Che nessuno normi nelle nostre mutande

Intervista a Patrizia Gubellini e Sandra Schiassi



Dopo la sentenza della Corte suprema USA che vieta l’aborto e abolisce una legge che per cinquant’anni ha garantito alle donne americane l’autodeterminazione rispetto alla propria capacità riproduttiva, riproponiamo un’intervista del 2014 a Patrizia Gubellini e Sandra Schiassi [1], militanti femministe in prima linea nella battaglia per l’aborto libero a Bologna, che hanno praticato l’aborto autogestito, prima che nel 1978 entrasse in vigore in Italia la legge sull’Interruzione volontaria di gravidanza. La legge, come sappiamo, è sempre più spesso resa inapplicabile dal ricorso all’obiezione di coscienza: il tributo che il Parlamentò dovette pagare all’area cattolica e che oggi costituisce il principale impedimento all’autodeterminazione riproduttiva delle donne. Da anni, la legge è bersaglio delle organizzazione pro-life e delle pressioni politiche di una classe dirigente che continua a considerare la donna «macchina riproduttiva», che vorrebbe ricacciarla nelle case, dalle quali è uscita sbattendo la porta sull’onda delle mobilitazioni femministe dei Settanta, nel ruolo di moglie e madre (do you remember Family Day e Fertility Day?). Le pressioni perché il legislatore riveda l’intera materia sono fortissime. I rischi di un’erosione degli spazi di libertà conquistati dalla lotta delle donne sul terreno della sessualità e della riproduzione sono concreti anche qui.

L’intervista ripercorre la storia delle legge 194/78 ricostruendo i contrasti politici che l’accompagnano e gli interessi che definiscono l’opposizione all’aborto. E, soprattutto, ribadisce il dritto delle donne a una sessualità slegata da interessi produttivi e ruoli sociali.

Sandra ci ha lasciato nel febbraio del 2018 e questo è anche un modo per ricordare le sue battaglie e il suo impegno femminista militante. Patrizia continua ad essere attiva nei percorsi femministi degli ultimi anni.


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Come possiamo leggere oggi i ripetuti attacchi in Italia, in Europa e nel mondo [fa eccezione l’Argentina che, in controtendenza, sulla spinta di una imponete mobilitazione femminista ha introdotto l’aborto nel 2020 n.d.r] a una sessualità femminile libera e slegata da interessi produttivi e ruoli sociali, come le lotte femministe dei Settanta avevano imposto?


Sandra – Oggi, in Italia, sta diventando sempre più complicato abortire perché ci sono i medici che si rifiutano di farlo. Ma va detto che sebbene si tratti di un problema che sta diventando sempre più rilevante, quella sull’obiezione di coscienza è una possibilità prevista dalla stessa 194. Un’opportunità che è stata introdotta dal legislatore per creare delle limitazioni. Le donne stavano facendo un gran casino, peraltro in un momento di più generalizzato conflitto sociale e, sulla questione dell’aborto, hanno dovuto cedere, ma hanno fatto i furbetti e, per accontentare le chiesa cattolica, hanno tirato fuori la questione dell’obiezione. Oggi però l’obiezione di coscienza non la fanno solo i cattolici o quelli che vogliono limitare la libertà delle donne. Tra gli obiettori ci sono tanti vigliacchi che vogliono fare carriera o che non vogliono dover lavorare troppo visto che sono sempre di più gli obiettori. La conclusione è che l’obiezione di coscienza ha reso l’aborto difficilmente praticabile. E ci sono chiari segnali che indicano una volontà di riportare d’attualità l’aborto clandestino. È un modo anche per disciplinare la sessualità delle donne, per cui tu prima di darla via ci devi pensare un attimo... perché poi l’aborto clandestino non è mica una cosa da niente!

Patrizia – Possiamo anche aggiungere che negli anni Settanta chiedere una legge sull’aborto non voleva dire che tutte le donne che lottavano credevano nella funzione di una legge. Voleva dire però che volevamo fortissimamente slegare il controllo del nostro corpo dalla gravidanza, dal rimanere incinta. Significava fare due passaggi: rivendicare la contraccezione libera e chiedere una sessualità slegata e non controllabile. Oggi magari non è più una pratica diffusa, ma allora quando iniziavi a fare autocoscienza e a scoprire il tuo corpo rompevi, per davvero dei tabù forti. Le donne il proprio corpo non lo conoscevano. Chiedere questa legge voleva dire discutere di sessualità per far uscire fuori i propri desideri, un modo per dare ampio spazio alla sessualità.

La legge che è stata approvata non era la migliore possibile e soprattutto una buona parte del movimento delle donne non voleva delle leggi che normassero le nostre rivendicazioni; ma quella legge ci garantiva di non andare in galera se abortivano e che potevamo decidere da sole senza dover chiedere ai nostri partner, ai mariti o ai padri. Potevamo abortire e controllare noi stesse la nostra sessualità.

Sandra – In quegli anni, c’erano almeno due slogan che riassumevano la posizione delle donne rispetto all’aborto e quindi rispetto a sessualità e attività riproduttiva. Noi avevamo chiuso un volantino dicendo: «vogliamo fare meno figli possibili», e questo perché non crediamo alla libertà individuale, perché ci sentiamo libere solo quando siamo insieme, quando siamo politicamente organizzate, quindi vogliamo fare meno figli possibile perché la maternità, almeno per come è concepita in questa società, ci isola le une dalle altre. Un altro gruppo di Milano scriveva nei suoi documenti: «vogliamo solo i figli che desideriamo», che voleva dire delle altre cose ma che non era in contraddizione. Solo un pensiero entusiasta come quello femminista degli anni Settanta poteva tenere insieme questi piani anche differenti. Non era incoerenza, ma una ricchezza che teneva insieme sensibilità e prospettive differenti, e da ciò ha tratto la sua forza.


Possiamo anche aggiungere che, in piena fase fordista-taylorista, rivendicare l’aborto libero voleva anche dire mettere in discussione un preciso ruolo sociale, quello della produzione e riproduzione della forza-lavoro, in particolare dell’«operaio massa» che lavorava alla catena di montaggio e in questo c’era anche un attacco aperto all’intero modo di produzione del tempo. Rifiutando il lavoro domestico e soprattutto, rifiutandosi di fare figli, le donne assumevano, seppur da un punto di vista differente, un comportamento analogo a quello degli operai che sabotavano la produzione alla catena di montaggio. Avevano in comune l’obiettivo di scardinare un preciso modello di produzione (e riproduzione) che stabiliva precisi ruoli sociali e specifiche forme di sfruttamento…


Patrizia – Sicuramente nel voler riprendere in mano la nostra sessualità volevamo dire no ai ruoli che ci venivano imposti, come facevano le lotte per il salario al lavoro domestico che puntavano a restituire valore al lavoro delle donne in casa. La nostra lotta per l’aborto stava certamente dentro questo discorso. Era un modo per distruggere lo stato di cose presente, per fare delle altre cose. Il corpo è mio e lo gestisco io, anche nel ruolo che voglio interpretare.


Se spostiamo lo sguardo sul presente, quale limitazione dello spazio di libertà per le donne possono comportare i ripetuti attacchi all’aborto libero? Tenendo anche in considerazione che oggi la precarietà impedisce alle donne di scegliere liberamente se e quale maternità avere e, che sempre più spesso le donne che intendono abortire vengono colpevolizzate per aver sbagliato nella contraccezione. Quale è il denominatore comune di questa contraddizione?


Sandra – Oggi come ieri, legare le donne alla maternità e all’attività di riproduzione sono forme di disciplinamento, lo abbiamo sempre detto. Un modo per renderci tutte più ricattabili. Se sei precario sei già ricattabile, ma chi ha dei figli lo è molto di più. Si è visto per esempio rispetto alla ristrutturazione alla Fiat di Marchionne. Gli operai intervistati fuori dagli stabilimenti in dismissione hanno tutti posto il problema di come fare a crescere i propri figli. Tu puoi anche vivere di elemosina ma per i tuoi figli speri sempre in un futuro migliore. È per questo che quando abbiamo provato a cambiare le cose hanno utilizzano tutti i metodi possibili per riportarci al posto che hanno pensato per noi. L’otto marzo del 1977, quando qui a Bologna ci massacrarono di botte a freddo, e noi eravamo disarmate, volevamo solo andare ad occupare una casa diroccata per farne un centro per le donne.

Patrizia – Il ’77 bolognese cominciò propri nel segno di quell’episodio. Si capì subito che stava arrivando un’ondata repressiva perché massacrarono un corteo di donne disarmate. Un corteo pacifico con zoccoli e sottanoni, ci fu un livello di violenza inaudita. A una di noi spaccarono i denti.

Sandra – Una chiara indicazione di quello che sarebbe successo non solo nei mesi e anni immediatamente successivi ma anche quarant’anni dopo. Avevamo alzato troppo la cresta. La catena del comando, quella che passa sia dalla camera da letto sia dal posto di lavoro, era stata allentata. C’era un assenteismo di massa sul posto di lavoro, le donne lasciavano la casa quando volevano. Ricordo che anche io iniziai a uscire quando e come volevo, senza dire nulla. La sessualità era libera. Quindi ci sono state le botte, poi i femminicidi, l’eroina, l’Aids che ha distrutto la rivoluzione sessuale. E poi c’é stata quella bestia orrenda che è il liberismo, che ha ucciso davvero tutto e noi abbiamo avuto la colpa di non saper leggere dentro ai cambiamenti. Eravamo lì ma non capivamo che ci stavano fregando su tutto. Avevamo capito tanto ma non avevamo capito tutto. Forse eravamo troppo preoccupate dalla repressione, tutte noi avevamo dei familiari in prigione. Oppure noi stesse eravamo in prigione. Negli anni Ottanta, quindi, si è smesso di leggere la battaglia delle donne in un senso politico più ampio.


A differenza degli anni Settanta in cui quella per l’aborto era una battaglia per l’affermazione di una libertà, oggi si tende a guardare all’aborto da un’ottica resistenziale…


Sandra – rispetto al passato si dà soprattutto rispetto alla pratica dell’obiezione. Qui a Bologna abbiamo cominciato a sputtanare gli obiettori e fare nome e cognome pubblicamente.

Patrizia – Va anche detto che in Emilia la situazione non è grave come altrove, perché forse tiene ancora qualche livello di welfare. Ma non è escluso che quando si tratterà di tagliare nella sanità si colpirà l’interruzione volontaria di gravidanza. Sul piano delle risorse è tutto in declino e, in un periodo come quello attuale, in cui la gente fa delle scelte molto individuali e non ha voglia di fare scelte collettive di fronte a risorse scarse, sarà facilissimo scegliere il pronto soccorso per tutti invece dell’aborto che è solo per le donne. Volendo provare a dare dei numeri, direi che in Emilia gli obiettori sono circa il 50% dei medici ginecologi che lavorano nelle strutture pubbliche. Anche se, nella sanità emiliana, ci sono tendenze diverse. Parma e Piacenza tirano molto al modello lombardo, quindi all'efficientismo. Andando verso il Veneto prevale il cattolicismo. A Bologna, invece, dove le lotte delle donne hanno evidentemente sedimentato di più, il numero degli obiettori è molto più basso, benché nella stessa città ci siano delle differenze. All’ospedale Sant’Orsola, che è legato all’università e dunque al sistema baronale tipico delle università, ci sono più obiettori di coscienza che in altre strutture. Sono proprio questi che poi nel privato praticano gli aborti. È questo il punto. Abolire la legge o renderla inapplicabile non vuol dire che le donne smetteranno di abortire ma che da una parte ci saranno guadagni inenarrabili per alcuni e dall’altra un crescente ricatto per le donne. Ci sono dunque in gioco interessi privati altissimi. E poi ci sono gli interessi della chiesa cattolica. L’aborto svuota le istituzioni religiose che si fanno carico degli adottabili. Un altro bel giro di soldi. Attorno all’aborto ruotano dei grandi interessi.


Allora forse occorre ricontestualizzare l’obiezione di coscienza nell’ampio sistema di corruzione delle istituzioni, politiche e non. Un modo per arricchirsi sul corpo delle donne…


Sandra – Proprio per questo, proprio per spezzare questo giro di affari, negli anni Settanta abbiamo avviato pratiche di self-help come l’aborto autogestito. Quello che volevamo ce lo prendevamo. Niente lamentele.

Patrizia – Era pratica dell’obiettivo e rifiuto della delega, che voleva dire non rimandare la qualità della vita ad un altro momento. Il bisogno era immediato e collettivo. Andavamo dritte all’obiettivo.


Come avevate acquisito queste competenze così specifiche e delicate?


Sandra – In fretta, tra maggio e giugno del 1975. Ero a Marsiglia dove c’era il Mlac (Movement Liberation Abortion Contraception), una casa in cui si praticavano gli aborti. Erano radicali, uomini e donne. Siamo state un mese lì e abbiamo imparato. Poi c’era un nostro compagno ginecologo che ci dava lezioni. Un altro compagno faceva il rappresentante di strumenti e materiali medici e ci ha fornito quello di cui avevamo bisogno: cannule, pinze, dilatatore e il macchinino per praticare l’aborto con il metodo Carman. Tenete presente che in quegli anni in ospedale l’aborto si faceva con il raschiamento. Noi invece avevamo acquisito un metodo di aborto estremamente veloce. Facevamo una puntura di Buscopan con un po’ di atropina e poi si iniziava a dilatare. Si metteva lo speculum, si pinzava il collo dell’utero in modo che non arretrasse e poi cominciavi con i dilatatori prima molto sottili, poi via via più grossi e poi alla fine con le cannule per ripulire, prima con la cannula grossa e poi finivi con quelle più sottili. C’era anche una dottoressa che era in contatto con delle compagne di Milano che ci faceva da tutor. È stata una stagione allucinante ma non abbiamo mai avuto dei problemi. Nemmeno nel periodo della repressione.

Patrizia – Gli aborti si volgevano nella casa delle stesse donne che dovevano abortire. Preferivamo evitare che nelle nostre case si notasse un traffico un po’ strano, sarebbe stato come mettere a repentaglio l’intera attività. Prima dell’intervento c’erano delle discussioni preliminari in cui si condivideva la situazione, benché si trattasse sempre di persone conosciute nel movimento. C’era il Goliardo, in Piazza Verdi, prima che lo murassero, bastava andare lì e chiedere. C’erano anche altre strade clandestine, come ad esempio andare in Inghilterra, ma ci volevano dei soldi.

Sandra – Tra il 1975 e 1978 avremo fatto un migliaio di interventi, una cosa come una dozzina a settimana. Eravamo in due staff. Come ho scritto qualche anno fa in un testo sull’aborto autogestito che mi aveva chiesto una vecchia compagna che è finita nel Pd, le donne che ci chiedevano di abortire potrebbero essere schematicamente riassunte in tre tipologie: quelle che volevano abortire però avevano già dei figli, quelle che lo chiedevano perché i compagni, mariti o fidanzati non volevano un figlio, quelle che lo facevano come scelta di autonomia. Be’, non è un caso che questa terza figura sia stata censurata in quel testo. La scelta più autodeterminata è stata fatta fuori, era troppo per il Pd. Che nervi!

Patrizia – L’aborto autogestito si inseriva perfettamente nel contesto di illegalità di massa di quegli anni. Era la pratica dell’obiettivo immediato, come peraltro facevamo rispetto alla violenza di genere. Io stavo nell’Autonomia, eravamo agli inizi dei dibattiti sulla violenza maschile sia dal punto di vista politico che dal punto di vista materiale anche all’interno dei gruppi politici. Siamo intervenute spesso nelle situazioni di quello che oggi chiamiamo stalking, oppure in altri casi, tipo a carnevale dove c’era la pessima abitudine che gli uomini bastonavano le donne e si divertivano così. Con la nostra pratica dell’obiettivo abbiamo disincentivato questa abitudine e hanno smesso. Era pratica del contropotere immediato. Nei nostri luoghi, dove c’eravamo noi, i maschi che picchiavano le donne andavano fuori. Alcuni li abbiamo proprio emarginati. Nessuno poteva permettersi di picchiare le compagne.


Per chiudere: quale è la sfida che abbiamo oggi di fronte e quali le pratiche che possiamo mettere in campo?


Patrizia – Dobbiamo impedire che chiunque normi nelle nostre mutande. È il primo diritto che cercano di toglierci, poi vengono tutti gli altri. È quindi una grande sfida quella che ci troviamo davanti. È una sfida che ha a che fare con l’erosione degli spazi di libertà. È una sfida che dobbiamo capitalizzare, in cui accumulare rivolta. E non si può essere settari, ma bisogna cercare di ricomprendere tutto ciò che è ribellione, ci serve un punto di vista veramente collettivo. Non so chi si farà carico o chi ha gli strumenti di comprensione teorici per capire tutto questo. Ma è chiaro che se le donne vanno in piazza l’otto marzo non stanno assolutamente togliendo nulla a qualsiasi altro spezzone di società che si ribella. Semmai lo stanno arricchendo.

Sandra – Quanto alle pratiche, quella di rendere pubblici i nomi degli obiettori e di fare degli escrache come si faceva contro i gerarchi della dittatura in Argentina può essere un inizio. Bisogna fare controinformazione anche in modi alternativi. E poi, ve lo consiglio: girate con la pillola del giorno dopo nella borsa: se vai dal medico curante e te la fai prescrivere, puoi con calma cercare la farmacia che te la vende. Un modo pratico e intelligente per aggirare il problema, perché decidere rispetto alla propria sessualità è oggi il primo punto.

[1] L’intervista è stata originariamente pubblicata sul portale commonware.org, il giorno 8 Marzo 2014.