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La strategia della composizione (seconda parte)




Il contributo di Hugh Farrel riflette in termini strategici sulle traiettorie di autonomia delle lotte radicate nei territori. Lo fa cercando di individuare una polarità terza rispetto alle opzioni della centralizzazione politica e del ripiegamento localistico delle sperimentazioni interstiziali fini a se stesse. Prendendo esempio dalla resistenza contro la Cop City nella Foresta di Atlanta, da elaborazioni come quelle di «Endnotes» e «Mauvaise Troupe», l’autore tenta di delineare un orientamento pratico che non sia né l’ideologia riformista delle «utopie concrete», né l'isolamento del gesto della rivolta. Il testo ha attivato un dibattito in diversi circuiti internazionali. Pubblichiamo oggi la seconda parte dell’articolo.


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Territorio

Anche se la crescita capitalistica rallenta, è sempre più chiaro che è questa crescita a provocare la crisi climatica. Il mondo non solo ristagna, ma si riscalda, e l’instabilità economica determinata dal rallentamento della macchina della crescita si rispecchia perfettamente nell’instabilità climatica spesso evocata con il nome epocale di «Antropocene». Questa dinamica spinge a politicizzare le questioni ecologiche accanto a quelle economiche, al punto che, come ha dichiarato Kristin Ross, «la difesa delle condizioni di vita sul pianeta è diventata il nuovo e incontrovertibile orizzonte di senso di tutta la lotta politica»[1]. Sotto lo scatenamento degli orrori che punteggiano questo periodo di riflusso c’è la consapevolezza sempre presente dell’aggravarsi della crisi climatica, altamente refrattaria a qualsiasi miglioramento riformista, ora affiancata dalla parallela, insolubile crisi del Covid.

Da un lato, la crisi climatica accentua la sensazione di sconfitta ecologica in ogni conflitto locale, la cui posta in gioco sembra diventare più alta. Dall’altro lato, un’intera generazione si è abituata all’alta disoccupazione e al crollo della legittimità istituzionale e risponde in modo sempre più aggressivo alle controversie locali, soprattutto dopo la crisi del 2008. Infine, l’intreccio tra movimenti antirazzisti e contro la polizia permette di spingere entrambi oltre i loro limiti storici. In questo quadro «ambientalista», le lotte rivelano la storia della colonizzazione e della violenza statale. Sono, si potrebbe dire, territoriali. Nel senso che portano in primo piano le questioni della terra e del potere.

La più grande lotta territoriale contemporanea negli Usa è stata finora il blocco del «Dakota Access Pipeline»[2]. Al suo apice, ha raggruppato 10.000 persone in una costellazione decentrata di accampamenti nella riserva Sioux di Standing Rock. Le memorie dei nativi sulla violenza coloniale si mescolavano con l’opposizione alle forme contemporanee di estrazione coloniale e il rischio di fuoriuscite di petrolio a livello locale, il tutto nella cornice della certezza ampiamente condivisa che l’economia del carbone mina le condizioni della vita sulla terra. La lotta «No-Dapl» è stata la più grande mobilitazione politica di generazioni di nativi, molti dei quali vivono al di fuori dell’ambito di influenza dello Stato coloniale. Oltre a sviluppare seri esperimenti di riproduzione sociale al di fuori dei circuiti del capitalismo, il movimento si è anche impegnato a escludere con forza la polizia e i militari dai campi, facendo così rivivere lo spettro dell’autonomia.

L’autonomia costruita a «Standing Rock», tuttavia, non assomigliava ai rifugi statici e chiusi criticati da Neel. C’era un vasto e costante flusso di corpi, risorse, idee e strategie attraverso gli accampamenti, alimentato da molteplici strati sociali, ognuno dei quali arrivava con la propria diversa esperienza, ma avendo in comune l’essere stati rifiutati come eccedenti dal mondo dell’economia. I nativi, sostanzialmente esclusi dal circuito salariale o relegati ai suoi gradini più bassi nell’economia rurale, hanno usato i campi di «Standing Rock» come spazio di raggruppamento. I coloni, in maggioranza giovani e provenienti da una generazione definita dal lavoro precario, hanno raggiunto gli accampamenti per sostenere le rivendicazioni dei nativi, per combattere un’economia delle energie fossili che tiene in ostaggio anche loro o semplicemente (in molti casi) perché non avevano niente di meglio da fare. Sebbene la loro esposizione alla precarietà, come lavoratori dei servizi o laureati indebitati, sia strutturalmente diversa da quella dei nativi confinati in riserve impoverite, la fine delle certezze fordiste sulla carriera ha permesso a migliaia di giovani coloni di trascorrere mesi e mesi accampati nelle pianure del Nord Dakota, costruendo strutture di difesa, partecipando a cerimonie o combattendo la polizia. Perché non lasciare un lavoro da Starbucks, che non offre sicurezza o possibilità di avanzamento, e vivere quasi senza soldi? In che altro modo possiamo rinnovare quella sostanza etica che da tempo è scomparsa dalle metropoli normalmente funzionanti?

Il parallelismo demografico tra rivolte e blocchi – accomunati dall’incontro tra i gruppi esclusi razzialmente e i nuovi strati precari – porta Joshua Clover ad assimilare le due pratiche nel suo Riot, Strike, Riot[3]. Per Clover entrambi appartengono alla categoria di antagonismo che definisce «lotte sulla circolazione», nate dalla stagnazione capitalistica, dal rallentamento dei mercati del lavoro e dalla crescente importanza della circolazione rispetto alla produzione. Tuttavia, come ci ricorda Ross, sebbene entrambe nascano indubbiamente da una congiuntura comune, hanno logiche e temporalità diverse che faremmo bene a distinguere.


Trasvalutazione

Come giustamente insiste Ross, un elemento chiave delle lotte territoriali è la «trasvalutazione dei valori». Mentre Neel ha ragione nell’affermare che, nella marea di insurrezioni, è l’agitazione stessa a legare i partecipanti, le lotte territoriali si differenziano per il fatto che c’è qualcosa che vale la pena difendere. Paradossalmente, però, spesso è solo attraverso la lotta che i partecipanti arrivano a percepire con sicurezza questo aspetto, che sono in grado di affermare che a un luogo può essere «attribuito un valore in base a una misurazione diversa dal valore di mercato o dall’elenco degli imperativi dello Stato, o dalle gerarchie sociali esistenti»[4].

La difesa di un territorio è un processo costruttivo che include necessariamente sempre più persone man mano che si sviluppa, ma che procede attraverso una temporalità completamente diversa da quella delle rivolte o delle sommosse di massa. Oltre a Standing Rock, un esempio paradigmatico è la «Zone à Defendre» (Zad) di Notre-Dame-des-Landes. La Zad è un’occupazione di massa che ha bloccato con successo la costruzione di un secondo aeroporto alle porte di Nantes, in Francia. La fase territoriale della lotta ha preso forma gradualmente nell’arco di dieci anni, dal 2008 fino alla vittoria finale nel 2018, e da allora ha continuato ad alimentare esperimenti collettivi sulla zona fino ad oggi[5]. Il collettivo di ricerca partecipante Mauvaise Troupe, che ha scritto molto sulle lotte territoriali in tutta Europa, ne sottolinea la logica sequenziale: «È apparso subito evidente che difendere questa boscaglia era inseparabile dall’abitarla, nutrirla e dal costruirvi delle forme di infrastrutture resistenti, e che tutti questi sforzi erano agli antipodi delle strutture economiche e governamentali dominanti»[6].

Qui si intravede la complessa temporalità della composizione, che si estende sia verso il passato che verso il futuro, combinando velocità e lentezza. Da un lato, la trasvalutazione e la difesa tendono ad alimentarsi a vicenda, poiché la lotta per la difesa richiede la produzione di nuove verità e di intelligenza collettiva. In questo modo, le esigenze della difesa infondono l’impulso e l’urgenza per la crescita costante di un movimento. Allo stesso tempo, le lotte territoriali sono temporalità ibride che fanno riemergere e proseguono linee di antagonismo passate, a volte decennali o secolari. L’opposizione all’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes si è sviluppata nel corso di 40 anni prima della sua occupazione territoriale nel 2008, mentre Standing Rock ha attinto a secoli di lotta anticoloniale. Sebbene sia spinta da un impulso creativo, la difesa del territorio è anche più lenta di quanto possa sembrare a prima vista.

Che si consideri Notre-Dame-des-Landes o il North Dakota, in ogni caso è stata la contemporanea congiuntura di crisi economica e climatica, insieme alla crisi di legittimazione politica del sistema, che hanno permesso alle lotte di lunga durata di guadagnare intensità. Questa delegittimazione è fondamentale per comprendere l’emergere del metodo di lotta basato sulla strategia della composizione. Nell’ultimo mezzo secolo, il dominio del proletariato si è eroso sia dall’esterno che dall’interno. All’esterno, la riorganizzazione capitalista e la precarizzazione della forza lavoro, hanno ridotto la forza del proletariato frammentandolo in settori isolati. Allo stesso tempo il movimento operaio è stato rimesso in questione, al suo interno dalle, critiche femministe, antirazziste e anticoloniali, che hanno messo a nudo le contraddizioni sempre latenti e irrisolte che si celano nell’identità della classe operaia. Classe operaia si trova oggi inserita in un capitalismo molto più flessibile di quello del periodo della fabbrica fordista. Se la sinistra non è più in grado di formulare un programma stabile, ciò non è dovuto solo all’annacquamento dei suoi presunti valori marxisti «puri» da parte delle critiche postmoderne al neoliberismo. Ciò avviene piuttosto perché, a livello materiale, non c’è più nessuna base condivisa di un’esperienza omogenea che possa fungere da fondamento a tali valori.


Vita selvaggia

Le condizioni in cui ci organizziamo oggi sono quelle che Andy Merrifeld ha definito «città selvaggia», «città deregolamentata, città ridotta»[7]. Si tratta di un circuito riproduttivo capitalistico che ha perso il carattere stabile necessario affinché dei soggetti ben riconoscibili si orientino in modo ordinato verso una determinata porzione di beni sociali. Atlanta ne è un esempio paradigmatico nel Nuovo Sud. In queste condizioni, il ruolo della sinistra non può più essere quello di insegnare ai cittadini verità fisse e di coinvolgerli in una coalizione stabile basata su un programma preesistente. Non è più possibile formulare politiche basate su un’identità di massa. Ogni eventuale programma o piattaforma strategica non può più essere unidirezionale, ma deve invece essere permeabile, cioè costitutivamente aperto all’esterno, e forse anche definito da esso. In termini pratici, ciò significa che, qualunque sia la nostra posta in gioco, dobbiamo essere interessati anche alle esperienze degli altri e alle loro ragioni di essere lì. Se esiste una verità da cui dipende la nostra politica, non può essere la verità «scientifica» delle vecchie ortodossie, ma deve essere situata in uno spazio irriducibilmente intersoggettivo. Da qui in poi, tutte le verità sono situazionali.

La sinistra movimentista, dopo la caduta del muro di Berlino, ha riconosciuto questa implosione ma non è riuscita a superarla. Da un lato, durante gli anni Novanta e Duemila, la strategia dell’attivismo per risolvere le differenze e mantenere le coalizioni all’interno dei movimenti sociali era consapevolmente post-programmatica e flessibile. Non si è affidata alla dialettica «scientifica» per risolvere le contraddizioni tra le sezioni del movimento, né ha fatto appello all’esistenza di un’avanguardia naturale o storica. Piuttosto che lasciare che le differenze lo lacerassero, gli attivisti del movimento antiglobalizzazione hanno proposto di organizzare i contro-summit secondo un principio che hanno chiamato «diversità delle tattiche»: tutte le sezioni del movimento possono agire come meglio credono, separatamente. Il problema di questo approccio è che di fatto abbandona la possibilità di una strategia o di una modalità di organizzazione collettiva. Affinché ogni sezione del movimento possa attuare il suo programma tattico durante una mobilitazione, deve disporre di una «separazione nel tempo e nello spazio». Di conseguenza, durante ogni discussione a livello di movimento, l’attenzione si sarebbe concentrata sul permettere a ciascun orientamento tattico di essere attuato senza intralciarsi a vicenda, piuttosto che sulla vittoria in senso più ampio. Questo concetto liberale di «autonomia» come tolleranza nella separazione, rispecchia la struttura atomizzata della cittadinanza neoliberale. Alla fine, ha permesso alle sezioni più conservatrici del movimento di ristabilire astutamente il proprio dominio attraverso la porta di servizio. Nel 2003, gli operatori dell’Afl-Cio[8], citando un esempio doloroso, hanno usato la «diversità delle tattiche» come giustificazione per isolare un consistente blocco nero in un angolo lontano di Miami, a chilometri di distanza e ore prima delle proteste di massa contro l’Area di Libero Commercio delle Americhe, permettendo alla polizia di reprimere e arrestare centinaia di anarchici.

Oggi, l’eredità della sinistra del XX secolo ci lascia in dote un triste binario: da un lato, c’è il programma unico del movimento operaio classico, con la sua risoluzione dialettica della differenza e la sua dipendenza dalla direzione di un soggetto di massa ormai estinto; dall’altro, l’approccio attivista contemporaneo, in sé basato sulla priorità della tattica, sulla non risoluzione della differenza e sull’abbandono di qualsiasi orizzonte strategico di vittoria.


La composizione come strategia si posiziona tra questi due estremi. La logica negativa del suo sviluppo risiede nella scomparsa di un’identità guida, che costringe i movimenti – spinti come sono dalle contraddizioni della società capitalista – a una crisi produttiva.

Tuttavia, essa ha anche una motivazione positiva. Mentre l’approccio programmatico alle lotte si basava sulla risoluzione dialettica dei conflitti – cioè sul presupposto che, nel corso della lotta, sarebbe emersa una sintesi che avrebbe prodotto un nuovo tipo di unità – il metodo della composizione propone che i molteplici segmenti di un movimento rimangano molteplici, tessendo contemporaneamente le necessarie alleanze pratiche tra di loro. Dato che nessuna identità è in grado di affermare in modo convincente una direzione dei movimenti, le varie figure sociali che compongono le lotte contemporanee si trovano di fronte a una scelta: o possono rimanere in una non-relazione autarchica (separazione tollerante), oppure, se vogliono ripristinare un orizzonte di vittoria, devono sviluppare un approccio relazionale che permetta loro di lavorare insieme al di là delle loro differenze, e questo significa inevitabilmente accettare dei compromessi. La «composizione» come pratica significa tenere insieme ed espandere le relazioni tra i settori sociali di una lotta, e la «composizione» come strategia si riferisce al presupposto che una vittoria collettiva nelle condizioni attuali è possibile solo nel caso che i nostri movimenti trovino il modo di creare queste maglie collaborative attraverso le varie identità sociali. Tuttavia, non si tratta di una semplice coalizione di soggetti diversi, ognuno dei quali rimane sempre lo stesso. Affinché questa strategia funzioni concretamente, per mantenere la composizione di un movimento, ciascuna delle sue parti deve essere disposta ad allontanarsi in qualche misura dalla propria identità. L’obiettivo non è quello di entrare in una sorta di nuova sintesi, cancellando la particolarità; piuttosto, il presupposto è che, per vincere, ogni segmento deve impegnarsi in una forma contestuale che inviti tutti gli altri pezzi del movimento a destabilizzare l’identità e gli impegni riconosciuti nella normale politica capitalista. In questo modo, la composizione non produce «unità sociale», ma una macchina pratica alimentata dalla parziale desoggettivazione delle sue parti costitutive.

Ad esempio, nel corso del 2016, la lotta contro l’oleodotto Dakota Access Pipeline si è trasformata da un movimento ristretto dei Sioux di Standing Rock per i propri diritti territoriali a un movimento in cui anche altri gruppi indigeni e attori non indigeni si sono sentiti coinvolti, per le proprie ragioni materiali e politiche. Riconoscere questo fatto non richiede che si sottovalutino o si trascurino gli interessi e la posizione dei Sioux di Standing Rock; il punto è piuttosto che è stata la logica compositiva del movimento a mettere in relazione tra loro tutte queste componenti, portando a un orizzonte di vittoria più ampio di quanto ognuna potesse immaginare da sola.

Torniamo ora al caso della lotta per la foresta di Atlanta. Come osserva Kristin Ross, le lotte di composizione tendono a produrre una base sociale eterogenea: «essenzialmente un’alleanza funzionale, che comporta trasformazioni reciproche e disidentificazioni, che è anche la condivisione di un territorio fisico, di uno spazio di vita». Sembra che tale formulazione descriva esattamente ciò che accade nella foresta di Atlanta. Il movimento non è semplicemente «decentralizzato e autonomo», il che evocherebbe solo una serie di elementi sparsi e indifferenti l’uno all’altro. Invece, la costellazione di accampamenti nella foresta, così come i vari segmenti sociali che popolano il movimento – i bambini delle scuole elementari e i loro genitori, i visitatori provenienti da fuori Atlanta, i raver, gli organizzatori della comunità e i militanti nei quartieri neri circostanti, gli attivisti trans e gli ambientalisti –sono definiti altrettanto dalle loro connessioni che dalla loro autonomia. Vivere il movimento non significa semplicemente sperimentare il proprio punto di vista su di esso, o il proprio menu di pratiche al suo interno, ma anche sentirsi toccati dalle scommesse, dai rischi e dai contributi di tutte le altre componenti, con le quali si condivide un destino comune.

La separazione è la norma in una società iper-alienata e violenta come l’America, e ancor più nella politica radicale. Il fatto che una serie di componenti come quelle sopra elencate, e la gamma di metodi che ognuna di esse mette in atto, siano collegate in una lotta è quindi un’eccezione alla norma, e richiede una cura costante. Per dirla con termini presi in prestito dal collettivo radicale spagnolo «Precarias a la Deriva», mantenere i collegamenti trasversali che legano queste componenti e questi metodi richiede un «virtuosismo affettivo» caratteristico del mondo contemporaneo[9]. Un’enorme percentuale del movimento per la difesa della foresta di Atlanta si svolge al di fuori della foresta stessa, il che significa che attività con caratteri radicalmente diverse devono essere costantemente collegate tra loro, tra i ritmi variabili del porta a porta di quartiere, le proteste in centro e la vita negli accampamenti.

Costruire un coordinamento efficace in una società iperindividualizzata, in assenza di un orizzonte politico più ampio, è una sfida enorme. La composizione è la modalità di organizzazione in un’epoca profondamente disorganizzata. Una testimonianza poetica della natura compositiva dei primi giorni della rivolta per George Floyd, lo descrive bene: «Ci mescoliamo senza diventare uguali, ci muoviamo insieme senza capirci, eppure funziona»[10].

Per orientarci in questo orizzonte nebuloso, può essere utile stilare una lista parziale di metodi di composizione in gioco nella foresta di Atlanta:

- La proliferazione di campi, anche se basati su culture e popolazioni nettamente differenti, non è avvenuta all’insegna di una semplice tolleranza nella separazione, ma invece in una volontà costante di legarsi, in larga parte grazie a connessioni informali con cui si è cercato di risolvere le divergenze fin dal loro apparire.

- L’apertura del movimento in rapporto ai diversi metodi politici non ha soltanto a che vedere con la diversità delle tattiche, ma anche con una riflessione sul loro possibile intreccio. Ciò permette a degli approcci giuridici di coesistere con gli scontri frequenti con la polizia che avvengono intorno alla foresta, è a una curiosa varietà di sottoculture americane (ornitologi, ravers, ricercatori, attivisti, appassionati di storia, punks, falegnami) di entrare nel movimento e di definire la loro partecipazione secondo la propria sensibilità e i propri desideri.

- Mantenendo un approccio aperto alla costruzione dei campi, il movimento privilegia attività pragmatiche e manuali. In questo modo, disattiva le questioni ideologiche e le divisioni, consentendo il tipo di disidentificazione descritto da Ross. Ciò facilita l’impegno creativo e riduce l’insularità delle pratiche di attivismo. La nuova cucina costruita nel parcheggio trasformato in accampamento, soprannominato «Weelaunee People’s Park» (distrutta dalla polizia e dalle ruspe il 13 dicembre 2022, e già in fase di ricostruzione) ha svolto esattamente questo ruolo, ospitando pasti collettivi ogni mercoledì per tutto l’autunno dello scorso anno.

- L’enfasi messa sul ripristino del territorio e sulla costruzione di luoghi di vita contribuisce a un’ampia trasvalutazione dei valori, articolando una nuova base per l’organizzazione e il coordinamento in difesa di questo luogo particolare, nella sua singolarità. Gli sforzi dei difensori delle foreste e di molti altri per portare alla luce la storia razzista e omicida della «Old Atlanta Prison Farm» creano nuove connessioni tra le lotte passate e presenti. Piantare alberi da frutto ed erbe perenni commestibili rivela il potere di sostentamento del territorio. Emergono nuove tradizioni specifiche della foresta, che forniscono una base per nuove forme di connessione e parentela.

- Le molteplici componenti mostrano un’intelligenza compositiva, investendo un serio sforzo politico e un virtuosismo affettivo per risolvere i conflitti e attirare nuove componenti. Ad esempio, la controversia sugli slogan osceni dei graffiti è stata lentamente affrontata attraverso la conversazione e il dibattito e, cosa importante, attraverso l’aggiunta costante di nuovi slogan, tag e arte, piuttosto che attraverso uno sforzo infruttuoso di censurare semplicemente le tag (in nome di chi potrebbe avvenire la censura?). La composizione funziona necessariamente non tanto attraverso la correzione interna a una coalizione, quanto attraverso il processo positivo di collegamento di nuovi elementi - è un «sì, e…». Più importante delle «tag», altri hanno lavorato per sostenere il popolo Muscogee, indigeno della regione, che è rientrato nella foresta due secoli dopo la sua espulsione, dando vita a importanti rituali, incontri e trasmissione di conoscenze sul territorio.

- Il senso della pazienza e del prendersi i propri tempi ha fatto sì che non solo ogni tentativo di sgombero sia stato accolto con calma e determinazione, ma anche che i venti politici che soffiano sul resto del Paese siano vissuti con maggiore distacco nella foresta. Mentre la sinistra nazionale si muove in modo imbarazzante da una parte e dall’altra, cercando di rinnegare gli impegni antirazzisti assunti all’apice del movimento del 2020 (che si era rapidamente trasformato in una vulnerabilità elettorale), la natura territoriale di questa lotta le permette di muoversi su una linea temporale completamente diversa, opponendosi risolutamente alla polizia e al suo mondo.


Possiamo vedere come le condizioni più ampie di crisi, così come l’esperienza di massa di rapide esplosioni di conflitti sociali erosivi del tipo enfatizzato da Neel, strutturino il movimento della foresta di Atlanta e le sue componenti; eppure, sebbene operi sul terreno della stagnazione e della crisi capitalista, continua a muoversi all’interno di una propria temporalità e logica compositiva. Si tratta di una logica più lenta, ma che cresce e contribuisce a qualsiasi orizzonte politico nascente stia emergendo dalla sequenza globale di lotte, finora tutte fallite, che affliggono il pianeta in questo periodo di flusso e riflusso. Proprio come Standing Rock ha ridefinito l’orizzonte dei movimenti per il clima, sollevando l’eredità della colonizzazione nello stesso momento in cui ha politicizzato la costruzione di infrastrutture, la foresta di Atlanta è diventata non solo un rifugio da un momento reazionario, ma anche un terreno di prova per la resilienza ecologica dal basso e la politica abolizionista. L’intelligenza compositiva del movimento deve confrontarsi non solo con Cop City e Hollywood Dystopia, ma anche con i pilastri centrali della pianificazione capitalistica che impongono violentemente la precarietà e cercano una nuova base per l’accumulazione.




Note [1] Kristin Ross, The Long 1960s and the Wind from the West, «Crisis and Critique», vol. 5. [2] Oleodotto sotterraneo lungo 1172 miglia negli Stati Uniti, che avrebbe dovuto trasportare petrolio dal North Dakota all’Illinois, passando per la riserva indigena di Standing Rock. Le successive ondate di proteste, petizioni, procedimenti legali. ma soprattutto la resistenza di massa, sono riusciti ad arrestare il progetto nel 2020 (N.d.T.). [3] Joshua Clover, Riot, Strike, Riot, Verso, 2016. Ed. italiana Riot, Sciopero,Riot, Meltemi, Milano 2023. [4] Ross, The Long 1960s, cit., p. 325. [5] Mauvaise Troupe, Remaining Ungouvernable, relazione alla conferenza Undercommons and Destituent Power, in rete: https://illwill.com/remaining-ungovernable. [6] Ivi. Per un maggiore approfondimento: Mauvaise Troupe, Constellations: Trajectoires révolutionnaires du jeune 21e siècle, Éclats, Paris 2017. [7] Andy Merriefield, The New Urban Question, Pluto, London 2014, p. 17. [8] Sigla della più grande sigla sindacale americana. [9] Precarias a la Deriva, A Very Carfeul Strike, in rete: https://caringlabor.wordpress.com/2010/08/14/precarias-a-la-deriva-a-very-careful-strike-four-hypotheses/. [10] Crimethinc, L’assedio del terzo distretto di Minneapolis. Un racconto e un’analisi, in rete: https://it.crimethinc.com/2020/06/10/lassedio-del-terzo-distretto-di-minneapolis-un-racconto-e-unanalisi.

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