La fuga in avanti / L’evasione impossibile

Intervista a Cesare Battisti



La vicenda di Cesare Battisti è ormai sufficientemente nota. Negli anni Settanta militante dei movimenti autonomi e poi dei Proletari armati per il comunismo (Pac), evaso dal carcere di Frosinone nel 1981, in esilio in Messico, in Francia e in Brasile dove, dopo quattro anni di carcere, nel 2011 aveva ottenuto il diritto d’asilo dall’allora governo Lula, poi revocato quattro anni dopo. Nel 2018, in seguito all’ordine di estradizione del presidente brasiliano Temer, Battisti è di nuovo latitante: fuggito in Bolivia, dove pensa di poter contare sull’appoggio del presidente socialista Evo Morales, viene catturato ed estradato in Italia, condannato all’ergastolo. Il suo ritorno nelle patrie galere viene salutato da una squallida sceneggita di retorica nazionalista e vendicativa, che assume i volti truci di Salvini e Bonafede, ma che riscuote il sostegno dell’intero arco parlamentare, da destra a sinistra. In questa intervista, realizzata da Juan Gasparini e apparsa in spagnolo sul sito di «Perfil» il 28 novembre 2020, Battisti racconta le sue linee di fuga, l’arresto e la detenzione, con ricchezza di dettagli e particolari significativi anche dal punto di vista politico. Da diverso tempo, come è altrettanto noto, Battisti è anche uno scrittore affermato: DeriveApprodi ha pubblicato i suoi romanzi L’ultimo sparo (2004) e Faccia al muro (2012).


D. – Cosa la spinge, oggi, a rilasciare dichiarazioni alla stampa? Continua la sua attività letteraria in prigione?

R – Vorrei cogliere l’occasione per chiarire alcuni passaggi rilevanti della mia storia personale, che non saranno esaustivi, né pretendono di esserlo. Cerco di rispondere, seppur in modo frammentario, alle domande più frequenti che mi sono state poste finora da chi, nonostante l’intossicazione mediatica, non ha smesso di cercare di capire. Anche questi elementi possono essere solo parziali, ma l’intenzione è di fornire informazioni di base che possano essere utilizzate dagli interessati per trarre le proprie conclusioni. In ogni caso, date le circostanze, non mi sarebbe stato possibile fare un discorso diretto e completo. Per questo motivo rimando ai miei scritti su www.carmillaonline.com. Lì si può anche consultare il manoscritto del mio prossimo libro, attualmente in fase di lettura per le edizioni francesi Seuil, lo stesso editore che lo scorso giugno ha pubblicato il mio romanzo Indio.


D – Quali sono le sue attuali condizioni di detenzione, prima nel carcere di Oristano in Sardegna e poi in quello di Rossano in Calabria?

R – Durante i venti mesi di isolamento a Oristano, di cui solo sei in condizioni semi-legali, ho coltivato la speranza che prima o poi l’istituzione capisse, come è avvenuto in altri casi, che non si può castigare o vendicarsi, infliggendo a un veterano degli anni Settanta lo statuto di prigioniero di guerra. Questo è ciò che permette di determinare la privazione dei diritti stabiliti dalle leggi nazionali e dalle norme del diritto internazionale. Un trattamento disumano non è giustificato dall’applicazione di misure di sicurezza senza precedenti, applicate tra l’altro con quarantuno anni di retroattività. Lo Stato risponde letteralmente: ogni richiesta è rimossa.

Ci si chiede: qual è la possibile difesa? Per questo ho fatto lo sciopero della fame a Oristano. La risposta dello Stato è consistita nel trasferirmi nel peggior carcere d’Italia, a Rossano, sotto il controllo del dipartimento Isis-As2 [Alta sicurezza]. Ciò nonostante le minacce che ho ricevuto, nel passato e nel presente, da diversi fronti jihadisti. La mia presenza nel dipartimento Isis della prigione porta con sé grandi difficoltà e piccoli margini di sopravvivenza: non esco mai dalla cella per l’ora d’aria, il cibo è razionato, sono continuamente soggetto a minacce, privato del computer per svolgere la mia professione, sorvegliato in modo costante e con misure disciplinari; sono soggetto a censura, adducono come motivazione presunte «attività sovversive», perfino il mio diritto alla difesa, sancito dall’articolo 24 della Costituzione, viene ostacolato. Potrei incontrare la mia famiglia in Italia un’ora alla settimana, quattro volte al mese; tuttavia, data la distanza dal mio luogo di residenza e l’età avanzata dei miei fratelli, che hanno tra i settanta e gli ottant’anni, gli incontri sono rari. Posso contattare i miei familiari che vivono in Francia e in Brasile solo una volta alla settimana con una videochiamata, però ciò comporta la rinuncia al colloquio di persona.

Così, trascorro mesi senza contatto con i miei figli, devo chiedere loro notizie attraverso lettere, quasi sempre trattenute dalla censura perché scritte in una lingua straniera. Mi è stato anche detto che i miei figli dovrebbero imparare a scrivere in italiano per avere notizie del padre, questo perché la censura ha difficoltà con il francese e il portoghese, le loro lingue madri. Ricevo un trattamento che è disumano non solo per qualsiasi detenuto, ma soprattutto per chi ha commesso l’ultimo crimine quarantuno anni fa. E come se non bastasse, l’esecutivo si impegna ad alimentare un assurdo clima di allarme e criminalizzazione fino a giustificare il sequestro del computer, con il quale stavo completando un romanzo sul conflitto in Rojava e sulla tragedia dei migranti.


D – Cosa è successo in Brasile, dopo la sua lunga fuga? Com’è avvenuto il suo arresto e l’estradizione dalla Bolivia all’Italia?

R – Le autorità italiane non hanno mai accettato il mio asilo in Brasile: lo Stato ha lavorato con tutte le sue forze, anche con mezzi illeciti come la corruzione e l’offerta di privilegi politici ed economici, per ottenere la mia resa. Il Brasile ospita una gigantesca comunità di origine italiana, circa 35 milioni di abitanti, un paese nel paese. Questa importante parte della società brasiliana, oltre a controllare alcuni settori dell’economia, ha una forte influenza sull’apparato militare brasiliano. Sono molti i personaggi della dittatura di origine italiana, come lo stesso Bolsonaro. Ma poco importa se l’ex capitano Bolsonaro (espulso dall’esercito) e i suoi accoliti senza scrupoli sono capi criminali di milizie sanguinarie. L’Italia, attraverso l’ambasciata, ha sempre mantenuto rapporti privilegiati con le lobby militari vicine a Bolsonaro. Tanto da spingere le aziende italo-brasiliane a entrare attivamente nella campagna presidenziale di Bolsonaro. In cambio di tanta amicizia, Bolsonaro ha promesso la mia estradizione. Anche se la Costituzione lo impedisce – un decreto non può essere revocato dopo cinque anni dalla sua emanazione – Bolsonaro ha mantenuto la sua promessa. Grazie alla sua influenza sul Tribunale supremo federale, la Costituzione è stata palesemente ignorata e nel dicembre 2018 è stata ordinata la mia estradizione.


D. – Successivamente cosa è successo in Bolivia?

R – Un settore di sinistra in Brasile mi ha garantito un contatto diretto con il presidente boliviano Evo Morales, che ha dato personalmente al fondatore del Movimento socialista dei lavoratori (Mst), Juan Pedro Stédile, il diritto di ricevermi in Bolivia con la concessione dell’asilo politico. In un’operazione congiunta tra il Pt (Partito dei lavoratori) brasiliano e il Mas (Movimento per il socialismo) boliviano, sono stato trasferito a Santa Cruz de la Sierra. Un emissario del governo si è attivato direttamente sotto la responsabilità del cancelliere. Mentre aspettavo l’asilo, sono rimasto in un centro di sorveglianza, sede del Ministero dell’interno, che serviva come base per lo spionaggio della corrente di opposizione a Evo Morales! Vi lavoravano una dozzina di operatori informatici, con i quali ho avuto rapporti cordiali. Di tanto in tanto arrivavano alcuni alti funzionari dello Stato, dovevo stare chiuso a chiave nella mia stanza in fondo al patio.

Ho subito avuto l’impressione di essere osservato a ogni passo, non solo da forze apparentemente amichevoli. Quando il controllo si è fatto più severo, l’ho fatto notare al rappresentante del governo che dirigeva il centro, ma lui ha risposto in modo evasivo. Nel momento in cui ero sicuro che qualcosa non andava, sono stato fermato a un tiro di schioppo dal centro mentre facevo shopping. Improvvisamente, tutti coloro che mi erano stati presentati per la regolarizzazione dell’asilo erano scomparsi. Tuttavia, non mi sono scoraggiato. Certo, ho pensato al tradimento di Evo Morales, ma potevo ancora contare sulle leggi boliviane che escludono l’estradizione per reati politici e, soprattutto nel mio caso, la prescrizione secondo la legge boliviana. Ecco perché, mi sono detto, non è bene andare in prigione durante il processo di estradizione. Avrei invece dovuto sospettare che l’Italia voleva evitare un processo regolare. La stessa polizia boliviana dell’Interpol, che avevo già incontrato al centro di sorveglianza, sembrava piuttosto imbarazzata da ciò che stava per accadere. Non hanno avuto difficoltà a informarmi che quel luogo brulicava di agenti italiani, brasiliani e di altri paesi non meglio specificati. Mi hanno detto chiaramente che alcuni furfanti stavano negoziando sulla mia pelle.

Ho capito cosa intendevano la mattina dopo, quando una squadra di uomini con il cappuccio nero ha fatto irruzione e mi ha portato all’aeroporto internazionale di Santa Cruz de la Sierra. Posizionato e sorvegliato in una stanza le cui finestre si affacciavano sulla pista, osservavo gli italiani che mi portavano all’aereo di Stato che ci aspettava sulla pista. Ho anche cercato di resistere. Sia in Bolivia che in Brasile lo scandalo è stato sollevato e il vergognoso rapimento permesso da Evo Morales è venuto alla luce. Ci sono state proteste e anche manifestazioni. Ovviamente in Italia non ne hanno parlato.


D – L’ha sorpresa il comportamento di Evo Molares? Che ruolo ha avuto il vicepresidente boliviano Alvaro García Linera?

R – Che Evo Morales potesse arrivare a questo punto, nessuno se lo aspettava. Ma quello che mi ha sorpreso di più è la vigliaccheria del vicepresidente Linera, con il suo passato: è scomparso all’ultimo minuto per evitare di dare spiegazioni ai suoi amici. Qualcuno si è giustamente chiesto se queste procedure a dir poco fraudolente non potessero essere oggetto di una denuncia alle autorità internazionali. A questo proposito, desidero segnalare che sono attualmente in corso tre procedimenti contro i suddetti reati commessi da Brasile, Bolivia e Italia: un appello all’Osa e all’Onu per un atto incostituzionale nell’annullamento di un decreto presidenziale di oltre cinque anni di separazione forzata dalla famiglia (mio figlio minore e mia moglie sono rimasti in Brasile); il secondo all’Onu contro la Bolivia per rapimento ed espulsione illegale; il terzo appello all’Onu contro l’Italia per aver ricevuto merce rubata; c’è un altro appello alla Corte europea per il trattamento disumano in carcere. Ma gli appelli internazionali richiedono molto tempo ed è urgente per me uscire dall’inferno della «Guantánamo calabra».


D. – Si può dire che il suo recente romanzo, Indio, sia frutto di legami accademici maturati durante il soggiorno in Brasile; è un libro illuminante, per ora pubblicato solo in francese, che dà al Portogallo il primato nella scoperta dell’America, prima di Cristoforo Colombo. In qualche passaggio possiamo dedurre la sua volontà di non continuare a scappare. C’è qualcos’altro che vuole mettere in evidenza in questo romanzo?

R – Mi dicono che, leggendo Indio, si vede tra le righe l’intenzione di affrontare la mia questione con la giustizia italiana. Ho finito quel romanzo quando nessuno credeva seriamente che un tipo come Bolsonaro potesse diventare presidente. Ciò significa che alcune delle mie riflessioni sull’incerto futuro dell’eterno rifugiato e perseguitato sono insospettabili. La disinformazione che mi ha trasformato nel mostro da battere negli ultimi quindici anni ha reso impossibile ogni tentativo di far luce sul mio percorso politico-militare prima, e poi sulla mia vicenda come rifugiato.


D. – In effetti, la sua vita sembra un’odissea spettacolare. Da giovane ha militato nei Pac, partecipando a quattro omicidi alla fine degli anni Settanta; nel 1981 è evaso dal carcere dove scontava una pena di 13 anni, considerato membro di una banda armata. Fuggì a Parigi, dove non poté beneficiare della «dottrina Mitterrand», che aveva accolto circa 150 militanti rivoluzionari italiani che non erano accusati di reati di sangue. Dovette partire rapidamente per il Messico, dove visse fino al 1990, quando tornò a Parigi, per eccellere come romanziere. L’Italia ha chiesto la sua estradizione, costringendola a fuggire di nuovo nel 2004, vanificando così il suo percorso di naturalizzazione in Francia. Si è nascosto in Corsica, ma da lì non è riuscito a proseguire il suo viaggio verso l’Africa, e in seguito è fuggito in Brasile. Nel frattempo, ha mai avuto contatti con le autorità italiane per risolvere il passato?

R – Sono stato attento a non divulgare alcuni dei miei tentativi di avvicinamento e di pacificazione con una presunta nuova realtà sociale in Italia. Credevo che la democrazia italiana fosse maturata, capace di affrontare la propria storia con dignità e conoscenza delle cose. Mi riferisco ovviamente agli «anni di piombo», un capitolo drammatico della nostra storia, collocato in una zona di ombre e tabù, che dovrebbe essere al centro di una revisione storica. Il tentativo più serio e formale l’ho fatto mentre ero in carcere a Brasilia, durante il lunghissimo processo di estradizione. Dopo alcuni incontri con il personale dell’ambasciata, ho fatto loro una proposta di dialogo con il governo italiano. È stato in un momento in cui ero già sicuro che non sarei stato estradato. Ero disposto ad accettare volontariamente l’estradizione se il governo fosse stato disposto ad aprire un dibattito, con personale qualificato, per costruire finalmente un racconto storico del periodo della lotta armata. Il personale dell’ambasciata, cioè le spie, hanno promesso di fare rapporto, ma non si sono più fatti vivi.


D. – Non crede che sarebbe salutare non solo affrontare gli «anni di piombo», ma anche la «guerra sporca» dei fascisti con i loro massacri e i loro attacchi, mai chiariti?

R – Mentre ero in Brasile ho avuto una corrispondenza con Alberto Torreggiani, che ora nega per ordine dello Stato, o semplicemente influenzato dalla forca che mi è stata riservata. Faceva parte di un’intenzione più articolata di raggiungere le famiglie delle vittime dei Pac, creando un clima favorevole per affrontare senza odio le responsabilità di tutte le componenti del conflitto e, chissà, voltare finalmente la maledetta pagina degli «anni di piombo». Purtroppo questo tentativo si è scontrato anche con la feroce intolleranza di alcuni settori politici e dei media, sempre pronti ad alimentare l’odio per oscuri interessi di partito. Sono concesse solo le occasionali uscite pubbliche dei parenti delle vittime (naturalmente viene sempre menzionata esclusivamente una parte della barricata), alcune delle quali probabilmente non erano ancora nate: sono passati quarantuno anni!

E perché se la prendono sempre con Battisti, come se avessi inventato la lotta armata? Nel frattempo i fascisti agli ordini di qualche istituzione si divertono e nessuno urla in piazza… O è proprio per proteggere gli assassini di massa che un testimone deve essere messo al rogo, in modo che la disinformazione su quegli anni sia totalmente efficace? La domanda che si dovrebbe porre su di me è: perché nessuno si è interessato a Battisti fino al 2003? Ero allora uno delle decine di rifugiati italiani nel mondo. È stato un periodo in cui ho pubblicato libri e articoli anche in Italia e ho ricevuto visite di personalità italiane legate al mondo politico, culturale e persino istituzionale. All’improvviso mi hanno trasformato in un mostro!


D. – Quali sarebbero le ragioni di questo improvviso accanimento?

R. – È stato un modo per alimentare l’odio dei parenti delle vittime, fino ad allora dormienti, e dei media. È una follia. La conclusione è semplice: Battisti scrive, parla in televisione, rilascia interviste e fa dibattiti in circuiti internazionali, scava nel passato, fa autocritica ma allo stesso tempo denuncia una guerra che lo Stato ha scatenato contro la popolazione civile, con bombe nelle piazze e una repressione senza precedenti. La lotta armata in Italia non è nata da una mente perversa né è stata praticata da quattro disperati. Nasce da un grande e incontenibile movimento culturale e politico, che non poteva più sopportare le vessazioni di uno Stato corrotto e massacratore. C’erano milioni di persone nelle piazze con oltre cento gruppi armati organizzati nelle strade; centinaia di morti, la maggior parte dei quali nelle file rivoluzionarie. Questo è il contesto sociale in cui sono nati i Pac. Non era un partito armato, ma l’espressione della lotta orizzontale dell’ampio fronte di protesta, nelle fabbriche, nel territorio e dentro il sistema formativo. Che il loro ideale fosse comunista lo dice anche il nome, ma non hanno proposto l’assalto al Palazzo d’Inverno, né hanno cercato di prendere il potere statale.


D. – Che cosa volevate e cercavate di fare?

R. – Erano nuclei ampi e indipendenti che a modo loro rispondevano all’ingiustizia sfrenata, a fronte di un’estrema destra che si armava in difesa dei privilegi del capitale. Questo movimento era fortificato dall’idea che il vero comunismo non poteva essere quello dell’Unione Sovietica, al contrario era quello di una società futura inevitabile, libera ed egualitaria, che il Manifesto di Marx ed Engels definiva chiaramente. Ero un militante. Si può ammettere l’errore, senza cadere nell’indecenza di chi si illude di poter rimediare a tutto dichiarando il pentimento. Mai c’è stata una parola più disprezzabile. Ho troppo rispetto per la storia e per le vittime per pensare di nascondermi dietro all’ipocrisia.

Si credeva che l’Italia avesse superato alcune debolezze e fosse pronta ad affrontare la propria storia. Invece, quarant’anni dopo, attraverso la sua massima rappresentanza, continua a offrire ai suoi cittadini lo stesso vile spettacolo, con la preda trascinata tra la folla inferocita, gli insulti dei cacciatori in delirio, l’egoismo dei ministri, la volgarità della televisione: ora godi, popolo! Ecco le torture subite, dopo un trionfante rapimento. Tanto che anche la Corte di Cassazione ha sentenziato in questi termini: se la Bolivia ha commesso un crimine che non ci interessa, ce l’hanno dato e noi lo abbiamo preso. Ma non basta rapirlo e portarlo nelle prigioni del paese, bisogna anche trattarlo come un prigioniero di guerra senza la protezione dello statuto corrispondente. Nessun problema, glielo concediamo tenendolo isolato, frustrando le norme che gli consentirebbero di accedere ai benefici riservati a tutti i detenuti. E se si lamenta, lo linciamo attraverso i media, lo agitiamo per la vendetta popolare, applichiamo la censura, gli togliamo il computer, lo mettiamo nella sezione dell’Isis dove sarà costretto all’isolamento volontario. È una tortura!


D. – Come si possono superare, o fermare, queste terribili sofferenze?

R. – Ora veniamo alla mia scelta personale del processo. Per diversi anni ho riflettuto su una soluzione dignitosa per porre fine a questa persecuzione, in cui le forze politiche italiane non hanno risparmiato alcun mezzo di coercizione o pressione. Devo dire, tra l’altro, che le mie dichiarazioni di innocenza – mai rivolte alle autorità ma solo ai media – sono iniziate in Francia solo dopo il 2004, per costringere lo Stato italiano ad ammettere il suo utilizzo deviato della giustizia nei processi sulla lotta armata. Mai prima di allora, né dopo, ho negato la mia appartenenza ai Pac, ne ho anzi assunto la responsabilità politica. Queste sentenze avrebbero dovuto essere giudicate in tribunale, prima di emettere sentenze a vita e aspettarsi confessioni tardive. Sia chiaro, quindi, che i paesi che hanno accettato la mia richiesta di rifugio non l’hanno mai fatto, e non avrebbero potuto farlo, sulla base di una presunta dichiarazione di innocenza, come sostiene falsamente l’opportunista Lula, ma solo sulla base della natura politica del reato.


D. – Ha concepito altre opzioni differenti da quella individuale?

R. – Ho pensato seriamente a una soluzione collettiva per i nostri anni Settanta. Il clima politico in Italia non era ideale, però sapevo dell’esistenza di personalità e tendenze all’interno della magistratura che, avendo combattuto in prima linea nella guerra contro il «terrorismo», come si dice ora, conoscevano a fondo la questione e non avevano interesse a ricorrere alla propaganda oscurantista per comprendere la realtà dei fatti. Alcuni indizi suggerivano che queste persone, o correnti di pensiero, speravano ancora che un giorno queste tristi pagine di storia potessero trasformarsi in dignità e rispetto per la memoria nazionale. A questo proposito, posso citare il pensiero del magistrato emerito Giuliano Turone, giudice istruttore del processo Pac, che nel suo libro Il caso Battisti afferma, più o meno in questi termini: paradossalmente, accettando le sue responsabilità politiche e penali, potrebbe essere lo stesso Cesare Battisti a rendere finalmente possibile la revisione e la chiusura di questo capitolo della storia. Sono parole importanti. Mosso da questo sentimento, nutrito dalla speranza che quarant’anni fossero comunque tanti, che la democrazia italiana fosse maturata e anche che lo Stato fosse un amministratore forte e responsabile, ho deciso di affidarmi alla giustizia e ho chiamato la Procura della Repubblica di Milano. Quella mia dichiarazione del 23 marzo 2019 è stata una scelta dolorosa. Ero scomparso dall’Italia dal 1981, e i miei contatti con il paese si erano ridotti a pochi parenti e all’editore. Non potevo immaginare che, al di là dell’isteria mediatica, avrei potuto suscitare la vendetta dello Stato.

Con l’enorme difficoltà di dover tornare a un processo che era stato archiviato per decenni, senza nuovi fatti che potessero contribuirvi, non riuscivo a distinguere le mie responsabilità. Non mi restava altro da fare che prendere tutto in blocco, anche se dal punto di vista penale non avrebbe avuto alcun peso. Di fronte alla scelta di affrontare un processo storico, e non sono stato il solo a crederci, a cosa servirebbe rivedere il codice penale quarant’anni dopo? Sono stato condannato a due ergastoli e sei mesi di isolamento diurno per essere stato giudicato colpevole di quasi tutti i crimini commessi dai Pac, compresi quattro attentati mortali. Nei casi in cui non è stato possibile collegare la mia presenza fisica alla scena del crimine, sono stato considerato l’autore del crimine. Devo forse far notare che in un conflitto di questo tipo gli autori principali non esistono e se esistessero dovremmo cercarli tra la gente? Comunque, non sono certo io.


D. – In cosa è consistita la sua confessione?

R. – Ho ammesso tutto. Ho ribadito la mia autocritica per la scelta di aver partecipato alla lotta armata, in quanto politicamente e umanamente disastrosa, ma non l’ho forse detto mille volte in tutti questi anni? Non ho rimpianti perché, erroneamente o no, il significato di eventi storicamente definiti non può essere cambiato con il senno di poi rispetto a un preciso contesto sociale. Sarebbe assurdo dire che non si poteva evitare, intendo però che il movimento rivoluzionario non si è tirato indietro quando si è assunto la responsabilità. Non possiamo dire lo stesso per lo Stato. Né avevo nulla da chiedere in cambio della mia confessione. Non era previsto dalla legge, quindi è stato sufficiente applicare la legge a me, come a qualsiasi altro condannato, non potendo avere accesso a qualche beneficio futuro riservato a tutti. Insomma, è come dire che avete vinto e io sono qui per assistere agli immeritati canti di vittoria.

Ma, dopo la fine della partita, voi Stato democratico, volete impegnarvi a riabilitare la storia della violazione, mentre io sconterò la mia condanna, secondo i termini delle leggi nazionali e delle regole internazionali dell’umanità, come ogni altro condannato? Pura illusione. Dopo aver ostentato davanti al mondo intero il frutto di una caccia sporca, decantando una vittoria ottenuta con l’inganno sul sangue delle vittime e sull’onore macchiato della storia, lo Stato dei ratti non si tira indietro e mostra il suo vero volto. Consegna al patibolo, cavalca l’onda populista, sacrifica persino la parola delle autorità che l’hanno servito anche se non lo meritava. Questa è la sensazione che mi ha accompagnato da Oristano alla «Guantánamo calabra», in balia dell’Isis e di un trattamento degno di una dittatura militare. Ma non ho perso la speranza e sono sicuro che il tempo sarà galantuomo.