Per una sintomatologia del contemporaneo



È di recente uscito il volume di Ian Parker e David Pavòn-Cuéllar «Psicoanalisi e rivoluzione. Psicologia critica per i movimenti di liberazione» (ombre corte, 2021). Federico Chicchi ci offre un’approfondita lettura del libro, addentrandosi nel suo intreccio tra storia, politica e clinica; soprattutto, approfondisce e discute criticamente le grandi questioni che il volume solleva: il rapporto tra sintomi e processi di soggettivazione, la possibilità per la psicoanalisi di divenire una pratica di liberazione, le aporie della cura e infine la questione del rapporto tra desiderio e rivoluzione.


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Questo non è un manifesto. Il volumetto Psicoanalisi e rivoluzione, di chiara ispirazione marxista e lacaniana al contempo, uscito in Italia per merito di ombre corte nel settembre dello scorso anno, pur dichiarandosi tale, non può essere ridotto ai ranghi di questo specifico registro comunicativo. Si potrebbe forse dire che la sensibile presenza dell’invettiva tipica di un manifesto è qui il mezzo, e forse anche la scusa, con cui nel libro è avanzato un intenso e vivace (a tratti anche sorprendente) intreccio tra storia, politica e clinica. Non facciamoci dunque ingannare dall’apparente elementarità con cui il libro si presenta a una prima e veloce scorsa. Le semplificazioni teoriche e cliniche da sacrificare sull’altare della propaganda (che ogni buon manifesto sconta, per definizione) sono solo apparenti. Stupisce qui, al contrario, la precisione e al contempo la puntualità con cui, in questo volume, i passaggi teorico-clinici psicoanalitici e lacaniani sono riletti e proposti in chiave trasformativa e anticapitalista. La verve dello stile si accomoda così senza timore su saldi fondamenti teorici che fanno di questo volume anche un buon modo per fare esperienza, soprattutto per chi non ne è ancora avvezzo, dei principali (e risaputamente aspri da masticare) elementi concettuali della psicoanalisi lacaniana. Basti pensare all’articolazione del testo-manifesto, che dopo l’introduzione degli autori si snoda lungo quelli che Lacan nel suo celeberrimo Seminario XI (1964) indica come i quattro concetti fondamentali della psicoanalisi: inconscio, ripetizione, pulsione e transfert.


Sofferenza e rivoluzione

È così fin troppo facile nutrire comodi e pregiudiziali perplessità verso questo volume a causa del suo spregiudicato intento che il titolo, accostando la psicoanalisi alla rivoluzione, mette in bella mostra. Molto più difficile è mantenere tale atteggiamento verso i suoi contenuti. Proverò allora di seguito a indicare, senza alcuna possibilità di esaurirle, alcune delle ricchissime piste interpretative offerteci dagli autori. La prima è davvero inaggirabile e fa, secondo me, da premessa a tutto il testo: la psicoanalisi, come è spiegato dagli autori, è una pratica che non deve essere mai confusa con la psicologia e la medicina. Questa non ne è che una loro lontanissima parente. Per diverse ragioni ma soprattutto perché «a differenza dei sintomi della medicina, i sintomi psicoanalitici non sono semplicemente segni visibili. Sono più simili a parole che chiedono di essere ascoltate, che parlano, questi sintomi parlano di angoscia e resistenza, e aprono possibilità di cambiamento» (p. 17). Il sintomo per la psicoanalisi non è, infatti, qualcosa da rimuovere, da cancellare secondo una logica riparativa e di mero potenziamento dell’Io. Il sintomo per la psicoanalisi è diversamente un campo di battaglia, per usare una categoria foucaultiana. Avere a che fare con i sintomi significa, allora, anche sporcarsi le mani con l’ambivalenza dei processi storici che attraversano, turbandole, le soggettività. Prima di tutto tale ambivalenza si manifesta in una sorta di coalescenza esperienziale tra il desiderare (inconsciamente) il sintomo che si è, la fissazione del sintomo – di cui si gode, in senso lacaniano – e al contempo il rifiutarlo con disperazione perché ci impedisce l’esercizio della padronanza (della coniugazione funzionale tra prescrizione e realtà). Il sintomo è dunque nella sua ambivalenza al contempo il luogo della sofferenza e il luogo della possibile nuova soggettivazione (uno sgabello su cui salire per fare soggetto, chiamando in causa direttamente Lacan).

La psicoanalista lacaniana Colette Soler ha recentemente ricavato, a partire da qui, un concetto che credo possa aiutarci a capire bene cosa intendano a riguardo Parker e Pavòn-Cuéllar: il sintomo per la psicoanalisi assume la funzione di obiettore o dissidente della norma egemone. Prendiamo, come esempio, il soggetto isterico. Per Lacan l’isterico «fa lo sciopero del corpo». Che cosa c’è oggi di più politico? L’isterico rifiuta di mettersi nella posizione di oggetto del godimento dell’Altro e la sua manovra inconscia è quella di evitare di assumere la norma sociale come legittima (la norme mâle – come la definisce Lacan ne Lo stordito): il sintomo di conversione isterico obietta la norma erotica vigente. Ma se osserviamo il soggetto isterico, senza il suo sintomo, tale soggetto sembrerebbe piuttosto un convinto sostenitore del maître. Perché è allora importante, come suggeriscono gli autori del volume in questione, volgere lo sguardo al corpo e ai suoi sintomi? Perché il potere (cui è dedicata una parte molto avvincente del testo) oggi si esercita direttamente sulla vita, sul bios, potremmo dire, senza più utilizzare le stesse mediazioni che l’avevano caratterizzato nelle società precedenti la nostra. La società capitalistica contemporanea è, infatti, descrivibile come un’economia politica del corpo. È un sistema che si costruisce a partire dalla (apparentemente) totale messa a valore della dimensione estetica (del sensibile). Il corpo reagisce e quando non può organizzare una secessione attraverso la politica (o più banalmente attraverso la parola) produce una difesa sintomatica. Produce, per dirla in altre parole, una incurabilità. Ecco allora che «l’azione politica trasformativa, sovversiva e potenzialmente rivoluzionaria può nascere dal discorso sintomatico della nostra sofferenza, da ciò che non può continuare così, da ciò che deve cambiare. Ecco perché tali sintomi sono il nostro punto di partenza in questo manifesto» (pp. 17-18).


Ecosocialismo psicoanalitico

Se questo è il punto di partenza occorre adesso, comprendere che cosa, secondo gli autori, accomuna un movimento di liberazione alla clinica psicoanalitica. Questo è il passaggio fondamentale di tutto il volume e la sua articolazione gira, in modo piuttosto adesivo, attorno a tale questione. «Dobbiamo analizzare cosa fa sì che la psicoanalisi si adatti alla società e cosa la fa resistere e diventare qualcosa di sovversivo e liberatore». Gli autori sono ben consapevoli che la psicoanalisi ha spesso abdicato a questa sua vocazione, diventando spesso (deleuzianamente, aggiungerei) ancella del potere, ma questo non deve farci perdere di vista la possibilità di inseguire la sua «vera» vocazione rivolta verso la fondazione di quello che gli autori chiamano un ecosocialismo psicoanalitico. Tale opportunità ci è consegnata dalla visione post-freudiana dell’inconscio lacaniano, dalla sua intima esteriorità. Il passaggio è fondamentale nell’economia del volume: «l’inconscio, che supponiamo essere così profondo e nascosto dentro ognuno di noi è, esso stesso, qualcosa di esterno che parla di alterità» (p. 48), e soprattutto, in virtù di ciò, l’inconscio: «è fatto di storia, economia, società, cultura e ideologia» (ibidem). Ecco che risuonano, seppur da lontano, gli echi del lavoro di Louis Althusser sul rapporto tra marxismo e psicoanalisi, come ha anche indicato Pietro Bianchi nella sua importante postfazione all’edizione italiana dell’opera.

Il punto centrato dagli autori è a mio avviso il seguente: la psicoanalisi sfida apertamente la centralità dell’Io che nel capitalismo, nella sua ideologia prima liberale e neoliberale poi, è posto come centro indiscusso e proprietario del mondo. L’arroganza dell’Io, l’instaurazione di una ego-crazia viene sfidato da una psicoanalisi che vuole farsi radicale. Il capitalismo e la sua «ideologia sospettosa sia dell’inconscio che del nostro corpo e della collettività, ci limita alla sfera psicologica individuale, la sfera dell’Io cosciente. Isolati nell’Io, confusi con esso, possiamo dimenticare l’inconscio e dedicarci alla sottomissione del nostro corpo (p. 55). Ecco che ognuno di noi si trova così «rinchiuso nel suo io individuale e soffre qualche forma di oppressione e sfruttamento» (p. 95).


L’arcipelago come nuova forma del legame sociale

Certo, il rapporto tra psicoanalisi e rivoluzione così impostata è suggestivo ma ancora mi pare resti problematico. In proposito, Trockij affermava che la rivoluzione fa problema a partire dal giorno dopo. Questa è forse una delle ragioni per cui l’intellettuale russo, barbaramente ucciso a Città del Messico più di ottant’anni fa, preferiva pensare alla rivoluzione come a un processo permanente. Quasi a voler rilevare l’esistenza di un’impossibilità tra il momento storico antecedente la comparsa del sintomo che si vuole rimuovere, e il momento successivo, quello causato dalla terapia rivoluzionaria. In sorprendente connessione con il problema della cura in psicoanalisi, una rivoluzione non si darebbe allora che all’interno di un movimento interminabile e mai risolutivo una volta per sempre. Può allora la psicoanalisi, in tal senso, riuscire a promuovere una cura per (orientare) la rivoluzione? Se ci pensiamo bene la questione è davvero molto scivolosa e può prendere la forma di una clinica della rivoluzione. In quest’ottica incontriamo e dobbiamo fare i conti però con diverse contraddizioni, innanzitutto a causa del fatto che la psicoanalisi aspirerebbe così a farsi una clinica di una clinica. Rischiando di inaugurare un cortocircuito in cui psicoanalisi e rivoluzione iniziano a inseguirsi tra loro come un cane che si morde la coda. Attenzione però: non si tratta in questo libro di proporre una sterile dimostrazione di psicoanalisi applicata, non è assolutamente questo il punto, né tanto meno l’obiettivo. Ciò significherebbe promuovere un’ermeneutica sterile e impotente. A mio avviso si tratta, invece, e più efficacemente, di riconoscere il ruolo assolutamente centrale dell’oggetto che la psicoanalisi e la rivoluzione condividono nella loro prassi, e cioè quello del desiderio. Se entrambe, infatti, partecipano, in un certo modo, del trattamento di un sintomo, secondo diverse prospettive, l’una e l’altra presuppongono che il malessere del singolo, come della collettività, abbia a che fare con un desiderare che non trova lo spazio per una sua articolazione nella realtà sociale. In fondo la domanda che questo manifesto ci consegna in proposito è la seguente: è possibile fare una clinica della rivoluzione? Evitare che la rivoluzione finisca per essere solo un girotondo? Secondo gli autori per fare una clinica della rivoluzione occorre insistere sul tema del desiderio, trattando i fenomeni culturali come dei sintomi, delle formazioni che implicano un investimento libidinale collettivo. «Solo collettivamente possiamo liberarci (…) La psicoanalisi può essere liberatoria solo aiutandoci a essere consapevoli di ciò che ci impedisce di essere liberi» (p. 158). Si tratta, in altre parole, di produrre, in modo nuovo e imprevisto, l’incontro tra una filosofia della prassi e la politica (tra natura e storia) in modo da connettere in modo non tossico e non facilmente assimilabile il corpo al mondo che si abita. Si tratta, facendo leva su di una prospettiva sintomatologica, di sviluppare un punto di vista radicale ed ecologico che miri a comprendere il disagio sociale al fine di interrompere i processi di ripetizione che costituiscono l’isolamento e l’inerzia sociale che abitiamo nel presente. Per dirlo con le nostre parole, si tratta di pensare un nuovo modo del legame, di pensare, ad esempio, l’arcipelago. Il «prospettivismo ad arcipelago» di cui parla Deleuze nel suo Bartleby è quello che muove la navigazione per sperimentare nuove fraternità e nuove linee dell’orizzonte. Di cogliere «una musica nella lingua che balbetta», marxianamente di avvistare la possibilità di una nuova temporalità.



Immagine: Gianna, Senza titolo, 1999


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Federico Chicchi insegna «Sociologia delle trasformazioni economiche e del lavoro» e «Globalizzazione e capitalismo» presso l’Università di Bologna. è inoltre docente del corso di «Trasformazione dei legami sociali» all’Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata (Irpa, sede di Ancona). è direttore, insieme ad Alex Pagliardini, del progetto editoriale «err». Svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro, dell’impresa e della soggettività nel capitalismo. La sua ultima monografia è dedicata al pensiero di Karl Marx ed è stata edita da Feltrinelli (2019).