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«Convinti che il futuro era nostro»

Gli 883 negli anni della grande illusione

 



Cover Hanno ucciso l'uomo ragno
Immagine: 883, Hanno ucciso l'uomo ragno, cover

Nessuno meglio di loro ha cantato la provincia italiana negli anni Novanta. Nessuno meglio di loro ha cantato la generazione dei giovani nati tra gli anni Settanta e Ottant che non conoscono le grandi comunità politico-ideologiche né si riconoscono nelle identità mediatiche forgiate dalla sempre più pervasiva società dello spettacolo. È questa la tesi di Andrea Rinaldi, nel ritratto sugli 883 che pubblichiamo oggi. Secondo l'autore, emerge nei testi del gruppo la fotografia di una soggettività sconfitta dalle condizioni socio-economiche ma fiera, raccontando la società e la working class del proprio tempo, nei suoi luoghi, nelle sue abitudini, nei suoi errori e nelle sue assurdità.


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Nel luglio del 1992 il governo Amato decideva di prelevare denaro fresco direttamente dai conti correnti dei suoi cittadini per sostenere la moneta italiana, una settimana dopo una Fiat 126 esplodeva in Via D’Amelio a Palermo ed eliminava un giudice antimafia; nel mentre Sarajevo era assediata dai serbi e i pm di Milano riempivano il carcere di San Vittore di mani non così tanto pulite. Un anno faticoso anche per la prima Repubblica italiana che di guerre, scandali, indagini e stragi aveva una discreta esperienza. Nei bar e nei circoli intanto si discuteva di come la Danimarca di Schmeichel fosse riuscita a diventare campione d’Europa e battere in semifinale l’Olanda dei campioni come Bergkamp, Rijkaard, Gullit e Van Basten. Nei lidi e nelle discoteche si ballava con gli Snap e con George Micheal e qualche alternativo spacciava cassette dei Cure, ma il successo italiano dell’anno era il disco d’esordio di una band che prendeva il nome dalla cilindrata di una moto nordamericana, una Harley con il motore da 883 centimetri cubi.

  L’album si intitola Hanno ucciso l’uomo ragno, le sonorità sono più metal di quanto ci si aspetterebbe da un successo pop e da un duo di ragazzi normali, sbarbati e vestiti come qualsiasi adolescente della penisola. Il riferimento alla cultura statunitense è evidente ma non lineare: in realtà, l’uomo ragno è un simbolo ben lontano dal culto del successo, dell’individualismo, dell’edonismo e del reaganismo tipici dell’epoca. Peter Parker è quello che nei film americani viene chiamato «sfigato», un giovanissimo nerd, orfano e povero, un ragazzo qualunque perso in una metropoli sempre più crudele e violenta, un supereroe per caso che accetta un dono casuale per fare giustizia; ma è comunque un ragazzo ai margini di un quartiere periferico, un quartiere della working class nella più grande città del mondo. L’uomo ragno è quindi un eroe per qualsiasi ragazzo che si identifichi con la sua normalità, non un muscoloso divo hollywoodiano finto e patinato. A tal proposito gli 883 cantano: «le facce di Vogue sono miti per noi, attori troppo belli sono gli unici eroi». Nell’Italia dei modelli estetici sempre più occidentali, del culto dello spettacolo, della corruzione così volgare e onnipresente c’era quindi chi, negli anni Novanta, aveva bisogno di rivendicare la semplicità di una storia di periferia, di un eroe che semplicemente lottasse per i suoi simili.

Per Pezzali e Repetto evidentemente Peter Parker non è uno sfigato, ma uno come loro, un ragazzo che pur provenendo dalla capitale del nuovo mondo si inserisce perfettamente nella normalità della provincia italiana. Il dipinto dello sfigato verginello dei film americani – come Brian nel cult anni Ottanta Breakfast club – che avrà tanto successo come archetipo cinematografico negli anni Novanta è rispedito al mittente. I veri sfigati sono ben altri, sono gli yesman, i boriosi universitari («dici sempre che io non mi so comportare, che non son capace neanche di parlare di quegli argomenti da laureati, di cui parlan sempre tutti i tuoi amici sfigati») ma sono anche i figli di papà, quelli ben vestiti che si atteggiano da superstar con le donne e si immaginano come dei novelli Berlusconi. La terza traccia dell’album d’esordio, 6/1/sfigato, è dedicata a loro: «credi di essere uno ricco e potente, uno che può far tremare la gente, ed invece tu che cosa sei, uno qualsiasi come noi, sei uno sfigato, ma cosa vuoi». Gli sfigati sono perciò i «fighetti» – i veri figli della cultura mainstream – gli illusi che credono alle promesse di successo e si adornano dei simboli della classe dirigente: il vestito, la cravatta, la macchina, il cellulare. Sono quelli con il poster in camera di Michael Douglas in Wall Street, degli epigoni di Gordon Gekko: una soggettività stereotipata ma anche diffusa tra i giovani italiani dell’epoca; una soggettività neoliberale, incentrata sul trionfo personale e sul godimento dei propri guadagni monetari, colta ma altrettanto cafona, la progenie di quella piccola élite che si appresta a seppellire la prima Repubblica, a formare l’uomo nuovo dell’Italia moderna e soprattutto a penetrare nella politica istituzionale.

  Gli 883 diventeranno presto la colonna sonora di una generazione: non di un gruppo o di una specifica cultura di strada, ma di quei giovani che, nati a cavallo tra Settanta e Ottanta, non conoscono le grandi comunità politico-ideologiche né si riconoscono nelle identità mediatiche forgiate dalla sempre più pervasiva società dello spettacolo. Le canzoni semplici, immediate, telegrafate, per certi versi didascaliche, che raccontano delle piccole cose, delle serate in strada, dei pomeriggi nelle sale giochi, delle amicizie finite, delle passioni per i motori, della paura per l’altro sesso e del sesso sono la trasposizione contestualizzata dello storytelling dei grandi cantautori americani come Bruce Springsteen.

Certamente il grande mondo pop nordamericano è un riferimento costante, ma anche qualcosa su cui costruire una propria identità: è sì un mito ma anche un modello da guardare con sospetto. Nelle canzoni degli 883 c’è difatti l’orgoglio del pensarsi diversi anche se marginali oltre alla rivendicazione del proprio provincialismo e della condizione di alternativi sfigati – un altro tipo di sfiga – di coloro che abitano una città tragicamente noiosa, senza futuro e senza tempo: «non c'è storia in questa città, nessuno si diverte e mai si divertirà».

Media, musica, cibo, cultura, moda, consumi, tutto sottolinea la bellezza e la supposta superiorità del sogno americano che si dispiega sul cadavere dell’Unione Sovietica. Le grandi ideologie sono morte e sepolte, i partiti in crisi, la politica sempre più distante dalla vita quotidiana, i gruppi sociali si sfaldano sotto il peso dei grandi cambiamenti economici mentre un politologo americano entusiasta dice che la Storia è finita: non c’è più nulla da sognare, il futuro è oggi. Ma gli 883, per quanto ammaliati da quella cultura così pervasiva, sottolineano quanto loro siano diversi, provinciali, emarginati ma disgustati dalla falsità della classica icona americana degli anni Ottanta. In fin dei conti la vita ai confini dell’impero è un altro mondo rispetto a quella martellante retorica ottimistica del successo. La vita conosciuta da Pezzali e Repetto è invece fatta di noiosi bar, risse per futili motivi, fallimenti continui, problemi economici, stringenti aspettative genitoriali (la mamma «s’inkazza»), sogni infranti e l’abisso del vuoto esistenziale che si «riempie» nelle serate in macchina senza una meta («si gira in macchina il mattino alle tre, alla ricerca di qualcosa che poi, cos'è non lo sappiamo nemmeno noi»). Potremmo dire che siamo sempre sulla scia del no future, l’urlo che i Sex Pistols nel 1977 scagliarono contro la monarchia inglese. Ma, a differenza di quest’urlo attivo, puntato come un fucile alla testa dei governanti e agito politicamente in tutta Europa, nel 1992 il futuro non appariva come una questione di cui occuparsi perché era stato strappato dalle mani dei giovani dalla grande controrivoluzione capitalista che marciava da Ovest. Pezzali e Repetto ce lo dicono in Cumuli: prima «convinti che il futuro era nostro» poi costretti alla resa incondizionata del convivere con il loro vuoto. Dopo la fine della grande politica di massa e l’individualizzazione della società, l’orizzonte diventa l’oggi, il momento esattamente presente che si declina nei pochi piaceri dell’evasione immediatamente consumabile: sbarcare il lunario, vincere la schedina o svoltare la serata senza pensare al mattino seguente.

Gli 883 si formano sui banchi di scuola del liceo scientifico di Pavia e, nonostante nel video di Rotta x casa di Dio si ritraggano ironicamente sulle grandi avenue nordamericane, chiunque abbia vissuto in una qualsiasi città italiana sotto i centomila abitanti sa quanto una cittadina possa essere distante dalla vita caotica, pericolosa, eccitante e spietata di una metropoli come New York. L’America è quindi sbarcata in Italia ma non l’ha snaturata, non l’ha domata, si è scontrata con quella particolare forma di vita lenta, provinciale, mediterranea.

Pezzali e Repetto certamente prendono tanto dagli Stati Uniti, infatti gli arrangiamenti svariano dalle sonorità hard rock (un’italianizzazione delle chitarre e dei synth hair metal) ai successi pop tipo You spin me round. I loro testi potrebbero essere invece usati in ballate country, con quei tipici riferimenti alle abitudini o ai personaggi della vita delle piccole comunità, o con quei racconti di semplici giornate senza fatti degni di nota: starebbero bene in bocca a Kenny Rogers o Johnny Cash. Non a caso Max Pezzali nella sua autobiografia si dipingerà come un «cowboy che non molla mai» e non è difficile vedere i personaggi delle sue canzoni come dei moderni viaggiatori di un Far West padano, persi in quelle «strade che sembrano sentieri», ben distanti dalle grandi città, dalla modernità globalizzata, sicuri dietro i loro confini conosciuti e spaventati dal «grande salto» lavorativo e affettivo, ben piantati in una routine da cui, comunque, non c’è scampo: «stessa storia, stesso posto, stesso bar». Anche per questo Pezzali è il grande cantautore della nostra società de-ideologizzata degli anni Novanta: conosce e sa raccontare lo spaesamento della cultura provinciale, vive in prima persona e descrive l’individualizzazione della società che «non esiste», teorizzata qualche anno prima da Margaret Thatcher, e, infine, assume le fratture stilistiche che la moda impone agli adolescenti laddove, pochi anni prima, le fratture si misuravano prevalentemente sui canoni della classe sociale di appartenenza. Negli anni Novanta lo stile e la musica sono invece ancora più determinanti nel formare le identità sociali: se negli anni Ottanta le tribù (paninari, skinhead, punk, mods) avevano ancora un riferimento territoriale, classista o politico, nel decennio successivo questo sembra scomparire, l’avvento dell’apolitico grunge come nuovo alternative, che in parte soppianta e si mangia il punk e l’hardcore, parla anche di questo. Nel racconto che ci lasciano gli 883, lo stile, derivato anche dai gusti musicali, è l’attributo principale con cui si distingue la grande maggioranza dei normie o degli alternativi dai fighetti, i businessman wannabe, i supposti vincenti, coloro che ricercano la propria appartenenza o il proprio riscatto nelle forme di successo suggerite dal capitale. Gli 883 sicuramente si associano ai primi, ma faranno ballare anche i secondi. Da giovani indossavano le magliette nere strappate ma saranno una colonna sonora trasversale perché, in fondo, rappresentano i figli del ceto medio-basso largamente maggioritario; lontani dalla ricerca del successo economico a tutti costi, semplicemente dei ragazzi normali figli di persone normali: «noi né ricchi né barboni, solo un gruppo di coglioni, sempre in giro a far casino, mai paura di nessuno».

  Tra i testi scanzonati e leggeri e le musiche progressivamente sempre più pop emerge proprio la fotografia di una soggettività sconfitta dalle condizioni socio-economiche ma fiera: nostalgica del tempo passato e disillusa sulle proprie possibilità di vittoria ma estremamente consapevole della propria immutabile condizione di abitante della provincia e quindi, per necessità, orgogliosa («noi due poveri sfigati, noi non siamo mai cambiati»). Nel vuoto disarmante della società senza Storia – talvolta meno terrificante della maturità, delle responsabilità e dello svendere se stessi – il ragazzo di provincia si aggrappa ai pochi valori che conosce: solidarietà di gruppo e amicizia, «siam rimasti uniti, senza fotterci mai, sull'amicizia e sulla lealtà, ci abbiam puntato pure l'anima».

L’amicizia e il cameratismo sostituiscono le varie forme di appartenenza a collettivi e a comunità, ne imitano le forme e quindi il fuori; il necessario altro diventa il sesso femminile, che è sì un mito intoccabile ma anche l’avversario che strappa via gli amici e distrugge il gruppo: «poi chissà cosa è cambiato, forse il tempo che è passato, c'è chi adesso è regolare, c'è chi si sta per sposare, con le loro macchinette, sempre lucide e perfette che ci guardano dall'alto, loro hanno fatto il grande salto». Al contempo però i legami del gruppo subiscono ben altri traumi e rotture. Per quanto la società italiana si fosse impegnata a liquidare i grandi sconvolgimenti dei decenni passati e a illudersi che con la vittoria della democrazia «andrà tutto bene», la cupa coltre oscura che sembrava avvolgere solamente gli anni Settanta non si era realmente diradata: la violenza, la guerra, l’eroina, la depressione non erano realmente sparite.

Pavia, come moltissimi comuni del nulla padano e italiano, è una città invasa dall’eroina, in cui tutti hanno un amico portato via dai «cumuli di roba e di spade». Gli 883 affrontano questo dramma con lucido disincanto: «il grande incubo» non è la droga, ma quel vuoto esistenziale che ha portato via tanti amici lontani e vicini, in primis Kurt Cobain: è quel nulla che ognuno affronta nella scalata ad una vita senza prospettive fuori dal lavoro. Una vita che, nel tempo lineare e determinato della nuova era, è stata privata perfino della possibilità di sognare o pensare un futuro: «il vuoto credo che non si riempia mai, per tutti è così, si perché è un po' il vuoto di tutti noi, ci sbattiamo tanto per chiuderlo, ci proviamo e non ci riusciamo mai, allora tanto vale conviverci». Non c’è bisogno di grandi spiegazioni, è così ovvio, così comune, così naturale; la scomparsa degli amici è un fatto ineluttabile di una guerra silenziosa dalla quale, per pura fortuna, sei stato risparmiato: «ti ho rivisto stamattina, sul giornale la tua foto, steso su quella panchina non sembravi neanche tu». Queste morti sono tutti pezzi di innocenza che vengono strappati da quella generazione cresciuta con l’illusione di un mondo pacificato, ma che finisce ad essere la generazione che conosce e capisce più di altri la solitudine e lo smarrimento, «forse è stato il tempo, forse quella solitudine che ci portiamo dentro».

  Probabilmente non appare più tanto folle o «sfigato» chi dalla provincia scappa in cerca di riscatto con in tasca la ricetta statunitense del successo. Pezzali nella sua più iconica canzone «Gli anni» parla a se stesso: «non lo so che faccio qui», fermo al solito bar, al solito punto, con dei fari puntati addosso che sembrano «chiedermi chi cerchiamo noi». Fuori dal personaggio, fumettistico ma realistico, delle sue canzoni, lui ha invero scelto di abbandonare la strada scritta dalla sua famiglia: l’università prima e il posto fisso dopo, quindi ha tentato un altro «grande salto» ed è scappato dalla miopia della sua comunità chiusa e bigotta: «sono sempre pronti a giudicare tutto quello che fai, come ti vesti e con chi ti incontrerai, ma non te la prendere loro sono fatti cosi, devi solo credere che un giorno te ne andrai di qui». Ancora negli anni Novanta, prima che intervenissero i vari pacchetti della precarietà e le riforme aziendalistiche dell’università, la laurea rappresentava un passaggio sicuro verso la carriera pubblica e quindi verso le classi medie, le classi che più di tutte hanno rappresentato e sostenuto l’Italia post Tangentopoli. Ma Pezzali rifugge da questo modello scritto e consolidato di ascesa sociale, tentando un’improbabile carriera pop che a conti fatti risulta vincente. Vincente per l’indubbio successo e perché poi, proprio quegli anni Novanta da lui cantati, hanno posto le basi per la distruzione del mito del posto fisso.

Il discorso ottimista di stampo neo-liberale che permea la società occidentale ‒ a malapena scalfito dai caccia Tornado che sorvolano il Nord Italia per esportare la democrazia statunitense nell’ex Jugoslavia ‒ ha quindi aperto il campo alle riforme della precarietà lavorativa e delle privatizzazioni che si succedono negli anni Novanta, e lo troviamo largamente presente in tutte le forme della cultura mainstream. In Italia il non-più-giovane Jovanotti, si appropria di uno stile non suo, il rap, piegandolo alle esigenze ideologiche della politica, convincendo i giovani di essere «ragazzi fortunati» spensierati ed essenzialmente felici, mentre nel resto del mondo le classifiche sono occupate stabilmente dalla nuova dance esplicitamente finalizzata all’evasione. Contemporaneamente però il fenomeno del grunge rimuove la politicizzazione implicita del punk ma esplicita il disagio di una generazione intera e, nelle stesso periodo, un caposaldo della cultura pop e folk come Bruce Springsteen si imbarca nella sua più profonda, malinconica, realistica e radicale critica al sogno americano con l’album The ghost of Tom Joad, che attraversa le ingiustizie sociali negli anni dell’illusione della pace e del benessere, accompagnato dal protagonista di Furore. Per quanto ne possano dire i critici musicali del tempo, gli 883 si collocano pienamente nel secondo filone, imparando proprio dal «Boss» la sottile arte di intrattenere e raccontare la società e la working class del proprio tempo, nei suoi luoghi, nelle sue abitudini, nei suoi errori e nelle sue assurdità. È proprio un lessico springsteeniano quello con cui Pezzali e Repetto narrano dei loro luoghi di ritrovo, ricompongono un proprio orgoglio provinciale e descrivono le innumerevoli paure e ansie di questa gioventù senza riferimenti e senza bussola, spersa nel nuovo mondo e incerta sulla grande illusione ideologica del secolo.

Non è certo un caso che oggi gli 883 siano ancora così ascoltati, aldilà delle passione delle nuove generazioni per i jeans slavati o per l’estetica anni Novanta. Sono ancora attuali perché sono stati fotografi senza filtri della condizione umana postmoderna: in perenne equilibrio tra vuoto e frenesia, che destreggia la propria identità tra ambizione e delusione. Inoltre, hanno colto la necessità e il piacere catartico di una «narrazione delle piccole cose», un tratto sicuramente caratteristico del country e del folk americano, ma anche dei nuovi cantautori pop italiani, riferimento dei nuovi figli del ceto medio, come Gazzelle, Calcutta o Carl Brave. La narrazione sobria degli 883 è concentrata sulla riconoscibilità musicale ma anche sulla capacità di creare un’identità alternativa che evidentemente, forse per fuggire dalla propria marginalità o forse per farsi forza con essa, è importante per i giovani del 1992 come per i giovani del 2024. Sicuramente è una narrazione che sarebbe miope definire a priori apolitica, perché spiega moltissimo della soggettività che si muove con essa.


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Andrea Rinaldi si è laureato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna con una tesi sul pensiero di Mario Tronti nei «Quaderni rossi» e in «classe operaia». Fa parte della redazione di «Commonware» e collabora con «Machina».


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