosati ha scelto di lavorare sul lago di Kuyalnyk, su uno specchio da cui far sorgere la storia – le storie più esattamente, di un luogo mortificato dall’uomo, dai popoli, dalle società – e darci il senso della pietà, o magari mostrarci un mondo senza di noi.


Gian Maria Tosatti, Il mio cuore è vuoto come uno specchio - Episodio di Catania, 2018,

performative installation, site specific, detail, Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano / Napoli.


«Questa conoscenza, questo senso della scomparsa», avvisa l’artista, «è qualcosa di profondamente radicato, una sorta di strano, inquietante dono che è stato dato all’intero paese e ai suoi cittadini. In molte città o villaggi si può chiaramente percepire un flusso del tempo difettoso. Il tempo sembra scorrere più lento che in ogni altro posto o uscire al di fuori dei suoi meccanismi. Odessa sembra un pezzo di terra alla deriva del tempo. Camminando attraverso i campi alla periferia della città si ha la sensazione non di essere in un altrove, ma in un altroquando. E il lago Kuyalnyk sembra un luogo dove il tempo – la più importante invenzione dell’uomo – non ha più senso. In questo momento incerto, ogni giorno e ovunque nel mondo stiamo affrontando lo stesso senso di precarietà che qui a Odessa è stabile e perpetuo».


Gian Maria Tosatti, Histoire et destin - New Men’s Land (Star), 2016, land art installation, site specific. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano / Napoli.

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