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Rivolta o rivoluzione



Gli anni Ottanta, sostiene Massimo Ilardi in questo articolo, costituiscono un cambiamento dei paradigmi del conflitto: a partire da quel decennio, la rivolta prende il posto della rivoluzione. Si trasforma così la temporalità: il tempo viene sospeso e non più appropriato. I rivoltosi, invece di dirigersi minacciosi verso la Bastiglia o il Palazzo d’Inverno, cominciano a prendere d’assalto gli shopping mall dei loro quartieri o a occupare illegalmente i luoghi dismessi e le fabbriche abbandonate delle periferie urbane per organizzare centri sociali o rave illegali. La catastrofe della politica, sostiene l’autore, sta nel non aver capito questo salto d’epoca.


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Un’inchiesta pubblicata da Occupy.com qualche anno fa ci informava che solo dal 2006 al 2013 ci sono state in tutto il mondo 843 rivolte popolari, esplose in 84 paesi, ma in nessun caso si erano trasformate in rivoluzioni per cambiare radicalmente il sistema, il suo ordine statuale e l’assetto di potere contro il quale si erano scagliate. Non solo, a guidare le rivolte non era stato il mondo del lavoro ma nuovi soggetti «più eterogenei, più inclassificabili», il cui vero obiettivo sarebbe stato la sfida all’ordine costituito senza però che vi fosse qualche forma di rivendicazione traducibile nel linguaggio conosciuto della politica. Una folla senza volto né leader, resiliente e mutante, aveva occupato le strade delle metropoli attraverso un faccia a faccia con il potere senza passare per la politica.

Ma già le rivolte urbane esplose nei decenni precedenti avevano reso evidente questo passaggio e avevano rivelato le sue conseguenze più immediate: e cioè che la società, quella che fino ad allora era stata creata, disegnata e governata dalla politica e dalle sue istituzioni (partiti e sindacati), si frantumava in minoranze sociali e culturali autonome e separate le une dalle altre; che le stesse minoranze non producevano spazi comunitari e non si assemblavano in moltitudine se non nel momento dello scontro; che l’anima dura e profonda della metropoli non era né produttiva, né ecologica ma si fondava sulla cultura del consumo e sulla richiesta di libertà di movimento sul territorio. Nessuna rivolta metropolitana dagli anni Ottanta del Novecento in poi avrà il lavoro o la disoccupazione o l’uguaglianza tra gli obiettivi della sua lotta che investì all’inizio e con violenza ben trenta città inglesi e poi Amsterdam, Berlino, Zurigo, Francoforte, Dusseldorf, Monaco, Amburgo, Friburgo, Gottinga, Hannover, Brema, Parigi. Negli anni Novanta insorsero la periferia di Los Angeles e quella di Tolosa in Francia. Nel 2001 furono di nuovo Oldham, Manchester, Leeds e Birmingham al centro degli scontri. Nel 2005 le banlieue parigine scatenarono una rivolta così estesa e violenta che il governo francese impiegò diversi giorni per ristabilire l’ordine. E nel dicembre del 2008 fu la volta di Atene e del suo quartiere Exarchia a scendere nelle strade. Nel 2011 toccò a Roma e poi a Tottenham, area nord di Londra, a essere teatro di violenze tra la comunità nera e la polizia così come avverrà nel 2020 a Minneapolis nel Missouri, dove il movimento Black Lives Matter si metterà alla testa di riot notturni contro le forze di polizia. Nel 2018, infine, il movimento dei gilet gialli in Francia provocò scontri che sconvolsero a lungo il panorama politico francese. E questi sono solo alcuni episodi esplosi negli ultimi decenni, un elenco completo andrebbe ben oltre i limiti di spazio di questo articolo.

Il conflitto, dunque, si trasforma in rivolta che, a differenza della rivoluzione, non mira ad abbattere il sistema, non costituisce soggetti né istanze politiche che riescano a dare un futuro, una forma e un’organizzazione alla contingenza della lotta che invece ha nel mirino l’eliminazione delle regole insieme a quello delle frontiere interne e delle zone rosse che il mercato cerca di dispiegare sul territorio per controllare e governare le metropoli del mondo. E allora decostruire quest’ordine sarà il loro bersaglio. Le rivolte partono sempre da qui. Non con il tempo come nella rivoluzione va misurata la forza di una rivolta, che è invece sospensione del tempo storico come affermava Furio Jesi, ma sul territorio, con la sua assoluta ed esasperata esperienza del territorio. Perché rivolta e domanda di libertà coincidono e la libertà si misura appunto dal territorio che riesce ad attraversare fuori dalle istituzioni che vogliono responsabilizzarla e dalla legalità che vuole limitarla. È per questo che le rivolte non chiedono mai il potere, vogliono invece abbatterlo perché restringe la libertà. E l’atto violento e distruttivo che usano, afferma Wolfgang Sofsky, è esso stesso libertà, perché non vuole cambiare ma vuole abolire. Ma quale libertà? Non quella del pensiero o quella dell’anima o dei diritti, ma quella concreta, materiale, che si appropria di redditi e di spazi, che diventa mezzo per la soddisfazione immediata dei desideri, quella che segue il consumo non solo di oggetti ma di emozioni, affettività, sentimenti, relazioni, comportamenti. La libertà rivela così la propria origine assolutamente contingente, priva di garanzie e aperta al rischio di un disordine assoluto. Non è dunque nella politica e nelle sue organizzazioni, insensibili a quel mondo dei desideri e dell’eccesso di emozioni che sono oggi le modalità di vita di uomini e donne, che sta la soluzione all’angoscia di chi vive nelle immense periferie urbane, è nel desiderio che si materializza immediatamente sul territorio e che per soddisfarlo si cancellano aspettative e regole che su queste stesse aspettative erano state costruite. Un individuo che distrugge ha preso il posto del cittadino produttore e militante. Questo è il filo rosso che accomuna le rivolte nonostante le differenze di latitudini e di condizioni di vita.

Non è, come già scritto, una dimensione collettiva e di massa a guidarle, sono individui o piccoli gruppi ad agire: joy riders, yobbos, casseurs, motards, beurs, squatters, kraakers, black bloc sono alcune delle figure sociali che, nel corso degli ultimi decenni, hanno acceso la miccia delle rivolte, partite quasi sempre dai quartieri periferici delle grandi concentrazioni urbane. Il territorio, dunque, non è mai considerato un bene comune ma il risultato di particolarismi in lotta tra loro e la cui misura e forma si rende spazialmente visibile attraverso separazioni, esclusioni, enclavizzazioni. Sul territorio più che altrove vale quello che afferma Cornac McCarthy: «Quello che unisce gli uomini non è la condivisione del pane ma la condivisione dei nemici».

Questi gruppi o minoranze non parlano, non scrivono, non stendono manifesti. Sono la libertà sulle strade, l’amore sconfinato per l’azione e la violenza, il saccheggio sistematico di merci e centri commerciali che li unisce e inserisce questi gruppi sociali dentro la cultura del consumo e li allontana da ogni rischio di determinismo economico. Non solo. Ma anche da ogni possibilità di esodo. Il ribelle contemporaneo, a differenza di quello jungheriano, non sceglie di «passare al bosco»: non può farlo perché non ci sono più «meridiani zero» da varcare, non ci sono più boschi, né altri luoghi di esilio dove fuggire e dissociarsi. La metropoli è l’unica condizione spaziale che gli è data. L’essere contro, infatti, ha un senso solo nell’essere dentro per riuscire a utilizzare al massimo tutte le risorse di un sistema che non si abbatte ma si sfrutta.

Il punto di rottura con la politica avverrà infatti quando i rivoltosi, invece di dirigersi minacciosi verso la Bastiglia o il Palazzo d’Inverno, cominciano a prendere d’assalto gli shopping mall dei loro quartieri o a occupare illegalmente i luoghi dismessi e le fabbriche abbandonate delle periferie urbane per organizzare centri sociali o rave illegali. La catastrofe della politica sta nel non aver capito questo salto d’epoca: nel non aver colto che, da quel momento in poi, la necessità non è più dettata dalla storia ma dal consumo e dalla libertà, non risponde più agli assoluti rivoluzionari ma ai desideri del presente; e che il conflitto non è più strumento per creare nuove istituzioni e nuova società, non è più pilotato dalle ferree leggi del processo storico, ma dal connubio esplosivo di pratiche di libertà e culture del consumo che espellono la mediazione politica e trasformano il conflitto in scontro incondizionato, totalmente privo di norme e garanzie, come incondizionati e privi di norme e garanzie sono il consumo e la domanda di libertà. Ma proprio questo rapporto difficile con la dimensione dell’agire politico dovrebbe far sì «che i riot offrano una prospettiva privilegiata attraverso cui elaborare un’interrogazione sul politico contemporaneo» (Federico Tomasello). Una interrogazione però che non viene mai fatta da un pensiero critico che si rintana nella tradizione più che sfidare il rischio di un’avventura teorica.

Si tratta comunque di lotte anarchiche che attaccano una forma e una tecnica di potere che vogliono destituire e, dunque, hanno come fine gli effetti di potere in quanto tali, di cui il principale è il controllo dei corpi e del territorio; sono dunque conflitti orizzontali per la libertà e il riconoscimento; poi, sono lotte «trasversali», vale a dire che non sono circoscritte a un solo paese; e, infine, «sono lotte immediate – come scrive Michel Foucault – per due ragioni. Attraverso queste lotte gli individui criticano le istanze di potere a loro più vicine, quelle che su di essi esercitano la loro azione. Gli individui non cercano il

“nemico principale”, ma il nemico immediato». La politica si trasforma allora non più in attuazione di un programma ma in produzione di territorio e presidio di uno spazio sociale: «La potenza – scrive il movimento No Tav – che si esprime in Val Susa deriva dal fatto che non si lotta contro delle astrazioni (il Capitale, lo Stato, una legge, l’inquinamento o la mafia ad esempio) ma contro la maniera concreta – localizzata – attraverso cui queste astrazioni governano delle vite, configurano degli spazi, diffondono degli affetti. […] La lotta non difende un territorio, ma lo fa esistere, lo costruisce, gli dà consistenza».


Immagine: omaggio a M. Ackerman


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Massimo Ilardi, sociologo urbano, responsabile scientifico della collana «Territori» per le edizioni Manifestolibri. Ha insegnato alle facoltà di architettura di Pescara (Università G. D’Annunzio) e di Ascoli Piceno (Università di Camerino). Ha diretto le riviste «Gomorra» e «Outlet». Tra le sue pubblicazioni: L’individuo in rivolta (Costa & Nolan,1995); Negli spazi vuoti della metropoli (Bollati Boringhieri, 1999); In nome della strada. Libertà e violenza (Meltemi 2002); Recinti urbani. Roma e i luoghi dell’abitare (con C. Cellamare, R. De Angelis, E. Scandurra, Manifestolibri, 2014); Il tempo del disincanto (Manifestolibri 2016); Le due periferie. Il territorio e l’immaginario (DeriveApprodi, 2022).

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