La memoria contesa di Genova



A più di vent’anni dal G8 di Genova, quelle giornate di luglio restano un evento periodizzante: perché G8 e Genova significano innanzitutto il movimento internazionale che ha sfidato la globalizzazione capitalistica e creato un immaginario collettivo, significano le straordinarie mobilitazioni e la risposta repressiva che ha portato all’uccisione di Carlo Giuliani e al massacro della scuola Diaz. In questo articolo la giovane studiosa Lisa Riccetti spiega perché la commemorazione è fine a se stessa se non c’è la capacità di riflettere sulle conseguenze politiche di quegli eventi e sulle narrazioni mediatiche che lo hanno preceduto, accompagnato e seguito.


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Le giornate del G8 di Genova hanno segnato indelebilmente la storia di questo paese e di un movimento internazionale all’apice del suo successo. Da ventuno anni ogni ricorrenza ci pone di fronte alla necessità di ricordare l’omicidio di Carlo Giuliani, la repressione dei cortei autorizzati da parte delle forze dell’ordine, il massacro alla Diaz-Pertini e le torture nella caserma di Bolzaneto. Quale utilità può però avere la memoria se non scaturisce dalla realtà ma dalla narrazione filtrata e distorta che ne hanno fatto i mass media? Non c’è solo bisogno di ricordare, c’è bisogno di farlo nel modo giusto. La retorica e il focus esclusivo sul tema della violenza hanno promosso una narrazione esemplificata e decontestualizzata dei fatti di Genova che si è radicata nell’immaginario collettivo. La commemorazione è fine a se stessa se non viene accompagnata da una riflessione sulle conseguenze politiche e sugli esiti imbarazzanti dei processi che si sono svolti negli anni successivi a quelle giornate.

Bisogna inoltre tenere conto che il G8 di Genova non è un caso «eccezionale» che riguarda solamente l’Italia, ma è un tassello da aggiungere al percorso di un movimento di protesta globale che, a partire dal novembre 1999 a Seattle, organizza enormi manifestazioni internazionali contro i summit dei maggiori esponenti politici, economici e finanziari. L’inizio del nuovo millennio è infatti segnato da governi di centro-destra conservatori e neoliberisti che contribuiscono a deregolamentare il mondo del lavoro, a conferire un enorme potere alle multinazionali e a organismi internazionali (World Bank, International Monetary Fund e World Trade Organization), a distruggere l’ambiente e a incrementare le disuguaglianze sociali.

L’ondata di protesta che ne consegue presenta delle caratteristiche uniche e inedite nella storia della contestazione: il cosiddetto «movimento dei movimenti» comprende di essere figlio di un mondo globalizzato e cerca di utilizzarne gli strumenti per internazionalizzare il dissenso. Lo straordinario successo della protesta è infatti strettamente connesso alle rivoluzioni comunicative e tecnologiche che favoriscono un’incredibile accelerazione dei flussi di informazioni e di spostamento delle persone. Tutto ciò comporta la nascita di un fenomeno inclusivo, eterogeneo e dinamico che spinge soggetti, associazioni e realtà molto diversi tra loro a scendere in piazza insieme contro un nemico comune. Non bisogna dunque pensare al movimento come a un unico blocco tenuto insieme dalle stesse ideologie e finalità politiche: la diversità e il carattere collettivo della protesta consentono a ognuno di mantenere i propri tratti distintivi, le proprie pratiche e modalità di contestazione senza il bisogno di avere programmi condivisi e leader in comune.


L’allarmismo prima del G8 di Genova

La prima volta che i mezzi di informazione «incontrano» il movimento dei movimenti è a Seattle il 30 novembre 1999 in occasione della riunione annuale del Wto. L’impatto mediatico della protesta, a cui partecipano circa 50.000 persone, comporta la fuoriuscita di tematiche e problemi al di fuori della ristretta cerchia di attivisti e militanti politici, pervadendo i giornali e le televisioni di tutto il mondo. La denominazione di «popolo di Seattle» assegna al movimento una data di nascita e spiega l’esigenza da parte dei mass media di etichettare e appiattire la complessità di una simile esperienza.

Gli incontri e i vertici tra le maggiori potenze economiche si dimostrano un terreno perfetto per scendere in piazza e ottenere visibilità. Il 2000 e il 2001 sono infatti anni importanti per la mobilitazione, costellati da tanti appuntamenti, proposte e iniziative in ogni angolo del mondo: Davos (gennaio 2000), Washington (aprile 2000), Bologna (giugno 2000), Okinawa (luglio 2000), Melbourne (11-13 settembre 2000), Praga (26-28 settembre 2000), Nizza (dicembre 2000), Napoli (marzo 2001), Quebec City (aprile 2001), Göteborg (giugno 2001) e Salisburgo (1-3 luglio 2001). Il forte potenziale comunicativo, le concrete proposte politiche e la capillarità del «popolo di Seattle» non vengono sottovalutati dalle istituzioni, sempre più piccole e insignificanti di fronte a un universo antagonista in continua espansione. La principale risposta consiste nel rinchiudersi in città sempre più militarizzate, nel potenziare le misure di sicurezza e nel circondarsi di eserciti e reparti speciali in tenuta antisommossa. Prediligere strategie intimidatorie e repressive vanifica la prospettiva del dialogo con il movimento, mai considerato né trattato come un possibile interlocutore. Inoltre i mass media descrivono il variegato mondo dei contestatori come portatore di disordini e violenze, screditando di fatto il contenuto delle loro proposte e le ragioni della protesta.

La necessità di blindare le città ospitanti i vertici ricade di conseguenza anche su Genova, favorita dal governo D’Alema nel dicembre 1999 come sede del G8 previsto per il 2001. Dopo la prima edizione del Forum sociale mondiale a Porto Alegre e l’elaborazione della Carta dei movimenti sociali nel gennaio 2001, l’organizzazione del controvertice assume una dimensione internazionale. L’adesione di nuove associazioni porterà alla nascita del Genoa social forum (Gsf), coordinamento finalizzato al dialogo con le istituzioni locali e governative per ottenere strutture e servizi necessari ai manifestanti. Fin da subito il rapporto appare problematico poiché diversi esponenti politici (in particolare di Forza Italia e Alleanza nazionale) si dimostrano contrari a ogni tipo di collaborazione e invocano la chiusura totale della città durante le giornate del vertice. In questo modo l’attenzione mediatica viene dirottata su tre aspetti principali: la gravità dei possibili scontri di Genova, la presunta violenza dei manifestanti e il pericolo di attentati. A partire da febbraio le informative dei servizi segreti nazionali e internazionali lanciano l’allarme sul rischio di atti terroristici, facendo sembrare necessaria una risoluta risposta in termini di sicurezza preventiva. Le notizie sono spesso fantasiose, come quella dell’attacco al G8 da parte di Osama Bin Laden e di naziskin da lui arruolati, ma trovano comunque spazio all’interno di testate come il «Corriere della sera» che pubblica l’articolo Osama finanzia i neonazi contro G8 [1]. A fine marzo la Digos comincia a ricevere le prime delle svariate note del Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde) sulle armi non convenzionali utilizzate dai contestatori: palloncini di sangue infetto da lanciare contro la polizia, un canale satellitare, lamette da rasoio nascoste nella frutta e copertoni in fiamme da far rotolare lungo le strade in discesa della città.

Di fronte a simili minacce la stampa non solo giustifica la militarizzazione di Genova, ma la concepisce come unica soluzione praticabile. Oltretutto l’enfasi posta sulla possibilità di disordini e la speranza che i manifestanti tengano un comportamento pacifico sono funzionali a criminalizzare il fronte della protesta agli occhi dell’opinione pubblica. L’esplosione di un ordigno a Roma il 10 aprile inaugura l’inizio della campagna elettorale e una nuova fase di congetture e accuse infamanti contro il movimento. La presunta matrice neo-brigatista dell’attentato porta le principali testate nazionali ad ipotizzare l’esistenza di un’alleanza tra «terroristi dell’estrema sinistra» per destabilizzare le elezioni e il G8, rafforzando «il timore che il terrorismo possa saldarsi a qualche drappello di duri e puri del popolo di Seattle» [2]. Si prospetta uno scenario da «campo di battaglia» e la massiccia presenza di coloro che «pianificano gli scontri di piazza e che sfasciano volentieri le vetrine» [3].

La perenne indecisione del governo Amato sulle modalità di gestione dell’accoglienza dei manifestanti subisce una battuta d’arresto con l’ascesa di Silvio Berlusconi al ruolo di Presidente del Consiglio il 13 maggio 2001. Il nuovo premier, che già da mesi ostentava pubblicamente le sue paure riguardo l’inadeguatezza di Genova come sede del G8, sembra voler favorire il dialogo e la «trattativa» con gli esponenti del Genoa social forum. Contestualmente i servizi segreti tedeschi e americani inoltrano nuove notizie sulle armi dei manifestanti: bombe d’acqua, trappole antiuomo e aerei telecomandati carichi di esplosivo o sostanze chimiche. L’allarme è così grave da far valutare l’idea di trasferire il vertice alla Villa Reale di Monza e di annullare il viaggio in Italia delle first ladies per «[…] non rischiare che gli immacolati tailleur color pastello delle prime signore possano essere sfiorati dalle catapulte spara-letame dei dimostranti, e men che meno dai palloncini riempiti di sangue infetto con il virus dell’Aids di cui si favoleggia con terrore» [4].

La descrizione mediatica assimila i contestatori a individui talmente pericolosi da essere in grado di sovvertire un evento presidiato da migliaia di forze armate e dalle intelligence di tutto il mondo. Il 2 giugno il Prefetto di Genova (Antonio Di Giovine) emana un’ordinanza che prevede l’istituzione di una zona rossa (accessibile solo a forze dell’ordine, giornalisti dotati di un pass e residenti schedati) e di una zona gialla, oltre alla chiusura delle strade, del porto, dell’aeroporto, della metropolitana e della sopraelevata. La protesta non viene formalmente impedita, ma fortemente isolata in aree lontane dal centro storico e sottoposta a una rigida burocrazia. Dal 13 al 15 giugno a Göteborg (Svezia), mentre il Consiglio europeo discute il Protocollo di Kyoto per regolamentare le emissioni di gas serra, la polizia spara a tre manifestanti e ferisce gravemente il diciannovenne Hannes Westberg. Il triste esito delle giornate induce i mezzi di informazione a riportare in prima pagina i dubbi e le angosce che tormentano il premier italiano un mese prima dello svolgimento del vertice: «Il pensiero che a Genova possa accadere qualcosa di simile o di ancora più grave di quanto è accaduto a Göteborg in queste ore non lo fa dormire» [5]. Ne consegue un altro cambio di strategia da parte del governo che, oltre a porsi come benevolo mediatore che vuole tutelare il diritto di manifestare, adotta un atteggiamento quasi «supplicante» nei confronti dei contestatori, pregati di comportarsi in maniera pacifica e di non creare disordini: Manifestate al G8 ma senza violenze [6], G8, parte il dialogo con il popolo di Seattle [7] e G8, il governo vuole il dialogo [8].

Nonostante l’unica condizione sia quella di isolare i violenti, le richieste del Gsf di ottenere un piano di accoglienza adeguato verranno soddisfatte solo una settimana prima dello svolgimento del vertice. In questa delicata fase di «trattativa», rifiutata da una consistente parte del movimento esterna al Genoa social forum che non vuole negoziare spazi e libertà, tutto il movimento viene rappresentato a livello mediatico come un agguerrito avversario che non accetta compromessi. L’apparente dispiegamento del governo nei confronti della contestazione pacifica procede di pari passo con notizie riguardanti lo sgombero delle carceri e degli ospedali, la costruzione di un nuovo obitorio e l’arrivo a Genova di 600 magistrati e di 200 body bags, sacchi adibiti al trasporto di cadaveri in situazioni di emergenza. Quest’ultima notizia comincia a circolare già da fine giugno, quando la Bbc ne parla nell’articolo Body bags stockpiled for G8 summit [9]. Ogni giorno i pericoli in agguato sembrano aumentare, come quello degli attacchi da parte dei «famosi hacker del popolo di Seattle, abilissimi nel mandare in tilt interi sistemi attraverso all’apparenza innocue e-mail inviate magari al personale che in questi giorni lavora alla preparazione del summit» [10].

Viene dunque imbastita una campagna mediatica volta a creare un clima di allarme generale e a scoraggiare le persone a partecipare alle manifestazioni. Fin dalla prima settimana di luglio scattano le perquisizioni a tappeto nei centri sociali, nei veicoli e nelle case degli attivisti di tutta Italia per ricercare armi finalizzate al boicottaggio del G8. La tensione a Genova è accresciuta dal fatto che la città «è più blindata della cassaforte di Fort Knox» [11] e sorvegliata da migliaia di agenti di polizia. Il tema dominante, oltre a quello della violenza, diventa la penetrazione della zona rossa da parte delle Tute bianche, che raggiungono l’apice del loro «successo mediatico» e vengono paragonati a degli «irriducibili pronti a tutto» [12]. L’eccessiva cautela e l’ansia di prevenzione porta alla sospensione dell’area Schengen e alla chiusura delle stazioni centrali di Genova per questioni di pubblica sicurezza. Tra il 15 e il 16 luglio si attuano gli ultimi lavori di «bonifica» delle aree di massima sicurezza: i confini della zona rossa sono resi invalicabili da barriere e reti metalliche alte quattro metri montate su basamenti di cemento «new jersey». Il timore di infiltrazioni nell’area di massima sicurezza porta persino alla saldatura dei tombini. Oltre al clamore suscitato dalla blindatura di Genova, i mass media di tutto il mondo sono focalizzati sul mastodontico schieramento di forze dell’ordine: in città si attestano infatti circa 18.000 agenti tra cui 5200 poliziotti, 4673 carabinieri, 1209 finanzieri e forestali. Sono presenti inoltre 3000 soldati e reparti speciali dell’Esercito, dell’Aviazione, della Marina e cinque Compagnie di contenimento e intervento risolutivo. Ci sono poi le squadre create ad hoc per il G8 di Genova, come il VII nucleo sperimentale all’interno del primo reparto mobile della polizia di Roma, responsabile dei pestaggi sotto i portici di corso Gastaldi il 20 luglio e dell’irruzione alla scuola Diaz-Pertini la notte del 21. Oltre al lavoro di intelligence dei servizi segreti italiani e stranieri, gli obiettivi sensibili vengono protetti da 50 cecchini appostati sui tetti, da uno scudo aereo e persino da batterie missilistiche installate presso l’aeroporto di Genova-Sestri Ponente. Si aprono così, dopo mesi di allarmismi e timori generalizzati, le giornate del G8, che saranno al centro di un’«alluvione informativa» [13] senza precedenti.


Atteggiamento mediatico durante le giornate di Genova

In questa atmosfera ansiogena il 16 luglio si apre a Genova il Global Forum organizzato dal movimento, che prevede una serie di appuntamenti, seminari e iniziative per cinque giorni. Alle 10 e 30 circa nella caserma di Genova San Fruttuoso una busta-bomba esplode ferendo gravemente al volto un carabiniere ausiliario di vent’anni, Stefano Storri. Il Sindacato autonomo di polizia (Sap), non appena ricevuta la notizia, dichiara ufficialmente chiusa la fase del dialogo con gli antagonisti. Alla vigilia del vertice l’atmosfera di inquietudine si innalza ulteriormente a causa dei pacchi bomba rinvenuti a Genova e in altre città italiane, determinando un’escalation della tensione e di falsi allarmi: marsupi, sacchetti della spesa e della spazzatura vengono ritenuti oggetti sospetti e fatti brillare.

Le testate nazionali contribuiscono senz’altro a innalzare il clima di tensione tramite titoli come Torna la strategia della tensione [14] e Attentati e retate, parte la settimana del G8 [15], Vigilie di bombe per il vertice di Genova [16] e G8, una catena di attentati [17]. Di conseguenza viene riservato uno spazio irrilevante alle assemblee del Global Forum in cui si propongono modelli culturali economici e ambientali alternativi a quelli imposti dalla società dei consumi e dalla globalizzazione finalizzata esclusivamente al profitto. Neppure il partecipato e colorato corteo dei migranti del 19 luglio suscita grande interesse (a eccezione de «il manifesto» che vi dedica vari articoli), e il suo pacifico svolgimento viene interpretato dalla stampa come evento isolato e sostanzialmente diverso dalle manifestazioni dei giorni successivi: «ieri cinquantamila persone hanno sfilato tranquillamente per mezza città, tra oggi e domani il pericolo di scontro diretto diventa reale» [18].

Una delle issue principali che desta maggior preoccupazione riguarda le conseguenze che potrebbero verificarsi in seguito alla violazione dell’area di massima sicurezza da parte delle Tute bianche. La necessità è dunque quella di «impedire che vi possa scappare il morto» [19], anche se i quotidiani di destra si comportano come se la tragedia fosse già accaduta e lanciano pesanti accuse contro il Genoa social forum e la sinistra istituzionale. «Il Tempo» riporta ad esempio che «prendere successivamente le distanze dai più violenti sarà solo ipocrisia, un meschino tentativo di sfuggire alle proprie responsabilità [20]. Non tutti gli articoli condannano però il movimento e, anche se in modo diverso, vengono riconosciute le ragioni della protesta e la diversità delle anime che lo compongono. «La Stampa», ad esempio, asserisce che «fermo restando l’assoluta condanna per le violenze, non va sottovalutata affatto una protesta che è spia di un malessere reale e diffuso che non può e non deve essere ignorato» [21].

Venerdì 20 luglio a Palazzo Ducale, nel cuore di Genova, dopo mesi di preparativi, si tiene la cerimonia di apertura del tanto temuto vertice del G8. Le due giornate di incontri si pongono l’obiettivo primario di individuare strategie e investimenti sociali per combattere la povertà. Il fondo globale contro l’Aids, stanziato per aiutare i paesi più colpiti dalla malattia, è però inferiore del 90% rispetto alla cifra richiesta dal segretario generale dell’Onu, Kofi Annan. Fuori dal deserto della zona rossa vengono invece organizzate le piazze tematiche e cinque cortei differenti a cui partecipano migliaia di associazioni, partiti, collettivi, sindacati e gruppi come ad esempio Arci, Rifondazione comunista, Attac, Globalise Resistance, Fiom-Cgil, Cobas, Marcia mondiale delle donne, Tute bianche, Rete Lilliput, Greenpeace e il Network per i diritti globali. L’atmosfera gioiosa del giorno precedente è rimpiazzata da una tensione crescente che viene avvertita da molti dei manifestanti presenti. I disordini cominciano in piazza Paolo Da Novi e già alle 12.30 il III Battaglione Lombardia comincia a lanciare i primi candelotti lacrimogeni di gas CS, il cui utilizzo è vietato nelle guerre internazionali dal 1997 perché considerato un’arma chimica. In due giorni a Genova ne vengono sparati circa 6200 e sono diversi i manifestanti e gli agenti delle forze dell’ordine, soprattutto quelli addetti al lancio, a rimanere intossicati.

La sospensione delle varie iniziative già alle 16.30 del pomeriggio si spiega tenendo conto di alcuni eventi cruciali che determinano una drammatica svolta nel tranquillo svolgimento delle singole manifestazioni: l’assalto al carcere di Marassi da parte del blocco nero e le cariche delle forze dell’ordine sul presidio della Rete Lilliput in piazza Manin e sul corteo autorizzato dei disobbedienti (Tute bianche, Rete meridionale del Sud ribelle e i Giovani comunisti) in via Tolemaide. L’interruzione e l’attacco da parte delle forze dell’ordine di quest’ultima manifestazione, a cui aderiscono 15.000 persone, provoca infatti un vero e proprio disastro nella gestione dell’ordine pubblico che culmina con l’omicidio di Carlo Giuliani (23 anni). Nonostante le difficoltà di comunicazione e i ritardi negli spostamenti dovuti allo scarso coordinamento tra i vari reparti mobili e le sale operative della Questura, la decisione di caricare il corteo è presa nella più totale autonomia e determina la degenerazione degli eventi. Durante quelle tre ore oltre ai lacrimogeni, ai pestaggi e ai blindati lanciati a tutta velocità contro la folla, vengono sparati in aria almeno 15 colpi di arma da fuoco da parte di tre agenti, come rivelano le successive relazioni di servizio dei carabinieri. L’omicidio di Carlo alle 17.25 in piazza Alimonda è l’estrema conseguenza di un’altra carica totalmente immotivata da parte delle forze dell’ordine: mentre il corteo retrocede su via Tolemaide il XII Battaglione Sicilia, comandato dal poliziotto Adriano Lauro e dal capitano Claudio Cappello, si distacca dagli altri reparti e decide di attaccarlo lateralmente su via Caffa. La reazione dei manifestanti fa retrocedere la colonna di agenti e uno di essi, Mario Placanica (20 anni), spara dall’interno del defender e uccide un ragazzo suo coetaneo.

I fatti di piazza Alimonda sono molto complessi e necessiterebbero di più spazio perché, oltre alle dinamiche che conducono all’omicidio di Carlo, non bisogna dimenticare gli oltraggi commessi a posteriori sul suo cadavere, l’immediato tentativo di depistare le indagini e l’archiviazione del caso nel 2003. Non bisogna però dimenticare neanche l’atteggiamento giudicante e la «cannibalizzazione» [22] mediatica che fin da subito tentano di sminuire la morte di un ragazzo. Nei giorni successivi si riscontra infatti una certa insistenza della stampa nazionale nel riportare i suoi precedenti penali e informazioni irrilevanti (e spesso fasulle) riguardanti la sua vita privata: «apparteneva ai gruppi “punk bestia”» [23], «punk che viveva di elemosine» [24], «anarcoide» [25] e «squattrinato cronico» [26]. Carlo non viene inoltre mai descritto o percepito come una vittima e la versione dei fatti che trova maggiore spazio nella stampa nazionale è quella di un teppista che attacca degli agenti e di un giovane carabiniere che spara per legittima difesa (largamente smentita dalle immagini).

Il giorno successivo il corteo internazionale di 300.000 persone subisce cariche massacranti sul lungomare di Corso Italia e in tarda serata viene effettuata l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini che si conclude con 93 arresti e 69 feriti. Il bilancio delle giornate di Genova è infatti drammatico: un morto, 606 feriti, 253 fermati, 20 colpi di pistola e 6200 candelotti lacrimogeni sparati dalle forze dell’ordine. La brutale realtà dei fatti prende alla sprovvista la stampa ufficiale che riscontra evidenti difficoltà nell’assumere una posizione netta di fronte alle violenze della polizia, all’uccisione di un ragazzo e a una città devastata su cui sono puntati gli occhi di tutto il mondo. Di fronte a un simile scenario diventa indispensabile ricercare un nemico e un responsabile di ciò che è accaduto: il black bloc. Pur essendo un soggetto politico pressoché sconosciuto dai mass media nazionali prima del 20 luglio, esso diventa improvvisamente causa di tutte le violenze perpetrate in quei giorni. La fretta di mettere alla gogna mediatica un colpevole ben preciso può essere spiegatasia dalla difficoltà di comprendere nell’immediato le reali dinamiche degli avvenimenti sia per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica livelli di repressione mai visti prima in un paese «democratico». Le accuse ricadono in automatico anche sul Genoa social forum, ritenuto responsabile di aver coperto le frange estremiste del movimento, completando definitivamente il processo di criminalizzazione dell’intero movimento: «Ecco: non denunziare le Tute nere equivale a non denunziare i mafiosi. È la stessa complicità dei collaborazionisti di mafia, l’identica omertà» [27].

La narrazione di un evento particolare come il G8 viene oltretutto influenzata da diversi fattori quali la linea editoriale del giornale, il suo orientamento ideologico e la sua posizione politica. La selezione di determinati termini a scapito di altri, pur sembrando un dettaglio apparentemente insignificante, è strettamente funzionale alla trasmissione di un messaggio e all’offerta di una chiave interpretativa dei fatti ben precisa. Nonostante la sterminata copertura mediatica dell’evento, il caos che si verifica durante le giornate di Genova rende difficile ricercare una lettura univoca che stabilisca con certezza chi sono le vittime e chi i colpevoli. La caccia ai responsabili politici e morali procede infatti durante il mese di agosto, ma l’attentato dell’11 settembre alle Twin Towers determina la fine del protagonismo del G8 all’interno dei quotidiani nazionali.

Il G8 di Genova dimostra come la costruzione di una mastodontica macchina della sicurezza coordinata dalle intelligence di tutto il mondo non sia in grado di compensare una scarsa regolamentazione nella gestione dell’ordine pubblico durante le manifestazioni di piazza. La mancanza di strategie e di direttive precise incentiva l’arbitrarietà delle operazioni di polizia e l’applicazione di tattiche di isolamento solitamente utilizzate in altre emergenze. Questa montatura mediatica e politica che viene costruita per giustificare l’inaudita violenza durante le manifestazioni e l’irruzione nella scuola Diaz-Pertini si sgonfia velocemente grazie alle migliaia di testimonianze e di prove individuali che vengono supportate dalla massiccia presenza di filmati e immagini. La verità può essere osservata e indagata e questa è una novità dirompente, figlia del nuovo millennio. Indymedia è uno degli esempi che ci permettono di capire l’importanza di un mezzo di comunicazione alternativo alla narrazione mainstream delle grandi testate nazionali o delle emittenti televisive. «Don’t hate the media, become the media» è il motto di una nuova modalità di interpretare e creare da sé i contenuti, le informazioni e la storia.

Il G8 di Genova rappresenta un trauma e in quanto tale i suoi effetti si protraggono nel tempo e non si esauriscono solamente nelle aule di tribunale. Un ricordo che fa fatica a essere metabolizzato e che è vivo nella memoria di chi ha partecipato a quelle giornate (e non solo). La stampa nazionale non ha compreso un fenomeno complesso come il movimento dei movimenti: ciò ha determinato un appiattimento dei contenuti e delle motivazioni che lo hanno reso il nuovo e temibile protagonista del nuovo millennio. A fronte di questa incomprensione i mezzi di informazione costruiscono attorno al G8 di Genova un’atmosfera carica di inquietudine e di timori, diventando gli amplificatori dei servizi segreti o di politici profondamente avversi al fronte della contestazione. La conoscenza approssimativa si traduce in confusione interpretativa dei fatti di Genova, comportando narrazioni distorte e un’ossessiva caccia al responsabile morale.



Bibliografia essenziale

A.A.V.V., Nessun rimorso. Genova 2001-2021, Roma, Coconino Press,2021

M. Andretta – D. Della Porta – L. Mosca – H. Reiter, Global, no global, new global. La protesta contro il G8 a Genova, Laterza, Roma-Bari 2002.

F. Boni – M. Villa, a cura di, Dal rito all’evento. La copertura mediatica del G8 di Genova (luglio 2001), Unicopli, Milano 2005.

S. Crisante, a cura di, Violenza mediata. Il ruolo dell’informazione nel G8 di Genova, EditoriRiuniti, Roma 2003.

G. Giuliani, Non si archivia un omicidio, Tipolitografia Nuova ATA, Genova 2016.

C. Gubitosa, Genova nome per nome: le violenze, i responsabili, le ragioni: inchiesta sui giorni e i fatti del G8, Editrice Berti, Milano 2003.

G. Proglio, I fatti di Genova:una storia oraledel G8, Donzelli, Roma 2021.




Note [1] M.A. Calabrò,Osama finanzia i neonazicontro G8, «Corriere della sera», 14 febbraio 2001. [2] A. Gentili,Vertice G8 a luglio,Italia sotto tiro, «Il Messaggero», 11 aprile 2001. [3] F. Grignetti, Il Sisde: Un piano contro il G8, «LaStampa», 13 aprile 2001. [4] L. Laurenzi, G8 a rischio, le first ladies restano a casa, «la Repubblica», 21 maggio 2001. [5] M. Conti, «Se va male il G8, colpa della sinistra», «Il Messaggero», 17 giugno 2001. [6] M.A. Calabrò, «Manifestate al G8 ma senza violenze», «Corriere della sera»,19 giugno 2001. [7] A. Cortese,G8, parte il dialogo con il popolodi Seattle, «Il Messaggero», 19 giugno 2001. [8] C. Fusani, G8, il governovuole il dialogo, «Lla Repubblica», 19 giugno 2001. [9] Body bags stockpiled for G8 summit, «Bbc News», 21 giugno 2001. [10]G8: Genova, crescela paura per sabotaggi telematici, «Ansa», 22 giugno2001. [11] A. Boschi, Genova città di polizia, «il manifesto», 6 luglio 2001. [12] F. Sarzanini, G8, allarme per duemila irriducibili pronti a tutto, «Corrieredella sera», 10 luglio 2001. [13] S. Crisante, a cura di, Violenza mediata.Il ruolo dell’informazione nel G8 di Genova, Editori Riuniti, Roma 2003, p. 8. [14] A. Ginori, Torna la strategia della tensione, «la Repubblica», 17 luglio 2001. [15] Attentati e retate, parte la settimana del G8, «La Stampa»,17 luglio 2001. [16] Vigile di bombe per il vertice di Genova, «LaStampa», 19 luglio2001. [17] G8, una catena di attentati, «laRepubblica», 19 luglio 2001. [18] Una muraglia di container da Brignole al mare costruita nella notte. Dopo un anno e mezza di attesa ecco il primo giornodel G8 che si apre in una Genova deserta,blindata e piena di tensioni. Scocca l’ora X tra paure e grandi sfide, «la Repubblica», 20 luglio 2001. [19] G. Ruotolo, Il piano «anti sfondamento» della polizia. Per frenare le tute bianchelacrimogeni e idranti:e ospedali prontiad accogliere i feriti, «La Stampa», 20 luglio 2001. [20] Articolo citato in Crisante, Violenzamediata, cit., p. 80. [21] Articolo citato in ivi, p. 81. [22] C. Gubitosa, Genova nome per nome, Editrice Berti, Milano 2003, p. 255. [23] G8: manifestante morto, Carlo Giulianiaveva 23 anni, «Ansa», 20 luglio 2001. [24] F. Cavalera, «Ucciso da un carabiniere con un colpo di pistola», «Corriere dellasera», 21 luglio 2001. [25] M. Fumagalli, Aveva scelto divivere chiedendo l’elemosina, «Corriere della sera», 21 luglio 2001. [26] Ibid. [27] F. Merlo, Le colpevoli indulgenze, «Corriere della sera», 22 luglio 2001.



Immagine: Andrea Salvino


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Lisa Riccetti è neolaureata in Storia e scienze storiche presso l’Università di Bologna. I suoi principali campi di interesse sono la storia sociale, gli studi di genere e l’analisi delle comunicazioni di massa. Ha scritto la tesi magistrale sull’impatto mediatico del G8 di Genova.