«Lontano lontano». Arte e politica della diserzione



Che fare di fronte all’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo? È da questa domanda che prende le mosse l’articolo di Pierandrea Amato e Luca Salza, mettendo radicalmente in discussione le risposte correnti, ovvero la necessità di combattere una guerra ritenuta «giusta». I due autori riprendono lo slogan di Karl Liebknecht di un secolo fa: «il nemico principale si trova nel proprio paese». Propongono quindi la strada della diserzione, ossia un gesto di ritrazione dal mondo, profondo e politico.


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Che fare di fronte all’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo? Accettare e intensificare il «fatto» di una guerra in Europa, approvando l’invio di armi all’esercito ucraino? Combattere la guerra anche noi, anche se da lontano, anche se ancora immuni dalla morte? Non è questa, di nuovo, una «guerra giusta»? Ci insospettisce, invero, la mobilitazione – culturale, sociale, mediatica, economica – che decretano i governi occidentali a difesa dell’eroico popolo ucraino.

Come Karl Liebknecht, pensiamo che nessun governo meriti nessun credito (di guerra o altro), ma soprattutto la vastissima macchina propagandistica messa in moto dalle élites occidentali indica, distintamente, che la guerra in corso non è una guerra regionale – in una variante particolarmente affascinante dello scontro fra Davide e Golia – ma il teatro di un nuovo conflitto molto più ampio, fra la Nato e il blocco dell’Est.

È, evidentemente, già un ottimo motivo per non prendere partito, per defilarsi dalla mobilitazione in corso. Non si tratta di non volere contrastare l’odioso imperialismo russo o di non vedere il peloso nazionalismo ucraino, ma si tratta, ancora con Liebknecht, di affermare un vecchio principio internazionalista: «il nemico principale si trova nel proprio paese». Lo slogan che riuscì a rianimare l’opposizione contro la guerra durante il primo conflitto mondiale è di un’attualità bruciante: se il nemico non è dall’altra parte della linea del fronte, ma dietro di noi, alla nostra testa, se, cioè, il tenente Ottolenghi – Gianmaria Volonté – in Uomini contro di Rosi difendeva una posizione giusta, significa che oggi – quando da tempo abitiamo l’epoca della mondializzazione – ogni forma di difesa dei confini della patria, ogni guerra, ogni «resistenza», interclassista e sotto il controllo diretto di poteri globali, politici ed economici, nazionali e transnazionali, risulta assai dubbia. Perché impone le logiche dello Stato nazionale, obbliga a una dinamica amico/nemico, in una contrapposizione fra dentro/fuori, che coi migranti, coi rifugiati, con i senza patria, con la plebe degli slums del mondo decisamente ripudiamo.

Liebknecht, la Grande guerra… In tanti sottolineano le affinità fra quel vecchio evento di più di cent’anni fa e la guerra di oggi. Abbiamo le immagini delle trincee, le imperizie dei comandanti, il sonnambulismo dei politici europei, le menzogne degli intellettuali, il disprezzo per la vita umana che legittimano questo parallelo. Ma più radicalmente, questi due eventi, pur così distanti fra di loro, pongono lo stesso lancinante interrogativo: come finisce una guerra moderna? (Può terminare?)

I poemi epici si concludono quando un eroe, il nostro eroe, riesce a battere il guerriero principale del campo nemico. In una guerra di posizione chi vince? Quando vince? Cosa significa «vincere»? La guerra nucleare rende queste domande ancora più drammatiche e abissali. Come si combatterà una prossima guerra dopo lo scontro nucleare, si chiedeva Einstein? Effettivamente, come finirebbe una guerra termonucleare? Vogliamo «immaginarlo» finalmente, come invitavano a fare Günther Anders o Kubrick? Assorbiamo l’idea di una possibile guerra mondiale seduti sul divano di casa. Impauriti, paralizzati. Come ricordava sempre Anders, più l’efficacia dei dispositivi tecnici è enorme più debole è quella delle masse. La guerra atomica segna, in questo senso, la fine della storia, ebbe a dire Maurice Blanchot.

Se non vogliamo limitarci ad applaudire uno dei due campi, en attendant la fine del mondo, quella guerra di ieri, questa guerra di oggi dovrebbero invitare, innanzitutto, a una lotta seria, ragionata, contro la guerra in sé. Ad un ripudio della guerra; in termini più concreti e politici a una diserzione che non temiamo di chiamare pura: un gesto di ritrazione dal mondo, profondo e politico.

Le guerre mobilitano valori maschili. Anche oggi pochi parlano del fatto che la mobilitazione in Ucraina riguardi in sostanza solo gli uomini (gli uomini al fronte, celebrati per il loro eroismo, il loro patriottismo – fino a sconcertanti panegirici dei soldati nazisti, i più coerenti nella difesa della nazione e della terra – mentre le donne sono autorizzate a lasciare il territorio nazionale per accudire bambini e anziani). In Russia, allo stesso modo, la propaganda militare e politica è tutta volta a esaltare valori e ideali di virilità. Diventa allora indispensabile, ancora una volta, prendere i panni di Lisistrata e riformulare un discorso contro la guerra partendo dal pensiero e dai gesti della differenza, in modo da lasciare vedere e tentare di troncare il legame fra la guerra, il sistema di produzione, la cultura maschile della forza.

Bisogna spezzare questi nessi, intervenendo sul loro concatenamento, ma anche su ogni maglia della catena. Virginia Woolf sotto le bombe a Londra indica una strada. Lei si chiede – domanda decisiva, lacerante, insopportabile – se è possibile pensare ancora la pace quando delle bombe cadono dal cielo, quando stiamo stese, terrorizzate, sul letto con una maschera antigas a portata di mano. Che fare? Se parteggiamo per i «nostri» ragazzi, i paladini della «libertà», che stanno combattendo in quei cieli, stiamo facendo la stessa guerra dei nemici della libertà, siamo in un’«unica tenebra», ripetiamo insieme lo stesso meccanismo mentale che induce a fare la guerra: l’hitlerismo inconscio. Occorre, invece, smantellare le fondamenta del sistema patriarcale che genera intrinsecamente violenza e dominazione. «L’unico rifugio antiaereo efficace» è estirparsi di dosso la venerazione per medaglie e riconoscimenti, la gloria militare: lottare contro l’istinto bellico, rinunziare definitivamente alle armi.

È questa la strada della diserzione pura, è quella che prendono Charlot e la monella alla fine di Tempi moderni, è una strada bella perché il giovane soldato, che getta per terra la mitragliatrice ed i suoi «orizzonti di gloria», si incamminerà allora verso delle emozioni creative, uscirà dalla sua prigione mentale e andrà all’aria aperta, a una festa, al cinema, seduto vicino ad una finestra a chiacchierare con gli amici e le amiche (anche il grandissimo Tolstoj contrappone la pace, in cui gli uomini seguono più o meno liberamente i loro desideri, i loro sentimenti e i loro pensieri, alla necessità della guerra, il regno della schiavitù). È una strada anche impervia e ardua, che costa lacrime e sangue (quanti mesi di prigione ha scontato Rosa Luxemburg?), quasi impossibile (quando un paese è invaso, bisogna essere vigliacchi e ripugnanti per non battersi, dice una ragazza a Ferdinand Bardamu). È un gesto politico di «rifiuto assoluto», un No incondizionato e soffertissimo a tutto il mondo cui si crede di appartenere (famiglia, terra, confini, nazione, Stato…), che diventa, talvolta, anche un gesto estetico.

Stop!

Cambiamo lingua.

Possiamo inventare un altro codice visivo, linguistico, che ostacoli l’attuale esaltazione-normalizzazione della guerra? Questo è il nostro progetto. Questo è il cantiere al quale vi invitiamo a collaborare.

Da da da da. Dada!

Putin odia il Lenin della presa del palazzo di Inverno. Putin odia il Lenin pensatore dell’autodeterminazione dei popoli (non dimentichiamo, insomma, la sua sinistra dichiarazione di guerra contro l’Ucraina, ma anche contro il passato rivoluzionario del suo paese). Putin odia il Lenin di Brest-Litovsk: quello che cede quasi tutta l’Ucraina ai tedeschi perché la guerra si concluda. Pane e pace! Il programma semplice della Rivoluzione d’Ottobre.

Qualche anno dopo, il gruppo surrealista francese scrive un volantino contro la guerra del Rif in Marocco: La révolution d’abord et toujours (26 luglio 1925). L’esercito francese interviene a sostegno della Spagna, in difficoltà di fronte alla resistenza dei popoli del Rif. La Francia vuole soprattutto mantenere il controllo del suo protettorato marocchino ed evitare che si diffonda la ribellione dei popoli colonizzati. Vengono utilizzate armi chimiche mentre l’aviazione inizia a ritagliarsi un ruolo decisivo nelle strategie militari (comincia la distruzione dall’alto di città, villaggi e umanità). Di fronte all’emergere di figure sinistre, in particolare Francisco Franco, si può dire che il volantino surrealista colga il significato inaugurale di questa guerra. Terminata la terribile carneficina europea, le scene di guerra tornano a posizionarsi altrove, verso quell’altrove che è stato dominato e saccheggiato per diversi decenni.

Le avanguardie capiscono che non c’è opposizione alla guerra se non si rifiuta l’idea di «patria» e, più in generale, tutte «le idee che sono alla base della civiltà europea (…) e anche di qualsiasi civiltà basata sui principi insopportabili della necessità e del dovere». Le avanguardie propongono un «distacco assoluto», persino una «decontaminazione», da questa cultura: «L’era moderna ha fatto il suo tempo. I gesti, gli atti e le bugie stereotipate dell’Europa hanno completato il ciclo del disgusto». In questo quadro esse considerano Lenin a Brest-Litovsk un «magnifico esempio». I rivoluzionari russi hanno lasciato ai tedeschi e ai loro alleati tutto ciò che volevano, tutto il loro mondo, tutto il mondo che piace ai capitalisti, il vecchio mondo che ha prodotto il disastro della guerra: le terre dell’Ucraina, le armi, soprattutto tutte le armi.

Il disarmo. I bolscevichi sembrano dire ai generali tedeschi: prendete le nostre armi, non ci interessa più. Questo disarmo esprime un modo di stare al mondo, inascoltato, inaudito. I bolscevichi decidono davvero di fermare tutto, lasciano la distruzione ai tedeschi.

È un vero e proprio abbandono del mondo. C’è chi, malauguratamente, lo dimenticherà in seguito; le avanguardie restano, invece, fedeli a questa lezione. La posta in gioco è proprio la diserzione dal mondo: «Non accettiamo le leggi dell’economia o dello scambio, non accettiamo la schiavitù del lavoro, e in un campo ancora più ampio ci dichiariamo in insurrezione contro la Storia».

Per uscire dalla passività cui ci consegnano gli schermi, dalla desolazione di vite sottomesse all’economia, per combattere la guerra, per sfuggire agli opposti schieramenti, per stare, con dignità, dentro la fine del mondo che viviamo.

Quanti disertori russi e ucraini vagano oggi per le campagne e per i boschi? Come Dada, come i surrealisti, come i poeti della Beat generation intendiamo costruire un progetto collettivo la cui ambizione sarebbe quella di fabbricare dei montaggi inediti fra le parole, e le immagini, e quei corpi in fuga.


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Pierandrea Amato e Luca Salza insegnano, rispettivamente, all'Università di Messina e all'Università di Lille. Nonostante la lontananza geografica, una vera e propria divaricazione europea, hanno scritto a quattro mani diverse cose, non utimo, La fine del mondo. Visioni politiche e diserzione popolare (Il glifo, 2021, tradotto in francese per i tipi dell'Harmattan). Dirigono insieme «K. Revue trans-européenne de philosophie et arts» (https://revue-k.univ-lille.fr/).