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Inchiesta operaia e lavoro di riproduzione



In continuità con l’ultimo articolo pubblicato in questa sezione proponiamo, come contenuto di archivio, questo saggio di Alisa Del Re che delinea, attraverso l’uso dell’inchiesta operaia, una vera e propria analitica del lavoro di riproduzione, lasciandone emergere un’immagine particolarmente complessa. Dopo aver ricordato l’importanza del femminismo marxista nello svelare l’«arcano della riproduzione» e dopo aver sottolineato la rilevanza delle lotte delle donne per il salario al lavoro domestico (negli anni Settanta) e contro l’imposizione dei ruoli riproduttivi operata da un ordine sociale capitalistico e patriarcale, l’autrice indica i tratti essenziali del nuovo rapporto tra produzione e riproduzione, emerso dalla risposta capitalistica alle contestazioni femminili. Oggi,i confini tra produzione e riproduzione sono molto più sfumati ed anzi i due ambiti tendono sempre di più a sovrapporsi tanto che è possibile osservare processi avanzati di salarizzazione e «industrializzazione» del lavoro di riproduzione. Se però da un lato abbiamo avuto una colonizzazione della sfera riproduttiva da parte delle logiche tipiche della sfera produttiva, dall’altro abbiamo assistito anche al processo inverso, ovvero ad una colonizzazione della sfera produttiva da parte di alcuni funzionamenti della sfera riproduttiva. È ciò che Alisa Del Re insieme ad altre femministe chiama femminilizzazione del lavoro. Sempre di più infatti il capitale richiede e mette a valore le qualità relazionali, affettive, timiche che prima erano circoscritte al lavoro riproduttivo e che oggi sono un bagaglio necessario di tutto il lavoro produttivo. Questo fenomeno inoltre, scrive l’autrice in un passaggio che meriterebbe di essere approfondito, «risponde all’esigenza di controllo sul lavoro e sulla produttività altrimenti di difficile realizzazione». La femminilizzazione del lavoro ha comportato quindi anche una femminilizzazione del comando capitalistico in tutti gli ambiti dei processi di valorizzazione. Così come il rifiuto operaio del lavoro salariato è stato assorbito e ribaltato dal capitale in precarietà, anche le lotte delle donne sono state assorbite e ribaltate in una modernizzazione capitalistica. In questo nuovo scenario i discorsi sulla «società della cura» perdono tutta la loro forza critica nella misura in cui la cura è, oggi, il fulcro della valorizzazione e del comando capitalistici. Quali possano essere i vettori e i soggetti che possono aprire dei processi di demercificazione della capacità-attiva-umana resta invece non solo un problema aperto ma anche lo scopo della lotta di classe.


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Uso politico dell’inchiesta operaia

La proposta originaria di una «inchiesta statistica sulla situazione delle classi lavoratrici» fu formulata per la prima volta da Marx nelle Istruzioni per i delegati del consiglio centrale provvisorio dell'associazione internazionale dei lavoratori, nel 1867, poi ripresa nel 1880. L'intento era di portare alla luce quei «fatti e misfatti» relativi all'organizzazione del lavoro e al processo di produzione e di vita, che il potere borghese deliberatamente occulta o quanto meno mistifica.

Nel 1964 Raniero Panzieri[1] interviene sul tema «Scopi politici dell’inchiesta[2]» presentandolo in questi termini: «Noi abbiamo degli scopi strumentali, evidentemente molto importanti, che sono rappresentati dal fatto che l'inchiesta è un metodo corretto, efficace e politicamente fecondo per prendere contatto con gli operai singoli e gruppi di operai. Questo è uno scopo molto importante: non solo non c'è uno scarto, un divario e una contraddizione tra l'inchiesta e questo lavoro di costruzione politica, ma l'inchiesta appare come un aspetto fondamentale di questo lavoro di costruzione politica. Inoltre il lavoro a cui l'inchiesta ci costringerà, cioè un lavoro di discussione anche teorica tra i compagni, con gli operai ecc., è un lavoro di formazione politica molto approfondita e quindi l'inchiesta è uno strumento ottimo per procedere a questo lavoro politico».

Le inchieste operaie teorizzate e praticate dai Quaderni Rossi all’inizio degli anni Sessanta articolano un’analisi delle specificità del «neo-capitalismo» – il capitalismo fordista – alla proposta di una linea politica incentrata sull’antagonismo irriducibile della classe operaia della grande industria. Tale articolazione rappresenta una rottura con le ideologie dominanti della sinistra politica e sindacale dell’epoca: il reinvestimento politico delle condizioni immediate della vita di fabbrica rompe con la concentrazione esclusiva sulla sfera autonoma delle istanze politiche e ideologiche; l’affermazione di una conflittualità immanente alla vita di fabbrica rompe con i miti sociologici di un progresso tecnico e sociale che avrebbe riassorbito ogni contraddizione nell’ordine totale della «società opulenta».

L’inchiesta militante, condotta fuori dai luoghi di produzione, tenderà a sciogliere, nel corso degli anni Settanta, quell’unità di conoscenza e opposizione sulla quale si era basato il metodo insieme analitico e politico dell’operaismo. D’altro canto, l’attivismo dei movimenti e dei gruppi, attraverso l’investimento del corpo e la politicizzazione della vita quotidiana, sperimenta nelle lotte quel dislocamento del conflitto nella sfera della circolazione del quale proprio Tronti e Negri forniscono la teoria, con la divisione tra forza-lavoro (oggetto del marxismo come scienza) e classe operaia (soggetto del marxismo come rivoluzione) e con la crisi della legge del valore-lavoro

Nel passaggio dall’operaismo militante ai gruppi femministi negli anni Settanta emerge in Italia tra le femministe radicali di formazione marxista l’analisi legata alla struttura della giornata lavorativa e alla dimensione di autonomia all'interno della vita complessiva delle donne. Nella pratica politica veniva articolato un discorso apparentemente riformista sui sevizi sociali e una pratica di forme concrete di «liberazione dal lavoro domestico». La base di partenza non era ideologica, ma, mutuata dalla pratica operaia, si articolava in lotte connesse a bisogni immediati di liberazione. La traslazione dalle lotte di fabbrica per la salute, per gli aumenti uguali per tutti, per i trasporti gratis articolata nella richiesta di servizi sociali e di una ridefinizione del welfare era legata al riconoscimento di problemi materiali concreti e immediati, costitutivi del lavoro di riproduzione della forza lavoro[3].

Partendo dalla definizione marxiana della forza lavoro: «merce speciale che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell’uomo[4]» il femminismo marxista definisce «lavoro» anche quell’attività gratuita di riproduzione degli individui storicamente attribuita alle donne (ai ruoli femminili)[5].

Il lavoro domestico privato gratuito è definito come socialmente necessario, produttivo, in grado di costituire per il capitale un plusvalore indiretto, anche se sembra produrre solo valore d’uso. Se infatti la produzione di plusvalore avviene con l'acquisto di forza-lavoro da parte dei proprietari dei mezzi di produzione, dunque attraverso il lavoro salariato, la determinazione del plusvalore non è data solo da quella forza lavoro che viene portata direttamente sul mercato. Il plusvalore viene determinato anche dal lavoro non pagato di riproduzione degli individui. Il lavoratore salariato esonerato dal lavoro domestico porta sul mercato la sua forza-lavoro riprodotta e trasporta così, attraverso il processo lavorativo, valore e plusvalore nelle merci, le quali sul mercato si convertono in denaro.

Il lavoro di riproduzione all’interno della famiglia, producendo beni di consumo e non beni di scambio per il mercato, che non si trasformano in denaro, non appare come produttore di valore. Lo stesso vale per la produzione di sussistenza: questa non entra nel mercato come valore di scambio. Ma chi è esonerato dal lavoro di riproduzione, di sé stesso e di altri, è più produttivo e più efficiente nel processo di produzione sociale.

Inoltre se il salario misurasse effettivamente quanto è necessario per riprodurre la forza-lavoro, il lavoratore salariato dovrebbe ricevere un salario equivalente al costo di mercato di tutti i lavori e servizi che sono svolti da chi riproduce la forza lavoro (nella maggior parte dei casi, le donne).

Ormai sono generalizzati gli studi sul valore ipotetico del lavoro gratuito di riproduzione rispetto al prodotto interno lordo: Boeri, Burda e Kramarz[6] hanno constatato - ad esempio - che questo valore per l’Italia è di circa un terzo del Pil. Inoltre, un’altra rilevazione da fare è che produzione di merci e riproduzione delle persone appartengono a due ambiti interrelati. La cura sembra una cosa separata, estranea al mondo della produzione; ma, particolarmente al giorno d’oggi, in cui la produzione capitalista ha invaso la vita, e quindi la riproduzione, non è possibile tenere separati i due settori. Essi sono connessi, anche se storicamente definiti, e in essi il capitale gerarchizza e organizza le attività umane al fine della propria riproduzione. E il legame si sviluppa in due sensi: il primo, più chiaro è quello già descritto della produzione diretta di valore, il secondo è quello in cui le qualità della cura come produttrice di valore entrano nel lavoro salariato di produzione di merci.

Finora ho usato categorie marxiane. Adelino Zanini ci esorta a non chiedere a Marx di dire cose che non ha detto, o che non poteva dire dati i rapporti sociali nel periodo storico in cui lui scrive[7]. Quindi uso le categorie marxiane, tentando di utilizzarle per l’oggi e probabilmente anche di forzarle per capire meglio la realtà che ci circonda. Io vedo nel rapporto produzione-riproduzione tre fasi successive alla fase di sfruttamento intensivo della forza-lavoro descritto da Marx con l’estrazione del plusvalore assoluto. Alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX in occidente la grande fabbrica è consustanziale all’apparire dell’operaio specializzato come figura centrale. La riproduzione di questo operaio si pensa che possa essere garantita, conservando il valore della merce forza-lavoro, attraverso un controllo delle sue condizioni di vita. Si pensi a Ford e all’uso dei cinque dollari al giorno, cioè di una paga molto alta per l’operaio sposato, con figli, che non si ubriacava, ecc., quindi con un controllo della qualità della sua riproduzione. Oppure si pensi in Italia al Lanificio Rossi agli inizi del Novecento, con il padrone che faceva costruire le case per gli operai attorno alla fabbrica, quindi controllava direttamente dalla fabbrica dove e come gli operai vivevano. È il modello del panottico della fabbrica sulla vita operaia. Successivamente, nelle democrazie di massa, i diritti sociali si presentano come corollario dei diritti politici maschili, sviluppano dei sistemi di assistenza estesi che vengono trasformati in sistemi di assicurazione. Vi è una diffusione di pratiche socializzate di riproduzione che riguardano l’operaio-massa, con misure di igiene, le assicurazioni sociali, l’inizio del welfare. Si fa largo l’idea che una parte della riproduzione della forza-lavoro debba essere garantita socialmente attraverso il rapporto di lavoro. È tipico dell’inizio del welfare associare i diritti al lavoro. Avviene una socializzazione di parte del lavoro di riproduzione, che già precedentemente si era sviluppata con la sanità e con la scuola: non dimentichiamoci che queste erano cose prima attribuite alla famiglia. E si amplia con i servizi sociali. Ma questo tipo di socializzazione comincia a connettersi e a scontrarsi con il lavoro di riproduzione gratuito della forza-lavoro. Finora questi due discorsi non si erano incontrati, funzionavano separatamente. Da un lato alcuni servizi e alcune erogazioni di denaro connesse alla riproduzione della forza-lavoro diventano parte integrante del salario operaio: l’allargamento della scolarità, la sanità universalizzata, una parziale diffusione di nidi e scuole materne, assegni famigliari, assegni di assistenza e di accompagnamento, aiuti vari alle famiglie meno abbienti, ecc. Dall’altro, una parte del lavoro di riproduzione viene immessa nel mercato, diventa salariato. Siccome c’è una forte incompatibilità tra il lavoro salariato di produzione di merci e il lavoro gratuito di riproduzione, la ricerca di autonomia salariale da parte delle titolari del lavoro domestico gratuito scombina le progettualità keynesiane e beveridgistiche del mercato del lavoro tendenzialmente volte verso il pieno impiego della forza lavoro maschile. Entrano le donne e questa progettualità si rompe, l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro cambia l’orizzonte.

Le effettive dimensioni del lavoro di riproduzione, che diventa sempre più complesso perché in parte socializzato, e perché aumentano le aspettative sulla qualità della riproduzione degli individui, non sono chiare: il metodo teorico marxiano dell’inchiesta diventa necessario per capire su quale terreno le soggettività possono esprimere desiderio di cambiamento.


L’inchiesta nel lavoro di riproduzione delle persone

Per analizzare il lavoro di riproduzione, la prima cosa da dire è che viene di solito escluso dalle analisi politiche ed economiche a causa della rigida separazione esistente tra vita pubblica e vita privata, che sta alla base di tutte le analisi politiche. Diventa fondamentale, invece, un’analisi delle effettive dimensioni del care: uso il termine inglese per riferirmi al lavoro di riproduzione delle persone, vedremo come non ci sono molte parole per analizzare le specifiche sezioni di questo tipo di lavoro. E non solo delle dimensioni del care, ma delle dinamiche di potere che sono insite in ogni relazione che lo implica e necessita, cioè la vita degli individui. È importante costruire uno strumento concettuale del care, o del lavoro di riproduzione delle persone, sia per capire di cosa esattamente si stia parlando e per inserirlo nelle teorie politiche, sia per collocare il care direttamente nella catena di relazioni che costituisce il nostro terreno di studio, storicizzandolo e inserendolo nell’evoluzione dei rapporti di classe e di sesso. Una prima distinzione da fare è tra cura e servizio, cioè tra un’assistenza che soddisfa i bisogni che una persona assistita non è in grado di soddisfare da sé, la cura, e un servizio che soddisfa i bisogni a cui l’assistito potrebbe provvedere autonomamente. Diventa quindi necessario chiarire il modo in cui i bisogni vengono definiti, e sulla base di questo, la posizione di coloro che forniscono assistenza e la posizione di coloro che ricevono assistenza. Inoltre, è necessario determinare la responsabilità dei soggetti a cui è attribuita la funzione di riproduzione. Joan Tronto disarticola la cura in quattro fasi, legate ai soggetti agenti o riceventi la cura[8]. Questo ci permette già di valutare quanto il lavoro di riproduzione sia un lavoro complesso ed estremamente articolato.

Un passaggio ulteriore, approfondendo queste categorie, consiste nell’analizzare quanto questo lavoro può essere delegato al mercato o a momenti di socializzazione, e quanto invece resta ambiguamente nelle maglie, sia neoliberali sia conservatrici, della responsabilità personale. L’inchiesta, che in questo caso è riflessione soggettiva su pratiche imposte socialmente, mi permette di chiarire le articolazioni di questo lavoro non solo in rapporto con il processo produttivo e con le dinamiche di genere, ma anche con la possibilità di socializzazione (salariata o meno) di alcune sue parti. Mi rendo conto di forzare molto l’analisi. Nonostante gli appellativi con cui lo nomino siano un po’ inventati, in realtà definiscono non solo delle differenze semantiche, ma proprio costitutive di questo lavoro. Una prima distinzione la faccio tra lavoro domestico, lavoro riproduttivo e lavoro di cura. Il lavoro domestico è quello che gli economisti chiamano il lavoro elementare, quello che serve per sopravvivere, cioè pulire, lavare, cucinare, fare la spesa, ecc. Il lavoro di riproduzione è il lavoro che serve a riprodurre la specie: non è solo fare figli, ma è crescerli, creare le condizioni indispensabili per la continuità della vita, la riproduzione della razza secondo Marx. Il lavoro di cura, invece, ha a che fare con le relazioni, con la continuità dei rapporti, con l’affetto, con il sesso. Non sono esattamente separabili ovviamente, si intersecano e si sovrappongono, ma hanno caratteristiche peculiari e sono costituiti da compiti che possono essere attribuiti prevalentemente a soggetti diversi.

Il lavoro elementare è il più semplice, il più socializzabile, il più trasferibile, tradizionalmente attribuito alle donne, tradizionalmente non è mai stato in maniera esclusiva gratuito o scambiato per segno d’amore: nella storia più recente le classi abbienti e la borghesia hanno sempre assegnato alle domestiche il lavoro elementare. Esso si può mercificare nel mercato o nei servizi sociali con delle razionalizzazioni che implicano delle forme organizzative inedite, si pensi ai gruppi di acquisto solidale, ai servizi condominiali, al co-housing ecc. Il tempo di questo lavoro è misurabile e il suo costo è quantificabile. È un lavoro ripetitivo, faticoso, noioso, necessario, ma comprimibile, può essere sostituito in alcune sezioni da macchine, per altre può essere diluito nel tempo, o semplicemente ridotto cambiando stile di vita o paese (se si passa dall’Italia ai paesi del nord Europa si vede come questo lavoro sia decisamente ridotto).

Invece, il lavoro di riproduzione, oltre a quello basilare generativo della specie (la maternità), ha a che fare con le persone dipendenti. Chiaramente ingloba il lavoro elementare, ma è anche un di più. Non si rivolge a un indistinto universo di soggetti, ma a coloro che da soli non ce la farebbero, e non solo per incapacità fisiche o mentali, cioè relativi all’età (bambini e vecchi) o a stati di malattia, temporanei o perduranti nel tempo; ma anche a persone assolutamente in grado di riprodursi, che però non hanno il tempo di farlo, sia a causa dell’organizzazione del lavoro salariato, sia per convenzioni sociali che costruiscono ruoli specifici per la riproduzione degli individui. Per una parte di questo lavoro si può ricorrere al mercato, con forme contrattuali individuali (si pensi ad esempio alle badanti) oppure ai servizi del welfare, quando ci sono e offrono una qualche garanzia, e in piccola parte anche ai servizi di volontariato sociale. Inoltre la gestione totale delle persone dipendenti, oltre a essere oggi costosa, richiede un lavoro di organizzazione, di presenza e di controllo continuativo che non si può delegare. In questo caso i soggetti che si attivano sono molteplici, ma non tutto può essere esternalizzato. Le indagini statistiche ci dicono che la maggior parte di questi soggetti sono comunque donne, sia salariate che non salariate.

Negli ultimi anni, in concomitanza di due fenomeni quali da un lato l’aumento della circolazione dei flussi migratori e dall’altro l’estensione della crisi delle disponibilità finanziarie degli Stati, si assiste ad uno spostamento della parte salariata del lavoro di cura dal welfare statale al mercato, con forme di socializzazione parziale nel territorio dovuta a singole iniziative di cooperazione sociale. Ciò è dovuto al fatto che la riproduzione degli individui dipendenti ha rigidità intrinseche ineliminabili dovute all’aumento della speranza di vita e alla maggiore attenzione alla qualità della vita delle giovani generazioni.

La terza definizione del lavoro di riproduzione delle persone è il lavoro di cura o affettivo. Questo secondo me, è quello che sembra meno «lavoro», quello che non dovrebbe poter essere «contrattualizzato». Per quanto riguarda il sesso mi pare evidente che una parte di questo viene delegato al mercato, come nel caso delle sex workers, e per il rimanente il discorso è già stato trattato dalle analisi femministe a partire dagli anni Sessanta e non entro qui nel merito. Comunque, tutti noi abbiamo bisogno che una badante sorrida di tanto in tanto a nostra madre, è importante che organizziamo delle festicciole per i nostri figli e che vengano gestite delle relazioni al di fuori dei rapporti di lavoro. Nella nostra vita quotidiana tutti noi abbiamo bisogno di consolazione, di affetto, di vicinanza. È un lavoro che richiede partecipazione emotiva, sensibilità, tatto, devozione. Ed è un lavoro che dalle pieghe del privato, pur sembrando meno «lavoro», è stato travasato anche nel mercato, non diventando lavoro salariato, ma facendone parte integrante ed essendo sussunto dalla forma del lavoro richiesta dal mercato. Nell’organizzazione del lavoro salariato, infatti, particolarmente nei servizi alla persona, sempre di più succede che venga richiesto questo tipo di disponibilità: alle commesse di sorridere, nei call center di modulare la voce, alle badanti e alle tate di mostrare di voler bene ai nostri vecchi e ai nostri bambini, in moltissimi lavori sempre di più di dimostrare di volere il bene del cliente, del paziente o di chi ci si occupa. Qualità che vengono richieste maggiormente nei settori a prevalente occupazione femminile, ma che si sta estendendo a tutte le forme di lavoro che richiedono relazione. fino a richiedere adesione, partecipazione emotiva e affettiva e identificazione con la «merce», l’«azienda», il «prodotto».

A partire da queste definizioni del lavoro riproduttivo delle persone, per quanto arbitrarie e su cui si può discutere, mi sembra importante verificare se c’è stato un cambiamento negli ultimi decenni soprattutto in rapporto al lavoro di produzione di merci. Negli anni Settanta il rapporto produzione-riproduzione da un punto di vista di genere all’interno del processo di accumulazione capitalistica vedeva per le donne un allungamento smisurato della giornata lavorativa cumulando il lavoro riproduttivo a quello della riproduzione della forza lavoro. C’era una donna, un salario, due lavori: era la doppia giornata lavorativa per le donne che lavoravano anche per il mercato. E quando questo non avveniva vi era l’esclusione forzata delle donne della parte pubblica e salariata, cioè l’esclusione dal mercato del lavoro. Oggi abbiamo una maggiore inclusione formale delle donne nello spazio pubblico, particolarmente nel mercato del lavoro: mi sono chiesta se questo corrisponde a un’indistinzione per le donne tra spazio privato e spazio pubblico, oppure se questo continuum si rompe, dove ciò avviene. Ho pensato che questo si rompa in un tempo composito, multiforme, articolato su diversi piani, in cui comando e subordinazione si intersecano, e si associano in forme organizzative complesse della vita quotidiana. Questa in fondo è la condizione oggi delle donne. Però, negli anni Settanta teorizzavo come risposta capitalistica alla richiesta di salario al lavoro domestico un processo di salarizzazione del lavoro di riproduzione in alcune sue forme, e lo pensavo maggiormente legato a un allargamento del welfare e quindi a una trasposizione di una parte dei servizi sociali nel mercato, e ovviamente questo sarebbe stato possibile con una messa al lavoro salariato delle donne in una dinamica di piena occupazione[9], cosa che oggi dicono molti economisti, come Ferrera o Gosta Esping Andersen[10] e che avviene in alcuni paesi europei, con un allargamento al mercato del settore dei servizi. Dalla metà degli anni Ottanta si è avuta una macroscopica ristrutturazione del lavoro riproduttivo a livello globale. È stata probabilmente una risposta al movimento femminista, che ha espresso il rifiuto del lavoro domestico da parte di molte donne, con un loro ingresso massiccio nell’area del lavoro salariato. Fa eccezione l’Europa dell’Est, dove lo smantellamento del socialismo reale ha provocato invece un aumento della disoccupazione femminile, a malapena compensata dai processi migratori di cui le donne sono state protagoniste in questi anni. Oggi il processo di salarizzazione è in atto, ma in termini diversi da quelli ipotizzati e più complessi. Oggi in moltissimi casi abbiamo due donne, due lavori, ma un solo salario da condividere. La cura delle persone dipendenti si paga, i servizi costano. D’altronde perché il sistema funzioni bisogna da un lato che l’immissione di nuova forza-lavoro nel mercato sia competitiva (e le donne con il gender pay gap sono i soggetti ideali) dall’altro che chi sostituisce parte del lavoro gratuito erogato precedentemente nella riproduzione delle persone sia disposto a lavorare con un salario inferiore ai prezzi di mercato di altri lavori analoghi (lavoro nero, immigrati più o meno regolari, lavoro nei servizi pagato meno di altri lavori). Inoltre nel mercato generale del lavoro l’emergere di forme contrattuali atipiche, l’aumento del part-time o delle assunzioni personalizzate, sembrano oggi venire incontro sia alle necessità del sistema produttivo che al desiderio (necessità?) di molte donne di conciliare maternità, cura e lavoro salariato.

Il secondo punto è la femminilizzazione del lavoro salariato. Evidentemente, se tutta la struttura sociale, se tutte le relazioni, se tutte le possibilità di socializzazione sono basate sul lavoro di riproduzione delle persone con le sue qualità intrinseche, è necessario che ce ne facciamo una ragione e che ne imponiamo la rilevanza. Le donne sono l’elemento centrale a cui viene richiesto questo tipo di lavoro di riproduzione, in tutte le sue forme, gratuito o salariato. La domanda è: per le loro qualità connaturate? Non credo proprio. Sicuramente c’è un addestramento, spesso dovuto a condizioni di dipendenza economica o di subordinazione sociale che permettono di sviluppare la sindrome dello schiavo, che consiste nell’elevata sensibilità ai bisogni del padrone, attenzione e cura, capacità di rispondere con affetto e devozione. Quando da questo dipende la propria sopravvivenza, è chiaro che il coinvolgimento è totale. Quando si accudiscono famigliari o si lavora in settori come quello della cura si presume che gli individui manifestino una serie di comportamenti, motivazioni e competenze speciali; l’atteggiamento che ci si aspetta è quello della protezione, della cooperazione, dell’emotività e dell’altruismo. Se c’è un’aspettativa sociale, spesso si risponde a questa. Si dà per scontato che si debba emanare affetto ed empatia. Quindi, da un lato c’è una condizione soggettiva che ci obbliga a essere empatici e attenti ai bisogni altrui, dall’altro c’è una convenzione sociale per cui ci si aspettano determinati atteggiamenti da alcuni soggetti specifici. In breve, queste qualità che chiamiamo femminili, così generalizzate tra le donne o almeno che ci si attende appartengano alle donne, forse non sono innate, forse non appartengono esclusivamente alle donne, forse sono frutto della loro collocazione sociale e dei ruoli loro imposti storicamente. Ma queste qualità «femminili» oggi sono richieste a largo raggio nel mercato, perché la società è diventata una società di servizi, la produzione di merci si è rarefatta, richiedendo sempre di più competenze che esulano dalla forza fisica e dalla rigidità degli atti ripetitivi. Come dice Kathi Weeks nell’intervista fatta da Anna Curcio su «UniNomade[11]», «in fabbrica esisteva una disciplina. I lavoratori erano accuratamente diretti e controllati e quindi non era un problema se non si identificavano con il lavoro. Ma nel lavoro di cura, nel commercio o nei servizi e in tutte quelle altre forme di lavoro che costellano l’universo postfordista non c’è un analogo modello di controllo e monitoraggio». La richiesta dell’immissione qualitativa di fattori emotivi e socializzanti, motivazionali ed affettivi risponde all’esigenza di controllo sul lavoro e sulla produttività altrimenti di difficile realizzazione. Sono caratteristiche, vorrei sottolinearlo, che non sono contrattualizzabili (come si fa a mettere in un contratto l’attenzione, la sensibilità, l’interesse?) e che implicano la necessità di una individualizzazione del rapporto di lavoro (questa esigenza la si ritrova nella richiesta diffusa da parte dei sindacati padronali di passaggio da una contrattazione nazionale ad una contrattazione aziendale, per non dire individuale).

In ogni caso il processo di «femminilizzazione del lavoro» richiede a tutti i lavoratori/trici queste qualità che diventano «costitutive» del lavoro in una società della conoscenza e della «relazione».

Una delle caratteristiche, che però voglio sottolineare, della femminilizzazione del lavoro, oltre alla richiesta di attitudini empatiche, è la modificazione dell’uso del tempo. Il tempo da lineare diventa processuale, cioè vi entrano più cose contemporaneamente senza gerarchie. Chi si occupa di riproduzione delle persone è abituato a trasferirsi da un tempo all’altro della vita quotidiana, una madre lo sa. Vi sono infatti tempi diversi nella cura, alcuni comprimibili, altri che si possono spostare, altri ancora che non hanno possibilità di dilazione. Salta la dicotomia tra tempo pubblico e tempo privato, tra il tempo del corpo e i tempi sociali, in un’urgenza – come dice Carmen Leccardi[12] – «capace di erodere le possibilità di controllo da parte degli individui costretti a misurarsi con un tratto epocale di incertezza e di ingovernabilità del futuro». Le donne sono addestrate a questi tempi non lineari, su piani diversi. Ora vengono trasferiti all’addestramento di tutti i lavoratori.


Alcune considerazioni

Se la riproduzione delle persone è un settore fondante della vita, l’analisi delle sue componenti – cioè l’inchiesta – è complessa, perché lavoro e piacere si intersecano e si sovrappongono, come servizi e amore, affetto e fatica. Le persone addette alla riproduzione svolgono ruoli altrettanto complessi, coinvolgenti e dotati di grandi ambiguità rispetto a possibilità di cambiamento. La grande domanda a cui io non so rispondere è: della riproduzione dell’individuo cosa possiamo mettere in comune, cosa possiamo socializzare, e cosa resta di privato, di intimo, di non delegabile al lavoro salariato o a forme innovative di cooperazione? Nella società della conoscenza possiamo pensare di rimettere al centro del nostro orizzonte i bisogni degli individui, della carne e dei sentimenti? Non si tratta di mortificare l’ingegno a favore del corpo e degli affetti, si tratta di riconoscerne laicamente l’indissolubilità e di costituire una funzionalità diversa: non la carne, il corpo, la vita, il benessere in funzione dell’ingegno (produzione, invenzione, conoscenza), ma esattamente l’inverso. L’obiettivo politico ed etico dovrebbe essere la responsabilità verso la buona vita per ciascuno, con tempi di vita che abbiano un riconoscimento sociale. Io direi che cercare di risolvere questo problema ci pone di fronte a una scelta obbligata, che rivoluziona l’orizzonte del rapporto produzione-riproduzione capovolgendone le priorità: riproduzione delle persone come senso prioritario da dare all’attività umana. La ricerca della buona vita (mi piace evocare la «buona vita», citata in alcune costituzioni dell’America del Sud, molto di più della felicità, perché la buona vita ha dentro di sé la riproduzione) richiede non solo un reddito di cittadinanza (una ridistribuzione della ricchezza prodotta che soddisfi i bisogni della vita), ma anche cooperazione sociale per la riproduzione, per il lavoro elementare, una progettualità per inventare forme di convivenza accettabili al di fuori e contro i tempi e gli spazi del lavoro salariato, costruendo nuove forme di relazione e di socializzazione. Per elaborare un qualsiasi progetto in merito bisogna smetterla di pensare a un soggetto astratto e perfettamente autonomo. Questo implicherebbe un paradosso, che diventa evidente nelle situazioni in cui i rapporti di dipendenza, di affetto e di autorità sono leggibili solo assumendo la parzialità e la concretezza del punto di vista che ci fa riconoscere relazioni complesse in rapporto ai bisogni e alla loro soddisfazione. Penso al rapporto madre-figlio, infermiera-paziente, ecc.: qui l’autonomia dell’individuo crolla completamente, c’è autorità, c’è riproduzione, c’è dipendenza, c’è bisogno. Infatti non è solo questione di rivendicare dei diritti, ma anche di riconoscere dei bisogni. Il diritto tende a negare che siamo tutti reciprocamente dipendenti da qualcuno e accentua la dipendenza di persone che sono diverse, perché il riferimento principale è l’individuo autonomo. Infatti, noi assistiamo al paradosso di politiche del lavoro, sociali e famigliari che operano con una concezione dell’individuo indipendente, cioè di colui che opera sul mercato del lavoro libero da impegni famigliari. In realtà, la possibilità stessa di questo individuo di agire sul mercato (mi ricollego qui a quello che ho detto all’inizio) dipende dal lavoro di cura, dal lavoro riproduttivo di qualcuna che, viceversa, è concepita come dipendente, sovente dal salario altrui.

Diversamente dalle teoriche del dono[13], non mi pare possibile tornare a valorizzare la gratuità dello scambio. E nemmeno valorizzare a mezzo denaro quelle attività misconosciute che vengono messe sotto il termine «cura». La posta in gioco non è nemmeno quella di trovare misure di inclusione, di considerare le donne come uno specifico: si tratta invece di prendere in considerazione le caratteristiche della vita e della memoria storica di donne, per produrre un’idea di società per intero, a partire dalla loro posizione strategica e dalla complessità di questa loro vita. L’inchiesta operaia prevedeva il contatto e la conoscenza con i soggetti della produzione per la costruzione di un progetto politico e organizzativo. Oggi le donne dimostrano che un altro mondo è possibile, senza che si passi per la necessità di una costruzione della conoscenza dei rapporti di sfruttamento: tutto è evidente, basta volerlo vedere, basta il «partire da sé». Secondo Alain Touraine «le donne sono, per così dire, avvantaggiate perché oggi fare politica significa riconciliare pubblico e privato. Le rivendicazioni femminili sono globali, hanno un discorso inclusivo»[14].



Note [1]Raniero Panzieri (1921-1964), teorico marxista, è uno dei fondatori dell’operaismo. Fondò la rivista Quaderni Rossi, con altri, tra cui Mario Tronti, il quale si separò nel 1963 fondando la rivista Classe Operaia. [2] Panzieri R, Uso socialista dell'inchiesta operaia, in Merli S. (a cura di), Spontaneità e organizzazione. Gli anni dei Quaderni Rossi 1959-1964. Scritti scelti, BFS edizioni, Pisa, 1994. Reperibile anche al link https://transversal.at/transversal/0406/panzieri/it [3] Cfr. Chisté L., Del Re A., Forti E., Oltre il lavoro domestico, Milano, Feltrinelli, 1979 [4] «Ormai dobbiamo considerare più da vicino quella merce peculiare che è la forza-lavoro. Essa ha un valore, come tutte le altre merci. Come viene determinato?» […] «Il valore della forza-lavoro, come quello di ogni altra merce, è determinato dal tempo di lavoro necessario alla produzione e, quindi anche alla riproduzione, di questo articolo specifico. In quanto valore, anche la forza-lavoro rappresenta soltanto una quantità determinata di lavoro sociale medio oggettivato in essa. [...] Quindi la produzione di essa presuppone l’esistenza dell’individuo. Data l’esistenza dell’individuo, la produzione della forza-lavoro consiste nella riproduzione, ossia nella conservazione di esso. Per la propria conservazione l’individuo vivente ha bisogno di una certa somma di mezzi di sussistenza. Dunque il tempo di lavoro necessario per la produzione della forza-lavoro si risolve nel tempo di lavoro necessario per la produzione di quei mezzi di sussistenza; ossia: il valore della forza-lavoro è il valore dei mezzi di sussistenza necessari per la conservazione del possessore della forza-lavoro. [...] Ma nell’attuazione della forza-lavoro, nel lavoro, si ha dispendio di una certa quantità di muscoli, nervi, cervello, ecc. umani, la quale deve a sua volta esser reintegrata. Questo aumento d’uscita esige un aumento d’entrata. Se il proprietario di forza-lavoro ha lavorato oggi, deve esser in grado di ripetere domani lo stesso processo, nelle stesse condizioni di forza e salute». […] «La somma dei mezzi di sussistenza deve dunque essere sufficiente a conservare l’individuo che lavora nella sua normale vita, come individuo che lavora». Il proprietario di questa forza-lavoro, però, non solo spreca energie nel lavoro, ma è anche mortale. «Dunque, se la sua presenza sul mercato deve essere continuativa, come presuppone la trasformazione continuativa del denaro in capitale, il venditore della forza-lavoro si deve perpetuare, “come si perpetua ogni individuo vivente, con la procreazione”» […] «Le forze-lavoro sottratte al mercato dalla morte e dal logoramento debbono esser continuamente reintegrate per lo meno con lo stesso numero di forze-lavoro nuove. Dunque, la somma dei mezzi di sussistenza necessari alla produzione della forza-lavoro include i mezzi di sussistenza delle forze di ricambio, cioè dei figli dei lavoratori, in modo che questa razza di peculiari possessori di merci si perpetui sul mercato» Marx K., Il Capitale, Roma, Editori Riuniti, 1956, 1, I, pp. 186-189. [5] Tutto un filone di femminismo marxista italiano (penso a Mariarosa Dalla Costa, ad Antonella Picchio, io stessa ed altre) aveva definito già negli anni Settanta la riproduzione delle persone un lavoro. All’inizio del 2012, una sentenza del giudice del lavoro di Venezia, Margherita Bortolaso (non a caso una donna), ha definito una casalinga «lavoratrice non dipendente» concedendo al marito il congedo parentale per la cura dei figli in quanto «entrambi i coniugi lavorano». Il marito, poliziotto, si era visto negare questo permesso dal suo datore di lavoro, il Ministero dell’Interno, di qui la causa di lavoro. Quindi, la definizione del lavoro domestico come lavoro, e della casalinga come lavoratrice, oggi ha anche una sanzione giuridica. Un’idea che ha fatto strada. [6] Boeri, T., Burda, M.C. and Kramarz, F. (a cura di), Working Hours and Job Sharing in the EU and USA, Oxford University Press, Oxford, 2007 [7] Zanini A., Marx: un’introduzione alla critica dell’economia politica in Roggero G., Zanini A. (a cura di), Genealogie del futuro, Ombre corte, Verona, 2013, pp. 13-27. [8] Tronto J., Cura e politica democratica in «La società degli individui», n.38, 2010,, pp.34-42 individua quattro fasi della cura: 1) uno è interessarsi a (caring about), che richiede la qualità morale dell’attenzione e una sospensione del proprio interesse; 2) prendersi cura (taking care of), un’assunzione di responsabilità nei confronti degli altri; 3) prestare cura (care leaving), che significa svolgere un lavoro che richiede competenza; 4) ricevere cura (care receiving), perché ci deve essere una risposta della persona di cui ci si è presi cura, e questa risposta deve essere valutata con responsabilità. [9] Cfr. Chisté L., Del Re A., Forti E., op. cit. [10] Ferrera M., Il fattore D, Mondadori, Milano, 2008; Gosta Esping-Andersen, La rivoluzione incompiuta. Donne, famiglie, welfare, il Mulino, Bologna, 2011. [11] Curcio A., La riproduzione del possibile. Oltre il lavoro, oltre la famiglia, intervista a Kathi Weeks in www.uninomade.org. Non più reperibile. [12] Leccardi C., Sociologie del tempo. Soggetti e tempo nella società dell'accelerazione, Laterza, Roma, 2009, p. 8. [13] Per tutte: Vaughan G., For Giving. A Feminist Criticism of Exchange, Plain View Press. Austin, 1997. [14] Cfr. «la Repubblica», 30 luglio 2012, p. 21.



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Alisa Del Re è studiosa Senior dell’Ateneo patavino, ha insegnato Scienza della Politica dal 1968 al 2013 (anno della pensione) all’Università di Padova e per alcuni anni all’Università di Paris VIII (Parigi). Nel 2008 ha fondato il Centro interdipartimentale di ricerca: studi sulle politiche di genere (CIRSPG) che ha diretto fino al 2013. I suoi principali interessi di ricerca riguardano la cittadinanza sociale, le politiche famigliari, le trasformazioni socio-economiche e demografiche, la cittadinanza politica delle donne e i rapporti tra genere e politica locale.

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