La parabola di Seattle e la fine di una storia


Andrea Salvino, Scontri


Seattle

La «battaglia di Seattle» del 1999 fu un evento straordinario. Giungeva a maturazione la consapevolezza che i poteri nazionali, politici e economici, fossero ormai subordinati alla forza del mercato unico mondiale, e si individuava, nel contempo, un potere sovranazionale, un «nemico» sovranazionale, il Fondo monetario che si riuniva lì, in quel caso, ma come una delle facce globali che il potere del neoliberismo aveva ormai assunto. Era, insomma, la presa d’atto della «fine dello Stato» per come era stato inteso per tutto il Secondo dopoguerra. Era anche, quel movimento, altre due manifestazioni: la prima, che le politiche democratiche di sinistra, di opposizione o di governo, insomma di «regolazione» del mercato, non avevano più forza di resistenza rispetto la violenza neoliberista del mercato e non l’aveva più alcuna «organizzazione sindacale» di resistenza: le fabbriche delocalizzavano in cerca di maggiori profitti dove conveniva alle aziende, i salari ristagnavano o si comprimevano, la produzione si tecnologizzava con crescente esubero di manodopera che difficilmente si ricollocava allo stesso livello – e niente riusciva a fermare tutto questo; la seconda, che c’era una «nuova composizione sociale» del lavoro – carne e sangue della nuova forma della produzione e della ricerca di massimi profitti – che non aveva rappresentanza o cercava un’autonoma rappresentanza, e che questa rappresentanza si esprimeva, al momento, direttamente sul piano dello scontro politico, senza mediazioni. Quindi, in sintesi, Seattle era: opposizione al potere mondiale sul piano diretto, fronte a fronte, di una nuova composizione sociale del lavoro che sapeva d’essere globale o che almeno solo sul piano mondiale poteva costruire resistenza, nella crisi degli Stati e delle politiche democratiche di sinistra e sindacali. S’erano insomma poste tutte le premesse per la nascita del nuovo movimento del lavoro del ventunesimo secolo. Per uno strano controsenso della storia e delle nominazioni, questo movimento veniva definito e si definì «no global».

La ricomparsa della violenza politica di massa

A Seattle, la violenza politica di massa di piazza era ricomparsa come forma della soggettività di movimento sociale. Benvenuta. Ma mentre negli Stati uniti questo «dato» non veniva assolutizzato, in Europa divenne in qualche modo una «linea di condotta»: quasi tutte le manifestazioni in Europa dopo Seattle – in Svezia, in Germania, in Svizzera – furono segnate da scontri durissimi. Eppure, qui come lì, le composizioni sociali di movimento erano abbastanza simili: chi si opponeva alla guerra come forma di dominio del mondo e soluzione delle crisi geopolitiche, pezzi di sindacato (a Seattle era presente l’Afl-Cio, sindacato americano), pacifisti, cattolici, cooperazione sociale, terzo settore, formazioni politiche e partitiche di sinistra radicale. Si costituisce così una «minoranza di movimento» molto determinata – in parte casuale, in parte organizzata – che è in grado di «segnare» le manifestazioni di massa: i black bloc, capaci di aggregare intorno a dei comportamenti, dei gesti distruttivi la rabbia che serpeggiava dentro il movimento. I black bloc non sono un’organizzazione, una struttura, una composizione: sono piuttosto uno spettro. Lo spettro della violenza politica di massa. Qualcosa perciò che sta già dentro il movimento, nella sua anima, e che viene «accesa» da alcuni gesti simbolici organizzati.

L’alleanza tra «istituzione» e «piazza» e l’assenza di una teoria politica adeguata

Questa questione della violenza politica di massa diventa centrale. Politicamente centrale. Perché va a segnare una distinzione. Da una parte, quelle fasce di movimento e formazioni politiche che provano a ricostruire una «sinistra» rappresentativa del nuovo movimento e delle nuove condizioni del lavoro nel neoliberismo – in Italia soprattutto intorno a Rifondazione comunista, che ha caratteri novecenteschi da vecchio Partito comunista, e di varie sopravvivenze minuscole di storia del comunismo ormai mummificate, e contemporaneamente caratteri di apertura e innovazione; dall’altra, tutte quelle esperienze di resistenza territoriale durante gli anni Novanta, che si aggregavano intorno ai centri sociali. Gli uni e gli altri trovano un «terreno di reciproco vantaggio»: alla sinistra che tenta una sua rifondazione moderna, un ruolo istituzionale; alle fasce di movimento, un ruolo di piazza. Nessuno dei due soggetti è in grado, in questo momento, di agire contemporaneamente su entrambi i fronti, perché nessuno dei due soggetti ha intanto elaborato un’autonoma strategia politica adeguata. Quello che manca, nell’esplodere di un nuovo movimento del lavoro del ventunesimo secolo è una teoria politica adeguata. Quello che entrambi questi due soggetti riflettono è per una parte l’idea che si debba agire nel ruolo istituzionale mettendolo in crisi il più possibile; per l’altra parte l’idea che si debba agire nel ruolo di piazza mettendolo in crisi il più possibile. Perciò, mentre la «sinistra» si convince di potere allargare le maglie istituzionali portandovi dentro istanze di movimento (le 35 ore, l’opposizione alla guerra), i centri sociali si convincono di potere «governare» la piazza accendendola e spegnendola (la simulazione). Il rapporto perciò tra uso delle istituzioni e durezza dello scontro di piazza rimane irrisolto, o meglio: delegato o di qua o di là. È in quella situazione che si forma una sorta di «ceto politico» trasversale a entrambe le realtà (istituzionali e di piazza). In qualche modo, pensano che rapportandosi e mediando potranno portare avanti il movimento. Entrambi non hanno fatto i conti con lo spettro.

L’impasse delle giornate di Genova

A Genova 2001 tutto questo arriva irrisolto, con il convincimento che sia governabile, e che anzi sarà un passaggio notevole. A Genova 2001 tutto questo precipita.

A Genova, perciò, dietro e contro un progetto di ricomposizione del movimento tra simulazione della piazza e nuova rappresentazione istituzionale si muovono forze: la determinazione della polizia a reprimere questo nuovo soggetto (sperimentato già a Napoli, con successo) e la determinazione dei black bloc a impedire la deriva «riformista» del movimento, esaltando la violenza di piazza (è probabile, anche se non determinante che la polizia abbia voluto «favorire» alcune violenze). Ne viene fuori un massacro che in parte, ma solo in parte, la morte (il sacrificio) di Carlo Giuliani e lo scandalo internazionale delle porcherie poliziesche attenua. Qualunque movimento operaio ha dovuto affrontare nella sua storia il massacro e la violenza poliziesca e il sacrificio e il martirio dei suoi militanti. Quasi sempre, però, è riuscito a trasformare la sconfitta, il dolore e il sangue in una nuova lena per il movimento. Perché già «prima» esso aveva elaborato una strategia politica e una teoria adeguate. Invece, succede che dopo Genova quel movimento – così provvisoriamente accostato – non elabora niente. il martirio di Carlo serve in qualche modo a «coprire» il buco evidente dell’elaborazione. Poteva e doveva, cioè, accendersi una riflessione importante, nel movimento e nel suo «ceto» rappresentativo, qualunque fosse stato il suo esito, ma così non accade. Se sul piano immediato, della mobilitazione e della resistenza, non c’è un forte immediato contraccolpo (fino alle manifestazioni contro la guerra, di due anni dopo – enormi), è più una questione «sentimentale» che di elaborazione. Per fare degli esempi: alla stessa «generazione politica» di Genova 2001 appartengono e Tsipras e Iglesias (di Syriza l’uno, e degli indignados prima e di Podemos poi, l’altro), che sono cose diverse tra loro ma che dai limiti di Genova 2001 traggono alimento per elaborare un percorso. In Italia non accade. In Italia non si riesce a elaborare un passaggio teorico che tenga insieme la piazza e la nuova rappresentanza istituzionale, le due cose rimangono distinte e delegate. Ma ora anche sempre più lontane.

La fine della «sinistra» nelle sue declinazioni

La crisi della forma-Stato nazionale (soprattutto per via della globalizzazione del mercato, ma anche per via dei grandi sommovimenti sociali globali che danno origine alle grandi migrazioni) e la crisi della politica del Novecento (quella legata alla rappresentazione delle grandi omogenee classi sociali massificate), e le due cose sono ovviamente legate, assume forme e caratteri diversi a seconda dei territori nazionali e delle loro storie. Ma dall’insieme delle due crisi, quella che ne esce a pezzi è «la sinistra» (variamente declinata, dal riformismo blairiano all’estremismo radicale: la prima, si illude di poter assimilarsi nel mercato, la seconda non riesce più a fare un discorso «popolare»). Ne esce a pezzi cioè dall’Europa agli Stati uniti. Ma in Europa, essa assume forme particolari di «nazionalismo» – perché questa è la nostra storia, e perché l’Europa era il progetto politico più evidente di una «soluzione democratica» possibile e invece si dimostra inconsistente e vessatoria. Così, è possibile leggere, «a sinistra», tratti comuni tra Podemos e Syriza oppure, «a destra», tra il Front National e l’Afd tedesca o gli olandesi o i fiamminghi, ma anche profonde differenze. E, ancora più singolare e «nazionale», è possibile leggere nel Movimento 5Stelle tratti comuni agli uni e agli altri. Quello che è certo è che la «politica di massa» (anche se con nuovi strumenti e nuove forme di comunicazione) viene all’improvviso svolta da formazioni completamente nuove, capaci di riaggregare una società frammentata su un sentimento di ostilità e estraneità alla politica tradizionale, ma in una forma fortemente istituzionalizzata. In Italia, nella crisi profonda della «sinistra», l’istanza istituzionale di trasformazione (e la sua rappresentazione) viene totalmente assorbita dal Movimento 5Stelle. Le sacche di resistenza – che non hanno elaborato una teoria neanche nel dopo-Genova2001 – rimangono ai margini: fanno fallire, per due volte (piazza del Popolo e piazza San Giovanni) i tentativi «riformistici» di riaggregazione «a sinistra», ma non propongono un progetto autonomo. Di nuovo, di fatto la delega, questa volta ai 5Stelle. Quel «ceto politico» di movimento si è intanto andato collocando – gli anni passano, i bimbi crescono – chi rientrando interamente nell’alveo riformistico istituzionale anche se sempre più minoritario senza la spinta dei movimenti sociali; e chi sopravvivendo in un compito di «immagine del passato», che trae alimento dalla deriva istituzionalista e anche fallimentare degli altri, ma non ha più dinamiche sociali su cui agire. È la fine di una storia, ma anche una crisi generale.

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