All’attacco, e poi si vedrà



Con il secondo volume su Lenin, con il sottotitolo Verso la Rivoluzione d’Ottobre (1905-1917), Guido Carpi completa una delle più importanti biografie in circolazione del dirigente bolscevico. In questo articolo Gigi Roggero dialoga con un’opera pensata come unitaria. E unitario è il percorso di Lenin, a patto però che per unitarietà non si intenda omogeneità o linearità. La misteriosa curva della sua retta, di cui ci hanno parlato prima Babel’ e poi Tronti, è ancora lì a interrogarci.


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È fin troppo scontato, di fronte al sequel di un film, o al protrarsi delle stagioni di una serie televisiva, sostenere che il primo episodio fosse decisamente migliore. Ciò non vale necessariamente per i libri, o almeno non vale per questo libro, il Lenin di Guido Carpi (Stilo editrice, 2020-21), di certo una delle più importanti biografie in circolazione del dirigente bolscevico. Non ripetiamo quanto già abbiamo scritto nella recensione del primo volume [1]: la continuazione conferma i meriti e le caratteristiche della lettura leniniana offerta da Carpi. Del resto, i due volumi sono pensati come un’opera unitaria. Si potrebbe dire che unitario è il percorso di Lenin, a patto però che per unitarietà non si intenda omogeneità o linearità. La misteriosa curva della sua retta, di cui ci hanno parlato prima Babel’ e poi Tronti, è ancora lì a interrogarci.


Al diavolo le cambiali della borghesia!

Come già per il primo volume – La formazione di un rivoluzionario (1870-1904) –, anche per il secondo il sottotitolo delimita i confini temporali e tematici dell’analisi: Verso la Rivoluzione d’Ottobre (1905-1917). La prima grande rivoluzione russa, che durò tanto, in forma massificata ed estesa, colse le organizzazioni socialiste di sorpresa. Lenin, dal suo esilio svizzero, capisce presto che l’irruzione degli eventi ha scavalcato lo sviluppo dei processi, ha deviato la tendenza, ha interrotto il continuum storico. Bisogna saltare, saltare in avanti, farlo in fretta. Inizia a scalpitare, è impaziente, è necessaria una furiosa energia e non ne scorge a sufficienza nel partito: vedo con vero terrore – dirà nell’ottobre di quell’anno cruciale ai compagni di Pietroburgo – che da sei mesi si parla di bombe e non se n’è fatta ancora una!

Già qui, la visione storicista del marxismo viene frantumata. Lenin si rifiuta di ricordare alla borghesia liberale «i suoi obblighi di fronte alla storia», come affermava una dirigente menscevica in un’assemblea a Odessa nel fuoco del processo rivoluzionario. Il punto, infatti, non è se la rivoluzione debba essere «socialista» o «democratica», seguendo gli stadi della narrazione teleologica. Il punto è chi dirige il processo rivoluzionario. Su questo Lenin non ha dubbi: va combattuto ogni codismo alla borghesia, è il proletariato che deve prendere in mano la direzione. «L’ala opportunistica della socialdemocrazia è sempre incline a “premere” sulla democrazia borghese facendosi rilasciare cambiali […] quando gli interessi materiali di classe premono, tutte le cambiali se ne vanno al diavolo». Del resto, le rivoluzioni borghesi non sono mai state combattute principalmente dai borghesi. Perciò, il potere rivoluzionario «potrà essere soltanto una dittatura, e quindi non uno strumento di “ordine”, ma uno strumento di guerra. Chi va all’assalto di una fortezza non può rifiutarsi di proseguire la guerra nemmeno dopo essersi impadronito della fortezza. Delle due una: o prenderemo la fortezza per mantenerla, oppure non andremo all’assalto e dichiareremo che ci basta un posticino accanto alla fortezza».

Insomma, non si scherza con l’insurrezione: bisogna pensarci molto bene prima di cominciarla; ma una volta che si è deciso di iniziare, bisogna andare fino in fondo, in modo risoluto e senza esitazione. Riecheggia il motto di Napoleone, tanto caro a Vladimiro: On s’engage et puis... on voit. Osare scommettere, osare attaccare, osare saltare. E se il partito non è pronto o tituba, osare anche contro il partito. Sono i giovani studenti e operai che decideranno l’esito della lotta: non bisogna temere che siano impreparati, «i fatti impegneranno loro oggi a pensare come noi». Ci sono anni che valgono come giorni, ci sono giorni che valgono come anni. Se non li sappiamo organizzare, quelle giovani soggettività in rapida formazione seguiranno i menscevichi e i Gapon.

Qui come in tutto il suo percorso politico, Lenin critica in modo reciso tanto il culto del partito, quanto il feticcio della spontaneità. Se «per Lenin il primato del partito non è mai in discussione», osserva Carpi, «si tratta di adeguarne l’organizzazione ai fenomeni spontanei di massa per indirizzare le lotte». Anche il modello tratteggiato nel Che fare? non ha un carattere universale, è decisamente situato. Dopo il 1905, con la sconfitta della rivoluzione e l’inabissamento dei soviet, il problema di Lenin è «mettere in sicurezza» il partito. Attenzione, ciò non significa la sua conservazione e gestione, ovvero il partito come fine in sé. Al contrario, Lenin tiene sempre in tensione estrema il partito, lo forza, è pronto a schierarsi contro di esso o a minacciarne l’uscita. Così fa, ad esempio, nel 1907, quando sostiene che «l’unico metodo di lotta dev’essere la propaganda scientifica e la Duma di Stato come tribuna d’agitazione». Così fa, per esigenze opposte, nell’aprile del 1917 con le sue famose tesi, e qualche mese dopo, quando il comitato centrale è contrario all’insurrezione. Più complessivamente, si può indagare le alterne valutazioni leniniane del rapporto tra partito e soviet: ci sono delle fasi in cui l’organizzazione è più avanzata della spontaneità, quindi la deve guidare, stimolare e perfino creare; ci sono, al contrario, delle fasi in cui la spontaneità è più avanzata dell’organizzazione, che deve quindi velocemente adeguarsi al nuovo livello, scomporsi e ricomporsi, balzare in avanti per essere all’altezza dei suoi compiti di direzione. Il partito quindi, proprio perché è strategicamente centrale, deve continuamente cambiare.


Salti! Salti! Salti!

Tante prese di posizione del dirigente bolscevico possono apparire contraddittorie e probabilmente lo sono, se non si tiene conto che la contraddizione è nella realtà, non nelle parole che tentano di interpretarla e forzarla. Carpi scrive che il tipico schema d’azione leniniano consiste nella «indeflettibilità degli scopi ultimi, unione degli assunti teorici e delle scelte strategiche nell’organizzazione ferrea del partito, ma duttilità massima nell’adattare le singole scelte tattiche ai rapporti di forza contingenti». All’inizio degli anni Dieci, sostiene l’autore, «Lenin ipotizza così una ben precisa tattica di ricostruzione del partito su base reticolare e fluida, pervasiva, assai diversa sia dal “giacobinismo” a ranghi serrati del Che fare? sia dal partito di massa del 1905-1907». Allo stesso modo, Lenin non esiterà ad attaccare duramente quei dirigenti bolscevichi che restano attaccati a parole d’ordine che, magari formulate da lui stesso, appartengono però a un altro contesto, trasformando così in dogmi astorici quelli che invece sono semplicemente dei grimaldelli tattici.

Altrove abbiamo scritto: massima rigidità strategica, massima flessibilità tattica. Comunque, il punto è questo. Il filologo non capirà nulla se si attiene semplicemente ai testi di un militante rivoluzionario, disincarnandoli dalla materialità dei conflitti, degli scontri e dei processi organizzativi. La produzione teorica è sempre piegata alla prassi politica. Lo scontro tra Lenin e Bogdanov ad esempio, a cui è dedicato un approfondito capitolo del libro, va ben oltre le questioni filosofiche legate all’«empiriomonismo», e risulta incomprensibile se non se ne afferrano i risvolti politici e tattici sul finire del primo decennio del Novecento. Con una medesima angolazione vanno analizzate le polemiche sulla questione nazionale tra Lenin e Rosa Luxemburg, la quale – qui come in altre circostanze, seguendo ciò che Carpi definisce uno «schematismo proletario-internazionalista» – «tende a “isolare” anzitempo un proletariato “puro”, le cui reazioni sono o dovrebbero essere indeflettibilmente dettate da un’altrettanto pura coscienza di classe» [2]. O ancora si pensi alle polemiche con Bucharin, anch’egli affetto da un dogmatismo che gli impedisce di vedere come non vi sia alcun determinismo nei processi storici. Bucharin osserva sempre le tendenze «in generale», cioè in forma astrattamente logica, mentre solo nella pratica si decide la loro direzione. La rivoluzione non è ineluttabile, come sottolinea Carpi: «le leggi generali regolano il funzionamento del sistema, non predeterminano un esito che deve essere consapevolmente definito e perseguito».

Quello di Lenin è un pensiero pratico della rottura, della scommessa, del balzo in avanti. Non è un caso che, come sostiene l’autore, le intuizioni leniniane diano «il meglio di sé nel crogiolo dei salti d’epoca e delle mutazioni impreviste». È qui, nel salto, nella contraddizione, nell’interruzione della continuità, che va afferrata la possibilità della frattura rivoluzionaria.

Ed ecco la Prima guerra mondiale, il cambiamento di paradigma. Una guerra inaspettata, una guerra dai più non compresa nel suo radicale sconvolgimento tellurico, antropologico e non solo socio-economico. Sono note le tesi sull’imperialismo, la sostanza è ancora una volta e fin dall’inizio del conflitto tutta politica: bisogna agire per la sconfitta militare del proprio paese, con «un appello disfattista che non ha uguali nel panorama politica dell’Europa belligerante». Ovvero, trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria. È possibile fare questo passaggio, cogliere l’occasione in mezzo all’orrore del massacro imperialista, «solo se si scavalcano i vecchi capi che soffocano l’energia rivoluzionaria, se si scavalca il vecchio partito, distruggendolo». L’all-in leniniano è una scommessa basata sulle contraddizioni specifiche della condizione data, la volontà cammina finalmente sui piedi del materialismo storico.

L’opera di Carpi si ferma, volutamente, sul limitare del 1917. «Ciò che segue è grande storia, e se nel corso del 1917 la vita di Lenin offre ancora spunti riconducibili alle sole vicende personali, al carattere privato dell’uomo, dall’Ottobre in poi la sua biografia si fonde indissolubilmente col destino del paese». È il passaggio, dice l’autore, dal rivoluzionario all’uomo di Stato, paragonato dallo stesso dirigente bolscevico al passaggio dall’aritmetica all’algebra e alla matematica superiore. È il passaggio, ci pare, al tentativo dell’uso rivoluzionario dello Stato. Tra Stato e rivoluzione e la Nep, con in mezzo l’Ottobre e il «comunismo di guerra», non c’è cesura netta, così come non c’è ovviamente lineare continuità: è sempre quella misteriosa curva della retta, da studiare, comprendere e approfondire. Resta intatta la convinzione che senza direzione della soggettività rivoluzionaria, il processo rivoluzionario si disperde. È ciò che lo porta a irridere Kautsky e il progressismo determinista della Seconda Internazionale, con la loro opportunistica idea di poter conciliare obiettivi rivoluzionari e mezzi democratici: «Mi sa proprio che coi signori junker, coi Rockfeller ecc. non te la cavi mica senza dittatura». Ancora una volta, ritorna la questione che Lenin poneva già nel 1905: «chi va all’assalto di una fortezza non può rifiutarsi di proseguire la guerra nemmeno dopo essersi impadronito della fortezza». Perciò la scelta di fermarsi qui ci sembra problematica, e auspichiamo che l’autore ci regali un terzo episodio della serie.


Libertà e destino

Lenin era mosso, sosteneva Lunačarskij, «dall’incapacità (assai utile per un uomo politico) di porsi dal punto di vista dell’avversario». Del resto un rivoluzionario disprezza la «pappa del cuore», i proclami astrattamente moraleggianti, quelli che riempiono la bocca di appelli per la giustizia e il viso di lacrime per l’ingiustizia, rifiuta le parole figlie del sentimento e non della comprensione. Un rivoluzionario non mai democratico né di sinistra, come sappiamo bene.

Un rivoluzionario mette in gioco la propria vita per rompere con il sistema e con se stesso, cioè con il destino che gli è stato assegnato. Ernst Bloch, ci ricorda Carpi, distingueva tra un «futuro genuino» e un «futuro non genuino». Il primo è quello ricavato, deterministicamente, dallo studio della tendenza dello sviluppo capitalistico, è il prevedibile corso della Storia, è la proiezione di immortalità del presente, è un destino a cui non si sfugge. Il «futuro non genuino», al contrario, è quello in cui irrompono gli eventi e le rotture, in cui la possibilità squarcia il velo della necessità, in cui la radicalità del rischio si intreccia con la radicalità della salvezza. Qui l’imprevedibile tendenza delle forze soggettive rovescia, può rovesciare, la statica tendenza degli automatismi oggettivi, l’iniziativa delle minoranze agenti sconvolge l’inerzia della maggioranza agita.

L’ultima pagina del libro si chiude con lo stralcio di una lettera che Lenin invia all’amata compagna Inessa Armand:


Ecco la mia sorte. Una campagna di lotte dopo l’altra contro le balordaggini e insulsaggini politiche, contro l’opportunismo ecc. Questo dal 1893. E l’odio degli sciocchi per questo. Nondimeno, non darei in cambio questo destino per la «pace» con gli sciocchi.

Siamo nel dicembre 1916, è un Lenin apparentemente stanco e isolato. Sappiamo come sono andate le cose nei mesi successivi. Sono andate così, ma potevano anche andare diversamente. Anzi, forse dovevano andare diversamente, ad ascoltare gli apologeti dello sviluppo capitalistico e gli astrologi marxisti della Storia. Per fortuna Lenin non li ha mai ascoltati, li ha sempre combattuti. Comunque, se le cose fossero andate in modo diverso e il dirigente bolscevico non avesse osato l’assalto alla fortezza, a noi di quella frase resterebbe la verità della forma di vita del militante rivoluzionario: combattere gli sciocchi, essere da loro odiati, non accettare di fare un passo indietro in cambio della loro pace. È un destino liberamente conquistato, contro il destino del «futuro genuino». È un destino che, vada come vada, ne sarà comunque valsa la pena.



Note [1] Si veda G. Roggero, Je ne suis pas leniniste, disse Lenin, «Commonware», 21 aprile 2021, disponibile all’indirizzo https://commonware.org/recensioni/je-ne-suis-pas-leniniste-disse-lenin. [2] Per approfondire la questione rimandiamo a G. Roggero, Dove non è il luogo e quando non è il momento, «Machina», 18-25 gennaio 2022.



Immagine: Elaborazione grafica da Vagrich Bachchanyan