Pornografia e femminismo



Recentemente DeriveApprodi ha inaugurato una nuova collana, «sexscapes», che tratta tematiche di genere, identità e sessualità. Il primo volume di questa collana, di Cirius Rinaldi, è stato pubblicato lo scorso anno e ha per titolo: Uomini che si fanno pagare. Il sex work maschile tra devianza e nuove forme di normalizzazione. A breve sarà dato alle stampe un secondo volume, a opera di Mariella Popolla, dal titolo Eppur mi piace…Immaginari e lavoro all'intersezione tra femminismi e pornografie. Parlare di pornografia significa affrontare elementi di riflessione che vanno ben oltre il genere cinematografico in quanto tale. La pornografia rappresenta infatti un modo per osservare i processi di costruzione sociale delle sessualità e dei generi, per interrogarsi sulle forme di libertà e di subordinazione insite nelle relazioni affettive e fisiche, per analizzare le forme di visibilità delle identità all’apice della società dell’immagine. Il volume di Mariella Popolla si concentra su quella pornografia che in modo esplicito e dichiarato interseca e interroga i movimenti femministi e i diversi movimenti LGBTQI+, cercando di cogliere gli elementi di rottura e discontinuità rispetto agli ordini sessuali dominanti. Attraverso la raccolta di materiale di inchiesta, il libro dà voce a chi vive dall’interno la pornografia, mettendo in luce le forme di sfruttamento del lavoro e le dinamiche delle carriere di un settore nel quale gerarchie e godimento sono strettamente intrecciati. In relazione a questi temi vi proponiamo la lettura di un capitolo del libro di Nina Power, La donna a una dimensione. Dalla donna-oggetto alla donna-merce, pubblicato da DeriveApprodi nel 2011.


* * *


La pornografia: una modalità di lavoro paradigmatica

All’interno del movimento femminista la pornografia ha rappresentato un fattore di divisione politica. Sappiamo ad esempio dell’alleanza di Andrea Dworkin con gruppi di destra che condividevano il suo odio per la pornografia, benché nessun’altra delle sue posizioni. In tempi più recenti, le femministe tendenzialmente vi hanno visto un fenomeno piuttosto inoffensivo, soprattutto quando è ritenuta «emancipatrice» e collocata in una categoria che tiene insieme alla rinfusa vibratori, pole-dancing e il fatto di «sentirsi sexy». Si tratta di due posizioni che affrontano il problema in termini morali: o la pornografia è degradante, dunque cattiva, o è apprezzabile, dunque buona. Dovremmo anzitutto cominciare col riconoscere un fatto: la pornografia è un’industria gigantesca che ha un impatto economico e sociale di grande portata. Si tratta anche di un’industria che detiene una propria cultura e che va avanti da sola, che ha grandi difficoltà a ricordarsi della propria storia tranne quando i film «vintage» possono portare denaro. Tra il mondo del lavoro e il consumismo della cultura contemporanea, giustificato dal femminismo, viene a insediarsi un’industria che rappresenta la perfetta sintesi delle due dimensioni. È verso di essa che a questo punto giriamo lo sguardo. Di tutte le industrie emblematiche della morte dell’interiorità e della centralità del sesso, la pornografia è quella più evidente o per lo meno quella arrivata prima. Se si è spesso osservata la «pornografizzazione» della vita contemporanea, altrettanto spesso lo si è fatto in termini moralistici. Laddove sarebbe più interessante e pertinente non tanto considerare la pornografia come una forma specifica di lavoro, quanto come un modo di lavoro paradigmatico. Sembra spesso disgustata di se stessa, del suo passato, perché il modo di produzione pornografico tende a richiudersi su se stesso e a negare i frutti che ha generato. Dopo tutto, il sesso del porno è sesso allo stato puro. I diversi media specializzati (giornali, fotografia, film) e i diversi canali distributivi (moltiplicati dopo l’arrivo del web 2.0) si rifiutano di guardarsi alle spalle. In questa sezione proviamo a confrontare la pornografia contemporanea con esempi ricavati dalla sua preistoria cinematografica, tentando di mettere in evidenza non solo che la pornografia ha radicalmente cambiato natura, ma soprattutto che il suo futuro non può essere condannato a essere così feroce come il presente. Risalendo alle origini di alcune delle sue espressioni contemporanee, presentando una parte della sua preistoria, vedremo che è possibile analizzare il porno non solo a partire dagli effetti immediati prodotti sui suoi spettatori (come se fosse possibile definirli facilmente), ma anche dal modo in cui a seconda dei diversi periodi organizza diversamente i sensi. L’analisi delle origini del cinema porno ci permetterà così di sapere molto di più sul nostro modo di considerare i tropi pornografici odierni e su ciò che, al di là di tutte le «scelte», ci manca. È chiaro che il cinema porno ha conosciuto una cesura nel dopoguerra. Questo cambiamento – in questo caso un riflesso diretto del rapido sviluppo del consumismo degli anni Cinquanta e Sessanta – è percepibile nelle trasformazioni del rapporto tra sessualità e oggetti, di cui sono testimoni i film girati in questo periodo: si diffonde il sex toy. Allo stesso tempo, come mostrano i porno americani di quel periodo, a cambiare è lo statuto dello spettatore: se prima era collocato nella posizione di un guardone che contempla una scena di sesso privata, adesso viene esplicitamente chiamato in causa dagli attori del film. Tutto avviene come se la tesi sostenuta da John Berger nel suo libro Modi di vedere, secondo la quale «la quasi totalità dell’immaginario sessuale europeo successivo al Rinascimento è frontale – sia letteralmente che metaforicamente –, perché il protagonista sessuale non è altri che lo spettatore-proprietario che lo contempla» [1], venisse riepilogata nel cinema porno – a un ritmo velocissimo però, poiché il cambiamento qui avviene in qualche decennio e non in qualche secolo. Non c’è da stupirsi che l’orientamento verso lo spettatore coincida con una riduzione del numero di partecipanti di fronte alla telecamera. Nei film porno precedenti agli anni Cinquanta, si evidenzia una chiara tendenza: entrano in scena diversi personaggi, secondo diverse combinazioni (combinazioni che oggi corrisponderebbero a diverse categorie: porno gay, porno etero, vero porno lesbico, porno lesbico per uomini, ecc.). Dobbiamo comunque fare attenzione a non dare una spiegazione eccessivamente cumulativa dello sviluppo della pornografia (e del suo declino qualitativo per non dire quantitativo). Perché non è vero che siamo passati da un modello aperto a un modello chiuso, benché molteplice. Sarebbe più opportuno adottare un approccio diacronico della storia della pornografia – gli affreschi murari di Pompei, con la loro atomizzazione degli atti sessuali (una stanza per la fellatio, una per gli uomini da soli, un’altra per le donne da sole, un’altra ancora per gli uomini e le donne e così via), hanno più a che vedere con l’odierna differenziazione delle forme di feticismo o di gusto sessuale che coi baccanali aperti a tutti offerti da alcuni dei primi film porno. Oggi, il porno utilizza il sesso come una cosa esterna alle altre relazioni umane e sociali, anche quando è messo in scena «in ufficio», con una «prof» o una «poliziotta». Su questo si differenzia enormemente dalle forme di pornografia anteriori, quelle comparse all’epoca della Rivoluzione francese ad esempio, che venivano utilizzate per attaccare la monarchia e l’ordine costituito. Allo stesso modo, nei romanzi del XVIII secolo, la prostituta è una specie di filosofa organica del partito materialista, così come un’implacabile stanatrice della «buona» società – perché lei conosce la vera natura delle cose, sul piano tanto politico quanto scientifico. Coloro che difendono la pornografia in virtù della libertà di espressione, allo stesso modo di coloro che come Dworkin e McKinnon pronunciano le più feroci condanne nei confronti del porno, si appoggiano al modello di una rappresentazione degradata e unilaterale del desiderio, dunque trattano il porno come se fosse un invariante storico, sempre dotato dello stesso tipo di contenuto. L’astoricismo del movimento antipornografico si basa sul presupposto che gli uomini coltiveranno sempre una forma di desiderio violenta nei confronti delle donne e che il porno si limita a riflettere questa situazione. Così, ci dice Andrea Dworkin, «l’insulto che la pornografia muove continuamente al sesso avviene attraverso un’attiva subordinazione della donna: la creazione di una dinamica sessuale in cui lo svilimento delle donne, e dunque la loro brutalizzazione, passano per essere il sesso stesso» [2]. Allo stesso modo, coloro che fanno della pornografa una questione di libertà di espressione occultano la specificità delle diverse forme assunte da questo genere nel corso della sua storia. L’approccio astorico della pornografia non prova a considerare le condizioni sociali ed economiche che circondano tanto la forma quanto il contenuto della pornografia per come si è presentata nei diversi periodi. Non c’è alcun dubbio che la principale forma che la Dworkin ha in mente sia quella, particolarmente viziosa e violenta, del porno degli anni Settanta, dove lo sfruttamento delle donne nell’industria pornografica era altrettanto brutale di quello di qualunque altra industria collocata in una società americana capitalistica sempre più votata al liberismo e a ingiustizie di ogni tipo. Ma è appunto questo il punto. La violenza, e la violenza specifica di alcuni tipi di pornografia, non può essere del tutto separata da un’analisi esaustiva della società che l’ha prodotta. Come scrive Wendy Brown a proposito della McKinnon: «La strategia della McKinnon, che consiste nel leggere il genere a partire dalla pornografia e a costruire una teoria sociale del genere che riflette la pornografia maschile eterosessuale, non si limita unicamente a produrre un soggetto di genere profondamente, totalmente e unicamente determinato; ma codifica l’epoca della pornografia come la verità piuttosto che l’iperbole della produzione del genere» [3].

Money shot

In quanto duro lavoro, il porno contemporaneo ci mostra che il sesso, quando non si fonda su un’illusione, è esattamente come tutto il resto: monotono, interminabile, noioso (benché molteplicemente noioso). Calvinismo pneumatico del porno-rendimento, tetro orgasmo di una fatica priva di gioia. Ma il sesso-co- me-lavoro occupa una posizione secondaria nell’invenzione del porno-capitalismo. Perché in fondo tutto finisce nel money shot. La parabola del money shot corrisponde alla storia non solo della pornografia filmata (una contraddizione in termini, tenuto conto della «grafia» del medium originale – «scrittura di/su prostitute» in nome di un materialismo sociale che cercava di demolire la chiesa e con essa l’ipocrisia borghese) ma anche alla storia della pura ed esplosiva mancanza di senso del capitale stesso, a sua volta abbassatosi a onanismo ripetitivo, che acceca e mette gli altri a tacere, culminante con un getto di bianchetto sessuale un tantino deludente. Se al contrario adottiamo un approccio storico, o persino dialettico, alla pornografia, riusciamo a scorgere altri tipi di archivi, quelli del porno vintage, con l’obiettivo di sottrarci alla diatriba tra porno «buono» e «cattivo». In questo senso, se seguiamo Angela Carter, la disputa sulla pornografia è in fondo positiva: «I pornografi sono nemici delle donne solo in virtù del fatto che l’ideologia contemporanea non include la possibilità del cambiamento, come se fossimo gli schiavi della storia e non i suoi attori, come se i rapporti sessuali non fossero necessariamente l’espressione dei rapporti sociali, come se lo stesso sesso fosse un elemento esterno, altrettanto immutabile del meteo, che produce l’agire umano senza mai esserne parte» [4]. Sarà utile e istruttivo comparare il porno contemporaneo a forme anteriori, nel tentativo di stabilire se queste ultime racchiudano elementi suscettibili di dare man forte alla tesi di Angela Carter, per la quale la pornografia può perfettamente contribuire all’agire umano. A questo vorremmo opporre i cortometraggi muti in bianco e nero che vanno dagli anni Dieci agli anni Cinquanta. In gran parte fatti in Francia, un paese in anticipo sulla cinematografia e che all’epoca godeva di una censura relativamente flebile in confronto alla Germania o alla Gran Bretagna. Questi film erano generalmente proiettati in ambito privato o nelle sale d’aspetto dei bordelli, per eccitare i clienti e accorciare un po’ il lavoro della prostituta. La pubblicazione di un cofanetto Dvd (Polissons et Galipettes) di film girati in Francia tra il 1905 e il 1930, collezionati dal regista Michel Reilhac, è per molti aspetti sorprendente. Anzitutto osserviamo la preponderanza dell’ingenuità: il sesso non è ridotto a una serie di tristi orgasmi o a un’esibizione di prodezze fisiche, tende piuttosto verso il burlesque o il vaudeville. Gli uomini giocano al ruolo di statue dei fauni per farsi titillare da donne incuriosite; due sartine sono colte da una crisi di fou rire perché il loro padrone, sovraeccitato, è cascato dal letto; una lubrica cameriera serve una sequenza di piatti a sfondo sessuale a un uomo travestito da moschettiere, prima di unirsi a lui per il «dessert»... Certamente, questo tipo di gioco di ruolo teatrale prefigura molti dei cliché della pornografia contemporanea: suore, maestre di scuola, guardoni ecc. Ma la bellezza di questi film sta nei dettagli, nella risata dei loro partecipanti e nella semplice varietà dei corpi esposti: bellezze atipiche stanno a fianco di altre davvero canoniche, mentre immensi posteriori stringono ometti troppo esaltati. Poiché le regole della regia pornografica non erano ancora formalmente stabilite e poiché l’attrezzatura cinematografica era quantomeno rudimentale, succede spesso che i film si interrompano prima di aver raggiunto un climax qualunque, in aggiunta a un carattere amatoriale, disordinato, anarchico, che rappresenta il loro fascino. In questi primi tentativi pornografici, l’atteggiamento nei confronti del sesso è più vicino allo spirito sagace di Samuel Beckett che alla frenetica azione di Pompini all’ultima goccia III. Come riferisce il narratore di Malone muore: «Ma lungi dallo scoraggiarsi, eccitandosi al gioco, benché entrambi fossero completamente impotenti riuscirono infine a far scaturire dai loro secchi e deboli amplessi una sorta di cupa voluttà, facendo appello a tutte le risorse della pelle, delle mucose e dell’immaginazione» [5]. Ma non dobbiamo immaginare che tutto ciò che il porno vintage ha da offrire siano grandi baci bavosi o furtive esibizioni di cosce. Alcuni dei film raccolti da Reilhac sono così espliciti che negli Stati Uniti il cofanetto è stato classificato V.M. Ma ciò che sconvolge lo spettatore contemporaneo, ben al di là delle scene che gli vengono proposte, è che i partecipanti sembrano spassarsela sul serio e sembra quasi che avessero davvero voglia di andare a letto assieme. Nonostante i gemiti e le grida del porno di oggi, è raro vedere una donna ridere o sorridere; nel porno vintage al contrario abbondando le effusioni di tenerezza e bei momenti di scambio di affezioni. La polimorfa perversione degli attori ci ricorda che il sesso può essere divertente, ma anche che non si tratta di una competizione – in questi film realizzati all’inizio del secolo scorso, molti uomini non riescono ad avere un’erezione e assistiamo agli sforzi, sempre più esilaranti, di amanti incredibilmente comprensive che provano a rimediare alla situazione. La promessa umanista di questo tipo di cinema sembra essere tradita dall’introduzione di antagonismi artificiali tra uomini e donne, e dall’inutile paura della «performance», della paura di non essere desiderati. Nonostante l’indifferenza a scansioni temporali definite, nonostante il tempo perso a seguire le progressioni del desiderio femminile e via di seguito, uno degli elementi più interessanti di questo «erotismo vintage» risiede nella presenza del money shot (espressione oggi in disuso che sta per cum shot, eiaculazione in faccia). All’inizio è una cosa che sorprende: tenderemmo a pensare che il money shot sia un’invenzione recente, tipica di un periodo iperrealista fino all’ossessione; invece è presente già dagli anni Venti, come se la logica della tensione tra verosimiglianza e autenticità sia già stata codificata dal «grande Altro» porno. Da sempre il money shot rimanda ad altri tipi di denaro. Difficile sapere se questa espressione (che letteralmente indica la scena più costosa di un film) sia stata trapiantata nel porno o piuttosto il contrario: oggi potrebbe benissimo applicarsi tanto all’eroe virile che scampa per un pelo a un’esplosione provocata da terroristi quanto al tizio che fa del suo meglio per «venire». Ma il suo significato pornografico è complesso: si tratta di un momento in cui il maschio finisce il «prodotto», dunque fa quello per cui è pagato, secondo una vile forma capitalistica? E in questo caso dove sta l’alienazione? (Ricordiamoci che il porno è una delle rare industrie in cui in genere gli uomini guadagnano meno delle donne). A meno che non si tratti del momento in cui il pubblico «dà valore ai suoi soldi», nel senso in cui ciò che gli viene elargito si dimostra alla fine indiscutibilmente reale: «Oh mio Dio, caro, ma lo fanno davvero!». Questa passione per l’autenticità, che – e non c’è da stupirsi – funziona ancora meglio nei film mainstream – nei quali non può mai mancare (in forma allusiva) la sempiterna scena del sesso vero –, è molto curiosa: non è sufficiente vedere il piacere irradiare il volto dei partecipanti? Sentirlo uscire dalle loro bocche? Certo che no, l’attrice porno, come qualunque altra donna, potrebbe simulare. Ma ovviamente non c’è alcun modo per misurare il suo piacere, benché il porno vintage faccia del suo meglio per garantirci che il godimento femminile ha un posto suo. Ma il money shot si è ulteriormente spostato: dal cinema mainstream al porno, ormai è passato alla Tv. In quest’ultimo contesto indica la scena chiave di un reality show, una specie di semi-climax da utilizzare per la pubblicità: un estratto in cui si vede un candidato scoppiare in lacrime dopo la sua eliminazione o cadere per terra o urlare in preda alla disperazione. A volte anche il «denaro» può costare meno. Conformemente all’inventiva linguistica propria del porno, e ovviamente al desiderio di vedere l’immagine adeguarsi alla lingua, il sistema di classificazione del porno deve continuamente ramificarsi e specializzarsi – non solo «eiaculazioni in faccia», ma eiaculazioni negli occhi, nelle orecchie, in bocca. Al contrario, la fotografia erotica dell’inizio del XX secolo si caratterizza per l’assenza di tassonomia. La pornografia contemporanea dispone di tante categorie quanti sono i pensieri zozzi, eppure fallisce in un aspetto cruciale: non riesce più a sorprendere. Se ciò che vi piace sono le donne che fanno le gattine e spezzano biscottini mentre saltano da un trampolino – e probabilmente c’è un sito internet che farà al caso delle vostre esigenze – una volta che avete visto una coppia di donne-gatto che spezzano biscotti mentre saltano da trampolini certamente le avete viste tutte. L’eccessiva tendenza alla tassonomia è solo uno degli ingredienti attraverso i quali il porno contemporaneo cerca di farci morire tutti di noia e di ricordarci che tutto è lavoro, anche e soprattutto il piacere [6]. Con l’arrivo dei sex toys negli anni Cinquanta (vibratori, ma anche radio, telefono e televisione), il porno diventa davvero deprimente. Le donne si annoiano nella loro casa stracolma di beni di consumo ed escono solo per andare a comprare i vibratori più grossi che riescono a scovare. Di tanto in tanto, sfogliano un libro, o più verosimilmente una rivista, ma è un’attività che non le distrae mai a lungo. Diversamente dal gioco comico degli anni Vento o Trenta, oppure dal porno apocalittico degli anni Quaranta, il porno europeo degli anni Cinquanta assomiglia a un incrocio tra un film di Godard, dove le donne ciondolano con un’aria leggermente annoiata (noia senz’altro effettiva nella maggior parte dei casi), e una fantasia di stupro. Con un’ultima contorsione psicotica, un film degli anni Cinquanta, Il demone della noia, ci fa vedere una casalinga disoccupata che invita a casa il proprietario del sex shop che le ha appena venduto un vibratore. Una volta a casa, lei droga il suo aperitivo e, mentre è abbandonato sulla sedia, lo violenta oralmente con quello stesso dildo. L’oggetto ha dunque uno statuto ambiguo: è insieme stranamente emancipatore e scandalosamente alienante. Ma facciamo un salto nel tempo: oggi a cosa può assomigliare una pornografia non alienata? Possiamo scommettere che persino i più feroci sostenitori del fascino del porno avrebbero difficoltà a trovare tracce di compassione o di affetto nell’attuale sensazionale produzione. Ma la pornografia ci dice molto soprattutto su un punto: il sesso è un lavoro come un altro. È la quantità a importare di più – più è grosso meglio è. Non è un caso se uno dei film più famosi di tutti i tempi ci mostra Annabel Chong che per una decina d’ore ha 251 rapporti sessuali con una settantina di uomini. La pornografia contemporanea è realistica solo nel senso in cui ci rivende le nostre peggiori aspirazioni: dominazione, competizione, cupidigia e brutalità. Quanto all’industria pornografia, è gigantesca e produce un giro di affari annuo di circa 57 miliardi di dollari. Ancor più di Hollywood e di tutte le federazioni sportive messe assieme. 300.000 siti internet sono dedicati alla sua diffusione ed escono 200 nuovi film a settimana. Se non cercate qualcosa di così sofisticato come dolcezza o intelligenza, il porno copre grossomodo qualunque gusto sessuale. In un certo senso potremmo dire, e allora? La pornografia possiede una finalità pratica specifica, per-ché aspettarsi di più? Se è del romanticismo che volete, leggetevi gli Harmony! Potremmo anche andare a raggiungere le fila delle femministe anti-pornografia e dire che questo genere è irrimediabilmente associa- to alla violenza e alla misoginia, e che dunque dobbiamo scamparlo come la peste o persino organizzare una campagna per chiederne l’abolizione. Ma se il porno avesse un’altra storia? Una storia che non ha tanto a che vedere con quei corpi glabri e siliconati che lottano per assoggettare altri corpi, quanto con la dolcezza e il divertimento, con dei corpi che non sempre funzionano come macchine ben oliate. Gli albori del cinema porno ci forniscono una versione molto diversa della rappresentazione del sesso, che lascia supporre che si possa uscire tanto da questa disumanità plasticosa dell’ossessione dell’hard-core quanto dall’idea per la quale la pornografia sia, in quanto tale, una forma di sfruttamento. Eppure in sé la pornografia non ci dice niente, a meno che non la si pensi come Angela Carter che afferma che le relazioni sessuali sono intimamente connesse ai rapporti sociali.


Note

1. John Berger, Modi di vedere, trad. it. di M. Nadotti, Bollati Boringhieri, Torino 2004. 2. Andrea Dworkin, Against the Male Flood: Censorship, Pornography and Equality, in Drucilla Cornell (a cura di), Feminism and Pornography, Ox- ford University Press, Oxford 2000, p. 25. 3. Wendy Brown, The Mirror of Pornography, in Feminism and Porno- graphy, cit., p. 208.
 4. Angela Carter, Pornograhy in the Service of Women, in Feminism and Pornography, cit. 5. Samuel Beckett, Malone muore in Trilogia. Molly. Malone muore. L’innominabile, trad. it. di A. Tagliaferri, Einaudi, Torino 1996, p. 287. 6. C’è qualcosa di strano e fastidioso nel modo in cui il porno mette in pratica questa pulsione tassonomica. Da studente, ho vissuto con un tale che mi lasciava usare il suo computer, che conteneva un’immensa raccolta di immagini pornografiche prese da internet (per la maggior parte foto di ragazze legate con manette di velluto e vestite da Babbo Natale). Il più sconvolgente in tutto questo era il tempo che il mio coinquilino aveva passato a inventariare le immagini (ad esempio: donna sola > bionda > reggiseno > tacchi; o due donne > bruna, bionda > frusta...). Evidentemente, il piacere datogli dal porno era intimamente connesso all’atto del collezionare: se avesse trascorso lo stesso tempo a studiare, sarebbe passato alla grande e invece ha lasciato gli studi. È finito col diventare poliziotto.