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Magnaghi, Rizoma
Immagine di Alberto Magnaghi

Nel dossier dedicato alla memoria di Alberto Magnaghi, riproponiamo un’intervista dell’agosto 2001, pubblicata per la prima volta nel cd allegato al volume Futuro anteriore e poi nel libro Gli operaisti, a cura di Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero (DeriveApprodi, 2002 e 2005). Viene qui ripercorsa l’intera biografia teorico-politica di Magnaghi, dalla sua formazione, alla militanza operaista, alla ricerca territorialista.


***


Qual è stato il tuo percorso di formazione politica e culturale e le eventuali figure di riferimento nell’ambito di tale percorso?


La mia formazione è duplice e in parte contraddittoria: da una parte, occupandomi fin dall’università di territorio, di problemi di geografia, di urbanistica, ho seguito in urbanistica un filone (per dirla con Françoise Choay) «culturalista» (Ruskin, Morris, Mumford, Geddes), la geografia umana (da Vidal de la Blache a Le Lannou a Gambi), l’ecologia sociale (Bookchin) il filone anarco-comunitario (Kropotkin, Goodman, Dolci, Doglio, De Carlo). Dall’altra parte mi sono formato all’interno dell’operaismo: la mia esperienza risale ai primi movimenti studenteschi del ’63 a Torino, ad Architettura, ai «Quaderni rossi», a «Classe operaia» e poi alla formazione di un movimento che ho promosso io e che non a caso si chiamava Città fabbrica. Era un termine nato nella cultura operaista torinese per denotare l’organizzazione sociale, la metropoli organizzata intorno al sistema della grande fabbrica, che non si richiamava alla company town ottocentesca: si trattava di un’organizzazione urbana e territoriale più complessa che denotava il compimento funzionale della riproduzione sul territorio del ciclo produttivo fordista. Quindi, i miei studi sono partiti dalle problematiche di carattere territoriale e geografico, mescolandosi poi col filone operaista. La mia esperienza parte di lì, da una frequentazione del gruppo torinese, Tronti, Rieser, poi Romolo Gobbi, Romano Alquati, che era allora il mio maestro di studi e di iniziativa politica, insieme a Massimo Cacciari. Questa mia formazione si è travasata dal ’66 in un’esperienza politica all’interno del Partito comunista. Prima di allora avevo avuto contatto e simpatie per i situazionisti (ad Alba c’era Pinot Gallizio, nell’astigiano c’era un gruppo di discussione con Anna Bravo, Luisa Passerini, Baldo Butrico). Non c’era però una attività politica, se non un lavoro di discussione e molte libagioni, è stata una prima esperienza giovanile, mi ero appena iscritto all’università. I situazionisti oltre alla argentea rivista «l’internationale situationniste» praticavano il discorso delle derive urbane, organizzavano le rotture di senso nella realtà urbana, piantavano alberi nel cemento, cose piuttosto divertenti e provocatorie di azione diretta sulla città e sul territorio. Ma l’esperienza più impegnativa dal punto di vista della mia formazione culturale è stata quella con l’operaismo applicato a una mia frequentazione della Camera del lavoro di Torino, allora diretta da Sergio Garavini, da Emilio Pugno e da Oddone, medico del lavoro. Cominciò per me nel ’66 l’esperienza dei primi gruppi omogenei di reparto alla Fiat; si impostava il discorso sulle condizioni di lavoro, si iniziava ad affrontare il problema della salute in fabbrica (a ben guardare l’ambientalismo italiano nasce dall’operaismo torinese!). La Camera del lavoro di Torino era molto attiva e anche molto vicina all’operaismo. Io dirigevo allora la sezione universitaria del Pci, però mi occupavo abbastanza marginalmente di studenti: in quella fase, nel ’66, il movimento studentesco era in gestazione, e mi occupavo di tenere i contatti con le sezioni fabbriche e con le sezioni territoriali del Partito comunista; da una parte per rivedere il rapporto tra sindacato e Commissioni interne, e dall’altra per aprire la tematica (che poi è stata la mia tematica centrale) del territorio: le lotte sulla casa e sui servizi, la saldatura tra lotte di fabbrica e lotte sul territorio (sul salario diretto e sul salario indiretto), l’organizzazione territoriale del ciclo produttivo e riproduttivo. Il mio punto di osservazione privilegiato è stato dunque questo rapporto fabbrica-territorio, su cui ho lavorato e continuo a lavorare tuttora, pur con visioni ovviamente mutate. Ciò mi ha portato già in quegli anni, ’66-68, a sviluppare questo aspetto particolare del movimento operaista, cioè il lavoro sui quartieri, sul territorio. Allora organizzai questo gruppo ad Architettura a Torino (sto par- lando del ’66-67, agli albori del movimento del ’68) che si chiamava la Città fabbrica, e si occupava di questioni legate alle lotte sugli affitti, sui servizi, c’erano le parole d’ordine «la casa si prende e non si paga» e «affitto furto sul salario». Si interpretava il problema dei crescenti costi sociali di riproduzione per gli operai immigrati nella metropoli come una questione che avrebbe poi determinato l’esplosione della domanda salariale in fabbrica. Il tema era questo: il modello fordista aveva portato, con questi grossi processi migratori in tutta Europa, in Italia solo nazionali, ma comunque di forte impatto, a una condizione operaia nella metropoli in cui lo sradicamento, l’atomizzazione e la mercificazione dei mezzi di sussistenza era tale che nulla più sorreggeva il processo riproduttivo della forza-lavoro della comunità originaria. Quindi, ci si trovava di fronte a una situazione in cui da una parte c’era il salario, che magari nella comunità d’origine non c’era, però mancavano la casa, il prezzemolo, le patate, la solidarietà di mutuo scambio del quartiere o del villaggio. Dunque, c’è un salto da una riproduzione non monetaria, che non passava attraverso il mercato, prevalentemente nella comunità contadina e nei centri delle vallate alpine e del Mezzogiorno, a una vita in cui tutto deve essere monetizzato e sottoposto al mercato. E di qui la crescita dei costi di riproduzione della forza-lavoro a partire dall’affitto della casa, dei generi alimentari, dei vestiti, dalla mancanza di reti solidali; crescita che lascia l’individuo e la famiglia operaia in balia di tutte le strutture di mercato della riproduzione, dall’assistenza all’acquisto dei beni di prima necessità alla socialità al divertimento e via dicendo. Questo fenomeno di levitazione dei costi di riproduzione, che poi si riversava come pressione sul salario, faceva saltare tutti i meccanismi di funzionamento della metropoli, cioè metteva in crisi il modello cosiddetto metropolitano: da questa crisi si sviluppò più tardi il modello della «terza Italia», dei territori comunitari della piccola e media impresa e dei distretti industriali, a cui accennerò più avanti. Per tornare al problema, io ho studiato e praticato proprio questo tema del rapporto fabbrica-territorio occupandomi sostanzialmente dei problemi di organizzazione territoriale, dei costi dei servizi, degli affitti e delle forme di comunicazione territoriale delle lotte operaie. Lavoravo in barriera di Nizza a Torino, nei vari quartieri popolari, e poi soprattutto a Nichelino (era un quartiere di immigrazione operaia) facemmo una grossa esperienza di cosiddetto «sciopero dell’affitto» occupando anche il Comune, che diventò centro di organizzazione delle lotte. Quando si svilupparono le lotte del ’68-69 alla Fiat questa organizzazione territoriale si saldò nella famosa «insurrezione» del 3 luglio ’69, con tutti gli operai in corteo che andarono nella notte, facendo barricate lungo via Nizza, verso Nichelino dove appunto c’era il Comune occupato. Si saldarono queste tematiche delle lotte salariali e sulle condizioni di lavoro con le lotte territoriali. Questo mio lavoro dette luogo a molte ricerche. Anni dopo (nel ’71-72), quando mi trasferii a Milano, fondai una rivista che si chiamava «Quaderni del territorio», di cui uscirono quattro numeri, che affrontava già allora la tematica del rapporto tra globalizzazione, «metropoli del comando» (così chiamavo allora le global cities degli anni Novanta), e riorganizzazione del sistema della grande fabbrica e soprattutto del sistema territoriale, dell’attività produttiva; vale a dire il passaggio da un sistema di macrofunzioni territoriali legate alla produzione e riproduzione di massa, a un sistema invece più legato alla diffusione produttiva, alle piccole e medie imprese, a un diverso rapporto sociale tra fabbrica, territorio, comunità, tipico poi del distretto industriale. Questo rapporto era stato anticipato in Italia dall’esperienza olivettiana come tentativo, fallito ma interessante, del problema di vedere il rapporto fabbrica-territorio in modo completamente diverso dal modello fordiano della Fiat. Ecco, questa è la mia formazione, coi temi che poi sono proseguiti anche dopo l’esperienza nel Pci, quella di Potere operaio e dei «Quaderni del territorio».


Complessivamente quali sono stati, secondo te, i limiti e le ricchezze delle esperienze e dei percorsi politici degli anni Sessanta e Settanta, in particolare di quelli legati alla costellazione operaista?


Attraverso un rilancio dell’analisi della composizione di classe, sia politica che tecnica, con gli studi dei «Quaderni rossi», di «Classe operaia» e di Alquati in particolare a Torino, secondo me la ricchezza è stata quella di aver individuato, in modo anche volutamente semplificato, quale era la forma «contemporanea» del conflitto di classe, intendo la forma dominante del conflitto e la forma dominante dei rapporti sociali di produzione. Ciò non in termini quantitativi, si badi bene, ma qualitativi, di centralità culturale, sociale, politica: la figura dell’operaio-massa era al centro dell’indagine. Per operaio-massa si intende una figura in cui il lavoro diviene totalmente astratto, parcellizzato e alienato, lontano dai fini della produzione stessa, senza più la mediazione dei saperi tecnici dell’operaio professionale (incorporati nel macchinario), senza più la mediazione della conoscenza produttiva, del processo produttivo nel suo insieme. Una figura che è completamente estranea al processo produttivo, non ha più nessuna affinità o interesse per ciò che produce, ha solo interesse a difendersi dalla fatica della propria condizione astratta e atomizzata di forza-lavoro. Da qui lo slogan «più soldi, meno lavoro», che allora sembrava a molti un po’ semplificativo ed economicista, ma che culturalmente denunciava l’essenza socio-culturale di questa figura. L’idea forza, conseguente a questa messa a nudo dell’essenza del rapporto sociale di produzione dell’operaio massa, è stata il discorso del rifiuto del lavoro, che era interpretato in termini positivi come molla dello sviluppo tecnologico e del progresso: e questo è stato un fatto molto importante perché ha chiarito il valore dialettico e il ruolo costruttivo della negazione della fatica operaia e del lavoro salariato. Teniamo conto che stiamo parlando di un’epoca in cui il lavoro salariato era la forma dominante dei rapporti sociali di produzione; oggi siamo in un’altra epoca; lostudio di Sergio Bologna sul «lavoro autonomo di seconda generazione» mette in evidenza il cambiamento radicale avvenuto fra gli anni Settanta e Novanta sulla composizione di classe. Allora nel rapporto di produzione era dominante il rapporto di lavoro salariato, quindi attenzione: quando parliamo di rifiuto del lavoro non intendiamo rifiuto dell’attività umana o dell’attività produttiva o dell’attività creativa di ricchezza in generale, bensì rifiuto di quel tipo di lavoro che allora si configurava come totalmente astratto, totalmente impossibile da affrontare con un rapporto affettivo o di interesse. Quindi, parliamo della fase matura del processo storico di astrattizzazione del lavoro che è iniziato con la manifattura del Settecento in Inghilterra, ma che con il fordismo e con l’industria di massa ha avuto il suo compimento. Allora, con rifiuto del lavoro e con ruolo positivo di questo rifiuto intendiamo un’autonegazione da parte della classe operaia di questa condizione di astrazione del lavoro, quindi di alienazione; parliamo dunque di un comportamento, il rifiuto, che costringe il capitale a forme di trasformazione tecnologica che in fondo portano al superamento di questa figura del lavoro salariato. È ciò che in gran parte è avvenuto, naturalmente non in tutto il mondo: per ogni operaio autonomo di microimpresa di terziario avanzato in Italia o in Europa crescono cinque disgraziati sottoproletari o lavoratori, non so come meglio si possano definire quelli del cosiddetto Terzo mondo. Comunque, il processo di rifiuto di questa condizione è stata una forte molla di trasformazione capitalistica. Non c’è niente di scandaloso in ciò, perché, come in tutte le situazioni conflittuali, la finalità del processo è molto ambigua: da una parte l’operaio rifiuta questa condizione e quindi mette in crisi il capitale con la richiesta salariale indipendente e impazzita rispetto al profitto, con la richiesta di servizi, con il rifiuto dell’orario, l’autoriduzione, tutti quei processi che nel ’69-70 avvengono; naturalmente, ciò dal punto di vista operaio è una conquista di riduzione della fatica e di aumento della quota di ricchezza, mentre per il capitale è costrizione a un salto tecnologico che neghi la possibilità per l’operaio di appropriarsi della ricchezza. Si verifica perciò il noto processo del decentramento produttivo, dell’astrattizzazione del comando, cioè l’informatizzazione del ciclo produttivo, l’isola di montaggio, l’esplosione del processo produttivo su scala mondiale, l’articolazione geografica degli insediamenti produttivi in modo da rendere meno offensivo lo sciopero. Quindi, le motivazioni sono ovviamente diverse, però tutto ciò mette in moto dei processi che hanno come sempre la loro ambivalenza: da una parte conducono a nuove forme di sfruttamento, ma dall’altra portano anche a nuove opportunità di riappropriazione dei saperi e a possibilità di riavvicinamento tra produzione e fini della produzione. Sono le potenzialità (descritte appunto da Sergio Bologna e che io riprendo nel mio recente testo, Il progetto locale) del lavoro autonomo, cioè di quel lavoro che in qualche modo può riappropriarsi dei mezzi di produzione, dei saperi, delle tecniche, che si mette sul mercato come proprietario dei mezzi di produzione. Naturalmente resta sempre da fare, molto chiaramente, la distinzione tra composizione politica e composizione tecnica della forza-lavoro che non coincidono mai, nemmeno allora coincidevano. Questi sono stati gli aspetti interessanti, sia culturalmente sia come motore delle lotte, della fine degli anni Sessanta della cultura operaista, con grosse aperture sulle tematiche territoriali. Gli aspetti negativi di tutto questo movimento secondo me sono stati di due ordini. Da una parte, il non aver saputo prospettare un ceto politico che in qualche modo interpretasse questo passaggio dalla figura dell’operaio salariato a una figura di produttore- abitante che si andava riavvicinando nel modello dei distretti, della fabbrica diffusa ecc. Dall’altra, di non aver saputo governare con chiarezza i processi di militarizzazione del movimento dovuti a una crescente insoddisfazione: questo movimento operai-studenti non trova infatti risposte fra il ’68 e il ’77, fino al compromesso storico (che è una risposta di chiusura all’innovazione sociale), non trova elementi di cambiamento nella società politica e quindi tende poi a un processo di incancrenimento e di violenza diffusa, che fa sì che i gruppi armati «spontanei» crescano e alimentino la formazione di gruppi armati organizzati. I movimenti di Potere operaio, di Lotta continua, dell’Autonomia non sono stati molto chiari in mezzo a questo casino. Io ricordo nel marzo ’77 la situazione molto confusa a Bologna in quelle grandi manifestazioni: 100.000 persone in piazza che esprimevano una nuova progettualità, gli infermieri di Napoli che discutevano di come trattare i malati, le donne, le cooperative, i Centri sociali ecc. A Milano in quel periodo abbiamo censito circa 200 Centri sociali che non facevano solo attività di militanza, facevano musica, artigianato, cultura, cioè erano centri propulsivi di una nuova società che si andava costruendo. A Bologna allora c’erano 100.000 persone, come le 300.000 di Genova del 2001: erano una società civile che portava progettualità, che praticava progettualità in microimprese, nel no profit, nel terzo settore, nella nuova cooperazione; rifiorivano cooperative nelle campagne, agricoltori biologici, artigiani, cultura alternativa. Esisteva una società in nuce, come quella che si sta esprimendo oggi con il movimento antiglobal, che ha tante facce (produttive sociali, culturali, sindacali ecc.). A fronte di questa società civile che esprimeva una domanda di gestione politica c’erano, asserragliati nel palazzetto dello sport di Bologna, 5000 militanti che aspiravano a essere il ceto politico di questa nuova società: c’erano i discendenti di Lotta continua, i gruppi dell’Autonomia, vari altri gruppetti, che discutevano dell’egemonia del processo di militarizzazione, della lotta armata da contendere alle Br. Quindi, uno stacco a mio parere totale tra questa generazione politica di militanti e questa formazione sociale, che delusa e abbandonata dalla sinistra istituzionale, chiedeva costruzione politica in forme nuove, sperimentazioni di nuove forme di organizzazione del lavoro sociale, il governo del processo di radicamento istituzionale dell’innovazione sociale (io avevo scritto un lungo diario su questa divaricazione fra società civile e ceto politico, l’avevo scritto a Bologna seguendo quelle giornate e annotando questi commenti: mi è stato sottratto quando mi hanno arrestato per il processo 7 aprile, me l’hanno fatto sparire e non me l’hanno mai restituito, perché era una prova a mio discarico di cosa pensassi allora del processo di militarizzazione). Dunque, c’è stato questo aspetto negativo del non aver saputo inventare, partendo da questa grossa mobilitazione, nuove forme di organizzazione non dico partitica ma di aggregazione, di guida del processo insomma. Io ricordo che «Potere operaio» è uscito con il primo numero nel ’71 «Cominciamo a dire Lenin», una cosa da far venire i brividi sulla schiena vista adesso: cosa diavolo significava interpretare il primo movimento postindustriale con i canoni dell’ultimo movimento industriale? C’è stata questa miopia, anche dal punto di vista organizzativo. Non ha ovviamente riguardato solo noi, se si prendeva «Lavoro politico», la rivista di Renato Curcio fatta a Verona nel ’68, era un incubo, era tutto unismo, marxismo-leninismo, operaismo, c’erano 40.000 riedizioni, il trotzkismo, la Quarta, la Terza, la linea rossa, la linea nera. Era un fiorire di tentativi di dare organizzazione al ’68 attraverso canoni politici dei primi del Novecento. Come avanguardie, nel loro insieme, tra trotzkisti, operaisti, leninisti, maoisti di tutti i tipi, alla fine ci siamo trovati a tentare di organizzare un movimento che stava dischiudendosi verso la società postindustriale, che metteva le basi (non parlo solo degli operai, ma del movimento operai-studenti, le esperienze più interessanti di organizzazione), con modelli organizzativi vetusti, che prevedevano ancora la fase insurrezionale, la presa del potere, lo Stato ecc. Invece, questi movimenti andavano da tutt’altra parte, e oggi lo si vede: la talpa che ha lavorato per trent’anni dopo il ’68 sta andando verso forme di organizzazione del movimento che assolutamente non prevedono prese del potere o palazzi d’inverno, ma processi autorganizzativi, processi complessi di organizzazione reticolare, non gerarchica. Quindi, questo fu un limite altrettanto grosso, ma non solo dell’operaismo, bensì generale di quell’esperienza degli anni Settanta. Fummo bravissimi ad analizzare, a stimolare le lotte, pessimi a organizzare. Sempre parlando di limiti di quella esperienza, c’è un’altra questione più teorica: la maggior parte della sinistra è ancora una cultura inscritta nelle teorie tradizionali dello sviluppo. Intendo con ciò quelle teorie che accomunano il capitalismo, il capitalismo di Stato, il comunismo, che hanno come caratteristiche dominanti il rapporto lineare tra scienza, applicazione scientifica e progresso sociale, l’idea di sviluppo economico fra Stato e mercato, l’idea di continuità, di sviluppo lineare e di modernizzazione, l’idea salvifica dell’Occidente (la teoria degli «stadi» di sviluppo): non dimentichiamo che Lenin propugnava le colonie come mezzo per modernizzare il Terzo mondo costruendo fabbriche e classe operaia. Quindi, anche l’operaismo italiano di cui ho fatto parte non ha mai messo in discussione le teorie tradizionali dello sviluppo. I temi centrali erano la redistribuzione del reddito prodotto e la classe operaia come motore dello sviluppo: ma quale sviluppo? Quello dato: anzi, un po’ irridevamo alla Cina di Mao, ai contadini. Lo sviluppo era lo sviluppo dato, il problema era l’appropriazione sociale, economica e poi anche statale del potere da parte della classe operaia. Ciò non riguardava solo noi ovviamente: non lo metteva in discussione il movimento operaio istituzionale, non lo metteva in discussione l’Unione Sovietica, tanto è vero che le risposte di Lenin o di Stalin al problema dello sviluppo sono state l’imitazione accelerata, la famosa pianificazione dell’industria pesante, la messa in pari dell’Unione Sovietica con l’Occidente dal punto di vista dello sviluppo economico e industriale. Ma il modello era identico, semplicemente era gestito dai soviet anziché dai capitalisti privati. Questo modello si prolunga ad esempio in Africa, dopo i movimenti di liberazione anticoloniali degli anni Sessanta. A Maputo e ad Algeri il modello di sviluppo, «curato» dall’Unione Sovietica e dall’Europa è lo stesso di prima. Questo secondo me è un altro elemento molto importante da tenere in conto: nessuno di noi allora intravedeva una crisi delle teorie tradizionali dello sviluppo. Dico questo, però negli anni Settanta esistevano già le teorie della dipendenza di Baran e Sweezy in America latina, cioè la crisi della teoria degli stadi di Rostow che prevedeva che i paesi sottosviluppati, seguendo l’esempio dei paesi ricchi, avrebbero aumentato il loro benessere. Già le teorie della dipendenza in America latina attorno alla rivista «Monthly rewiew» evidenziavano che lo sviluppo dell’industrializzazione e dei mercati dipendenti dal Primo mondo aumentava la dipendenza e il divario anziché diminuirlo. Poi vengono gli «approcci normativi» allo sviluppo, le teorie dell’ecosviluppo, I. Sachs, Galtung ecc., fino alle critiche radicali allo sviluppo, Illich, Amin, Shiva, Latusche ecc. Nel Terzo mondo negli anni Settanta, attraverso la verifica delle inattendibilità del modello di sviluppo occidentale a determinare una diminuzione del divario della ricchezza, della morte, della povertà, cominciava a crescere in modo abbastanza lineare una coscienza teorica ma anche pratica, nelle esperienze di governo e via dicendo. Si pensi alle teorie dello sganciamento dal mercato mondiale, di Samir Amin negli anni Settanta, fino a Vandana Shiva che scrive Sopravvivere allo sviluppo, titolo del suo primo libro; ci sono poi gli studi di Wolfgang Sachs, Archeologia dello sviluppo, un bellissimo libretto, ma il testo più importante è Dizionario dello sviluppo. Un libro molto importante che riassume tutto questo dibattito tra teorie tradizionali, approcci alla dipendenza, e poi approcci alternativi, l’ecosviluppo ecc., è un testo di Bjorn Hettne, Le teorie dello sviluppo e il Terzo mondo. In conclusione un limite di quell’epoca, di questo nostro ragionamento intorno al conflitto di classe come motore dello sviluppo, il rifiuto del lavoro e via dicendo, è che non veniva messo in discussione poi il tipo, la qualità, il modello dello sviluppo: quindi, c’era un discorso puramente riappropriativo e redistributivo della ricchezza tra le classi. Questo forse anche perché allora effettivamente pensare che quell’operaio astratto, così lontano dai fini della produzione, potesse occuparsi di ecologia, di ambiente, di qualità della produzione e legare la propria lotta a uno sviluppo diverso, era forse anche impossibile data la natura del lavoro. Voglio dire che c’è anche una difficoltà oggettiva a pensare all’operaio Fiat (per fare un esempio di una figura espropriata di sapere tecnico, espropriata dell’orto, espropriata del sapersi farsi una casa, espropriata di tutto, ridotta a pura forza-lavoro astratta in una metropoli) come soggetto di un altro sviluppo. Proba- bilmente l’orizzonte era quello di smantellare questo tipo di organizzazione sociale con la quale era impossibile pensare a uno sviluppo diverso, più attento all’ambiente, più equilibrato ai valori dell’alimentazione, di cosa pensiamo oggi della vita, della qualità della vita, della lentezza nel tempo. Tutto ciò è più pensabile in una società dove i produttori hanno la possibilità di produrre territorio, qualità territoriale, qualità ambientale, di produrre merci sane, cosa che allora era probabilmente irrealizzabile dentro una società che andava da tutt’altra parte, cioè industria di massa, consumo di massa, trasporti di massa, quartieri di massa, cibi di massa, vacanze di massa, ospedali di massa, era tutto di massa e quindi non c’era il campo per pensare a un modello di vita diverso. Con questo non voglio però giustificare l’assenza totale di barlumi di consapevolezza rispetto a ciò. È per questo che io chiamo il movimento del ’68 l’ultimo della società industriale e il primo della società postindustriale, perché presenta aspetti intrecciati al culmine dell’operaizzazione della società, ma gli studenti portano anche le prime problematiche di fuoriuscita dalla società di massa industriale. Tanto è vero che poi il movimento che m tura nel ’77 esprime proprio questa sperimentazione: dai germi del ’68 non nasce solo il discorso del rifiuto del lavoro, ma nascono tutta una serie di esperienze propositive, i discorsi sulla salute ambientale, sui problemi dell’alimentazione, cominciano le tematiche sull’ecologia, nascono le ipotesi di produzione biologica, nascono i discorsi di un diverso rapporto di cura del territorio e dell’ambiente, nasce il movimento femminista e quindi c’è tutto un discorso di trasformazione dei rapporti di convivenza, di relazione, di nuove problematiche comunitarie. Quindi, nascono le istanze identitarie, rinasce un discorso di comunità che riguarda le esperienze di autorganizzazione nei quartieri, nel territorio e via discorrendo. Se si rileggono «Quaderni rossi», «Classe operaia», «Potere operaio», si nota che non c’è questa tematica della trasformazione del modello di sviluppo come guida poi di un discorso di militanza politica. Mentre nel movimento queste istanze cominciano a nascere fin da allora e poi si svilupperanno pesantemente negli anni Novanta e fino a oggi, fase in cui sono alla base di tutti i movimenti antiglobalizzazione, di tutti i movimenti propositivi di iniziativa di base, ma anche del dibattito istituzionale.

Oltre a quelli che hai già citato, quali sono stati i tuoi «numi tutelari», ossia persone o testi particolarmente significativi per il tuo percorso di formazione, nella militanza politica, in ambito accademico, all’interno della tua dimensione di vita?

Nell’ambito della militanza politica ovviamente io ho studiato molto Marx, i Grundrisse soprattutto, ho seguito l’interessante seminario su Il capitale che facevamo con Romolo Gobbi a Torino, mi sono formato in quella scuola. Come già dicevo, sul piano invece accademico mi sono riferito al pensiero di Lewis Mumford, di Patrick Geddes, dei geografi francesi, alla geografia umana, al pensiero anarco-comunitario. Ho letto pochissimo Gramsci. Ho invece letto molti scritti di Mao Tse Tung e di Gandhi. E poi ci sono le letture che tutti abbiamo fatto da piccoli, Lenin, Trotzki, la vulgata comunista. Sono stato anche alle scuole di partito, alle Frattocchie, all’Istituto Marabini di Bologna: allora anche nel Pci c’era un certo lavoro di formazione dei quadri. Quando con Foa e Garavini si è deciso a Torino di fondare la Cgil scuola, il partito mi ha subito spedito al Marabini per una settimana intensiva di scuola quadri sul sindacalismo autonomo della scuola dal dopoguerra.

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