Appunti sulla crisi della forma-rivista



0. Di cosa parliamo

0.1. alla voce «rivista» il dizionario De Mauro on line dice: a) pubblicazione periodica che intende offrire una rassegna delle conoscenze in un determinato campo e si distingue per il carattere specialistico degli interventi; b) periodico ad alta tiratura, riccamente illustrato e destinato a un pubblico non specializzato al quale offre aggiornamenti d’attualità e di costume, rubriche fisse, corrispondenza con i lettori, ecc. Qui – senza obbligatoriamente assumere una visione sfigata o elitaria delle cose – ci riferiamo con più attinenza alla prima definizione a), dove «specialistico» può essere interpretato come «punto di vista» e «approfondimento» (la seconda, è ormai invalsa l’abitudine di definirla magazine). Aggiungendovi due elementi costitutivi: un gruppo di lavoro (una redazione, per lo più volontaria) che si riunisce intorno a un «progetto di idee» (anche nel caso di una rivista «accademica» e/o universitaria) e il carattere «non convenzionale», controtempo. D’altro canto, questa precisazione comporta il riferimento a un «lettore di progetto», che è un altro elemento costitutivo. Senza necessariamente affondare nei riferimenti storici alle gazzette del Settecento, quello di cui si parla è il «processo virtuoso» – a esempio nel Novecento – tra il lavoro intellettuale di avanguardie (artistiche, letterarie, politiche) e l’interpretazione (anticipazione, formazione) di sommovimenti sociali a venire (nel gusto, nella comunicazione, nella produzione, nel fare storia). La rivista (quella della definizione a)) è stata una forma propria della relazione fra il lavoro intellettuale (in cooperazione) e lo spazio pubblico. È ancora così?

0.2. Crisi non è necessariamente da intendere come collasso, implosione, ma anche transizione e passaggio. Crisi può essere una condizione da gestire.


1. Crisi di ruolo e funzione

Nei due aspetti: a) processo laboratoriale di produzione di idee; b) oggetto-strumento nella comunicazione sociale e nel mercato editoriale.

a) la rivista ha un carattere amatoriale e dilettante persistente, costitutivo. È un laboratorio artigianale. Anche nella sua fattura: le semplificazioni delle tecnologie hanno amplificato e non ridotto questo carattere. Come per i libri di poesia, spesso sono gli autori stessi ad anticipare i costi. Come per i libri di poesia, trovarla nei megastore-librerie è un’avventura. È questa «circolazione semplice» – quasi una forma di vita sopravvissuta in una realtà che non lascia recessi alle logiche di mercato – che è ormai impossibile? O piuttosto: esistono ancora gruppi appassionati, disposti a perdere tempo, lavoro, a volte denaro per mettere assieme un «progetto di idee» – un’attività che non ha «ritorno» e che dal punto di vista della presentazione e diffusione di concetti, ricerche, risultati può essere tranquillamente, e forse meglio, svolta attraverso lezioni, convegni, articoli, libri? Esiste ancora il «lavoro di gruppo» che ha per principio una tensione e un’appartenenza forti, in un tempo – lavoro intellettuale, spazio pubblico, mercato – dominato da legami «deboli»?

b) nel mercato, anche crisi della forma quotidiano e della forma libro – la forma-rivista è uno specifico ma anche un ibrido (in una ipotetica linea del tempo che vede agli estremi «l’attualità» del quotidiano e la «durata» del libro). Il quotidiano è sottoposto più d’altro alle modificazioni del digitale e della società di informazione (sovrabbondanza, costi); il libro più d’altro ai processi di concentrazione e finanziarizzazione del mercato editoriale, con risvolti sulle scelte (ritorni economici, best-seller, durata media di 15-20 gg.) e soprattutto sulla distribuzione. Nella visione metrolineare di scaffalatura (rapporto tra centimetri e venduto) di ogni impresario di megastore-libreria, la rivisteria è poco più d’una sentina. Le case editrici molto raramente editano riviste. Spesso un libro ne assume le forme: antologia di autori (collazione di testi) attorno una definizione, un tema: gli autori sono spesso «di genere» (noir, cronaca, sport) oppure si confrontano con un «tema di genere», e in questo senso di «specialismo» (di professione) viene garantito al lettore l’approfondimento e il rigore. Questa tipologia di libro va a scalzare la presenza editoriale della rivista, a sovrapporsi. C’è una media casa editrice fa un libro annuale best-off, il meglio delle riviste, antologia di antologie: la meta-rivista. Però, è un libro.

1.1. I quotidiani si affannano intorno ai processi di fidelizzazione del lettore: quanto è di più caduco può sopravvivere solo attraverso un processo di reciproca rassicurazione, assolutamente soprappensiero, distratta e abitudinaria: un quotidiano non sorprende mai, editore e lettore si rispecchiano: più che un rapporto domestico (Hegel e il rito mattutino) è un rapporto addomesticato. Nella balcanizzazione ideologica della società italiana, a esempio, i numeri sono più indicativi di quel che si vuol credere. Il lettore abituale di libri – specie rara in questo paese – vive di appagamenti individuali o di filiere amicali in cui conversarne: propriamente, è un consumatore attento. Partecipa ai festival, alle fiere e alle letture pubbliche. La rivista, invece, costruisce col lettore un processo di «militanza»: il lettore è «attivo», fa propri – e non per incantamento, per innamoramento, come per i libri – i processi critici delle proposizioni che incontra, li ripete, li accresce, li diffonde. È questo procedimento della «militanza delle idee» che è venuto meno? Oppure: non si producono più idee per cui valga la pena la «militanza»?

1.2. Nella transizione (commistione) al digitale, in realtà, la forma-rivista dovrebbe ricavarne tutti i vantaggi: il saggio (breve, lungo) si adatta più propriamente per la possibilità d’uso degli apparati (nota, bibliografia) in modo ricco, di pluralità di espressioni (multimediali: audio, iconografico), per il carattere in progress (il saggio è una «versione», su cui si può intervenire in digitale) cosa appunto che non è del «servizio di giornale» (da cui a volte proviene) né del libro (a cui a volte arriva).


1.3. Una ricerca di alcuni anni fa classificava l’Italia come il paese europeo con il fenomeno più vistoso dal punto di vista della produzione, diffusione, acquisto di riviste-magazine (insidiata da vicino dalla Spagna), quel tipo della definizione b) del dizionario De Mauro. La specializzazione spinta all’eccesso in filiere particolareggiatissime (riferita a oggetti o progetti di consumo – case, barche, collezionismi) sembra trovare comunque un riscontro di mercato. Si può raccontare un paese, guardando un’edicola.


2. Esiste un mercato per le riviste? Esiste ancora un lettore di riviste?

2.1. La definizione di «mercato» per le riviste di cultura è sempre relativa. Della rivista «Dada» dal Cabinet Voltaire di Zurigo uscì un unico numero, e c’era quasi tutto il Novecento artistico che sarebbe venuto. «Solaria», «Letteratura», «Campo di Marte» e «Frontespizio», che nacquero in sequenza, o per scissioni, e qualcuna insieme, tutte al caffè Giubbe rosse non vendevano più di qualche centinaio di copie, eppure erano e rappresentavano la società letteraria del tempo e buona parte del Novecento letterario e le sue correnti, spesso in conflitto. L’Italia futurista nacque da una costola di «Lacerba» – e all’inizio divideva quegli stessi numeri, quelli erano, qualche centinaio di copie. Se ne potrebbe indurre che non esistendo più una «società letteraria» o una «comunità di artisti» – bene o male che sia – non possono esistere più riviste di quel genere. Solo in regime, in qualunque regime, le riviste di cultura hanno numeri da capogiro e si affollano di intellettuali, non sempre i più innovativi: Primato di Bottai veniva largamente diffuso dal fascismo e fu la culla di tanto sciatto e scadente realismo post-bellico; la gazzetta letteraria dell’Unione degli scrittori sovietici – che veniva diffusa in milioni di copie – non pubblicò Pasternak e Solgenitzin. Eppure, negli anni Sessanta l’americana «Monthly Review» di Baran e Sweezy veniva tradotta e venduta in Italia, sempre in copie non numericamente enormi ma con numeri decenti, ed ebbe un impatto forte nei confronti dei movimenti del Sessantotto. Un impatto forte lo ebbero, con numeri irrisori, «Quaderni rossi», prima, o «Quaderni piacentini», con numeri buoni, durante. «Konkret», in Germania, in quello stesso periodo era una rivista quasi di moda. Addossare alla cattiveria e all’ingiustizia del mercato le colpe non è proprio del tutto soddisfacente e ragionevole. Ci sono state, non in un tempo lontanissimo, e ci sono, riviste di qualità e di impatto che hanno avuto, pur se per periodi brevi, buoni numeri. Se ne potrebbe indurre che non esistendo movimenti «colti» (o forse, non esistendo «avanguardie» colte in grado di fare da tramite e volano verso i sommovimenti sociali) non possono esistere più riviste di quel genere. È così? Pure, qualcosa non torna se un movimento politico come quello alter globalista, che ha avuto un così forte impatto sui comportamenti sociali e sulla visibilità dei media ha sedimentato un corpus teorico sparso o addensato in singoli lavori di individui. Un movimento, pure, che della cooperazione intellettuale fa leva di critica e trasformazione. Un paradosso. O ancora: l’essenziale è già stato detto – il postfordismo, la globalizzazione – negli anni Novanta (tra il non più e il non ancora) e ora, a malattie conclamate, servono solo terapie e dettagli?

2.2. La diffusione del sapere rende indipendenti i movimenti dall’elaborazione culturale di sue avanguardie intellettuali? Ha senso ancora un’espressione come «avanguardie intellettuali» (esploratori, stalker o qualunque definizione si voglia utilizzare)? L’ultimo «gruppo culturale» di cui si ha notizia in Italia è «i cannibali», un’operazione di marketing e un’appartenenza da cui tutti i reclutati hanno speso anni a prendere le distanze. O piuttosto: il procedere dei movimenti su singole istanze-issues (di cui conoscono a menadito ogni sapere possibile, senza «esperti») fa sembrare superfluo ogni gruppo-attività che sta insieme su un «progetto di idee»? Un attivista di un movimento-istanza compera libri attinenti, compulsa internet, e le traduzioni abbastanza veloci, o la diffusione delle lingue, permettono pure una conoscenza globale di situazioni simili. Non c’è, insomma, una deficienza di sapere, anzi, da colmare attraverso l’elaborazione di un gruppo. Ma le riviste non servivano a dare saperi. Quanto all’irruzione di uno sguardo innovativo. Alla riorganizzazione dei saperi, alla scompaginazione di saperi. A una dichiarazione di rivolgimento generale a mezzo di una chiave di lettura.


3. Il lavoro intellettuale può ancora produrre riviste?

3.1. Discutere della forma-rivista quindi porta anche a discutere delle forme del lavoro intellettuale oggi. Non in quanto «trasmissione di sapere» (in questo senso, anzi, a esempio le riviste accademiche funzionano perfettamente come accumulazione di materiale, in un’attività sempre più parcellizzata, in discipline sempre più circoscritte) ma del suo carattere anticipatorio e sovversivo. Nel Novecento, nel secolo della massificazione sociale, il lavoro intellettuale è stato questo: elaborazione di idee in avanguardia, che sono poi diventate opinioni di massa. Forse, i caratteri del lavoro oggi tendono a sussumere entrambi gli aspetti, svolgendoli altrimenti: l’anticipazione vira verso il sondaggio, la sovversione vira verso la performance.

3.2. La produzione di «eventi» – a dimensione varia – è l’unica attività visibile del lavoro intellettuale «in gruppo». Diverse specializzazioni – similari e differenziate – vengono assemblate attorno una temporanea realizzazione: è la forma della cooperazione lavorativa finalizzata al prodotto. Che sia un incontro «anti» o un convegno «istituzionale», cambia poco. Qui la dimensione temporale è «istantanea», il legame debole in un processo di produzione forte. Proprio il contrario di una rivista, un tempo di incerta durata, un legame forte in un processo di produzione debole. Nei processi di produzione di idee, rimane spazio solo per l’elaborazione individuale o per una dimensione «artistica» dove lo «spazio pubblico» è solo spettacolare e mai politico, o dove il politico è solo spettacolare?


4. C’è una piattaforma di rivendicazione per le riviste? Istituzionalizzazione e no

4.1. Come per certo cinema, o altre attività culturali che non aspirano all’intrattenimento di massa e nascono con una vocazione marginale, controcorrente, c’è chi invoca «l’intervento statale», un fondo sostanzioso e a perdere per finanziare le riviste. L’esempio luminoso della Francia è spesso esumato. In certa misura, questa cosa già esiste, presso la presidenza del Consiglio, nella legge dell’editoria, con un apposito «gruppo ministeriale di lavoro» dedito alle riviste di valore culturale. Come al solito, questi interventi non salvaguardano nulla, se non situazioni già solide, o catene clientelari, o piogge a perdere di denaro pubblico.


4.2. Alla fine, forse la domanda rimane quella: esistono oggi progetti di idee e gruppi di lavoro per riviste capaci di esercitare attrazione, di produrre azione pubblica?