Per fare conricerca – Prefazione




È appena stato pubblicato nella collana Input di DeriveApprodi il volume Per fare conricerca di Romano Alquati. Frutto di un ciclo di lezioni da lui tenuto all’inizio degli anni Novanta per studenti e militanti, il testo è un formidabile strumento formativo, un manuale di metodo si potrebbe dire seguendo l’algido linguaggio sociologico, a cui preferiamo il termine utilizzato da Alquati: è una «macchinetta», non solo da leggere ma da studiare, non solo da studiare ma da praticare. Pubblichiamo la Prefazione scritta da Gigi Roggero.


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A quel che è accettato / dagli il fuoco del tuo odio. Paul Éluard


Per fare conricerca è il frutto di un ciclo di lezioni tenuto da Romano Alquati per il seminario sui «comunicanti» svoltosi nei primi anni Novanta alla facoltà di Scienze politiche di Torino, a cui parteciparono studenti e militanti dell’ex movimento della Pantera e dell’allora neonata Radio Blackout, emittente creata dai centri sociali del capoluogo piemontese. Nelle intenzioni originarie, le lezioni erano finalizzate all’impostazione di un percorso di conricerca sul nodo della comunicazione e dei comunicanti. Indipendentemente dagli sviluppi successivi, a noi resta un volume fondamentale, edito per la prima volta dalla Calusca nel 1993 e che oggi riproponiamo, non casualmente, nella collana di DeriveApprodi dedicata alla formazione politica. Per fare conricerca, infatti, è innanzitutto uno straordinario strumento formativo, unico nel suo genere. È un manuale di metodo si potrebbe dire seguendo l’algido linguaggio sociologico, a cui preferiamo il termine utilizzato da Alquati: è una macchinetta, non solo da leggere ma da studiare, non solo da studiare ma da praticare.


Il lessico alquatiano

Il volume è stato prodotto attraverso le trascrizioni degli incontri, poi riviste e modificate dall’autore. Delle lezioni viene mantenuto il carattere seminariale, dialogico, a tratti apertamente colloquiale. La revisione di Alquati, com’era sua abitudine, è stata volta non tanto a sistematizzare il parlato, quanto soprattutto a complessificarlo.

Qui emerge un problema, noto a chi abbia familiarità con i testi alquatiani: il suo peculiare stile di scrittura, estremamente denso e spesso complicato, ricco di prefissi e neologismi, talora di allusioni criptiche e rimandi non esplicitati alle sue definizioni categoriali. Nella prima nota a un altro suo libro di quel periodo, Camminando per realizzare un sogno comune, taglia corto: «Per ora non mi interessa granché essere scrittore, la scrittura. Inoltre io non considero questi “libretti” come dei piccoli libri, ma come macchinette. […] Io credo che mai in un libro che dica davvero qualcosa si debba capire tutto, e che se così fosse sarebbe negativo. […] E allora dichiaro che non scrivo nemmeno per tutti, e c’è chi ne viene escluso: aumenta infatti oggi la gente che non sa leggere, ma la colpa non è mia» [1].

Questo modo di scrivere contrastava, almeno in parte, con la chiarezza del suo modo di parlare. Nei confronti diretti, in un dibattito o a lezione, in un incontro seminariale o a tu per tu in un bar, era stupefacente la sua capacità di guidare l’interlocutore nel volare alto, una capacità anche pedagogica nel senso migliore del termine. Non si trattava mai di incontri tra docente e discente, ma di vere e proprie esperienze di formazione e ricerca continua: Alquati ti osservava e invitava a osservare, ti folgorava, spiazzava e perfino imbarazzava con formidabili intuizioni, andava oltre quello che dicevi e ti sferzava a fare altrettanto.

Del resto, scriveva allo stesso modo in cui dipingeva (sulla sua carta di identità era indicata la professione di pittore): non metteva mai il vetro alle sue opere, cosicché periodicamente vi ritornava per aggiungere un pezzo o un particolare, appunto per complessificare il quadro. Perciò le sue opere non possono essere semplicemente guardate, ma vanno osservate e studiate, riosservate e ristudiate, perché ogni volta si nota qualcosa che è precedentemente sfuggito. Lo stesso discorso vale per la scrittura: dopo aver ricevuto una trascrizione cristallina di un suo incontro, Alquati cominciava ad aggiungere pezzi e particolari, spingendoli con forza in ogni singola frase, come se non si volesse rassegnare ai limiti fisici e spaziali del testo. Il risultato è un’estrema ricchezza che molte volte si accompagna, purtroppo, alla difficoltà di comprenderla e decifrarla.

Per agevolare il lettore che si accinge a usare questa macchinetta, il volume è stato revisionato rispetto all’edizione originale, sfrondato degli elementi più marcatamente e inutilmente faticosi, pur lasciando intatta e inalterata la complessità e complicazione della sua struttura e del suo registro linguistico. Comunque, nonostante tali asperità, a chiunque non si accontenti del già noto o non sia alla ricerca di rassicuranti banalità ideologiche, garantiamo che studiare questo libro-macchinetta è uno sforzo che vale la pena fare. Al termine, poi ricominciando da capo, e ancor più tentando di metterlo in pratica, si potrà assaporare la fatica del concetto – anche quando si resta convinti che, talvolta o spesso, quel concetto poteva essere scritto in termini più chiari, senza perdere nulla della sua densità teorica e politica.


Il con di conricerca

Una caratteristica dello stile di scrittura e di ragionamento di Alquati è l’utilizzo dei prefissi. Anche questi non agevolano l’immediata comprensione e scorrevolezza del libro, tuttavia non sono mai dei meri vezzi stilistici. Rimandano infatti a definizioni e significati precisi, sistematizzati da Alquati nel «modellone», ossia la sua proposta complessiva di interpretazione del sistema capitalistico costruita negli anni Ottanta e Novanta [2].

Tra questi prefissi, ça va sans dire, spicca il con di conricerca. Fonte dell’evocatività che il termine ha suscitato nei decenni successivi all’età dell’oro della sua pratica, quella dei «Quaderni rossi» e di «classe operaia» [3], su quel prefisso bisogna interrogarsi, per non cadere in banalizzazioni o problematiche semplificazioni. Spesso, infatti, è stato declinato in senso populistico, come un «andare al popolo» da parte dei ricercatori, ovvero una ricerca fatta alla pari da militanti e operai. Nella prospettiva alquatiana, non è così. Perché l’orizzontalità, nel sistema capitalistico, non potrà mai essere un dato di partenza: la sovversione delle gerarchie esistenti è, al contrario, la posta in palio di un processo di lotta. Quel con non può dunque cancellare, con un tratto di penna ideologico, le differenze di posizione, capacità e intenzioni tra militanti e operai; indica invece l’attivazione di un processo cooperativo autonomo, in cui la produzione di conoscenza è al contempo produzione di formazione, di soggettività, di conflitto, di organizzazione. Qui va marcata anche la differenza con l’inchiesta operaia del gruppo panzieriano che metteva in discussione la finalizzazione della ricerca, lasciando però inalterato il processo cooperativo che vi sta alla base. La produzione del sapere sociologico andava perciò gestita da un soggetto politico o sindacale, nella riproposizione di una separatezza tra i ricercatori e la rappresentanza organizzata. È proprio questa separatezza che la pratica della conricerca mette radicalmente in discussione, muovendosi dentro le trasformazioni della composizione di classe, e per trasformare la composizione di classe.

Quel con, inoltre, indica la combinazione della ricerca con i mezzi capitalistici, a cominciare da uno dei principali: la scienza. I mezzi capitalistici vanno dunque utilizzati, o meglio contro-utilizzati, per nominare un altro prefisso centrale nel lessico alquatiano (lo ritroviamo nei concetti chiave di contro-soggettività, contro-formazione, contro-cooperazione ecc.). Contro-utilizzare non significa, come accennavamo, cambiare soltanto il fine, bensì agire anche sul mezzo, curvandolo e trasformandolo. La conricerca, dunque, è anche costruzione non meramente di una scienza alternativa, bensì di una contro-scienza. L’altrove, infatti, va costruito dentro e contro questa realtà, come processo collettivo di rottura e fuoriuscita dalla civiltà del capitale.


Alla ricerca dell’anticipazione

I processi e i mezzi capitalistici, ci spiega Alquati, hanno una peculiare ambivalenza. Anche su questa categoria è bene fare chiarezza. Non va infatti intesa in senso debole, come la carsica e strutturale presenza di due facce della stessa medaglia. Va invece intesa in senso forte, come l’individuazione del potenziale antagonismo specifico dentro il rapporto sociale capitalistico. La conricerca scommette sui luoghi e sugli ambiti dove si ipotizza ci siano le condizioni di possibilità, soggettive e tendenziali, per trasformare la potenza in atto. La fabbrica e gli operai, tradizionalmente intesi, non sono sempre quel luogo e quei soggetti, niente affatto: lo sono stati, nell’Italia degli anni Sessanta, in quelle specifiche condizioni, in cui la presenza di comportamenti di potenziale insubordinazione si combinava con la possibilità di colpire un ganglio nevralgico dell’accumulazione di capitale e di dominio. Fin dal decennio successivo Alquati avrebbe fatto nuove ipotesi, sull’operaio sociale e sull’industria della formazione [4], fino ad arrivare ai comunicanti e all’industria della riproduzione. L’ambivalenza non va quindi confusa con la mera eccedenza, ma va individuata nella possibilità di trasformare l’eccedenza in eccezione, cioè in forza di rottura.

Un altro prefisso molto utilizzato da Alquati è iper, in contrasto con l’imperversare del post, l’ideologia del nuovo e la religione innovazionista, marchi di fabbrica della controrivoluzione capitalistica degli anni Ottanta e Novanta. Con i concetti di iperindustriale e iperproletariato, ad esempio, Alquati non si allinea al coro di chi vede definitivamente esaurita l’epoca industriale e tramontata la classe. Al contrario, sostiene che viviamo in un ulteriore e peculiare sviluppo della logica industriale e del potenziale antagonismo insito nei rapporti di classe. La stessa ricerca scientifica, possiamo leggere nel libro, è «la cosa più industriale che ci sia», perché ha al proprio centro la merce conoscenza, con buona pace del molle idealismo romantico della sinistra e delle anime belle dei movimenti.

Tutto ciò non significa che nulla sia mutato, tutt’altro: scartando la semplificatoria e fuorviante contrapposizione tra vecchio e nuovo, Alquati riesce a individuare tanto le novità nelle permanenze, quanto le permanenze nelle novità. Soprattutto, permanenze e novità vengono collocate – nel suo modello – su differenti livelli di realtà, gerarchicamente ordinati. Il meta-livello è quello del dominio e del comando: lì nulla è mutato. I cambiamenti sono invece avvenuti sui livelli medio-bassi, più evidenti e accelerati via via che si scende la gerarchia del sistema capitalistico. Questi cambiamenti vanno compresi ed eventualmente contro-utilizzati, curvati, rovesciati, nelle loro differenti possibilità e peculiari ambivalenze. Non vanno però confusi con un’alternativa all’esistente: l’innovazione è infatti, sempre, la risposta capitalistica alla lotta di classe. Per ripetere quanto abbiamo sostenuto altrove: il contrario di innovazione non è conservazione, ma rivoluzione.

Come già sottolineato, dunque, non si può combattere la gerarchia del capitale fingendo che non esista, ovvero attraverso una proposizione ideologica «orizzontalista». Nello stesso processo di conricerca esistono figure che hanno capacità ed esperienze differenti, che si devono formare, comporre e organizzare non per rafforzare le posizioni esistenti o creare una nuova gerarchia di status e potere, ma per sovvertirle. La fuoriuscita dalla civiltà del capitale va organizzata e conquistata dentro un processo collettivo di conflitto e rottura, non è mai la scelta morale di un individuo.

Il lettore si troverà poi di fronte a molti passaggi nel volume che fanno riferimento, spesso in modo non esplicitato, a dibattiti e temi politici e teorici degli anni Novanta. Per limitarci a un solo esempio, ricorrente nel testo, un obiettivo polemico di Alquati è la divisione tra «agire per» e «agire contro», ovvero tra «essere desideranti» ed «essere antagonisti», sulla scia della moda deleuziana e post-strutturalista al tempo in voga, che era il pendant della posizione simmetricamente speculare, cioè l’arroccamento in identità nostalgiche degli anni Settanta, o meglio dei suoi aspetti più folcloristici. Seguendo Alquati, possiamo affermare che non esiste per che non sia anche un contro, e il contro implica un per; desiderio e antagonismo non sono termini alternativi, ma l’uno il presupposto dell’altro, e viceversa.

Altri riferimenti, che vanno contestualizzati e oggi possono apparire piuttosto datati, sono al mondo delle nuove tecnologie, dell’informatica, dei computer, delle reti, del virtuale, degli ipertesti, delle interfacce e interconnessioni. Comunque, a trent’anni di distanza possiamo apprezzare come Alquati ne cogliesse già la baricentrale importanza e ne intuisse alcuni potenziali sviluppi, ipotizzandone dei possibili contro-utilizzi da parte dei comunicanti. Allora ne parlava come di tendenze che si stavano «sviluppando sotto il nostro naso».

È proprio in queste coordinate spazio-temporali delle tendenze, laddove iniziano a delinearsi ma non si sono ancora realizzate, che si muove la conricerca. L’inchiesta alquatiana, insomma, non è né «a caldo» né «a freddo»: è un’inchiesta «a tiepido», «nelle fasi di ebollizione» [5]. Prima è troppo presto, dopo è troppo tardi – dove il prima e il dopo non sono dati dalle necessarie condizioni oggettive dello sviluppo, ma dalle possibilità soggettive e del conflitto. Il militante deve avere la capacità di scommettere al momento giusto. Nel momento, cioè, in cui tali tendenze possono essere materialmente deviate, curvate, rovesciate, interrotte.


Il metodo: meglio parlarne applicandolo

Dunque, per impostare una conricerca, per trovare le motivazioni per farla, non bisogna farsi trascinare dall’innovazione, nuotare con la corrente, lasciarsi abbagliare dal «nulla sarà più come prima». Bisogna provare ad anticipare la tendenza per agire su di essa. La conricerca è un processo mai lineare, aperto, in-concludibile – altroché la retorica della fine della storia che al tempo spopolava! La conricerca è un metodo, o più precisamente: è lo stile della militanza. Ed è, a sua volta, un processo di formazione permanente, per arricchire la capacità umana [6]. È questo che Alquati odia innanzitutto del capitalismo: l’impoverimento della soggettività. Tanto da prendere in considerazione la possibilità di un’ottica «riformistica», in grado di contrastare la tendenziale proceduralizzazione di tutto quanto l’agire umano, per ricostruire una prospettiva rivoluzionaria.

In questo come in altri testi di Alquati molte frasi o parti del discorso sembrano restare in sospeso, incomplete, inconcluse. Non crediamo, almeno in questo caso, si tratti di un problema riconducibile alle succitate difficoltà del suo linguaggio scritto. Si tratta invece di un metodo. Alquati pone il problema e forma la capacità di affrontarlo. Chiudere quel problema in una soluzione preconfezionata, significherebbe contraddire la sua critica radicale all’impoverimento della capacità umana prodotta dall’industria capitalistica della formazione. Significherebbe cioè assecondare quella linea di frammentazione, serializzazione e banalizzazione delle conoscenze che, trent’anni dopo questo scritto, è a tutti evidente essere il tratto dominante del sistema scolastico e universitario, in Italia e sul piano globale. Non perché un certo grado di serializzazione non sia utile, ma per poterlo usare e non esserne usati è indispensabile controformare una capacità di pensare e agire dentro processi continuamente aperti e modificabili. È qui che si può conquistare l’autonomia, intesa non come sedicente intelligenza individuale, ma come processo materiale di arricchimento collettivo e radicale trasformazione della soggettività.

Perciò, nei confronti diretti di cui parlavamo in precedenza, Alquati non puntava mai alla trasmissione di qualche verità precostituita, rifiutava sarcasticamente tutto ciò che puzzasse di dottrina scolastica. È stato un eccezionale formatore della capacità di ragionamento autonomo: così, quando ti sembrava di aver colto il punto e provavi a ripeterlo, lui immediatamente ti poneva di fronte un problema inedito, più avanzato, costringendoti a un nuovo salto in avanti.

A questo punto, il lettore non si stupirà delle sue ripetute critiche e battute ironiche nei confronti di studenti e militanti del seminario, il suo insistere sui problemi anziché sulle soluzioni, sulle difficoltà e non sul godimento di fare conricerca: «Non si propone la conricerca come un emozionante luogo di piacere superficiale. Essa è una strada con momenti di fatica e magari anche di noia per chi ritiene di percorrerla, perché considera invivibile questo mondo e vuole quindi trasformarlo nella direzione di suoi desideri non soddisfacibili in esso (questo è il grande punto della motivazione dei conricercanti). E per questo sarà anche disponibile a pagare dei costi. Se si sta già bene nel capitalismo e si gode abbastanza di esso e in esso, la conricerca non interessa».

D’altro canto, si sa, i problemi aperti danno ansia, angoscia, inquietudine. Gli studenti, sostiene Alquati, fuggono davanti ai problemi aperti. E con loro, fuggono i militanti (qualche anno dopo attivisti), che cercano rifugio «in identità forti, in fondo tradizionali», in effimere certezze ideologiche che permettano di conformarsi ai propri simili, benché non facciano fare alcun passo avanti ai percorsi di conoscenza, lotta e organizzazione. Identità di gruppo o microgruppo, in molti casi di branco. Ma tant’è, spesso l’attività di «movimento» è innanzitutto – o meglio è stata, perché riguarda più il passato che il presente – una risposta a bisogni di riconoscimento individuale. Alquati sta parlando con i militanti dei centri sociali, all’epoca nascenti, e sembra già individuare il problema centrale, ciò che ha portato all’esaurimento politico di quelle esperienze.

Il lettore potrà facilmente immaginare che la conricerca qui ipotizzata non è mai stata fatta, così come – nei trent’anni successivi a questo testo – il numero di volte in cui è stata evocata è inversamente proporzionale a quanta ne sia stata seriamente tentata. Oppure, è stata chiamata in questo modo altisonante ciò che è una conferma a priori dei propri postulati identitari, ossia l’esatto contrario della conricerca.

Qua risalta tanto l’importanza strategica di ciò di cui Alquati parla, quanto la sua difficoltà a essere parte del processo di organizzazione teorizzato. Lui si definiva infatti, con termine felice, un militate «intermedista», cioè collocato progettualmente sul «medio raggio». È questo il livello di realtà in cui è possibile elevare la pratica attraverso la teoria, e correggere la teoria attraverso la pratica. Senza un radicamento sul medio raggio, si determina una separatezza tra il vertice, che si chiude nell’autoreferenzialità dell’identità intellettuale, e la base, «bunkerizzata» nell’autoreferenzialità dell’identità gruppettara. La conricerca, potremmo dire, si radica sempre sul medio raggio. Era in questa posizione soggettiva che Alquati e i conricercanti, dentro «Quaderni rossi» e «classe operaia», tentavano di comporre e ricomporre continuamente operaismo e lotte operaie, trasformando le seconde attraverso il primo, e viceversa.

Nei decenni successivi, e segnatamente a partire dagli anni Ottanta, Alquati non è più riuscito a radicarsi sul medio raggio, per varie ragioni che ovviamente non dipendono esclusivamente dalla sua volontà soggettiva. L’isolamento da lui spesso lamentato era innanzitutto uno scollamento tra teoria e pratica. L’elaborazione del «modellone» si è perciò distaccata dal concreto processo di una sua verifica politica; così, all’enorme ricchezza interpretativa che esso ci offre del funzionamento capitalistico attraverso i differenti livelli di realtà (da lui definito il «percorso ufficiale»), non corrisponde una altrettanto ricca interpretazione ipotetica del «contropercorso», ossia della possibilità di rottura e fuoriuscita. Se è vero che il metodo è «meglio parlarne applicandolo», per applicarlo è necessario riconquistare il medio raggio [7].

Anche in questo caso, suo malgrado, Alquati ci consegna un decisivo problema aperto: come ripensare, oggi, la militanza in generale e la militanza intermedista. Da qui possiamo riprendere in mano la conricerca, a partire da una radicale insoddisfazione per il presente, per il nostro presente; da una critica dell’esistente, in primo luogo del nostro esistente. Dalla disponibilità a vivere l’inquietudine, a renderla produttiva. Dalla disponibilità a morire per rinascere differenti.

Chi lo conosceva sapeva fin troppo bene quanto Alquati fosse molto infastidito dall’essere ritenuto l’inventore della conricerca. I militanti hanno sempre fatto conricerca, rispondeva sprezzante. Aveva ragione, e continua ad avere ragione. Un militante che non fa conricerca, non è un militante. E una conricerca non fatta da militanti, non è una conricerca.



Note [1] /  R. Alquati, Camminando per realizzare un sogno comune, Velleità alternative, Torino 1994, p. 4. [2] /  Per approfondire il «modellone» e più in generale l’intero percorso di ricerca teorico-politica di Alquati è indispensabile la lettura del volume della collana Input di F. Bedani – F. Ioannilli, a cura di, Un cane in chiesa. Militanza, categorie e conricerca di Romano Alquati, DeriveApprodi, Roma 2020. Si veda anche la lezione di G. Borio, Un cane in chiesa, in G. Roggero, L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia, metodo, DeriveApprodi, Roma 2019. [3] /  È qui scontato il rimando al classico di R. Alquati, Sulla Fiat e altri scritti, Feltrinelli, Milano 1975. Anche questo volume sarà presto rimesso in circolazione da DeriveApprodi, nell’ambito del progetto editoriale di pubblicazione e ripubblicazione dei suoi testi inediti e già editi. [4] /  Sul tema si veda G. Roggero, Dentro e contro l’università di ceto medio, «Machina», 8-15 marzo 2022. [5] /  S. Cominu, Inchiesta e conricerca, in G. Roggero – A. Zanini, Genealogie del futuro. Sette lezioni per sovvertire il presente, ombre corte, Verona 2013, p. 138. [6] /  Si veda il suo ultimo scritto, di inizio millennio, rimasto per lungo tempo inedito e finalmente pubblicato: R. Alquati, Sulla riproduzione della capacità umana vivente. L’industrializzazione della soggettività, DeriveApprodi, Roma 2021. [7] /  Sul tema si veda anche F. Bedani – F. Ioannilli, Alquati, «meglio parlarne applicandolo», «Machina», 18 maggio 2021.


Immagine: Romano Alquati, foto di inedito, s.d.