Internazionalismo vecchio e nuovo (seconda parte)



L’articolo che qui riproponiamo è stato pubblicato nel 1968 sul numero 3 di «Contropiano». Come tutti i testi di Mario Tronti ha la capacità di andare alla radice delle questioni e, a partire da lì, mettere in fila i nodi centrali. Presenta così molti elementi di riflessione che, in tutt’altro contesto e al netto di elementi discorsivi contingenti, sono ancora preziosi: la genealogia dell’attuale ordine geopolitico e della sua crisi, il giudizio storico sul ruolo dell’Unione Sovietica, la critica radicale a qualsiasi ipotesi terzomondista, il problema dell’internazionalismo, che si può cominciare a porre solo dalla distruzione di vecchi miti e tabù ideologici.


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Come il movimento comunista conta per la sua ricerca di una terza via tra le soluzioni organizzative estremiste e riformiste, così l’Unione Sovietica conta per il suo tentativo di superare con larga anticipazione storica l’alternativa che si sarebbe posta in seguito tra capitalismo classico e sottosviluppo. Una società industriale avanzata che nasce sulla base di un processo di accumulazione socialista, un’accumulazione cioè di capitale pubblico, non a caso imposta da un alto grado di violenza statale, questa è la grande iniziativa che fa capo a Stalin e che può ben stare a livello della grande iniziativa rooseveltiana degli anni Trenta. Ambedue trovano la loro origine non remota nei moti operai del 1917-20, ambedue elaborano una risposta insieme realistica e strategica, ambedue rilanciano un ciclo internazionale di nuove lotte operaie tra loro in modo incredibile oggettivamente complementari, sul salario, sulle condizioni di lavoro, sul potere. Gli Stati Uniti hanno esportato le nuove lotte operaie in tutta l’area di influenza americana, con le caratteristiche della rivendicazione economica gestita dal sindacato, in assenza di obiettivi politici portati dal partito. Dall’Unione Sovietica è venuta sempre l’istanza del potere: il tipo di lotta che è partito di lì è stato sempre formalmente politico, mobilitazione di massa su obiettivi non immediatamente di classe, ma ora popolari ora statuali. I paesi che offrono oggi il terreno più avanzato per la lotta di classe sono quelli dove si presentano ambedue questi filoni di lotta, economica e politica, di classe e di massa, contro il padrone e contro lo Stato, i paesi dove salario e potere si incontrano non come armi dell’iniziativa capitalistica, ma come momenti di una sua crisi permanente, che deve essere fatta servire alla riorganizzazione del partito operaio. Stiamo così parlando di nuovo dell’Italia e di tutti quei paesi, nel nostro senso privilegiati, dove sono venuti a diretto contatto grande capitale e movimento comunista, due fatti storici che in gran parte dei paesi e per lunghi periodi sono rimasti purtroppo divisi. Va esattamente rovesciata la vecchia tesi piagnona dell’Italia afflitta dal duplice male, del capitale e della sua arretratezza. In realtà l’Italia gode oggi del doppio vantaggio di un alto sviluppo della lotta operaia e di un vasto appoggio di massa ai contenuti e alle forme di questa lotta. Prende per così dire dai due massimi sistemi il momento della reciproca contrapposizione, da un lato il capitale come sistema di sviluppo indotto dalle lotte operaie, dall’altro il movimento comunista come forma di potere alternativo nell’interesse delle masse. Così in nessun paese come qui da noi conta la dimensione internazionale della lotta di classe, e la prospettiva di una ricomposizione strategica del movimento operaio a livello mondiale risulta qui una di quelle premesse senza le quali è impossibile portare a soluzione il problema che più ci sta a cuore, il problema del partito. E non è vero quanto si dice oggi, che le difficoltà maggiori per la lotta di classe starebbero nelle cittadelle del capitalismo. Mentre qui, secondo le più proprie indicazioni marxiane, e in assenza di una aggiornata iniziativa capitalistica, diventa di nuovo possibile rimettere in moto un meccanismo di crisi politica del sistema a partire da classiche contraddizioni economiche, di là, nei paesi a basso livello di sviluppo, a tal punto si è ingarbugliata la ricerca di una via rivoluzionaria, causa la confusione fatta da improvvisati guerriglieri-teorici su natura e funzione delle forze motrici, che difficilmente si ritroverà il bandolo dell’organizzazione senza un aiuto dal di fuori dell’area e dall’alto dello sviluppo. Sullo scacchiere mondiale quella che abbiamo chiamato la particolare forma politica della crisi del capitale oggi, ha avuto questa paradossale conseguenza: nei paesi del sottosviluppo, dove solo un’iniziativa capitalisticamente moderna avrebbe potuto far nascere un’organizzazione di forze veramente alternative, proprio l’improvviso venir meno di quella iniziativa ha disperso insieme al problema dell’organizzazione le forze stesse che dovevano costituirla; nei paesi a grande capitalismo invece, dove la lotta operaia poteva essere imbrigliata solo da uno scatto strategico del potere istituzionale, il mancato ammodernarsi del comportamento del capitale ha liberato l’azione di forze che già c’erano, le ha rimesse in movimento tutte quante, parzialmente collegandole fra loro. Così l’attuale crisi, o meglio la particolare sua caratteristica, noi diciamo che raccorcia e stringe i tempi di riorganizzazione di tutti i movimenti anticapitalistici e aggiunge invece altre tappe necessarie ai processi di rivolta così detta antimperialistica.

È tanto falsa la tesi sull’accerchiamento delle città quanto è vera la tesi opposta: solo la ripresa di una strategia di attacco alle più sviluppate strutture capitalistiche può dare senso tattico ai moti insurrezionali dei popoli oppressi, così come solo la lotta operaia può dare significato politico ai movimenti di contestazione delle istituzioni di potere. Quello che si tratta di vedere oggi è se i processi avvenuti dentro la classe operaia – modifica dei rapporti tra parti avanzate e parti arretrate, tra avanguardia e masse, nel senso di una tendenziale massificazione – si sono ripetuti o si possono ripetere nei rapporti tra operai dei paesi a grande capitalismo e forze in rivolta dei paesi sottosviluppati e strati sociali in crisi degli stessi paesi più sviluppati. Certo, anche qui la classe operaia, senza strumenti organizzativi di carattere politico, ha offerto il modello e così ha tirato tutto il processo delle rivolte anticoloniali, delle rivendicazioni antimperialistiche, dei tentativi di costruzione subito di uno stato sociale, e oggi di tutto quel complesso di lotta antistituzionale che rappresenta la malattia del giorno del capitale maturo a livello internazionale. Mai verrà abbastanza sottolineato il grande ruolo di punta, anticipatore e modellatore, che la classe operaia e soprattutto le sue lotte hanno giocato nel costruire l’attuale processo di accusa all’intera storia del capitale. La diffamazione dell’integrazione operaia del sistema è quanto di peggio ha prodotto la tradizione del marxismo volgare: questo è il suo naturale punto d’approdo, qui si doveva arrivare poiché si era partiti dal generale, l’uomo, la società, lo Stato, per arrivare al particolare, le classi e la lotta di classe. A queste ideologie della sconfitta, secondo le quali si integra chiunque vince una battaglia sul campo dell’avversario, va sostituito il grande principio pratico di pura marca operaia: chi ha ottenuto di più vuol dire che ha lottato meglio. È su questa base, sulla base della forza con cui gli operai sono in grado di strappare concessioni al nemico di classe, che va ricostruita la prospettiva di una internazionale delle lotte operaie come prezzo che il capitale deve pagare per avanzare sulla strada del mercato mondiale. Non importa se una prima fase dell’organizzazione prenderà la forma di internazionale sindacale: gli operai hanno imparato da tempo a far fare al sindacato il mestiere del partito. E non importa se l’etichetta di tutti i sindacati non sarà «di classe»: la Fsm, così com’è, ha fatto il suo tempo e ci sembra buona la proposta Cgil di un processo al tempo stesso di organizzazione delle lotte e di unità sindacale che vada avanti per aree internamente omogenee. Primo obiettivo deve essere la continuità della lotta a livello internazionale, attraverso quell’altalena di articolazione e generalizzazione tra categorie, tra settori, tra aree geografiche, che il modello italiano degli ultimi anni ha così bene sperimentato. Certo processi nuovi di ricomposizione politica del movimento operaio sul terreno dell’organizzazione devono accompagnare, anzi a ben guardare non possono che seguire questo particolare sviluppo delle lotte. È inutile cercare già una soluzione internazionale al problema del partito. Sarebbe commettere lo stesso errore dei capitalisti, o meglio dei loro rappresentanti nei singoli governi, che per anni hanno inseguito la chimera dell’Europa politica, quando ancora il mercato europeo veniva lasciato lì come una realtà irrealizzata. Il partito nuovo della classe operaia deve nascere qui da noi avendo chiaro in testa: 1) il disegno di un determinato evolversi dell’iniziativa politica del capitale internazionale; 2) il progetto di spostare con la sua stessa esistenza e con le sue proprie azioni il rapporto di forza tra le classi in lotta su scala mondiale; 3) la previsione strategica del continuo ricambio di forze rivoluzionarie fresche che vengono dai paesi del sottosviluppo man mano che diventano secondo la dizione borghese «paesi in via di sviluppo»; 4) la fredda capacità tattica di utilizzare la presente divisione del mondo ai fini di una futura unità di classe.

Questi ultimi due punti, nella loro apparente oscurità, chiedono di essere spiegati. Noi viviamo nell’epoca che si può definire della maturità del capitale. È il capitale maturo che governa il mondo. E l’unicità del mondo sotto il governo del capitale giunto a uno stadio di vita piena e dispiegata, questo è il presupposto storico su cui occorre fondare fattuali ipotesi di lavoro politico. Governo non vuol dire ancora controllo. Maturità non è aver risolto una volta per tutte tutti i problemi. Che il capitale sia un fascio di contraddizioni, non è necessario spiegarlo qui. Ma che tra queste contraddizioni una sola vive per tutta la vita del capitale, mutando solo forma di esistenza, e tutte le altre continuamente cambiano, nel senso che muoiono le contraddizioni vecchie e nascono quelle nuove, tutto questo è ancora lontano dall’essere acquisito dalla coscienza soggettiva del punto di vista operaio. La scoperta della specificità della contraddizione che nel momento dato inchioda il capitale a dover governare e nello stesso tempo a non poter controllare il proprio sviluppo su scala mondiale, è appunto il compito della scienza operaia. L’uso pratico, nella lotta, di questa scoperta è appunto la funzione del partito operaio. L’errore è sempre quello di scambiare una contraddizione reale del capitale internazionale con un’alternativa ideologica al suo sistema di sviluppo. È quanto è avvenuto nel movimento operaio di fronte all’esistenza storica dell’Unione Sovietica. È chiaro che bisognava far sopravvivere il paese dei soviet, rompere il suo accerchiamento, rilanciarlo all’attacco delle strutture montanti del capitalismo classico con un nuovo esperimento insieme di gestione economica e di potere politico, tutto questo però non per alimentare tra le masse oppresse l’ideologia del socialismo realizzato, ma solo per far vivere il più a lungo possibile una contraddizione mondiale del capitale, in funzione della lotta di classe degli operai più avanzati. Correttamente la cinghia di trasmissione tra paese del socialismo e lotta di classe in occidente andava rovesciata, ma per far questo proprio dall’alto dell’Internazionale comunista doveva scendere la fredda definizione del socialismo in un paese solo come contraddizione del capitalismo mondiale, realtà dunque interna e contraddittoria al capitale, tanto più minacciosa quindi nei suoi confronti. Mentre la classe operaia ammaestrata da sanguinose sconfitte, imparava il senso di una lotta contro il capitale condotta dall’interno del suo stesso sistema di produzione, di consumo e di scambio, il socialismo si contrapponeva dall’esterno al capitalismo con un atto di fede nei propri autonomi valori ideologici. Nasceva di lì quel divario di sviluppo, quel distacco storico tra socialismo e classe operaia che ha portato oggi a questa conclusione paradossale: gli operai sembrano integrati perché accettano di lottare dentro il capitale, in realtà minacciandolo di morte da pochi passi di distanza; il socialismo che ha voluto stabilire una lontananza astrale, per mezzo di blocchi e di sistemi, dal capitalismo, è sembrato fin qui l’unica alternativa valida, ma sempre più lo vediamo vittima di una logica ferrea che lo recupera entro le leggi classiche del capitale. Che oggi il socialismo realizzato, cioè l’Unione Sovietica con i suoi alleati, non rappresenti più neppure una contraddizione del capitale, – è fin troppo facile dirlo e facile dimostrarlo; che non sia neppure più tatticamente utilizzabile nell’ambito di una strategia di lotte operaie, – questo l’hanno capito perfino i comunisti dell’occidente, quindi ormai lo possono capire tutti. Si pone oggi il problema: questo tipo di contraddizione non si è spostata e quindi rinnovata in un altro spazio geografico, cioè in un’altra esperienza altrettanto macroscopica e altrettanto isolata di costruzione del socialismo in un paese solo? In altre parole: la Cina di oggi non rappresenta quello che rappresentava l’Unione Sovietica di ieri? Non è essa la contraddizione nuova del capitale a livello mondiale? Di contraddizione nuova noi pensiamo che in questo caso non si possa parlare. Secondo questo modo di vedere la Cina rappresenta piuttosto il residuo di una vecchia contraddizione. Talmente corposo e materiale e al tempo stesso funzionante a livello soggettivo è stato il fatto storico dell’Unione Sovietica per decenni fuori dell’iniziativa e del controllo del capitale internazionale, che non poteva estinguersi sul medio periodo, doveva ripetersi e restaurarsi su altri terreni, magari con diverse forme di espressione. Siccome non ci interessa in questa sede il modello di costruzione di una società alternativa a quella del capitalismo, ma ci interessa il modo di funzionamento di queste esperienze sul terreno della lotta di classe internazionale, possiamo senz’altro dire che la Cina ripete una storia già vissuta, ovvero più precisamente fa rivivere una contraddizione morente del capitale e in questo gioca un ruolo complesso ancora tutto da chiarire, di ritardo dell’iniziativa capitalistica a livello mondiale ma anche di accelerazione del processo di ricomposizione unitaria tra i due massimi sistemi, Usa e Urss, di accelerazione nei passaggi di sviluppo dei movimenti antimperialistici ma anche di ritardo nel cammino di riconquista di una strategia internazionale delle lotte operaie anticapitalistiche. Il fatto che si tratti di un residuo di contraddizione storica aumenta la complessità del suo funzionamento politico. Il punto di vista operaio deve con cautela rilevare il dato della sua esistenza materiale, seguirne lo sviluppo e di già abbozzare un comportamento pratico in conseguenza. Certo dall’interno della presente faticosa fase di crescita della scienza operaia a tutti noi capita di sorridere alla lettura delle massime di Mao. Ma non bisogna reagire alla incomprensione che da quella parte viene nei confronti delle lotte di classe operaia, con una incomprensione di senso opposto nei confronti di tutte le lotte che di classe operaia non sono, e ciononostante sono lotte vere e proprie. Non c’è solo la specificità delle contraddizioni singole del capitale, c’è anche e forse in conseguenza la specificità dei singoli movimenti di lotta contro il capitale. Ognuno ha il suo ambito di azione, il suo modo di sviluppo, i suoi obiettivi e la sua particolare forma di organizzazione. Ma alla contraddizione fondamentale corrisponderà – deve corrispondere – il momento fondamentale della lotta. A questo assolutamente non si può rinunciare. Scegliere la classe operaia è un imperativo per qualsiasi tipo di rivoluzionario, in qualsiasi parte del mondo si trovi appunto a lottare. Scegliere la classe operaia è il modo pratico di azione di ogni militante nei movimenti di lotta contro il capitale, sia che abbia il nemico di fronte a sé, sia che lo combatta da lontano, nei suoi effetti indiretti. Scegliere la classe operaia è il compito politico dell’organizzazione per la rivoluzione, non solo quando le forze direttamente operaie sono lì a portata di mano, ma anche quando vivono e lottano in un altro continente, con altre armi tattiche, per altri obiettivi strategici. Dall’interno del cosiddetto Terzo mondo, a livello di coscienza soggettiva, c’è da augurarsi che scatti in un futuro molto prossimo la molla di una scoperta geniale, quella di una dimensione nuova della lotta su quel terreno, una visione globale, mondiale, delle rivendicazioni anticapitalistiche, con dentro una voluta parzialità delle proprie posizioni, delle proprie proposte, delle proprie richieste. Bisogna capire, in una sorta di escalation teorico-pratica, che oggi come oggi 1) le guerre nelle campagne del mondo devono servire alle lotte operaie nelle cittadelle del capitale; 2) non devono servire alla classe operaia perché scateni l’attacco finale alle fortezze del suo nemico, in quanto da questo siamo ancora lontani; 3) devono servire alla classe operaia perché risolva i suoi presenti problemi di organizzazione. Aggredire il capitale sulle sue ali esterne, specialmente in un momento di prolungata crisi dell’iniziativa politica, vuol dire soltanto mettere in difficoltà il suo potere di riassorbimento delle contraddizioni interne, specialmente di quella fondamentale che lo vede impegnato sul terreno del salario operaio. È inutile, e sarebbe puro volontarismo ideologico, tentare di trovare un’affinità di contenuti tra lotta operaia su salario e guerra di guerriglia per il controllo delle singole ricchezze nazionali. Non è questo il punto. Su contenuti del tutto diversi, a diversi livelli di sviluppo, anche senza diretto significato di classe, lo scontro anche violento nelle retrovie del capitale, deve servire a creare un clima internazionale di crescente tensione politica, deve esasperare la specificità dell’attuale crisi capitalistica, deve far intravvedere la presenza di nuove possenti forze non certo neutrali nella lotta di classe, in modo da ambientare la parte operaia sul terreno più favorevole per affrontare il tema dell’organizzazione nuova, il problema del partito.

La classe operaia si cerca dunque i suoi alleati anche fuori del proprio ambito specifico di lotta. Se sul piano interno le alleanze si pongono tra partito operaio e altre forze organizzate che in quel momento contestano aspetti singoli del sistema, sul piano internazionale le alleanze sono tra lotte operaie e singole situazioni di crisi del capitale provocate da movimenti di rivolta contro gli effetti del suo dominio, neocolonialismo, imperialismo ecc. Come dal Terzo mondo deve salire oggi la proposta di una voluta subordinazione ai contenuti e alle forme delle lotte operaie, così dall’alto della classe operaia deve scendere il riconoscimento pratico che il capitale può essere aggredito da varie parti da varie forze che contrastano il suo sviluppo, ritardano l’ammodernamento della sua iniziativa, lo mettono in difficoltà proprio per tutto quel periodo che serve agli operai per rimettere in moto il meccanismo di passaggio ora rimasto bloccato: lotte nuove – nuova organizzazione. Questo riconoscimento può avvenire a livello di massa operaia a una sola condizione: se da parte delle forze soggettive che sono in gioco per rinnovare il partito si porterà avanti prima ancora che un internazionalismo di tipo nuovo la critica del vecchio internazionalismo. Anche qui i miti devono morire. Le ideologie vanno fatte cadere, perché da sole non cadono, da sole si restaurano, da sole si riproducono. Che gli operai siano per natura internazionalisti è una favola ottocentesca come quella degli operai che in quanto tali combattono per il socialismo. Il proletario che si sdraia sui binari per non lasciar passare il convoglio che porta armi ai bianchi nella giovane Russia rivoluzionaria, è un’immagine che non si ripete più nella realtà odierna. Non a caso oggi sui binari ci trovate lo studente: è un segno dei tempi, del cammino che ha fatto la coscienza di classe fuori della classe operaia e di un’altra cosa importante: gli operai lasciano volentieri che facciano altri adesso quello che loro hanno fatto nel passato, specialmente quando si tratta di manifestazioni esteriori, gesti simbolici, atti di sfida ai potenti, solidarietà con gli oppressi ecc., tutte cose che ricordano alla classe operaia matura la propria romantica infanzia. Diciamolo chiaramente. Pochi sono stati gli operai nel mondo che hanno lottato per la pace nel Vietnam e ancora più pochi quelli che hanno lottato per la vittoria dei Vietcong. Prima di condannare, bisogna capire. Un internazionalismo generico, formale, puramente retorico, «operai di tutto il mondo unitevi» e giù la banda che suona l’internazionale, «per una strategia mondiale della lotta di classe» e cioè gli operai per le guerre di liberazione nel sud-est asiatico, gli operai per la guerriglia nell’America latina, gli operai per le pantere nere, – con queste cose in questo modo ci si deve mettere in testa che non ci si tira dietro la classe operaia. Meglio quando si trattava di difendere l’Unione Sovietica dall’assedio e dall’odio dei capitalisti di tutto il mondo: almeno l’internazionalismo aveva un riferimento di fatto a un paese preciso, che non solo non coincideva per gli operai con la propria patria, ma era il nemico stesso della propria patria. Non a caso questa forma storica di internazionalismo prendeva le mosse dall’alta indicazione leninista della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, con l’appello agli operai di rivolgere le armi contro i propri governi. In questa che è stata finora la sua forma più avanzata, l’internazionalismo è irripetibile. L’internazionalismo di oggi deve essere un fatto pratico, concreto, non ideologico, non umanitario, soprattutto non dato per scontato, come se esistesse innato nella mente dell’operaio. Lo spontaneismo dell’internazionalismo è uno dei tabù più diffusi, forse in assoluto il più diffuso tra i tabù del militante di partito. Per questa via si va incontro a cocenti delusioni. La diffidenza – di parte, di classe –, molto semplicemente espressa come indifferenza, nei confronti del discorso internazionalista è infatti una delle realtà di fatto più corpose della massa operaia oggi. L’internazionalismo va portato agli operai dall’esterno, attraverso lo strumento del partito. Come è il partito che fa ormai le alleanze con le organizzazioni affini, così è il partito che stabilisce il legame internazionale con le lotte parallele. Dalla spontaneità di classe il partito può oggi rilevare, e deve rilevare, la critica distruttiva del vecchio internazionalismo. Ma l’internazionalismo di tipo nuovo, la nuova strategia mondiale della lotta di classe, dal punto di vista operaio, deve essere una scoperta soggettiva da far nascere coscientemente a livello di partito. Sarà così per tante altre cose. Il rapporto classe-partito – il punto di partenza di tutto – è soprattutto il momento della distruzione del passato e si tratta qui del passato del partito. Il rapporto partito-classe – il passaggio obbligato per tutti – è il momento della scoperta del nuovo, la finestra sul futuro, sul futuro della classe. Così l’internazionale nuova, proposta dal partito, non sarà più l’internazionale dei partiti, ma della classe, – internazionale prima di tutto delle lotte operaie. Non più quindi un ideale per cui combattere, né un organismo di vertice che cerca di convincere gli operai a combattere per l’ideale, ma un semplice fatto politico, un bisogno di organizzazione che sale dal basso, come dal basso salgono le lotte, e che si incontra con una strategia internazionale di queste lotte che viene dall’alto. Bisogna capire che la dimensione internazionale della lotta di classe è un fatto che ci viene imposto dallo sviluppo mondiale del capitale. L’iniziativa politica, istituzionale, dei capitalisti a livello mondiale può anche restare ferma, come oggi, nel medio periodo, ma la natura del capitale veramente non conosce confini e quanto più avanza lo sviluppo economico tanto più questo sviluppo diventa internazionale. La lotta operaia non può che adeguarsi a questo cammino, pena atroci sconfitte. Gli operai devono essere dunque internazionalisti non per scelta ideale, ma per i bisogni pratici della loro lotta. Se è vero che gli operai non hanno patria, allora per patria non vogliono nemmeno avere il mondo, e il destino di questo come di altri pianeti potete stare sicuri che li lascia completamente indifferenti. Internazionalisti non per vocazione ma per necessità, la classe operaia da una parte il capitale dall’altra, a un certo punto della storia che ambedue li comprende, trovano questo terreno obbligato di lotta. Prima abbiamo detto: quello dei due avversari che avanzerà con l’organizzazione a questo livello conquisterà punti per la vittoria. Adesso dobbiamo aggiungere: organizzazione delle lotte da parte operaia, organizzazione del mercato da parte capitalistica, è il punto da cui riparte il prossimo ciclo della lotta di classe internazionale. Stato borghese e partito operaio, solo adattando i propri problemi alla dimensione ancora sconosciuta di questa terra di nessuno, possono sperare di superare presto la rispettiva crisi. E del resto: chi per primo risolve la crisi in un punto significativo sposta dalla sua parte le migliori capacità in mensa sullo scacchiere mondiale. Così, nuovo internazionalismo e partito nuovo fanno una cosa sola, un solo fatto e al tempo stesso un solo problema, un circolo che non si chiude per un solo anello mancante.


Immagine: Foto di SB


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Mario Tronti (1931) è uomo politico, filosofo e scrittore. Negli anni Cinquanta aderisce al Partito comunista italiano. Nella sua riflessione intellettuale accoglie e rielabora politicamente la grande cultura della crisi novecentesca. Con Raniero Panzieri anima la rivista «Quaderni Rossi». Dirige poi «classe operaia» e pubblica Operai e capitale (Einaudi, 1966; DeriveApprodi, 2013). Partecipa a «Contropiano». Fonda «Laboratorio politico». Tra gli ultimi suoi libri: Con le spalle al futuro (Editori Riuniti, 1992) La politica al tramonto (Einaudi, 1998), La saggezza della lotta (DeriveApprodi, 2022)