Alla festa degli oppressi e degli sfruttati

Recensione a Rivoluzione. 1789-1989: un'altra storia, di Enzo Traverso




Il recente libro di Enzo Traverso Rivoluzione. 1789-1989: un’altra storia, si candida a diventare punto di riferimento del dibattito sul tema. In questo articolo Gigi Roggero discute in modo approfondito un volume che si assume un compito politico e non solo teorico. Non è vero, infatti, che di rivoluzione non se ne parla più, come uno di quei celebri spettri che la classe dominante è terrorizzata anche solo a evocare. All’opposto, ed è assai peggio, di rivoluzione se ne parla in continuazione. A partire dagli anni Ottanta, nell’epoca della controrivoluzione capitalistica, rivoluzione è diventato uno dei vocaboli più utilizzati per indicare qualsiasi gattopardesco cambiamento fatto con l’obiettivo che nulla cambi. L’innovazione si è mangiata la rivoluzione, o come scritto altrove: il contrario di innovazione non è conservazione, ma appunto rivoluzione.



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Nel 1543 viene pubblicato per la prima volta De revolutionibus orbium coelestium di Niccolò Copernico, destinato a mandare gambe all’aria il sistema tolemaico e a crearne uno nuovo. Nel 2011 muore Steve Jobs, trasversalmente assurto a icona globale della cosiddetta «rivoluzione» informatica. In questo lasso di tempo si svolge la storia della rivoluzione. Un concetto che nell’età moderna è stato radicalmente trasformato dai processi e dagli eventi di sovversione politica e sociale: non più, in senso astronomico, il moto di un corpo intorno a un altro; non ancora l’innovazione delle forme di produzione, affinché restino immutati il modo di produzione e i rapporti di sfruttamento. Ci riferiamo, invece, al concetto politico di rivoluzione, come rottura dell’ordine costituito, «interruzione improvvisa – e quasi sempre violenta – del continuum storico».

È proprio la storia, o un’«altra storia» di questo concetto incarnato il compito che si è assunto Enzo Traverso, in un libro – Rivoluzione (Feltrinelli, 2021) – che si candida a diventare punto di riferimento del dibattito sul tema. Un compito che osiamo definire politico e non solo teorico, svolto in modo coraggioso e necessario, perché quel tema sembra essere non rimosso bensì inflazionato. Non è vero, infatti, che di rivoluzione non se ne parla più, come uno di quei celebri spettri che la classe dominante è terrorizzata anche solo a evocare. All’opposto, ed è assai peggio, di rivoluzione se ne parla in continuazione. A partire dagli anni Ottanta, nell’epoca della controrivoluzione capitalistica, rivoluzione è diventato uno dei vocaboli più utilizzati per indicare qualsiasi gattopardesco cambiamento fatto con l’obiettivo che nulla cambi. L’innovazione si è mangiata la rivoluzione, o come abbiamo scritto altrove: il contrario di innovazione non è conservazione, ma appunto rivoluzione.


La lotta sul tempo

In questo lungo e arduo viaggio costellato di immagini, corpi, luoghi ed eventi simbolici, Traverso si fa accompagnare dalla propria musa ispiratrice, Walter Benjamin. È animato, dunque, da una visione anti-storicistica, ossia contro la narrazione teleologica che è stata propria del marxismo classico, condensata nell’ambigua immagine delle rivoluzioni come «locomotive della storia» coniata da quel Karl che pure affermava di non essere marxista. L’elaborazione critica del passato è dunque, per l’autore, il fondamento per ripensare radicalmente il presente, per aprirlo alla possibilità del balzo della tigre che riattiva e vendica il passato. Estranea all’essere direzionata da una qualsiasi freccia, infatti, «la storia è un processo permanente di produzione di soggettività».

Non c’è linearità nella storia delle rivoluzioni, non vi è alcuna specularità o simmetria con la storia del suo nemico: «la temporalità del capitale possiede la forza di un processo economico oggettivo – il tempo astratto del mercato e della circolazione delle merci – mentre la temporalità della rivoluzione è soggettiva, discontinua; la prima è quantitativa e cumulativa, la seconda qualitativa e imprevedibile, enigmatica, plasmata da accelerazioni improvvise e periodi di apparente immobilità». A partire da qui bisogna ripensare l’intera opera di Marx, perché – sostiene l’autore – essa è percorsa da una tensione irrisolta tra una «tentazione positivista» nello scoprire le leggi di movimento del capitalismo e della storia, e una «visione dialettica» della storia stessa come processo aperto, privo di una direzione predeterminata.

Attraversando spazi e continenti, come già accennato, Traverso individua il formarsi e lo sviluppo del concetto politico di rivoluzione, che diventa tale dopo gli eventi francesi. Già il secolo prima, sull’altra sponda della Manica, il concetto aveva delineato il campo di battaglia: sostituendo Giacomo II con Guglielmo III, il parlamento inglese ha definito «gloriosa rivoluzione» un pacifico e incruento cambio di regime, per esorcizzare la sanguinante memoria della rivoluzione come guerra civile, con il popolo che si spacca e la testa del re che rotola. Dopo essere traumaticamente deragliata, la storia viene riportata sui suoi binari supposti come rettilinei. Del resto, nel suo senso pienamente politico e radicale, cioè di arrivare alle radici dell’esistente per sovvertirle, la rivoluzione è guerra civile, oppure non è. Guerra e rivoluzione, dunque: tema scabroso che andrebbe oggi, con coraggio, riproposto. Non genericamente contro la guerra, ma per la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria, questo fu il rovesciamento leniniano del ’17. Per dirla altrimenti: si ha processo rivoluzionario solo nel passaggio fratturante dal corpo astratto del popolo alla materialità irriducibile della parte, o dalla vuota universalità del cittadino alla piena autonomia della classe. La rivoluzione, dunque, è rottura con l’interesse generale, con l’universalismo umanitario e ipocritamente affratellante sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Gli ex schiavi neri di Haiti, più volte ripresi nel volume, hanno definitivamente disvelato l’aporia di quell’universalismo.

Traverso ha, tra gli altri, il merito di non indugiare in esaltazioni ideologiche delle rivoluzioni: queste, scrive, non sono sempre gioiose o eccitanti, né si possono cantare le lodi romantiche del momento costituente (o della rivolta destituente) in alternativa alla costituzione di un nuovo rapporto sociale. Storicizzando criticamente il comunismo, l’autore si muove così nel problematico e contraddittorio rapporto tra rottura e regime rivoluzionario, prendendo innanzitutto come riferimento l’Ottobre bolscevico e l’Urss. Andando a fondo nell’analisi del fallimento dell’esperimento sovietico, l’autore ricorda alle anime belle di ieri e di oggi che l’alternativa al terrore della Čeka non era il regno della libertà, «era una dittatura militare di nazionalisti russi, latifondisti aristocratici e pogromisti». Inoltre, con buona pace di tanto terzomondismo, è indubitabile che senza la Rivoluzione d’ottobre, le lotte anticoloniali non ci sarebbero state. «Negli anni Venti l’anticolonialismo cessò di appartenere alla sfera della possibilità storica per entrare nel campo della strategia politica e dell’organizzazione militare. La conferenza di Baku annunciò questo cambiamento storico».

Non bisogna dunque farsi spaventare dal motto hobbesiano «auctoritas, non veritas facit legem». La politica rivoluzionaria, del resto, è lotta collettiva insieme a volontà organizzata, estensione orizzontale del conflitto e verticalizzazione dei rapporti di forza, spontaneità e autorità, il contropotere dei soviet e la presa del Palazzo d’inverno, longue durée del processo e violenta rottura di ogni dinamica evoluzionistica. Il dramma dello stalinismo non è stata l’auctoritas, ma il ritorno alla longue durée della Storia. Per farlo, lo spazio costituente, cioè della lotta di classe, è stato ipostatizzato, imbalsamato, ingabbiato nelle sacre icone dell’eroismo passato. Come sostenevano le avanguardie russe, «la rivoluzione non doveva creare musei, doveva anzi distruggerli». Invece, nel museo è finita la rivoluzione stessa, insieme al corpo di Lenin. «Ho paura che una corona sulla sua testa / possa nascondere la sua fronte / così umana e geniale, / così vera. Sì, io temo / che processioni e mausolei, / con la regola fissa dell'ammirazione, / offuschino d’aciduli incensi / la semplicità di Lenin; io temo, / come si teme per la pupilla degli occhi, / ch’egli venga falsato / dalle soavi bellezze dell’ideale». Era il 1924, le parole sono di Majakovskij. Il profeta non è colui che predice il futuro: è chi vede nelle increspature del reale ciò che gli altri non riescono neppure a immaginare, è colui che ha il coraggio di dire quello che gli altri non vogliono sentire. Ecco, da un Vladimiro all’altro, l’incarnarsi della profezia rivoluzionaria.


Dal 1789 al 1989, e ritorno

I limiti temporali fissati nel sottotitolo del libro, 1789-1989, potrebbero essere assunti come i due eventi simbolici del mutamento del concetto di rivoluzione. Se della prima trasformazione abbiamo già detto, la seconda è quella della controrivoluzione capitalistica. «Il capitalismo – spiega Traverso – non ha vinto grazie ai suoi arsenali militari, ha vinto perché è riuscito a plasmare le nostre vite e il nostro habitus mentale, perché è riuscito a imporsi come modello antropologico, come “forma di vita”». Per sconfiggere la rivoluzione, il capitale aveva bisogno – per dirla con Joseph de Maistre – di una rivoluzione al contrario: ecco appunto, a partire dagli anni Ottanta, il trionfo dell’innovazione. Un nuovo che puzza terribilmente di ancien régime. Se il 1789 ha spianato la strada all’egemonia borghese, il 1989 l’ha restaurata. Non è sufficiente decapitare il passato, se non si ha la forza di decapitare il futuro.

Il 1989, inoltre, evidenzia l’indissolubile connubio tra progresso e democrazia. Qui tocchiamo un tema spinoso, che il libro non affronta: le rivoluzioni non sono mai democratiche. Le rivoluzioni, infatti, sono processi agiti innanzitutto da una minoranza non minoritaria, e nel conflitto determinano una politicizzazione allargata della propria parte. La democrazia, all’opposto, convocando la maggioranza a esprimersi su una sovranità che non le appartiene, è una macchina di depoliticizzazione. La democrazia è, potremmo dire, la forma politica dell’anti-politica. Al centro della rivoluzione c’è l’agire della parte, al centro della democrazia c’è la passività della massa. Parafrasando Tronti: la rivoluzione non è stata sconfitta dal capitalismo, è stata sconfitta dalla democrazia. Perciò, se non vogliamo nuotare con la corrente della Storia (laddove la maiuscola indica la sua narrazione teleologica), un compito fondamentale è la critica della democrazia. Qui è indispensabile muoverci in partibus infidelium, trovando alleati nel grande pensiero conservatore, che fa a più riprese capolino nel libro (in merito consigliamo vivamente anche la lettura del volume di Traverso Dialettica dell’irraziomalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, fresco di traduzione e pubblicazione per i tipi di ombre corte). Come ci hanno insegnato i nostri padri, meglio un grande reazionario che un piccolo rivoluzionario. Non per difendere il passato contro il futuro, ovviamente. Ma per non difendere il futuro contro il passato, nella secolarizzata teologia del progresso illuminista.

Così, ci servono a poco buona parte degli accademici progressisti. In un bel capitolo dedicato al tema degli intellettuali, preziose sono le critiche di Traverso ad Arendt e Foucault. Se la prima è nella sostanza una teorica liberale, il filosofo francese rischia di costruire un circolo dialettico senza via di uscita tra libertà e potere, un gioco a somma zero che conduce a una eternizzazione del presente. Al cattivo finito marxista di una presa del potere che mette termine alla storia, realizzando il suo ultimo stadio, Foucault sostituisce un cattivo infinito, in cui il processo storico è privato della possibilità di rottura. Più complessivamente, l’autore analizza la parabola degli intellettuali rivoluzionari, tra Ottocento e Novecento, fino ad arrivare al presente, agli autoimprenditori del pensiero critico. Non si tratta di due figure diverse: sono due figure contrapposte. L’intellettuale rivoluzionario, infatti, si muove come un vietcong nella giungla della società borghese: non cerca il suo riconoscimento, ma persegue la sua distruzione.


Dentro e contro la Storia

Per approfondire come merita quest’opera importante, rileviamo infine tre problemi, che qui ci limitiamo ad accennare. Il primo è una lettura piuttosto canonica di Lenin, appiattito sulla teleologia marxista. «I bolscevichi erano profondamente convinti di agire secondo le “leggi della storia”», scrive l’autore. Come abbiamo più volte argomentato (si veda ad esempio Dove non è il luogo e quando non è il momento, pubblicato su «Machina» il 18 e 25 gennaio 2022), la prassi leniniana rompe il circolo vizioso di Marx, rovesciando le leggi di movimento del capitale in leggi di movimento della lotta di classe e dell’occasione rivoluzionaria. Lenin non ha semplicemente fatto ricorso al «freno d’emergenza», per usare l’immagine benjaminiana, ma contro tutto e tutti, contro il suo tempo, anche contro il comitato centrale del suo partito (si pensi alle Tesi di aprile e alla stessa presa del Palazzo d’inverno), ha percorso la misteriosa curva della retta rivoluzionaria. Arrivando su un vagone piombato alla stazione Finlandia di Pietrogrado, ha scagliato il treno della rivoluzione contro la locomotiva della Storia. Non ha polemizzato con i populisti opponendo loro una teleologia dello sviluppo del capitale, che avrebbe consegnato al proletariato le bandiere del progresso, portando la Storia allo stadio del socialismo e del comunismo; al contrario, contro l’utopismo romantico dei narodniki, ha interpretato lo sviluppo del capitalismo in Russia come un dato di realtà, individuando in esso le nuove contraddizioni specifiche e le possibilità di sovversione. Ha cioè messo la volontà militante a camminare e balzare sui piedi del materialismo storico. Del resto, ciò che i menscevichi e i partiti socialisti della Seconda Internazionale non perdoneranno mai a Lenin è di aver osato fare la rivoluzione dove appunto non era il luogo e quando non era il momento, di avere cioè saltato e rotto con gli stadi di sviluppo della teleologia marxista.

Il secondo problema che rileviamo nel testo è la non considerazione – al di là di qualche fugace accenno – al processo rivoluzionario in Italia negli anni Sessanta e Settanta. Non ci riferiamo solo alla grande icona del Sessantotto globale, o alla piccola icona dell’«autunno caldo», ma all’indispensabile analisi dei cicli di lotta dell’operaio massa e dell’autonomia operaia nel senso più ampio del termine, di una rivoluzione che indubbiamente è stata sconfitta ed è fallita, come altre nella storia, ma cionondimeno è stata una rivoluzione. Rimuovendola, l’autore legge quello che lui definisce il «comunismo socialdemocratico» all’incrocio tra storia istituzionale e storia delle idee, senza considerarne il ruolo, le responsabilità e il posizionamento politico nella materialità dei processi di lotta, composizione di classe e soggettivazione.

Da qui deriva un terzo problema. L’autore non sembra marcare alcuna distanza, o per meglio dire rottura, tra comunismo e sinistra, ovvero tra rivoluzione e sinistra. Noi l’abbiamo formulata così: il contrario di destra non è sinistra, ma rivoluzione. E non stiamo parlando di questa sinistra contrapposta a una sinistra immaginaria, proprio no. Stiamo parlando della sinistra sans phrase. Perché la sinistra non è diventata questo, ma è ontologicamente questo, progressista e democratica. La sua costellazione si disegna tra ciò che viene prima e ciò che viene dopo il concetto politico di rivoluzione, mescolando le sopra citate icone di Copernico e Jobs, ossia scientismo e innovazionismo. Erede di quel 1789, la sinistra è il prodotto di una dialettica dell’illuminismo tutta interna allo sviluppo del capitale e della società borghese.

Si potrebbe obiettare, con delle ragioni, che neppure rivoluzione e comunismo sono necessariamente la stessa cosa: anche qui, su questo nodo decisivo, la riflessione andrebbe portata avanti. E tuttavia, non c’è comunismo senza rivoluzione; per converso, una rivoluzione che non abolisca fino in fondo lo stato di cose presente, che non tenti di andare fino alle radici della civiltà in cui viviamo per reciderle, non è una rivoluzione.

Ecco i molteplici spunti e programmi di ricerca che questo prezioso libro ci offre. Oggi, tra chi affoga nella testimonianza marginale dei vinti e chi nuota con la corrente dei vincitori, in questa finta epoca di insignificanti rette senza curve e di opportunistiche curve senza rette, proviamo a ripercorrere l’inattualità della storia di cui ci parla Traverso, per tornare a sparare sugli orologi che scandiscono il tempo omogeneo e vuoto del presente.