A trent’anni dalla morte di Patrizia Vicinelli

«Raccomandazione per morire un po’ meglio»



La pelle spessa, ancora giovane ma dalle cicatrici sul volto, la voce altisonante e capelli cortissimi, il teatro, parole che diventano spartiti e letture di testi articolati dal corpo; nella scena letteraria degli anni Sessanta è Patrizia Vicinelli (1943-1991) la donna che ha vissuto mille vite in una sola. Il carcere come la latitanza, il viaggio come stendardo di un’identità in continua evoluzione, la sua origine in una Bologna di sperimentazione sottoculturale e, l’Aids che l’abbraccia nel letto di morte nel 1991: sono solo alcune delle pieghe muscolari che vibrano al passaggio dell’aria. Piccole parti, per permettere di raccontare solo l’inizio della storia di una donna che merita di essere ancora sottoposta a sovente rifrazione. A trent’anni dalla sua morte le vibrazioni della voce giungono ancora potenti nonostante le difficoltà editoriali e i pochi e stringati testi pubblicati durante la sua breve vita À, A. A, (1967), Non sempre ricordano (1977-1985), Cenerentola (1977-1978), Messmer (1980-1988), I fondamenti dell’essere (1985-1987).

La sua scrittura che va oltre i confini pattuiti della poesia, performativa già nel suo offrirsi grafica e corporea, l’accompagna fin dalle prime esperienze in un modus operandi caro alla neoavanguardia. Dopo aver elaborato già alcuni suoi scritti complessi e divenuta giovanissima parte attiva del Gruppo 63, Patrizia è nel vortice di tremula vita pulsante. Intorno a lei si scrive la storia; le rivoluzioni operaie e femministe suscitano ampio eco anche tramite le nuove forme di comunicazione tra cui le prime stazioni radio. «Alice» è il nome dell’emittente storica della sua città natale che pulsa tra il primo corso del Dams all’Università di Bologna, Luciano Anceschi che fonda la rivista «Studi di estetica» e le manifestazioni di solidarietà per il Vietnam. Era il periodo in cui in Italia arrivavano gli spettacoli del Living Theatre, di Grotowski e Vicinelli aveva già siglato un film-documentario con Alberto Grifi In viaggio con Patrizia del 1965, in un avvicinamento al corpo molteplice, specchiato e instabile che pare riflettere, fin dal principio, il rapporto tra la Nostra e il suo stesso operare artistico. Nella sua prima opera compiuta À, A. A, comparsa nel 1967 in disco per «Marcatrè» e in volume per Lerici, afferma: «Nominare questa mia poesia mi sembra inattuale o quantomeno insufficiente [...] questa mia ricerca limitata dalla mancata invenzione di tutti gli strumenti necessari mira a provocare più l’inizio che il fine del discorso poetico» [1]. In quella che sembra una raccolta informe di appunti, calligrammi e catene di parole, unite senza spazi e, di colpo segmentate da lettere maiuscole, Vicinelli attua una valorizzazione di onomatopee e idiomi. Qui pare riflettere perciò quel fare artistico di autocoscienza delle artiste della verbovisualità che devono, lettera per lettera, costruirsi da sé un proprio spazio. Mentre l’artista Mirella Bentivoglio conquista questo spazio per sé e per le altre, Vicinelli nel suo abito nero e con un filo di perle appoggiato sul collo, compare in una fotografia accanto a Giorgio Celli nel 1967 già vicina alla scena del cinema underground, a quella del teatro e della musica sperimentale. Prendeva parte alla pellicola di Aldo Braibanti, con Alberto Grifi nel film: Transfert per kamera verso Virulentia. Questo avvenimento ritma per Patrizia le inevitabili conseguenze di un sostegno pubblico allo scrittore che da lì a poco sarebbe stato accusato e arrestato per «plagio». Patrizia era lì, non si tirava indietro insieme ad Alberto Moravia, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini e numerosi altri, nel prendere le difese in quello storico processo moralista che fece clamore tra gli intellettuali dell’epoca. Il tempo scorre in fretta «il tempo è nemico a chi lo cerca […] il tempo ferma la coscienza di chi vuole amare» si legge nei suoi versi e, nello stesso schiocco di dita della condanna a Braibanti nel 1968, Vicinelli ne rimane di conseguenza travolta, in odore di montatura. Per il flebile possesso di due grammi di hashish è accusata e denunciata ma sceglie la latitanza a Tangeri per dieci anni in un contesto postcoloniale «a bere il latte in un altro paese d’oltre mare» [2] scrive durante l’esilio che in qualche modo non sarà l’unico della sua vita. Anni di lettere, scritti e opere visive raccolte in disegni e collage tra cui il pamphlet-collage Apotheosys of Schizoid Woman più visivo che verbale e comparso nel 1978 – strettamente relazionato alla prima stesura del poema epico Non sempre ricordano (1977-1985). Al suo ritorno in Italia, nonostante le vane illusioni, un nuovo esilio la aspetta, questa volta nel carcere di Rebibbia. La condanna è di un anno e numerosi sono gli scritti e lettere private conservate oggi dai figli che testimoniano una pratica scrittoria sia introspettiva che collettiva nella pièce teatrale da allestire in carcere con le detenute. Cenerentola, stereotipo delle donne che «sono state incoraggiate fin da bambine a una dipendenza eccessiva e malsana» [3], diviene pop nell’esercizio scritturale di Patrizia. Stratifica tramite lo studio del testo, della scenografia e dei costumi, l’aspirazione alla libertà come fuga da un sé annichilito nel ruolo di donna e da un sé che sottende la reclusione in carcere. Messa in scena a porte chiuse per il pubblico di Rebibbia, Cenerentola non incontra il suo «salvatore» ma solo se stessa in sette versioni di liberazione e una giovane guida: Cassiopea, figura risoluta e «straniera». Cambiare l’ordine logico di una storia su misura di bambina, per Patrizia che è anche madre, rappresenta in qualche modo quella «rivoluzione del linguaggio» che Julia Kristeva aveva già interpretato nel 1974. Le parole cambiano, alcune sono nuove, mai osate; sono gli anni della legge sul divorzio e quelli contro la rilevanza penale dell’adulterio in cui la promozione delle pratiche femministe sembra invadere ogni settore. Sui muri di Roma da qualche anno era già comparso il manifesto di Rivolta Femminile e Patrizia Vicinelli nonostante non si dichiarasse un’attivista femminista, è diretta rappresentante di una poetica femminile sia nei suoi slittamenti scritturali di genere che nella sua modalità di performarli. Chi, se non una donna, desoggettivizza il lettore nonostante sia autore? Il testo performato pare attuare quella «perdita d’identità e rifiuto del prevalere del senso della realtà sulla sfera emozionale» [4] cara ad alcuni rappresentanti della body art che ne sperimenteranno ogni radicalità. Vicinelli in una costante indagine razionalizzatrice dei costrutti teorici della teoria psicoanalitica, scrive poi le opere Messmer (1980-1988) e I fondamenti dell’essere (1985-1987) quasi a «voler sbattere il naso come quando si piange e non si vuole che altri lo sappiano e si spia dall’inferriata» [5]. Esplora perciò instancabilmente ogni allucinazione di sé possibile, ne subisce l’umiliazione e ne traduce le vibrazioni. Come nelle sue stesse parole in Non sempre ricordano, opera tra le più amate da chi si è dedicato a omaggiarla, possiamo dire che «(EPPURE SI DISSE PUNTANDO LA FINE) (avrebbe potuto chiedere una raccomandazione) SIA PER MORIRE UN PO’ MEGLIO» [6] che anche per – aggiungo – evitare quella sua sovente emarginazione letteraria in una società che non l’ha ancora amata abbastanza. Lei che ha scritto numerose dediche nei suoi testi, quasi a ritmare gli anni che scandiscono tutto il suo operato, è per anni deflagrata in un isolamento non comunicativo che invero non le apparteneva. Come testimoniano i numerosi testi emersi post mortem, emerge puntale, il gesto del dono dei suoi versi e scritti – si pensi, tra altri a Franco Beltrametti, Camillo Capolongo, Valeria Magli, Renato Pedio, Daniela Rossi. Patrizia Vicinelli che apparentemente pubblica poche opere, scrisse invero molto e lo fece sia in ambito pubblico che nell’intimità delle sue relazioni professionali e private anche tramite il mezzo giornalistico [7] dove narra l’attività di colleghi e maestri, Antonio Porta, Giorgio Celli, Stefano Benni e poi citazioni molteplici di Sanguineti suo maestro insieme a Villa, il «mio amico re» a cui dedica anche, insieme alla sua prima opera pubblica, Second time: a Emilio Villa. L’atto della dedica ci dice molto di una donna che costruiva suoni e parole per condividerle dritto in faccia a chi aveva orecchie per ascoltare o, a chi passava per non restare «perché imparare qualcosa e tenerlo per sé fa parte di quell’etica del possesso della conservazione privata» che perlopiù Patrizia disdegnava, scrive in una dichiarazione ideologica, senza data, quasi a rinnovarne, senza tempo, il suo valore.


Note

[1] P. Vicinelli, À, A. A, in Non sempre ricordano: poesia, prosa, performance, Le lettere, Firenze 1985.

[2] Ivi, p. 270.

[3] C. Dowling, Il complesso di Cenerentola. La segreta paura delle donne di essere indipendenti, Longanesi, Milano 1982, p. 9.

[4] L. Vergine, (1974) Il corpo come linguaggio. La body arte storie simili, Skira, Torino 2002, p. 7.

[5] P. Vicinelli, Messmer, in Non sempre ricordano…, cit.

[6] Ivi, p. 52.

[7] P. Vicinelli scrive per varie testa, tra cui «alfabeta», «Marcatrè», «Ex», «Quindici».


Immagine: AGMENA