Il «qui e ora» di Pasquale Vilardo




Quasi otto settimane fa, a mal contare, Barbara, una compagna di oltre una generazione più giovane, mi avvertiva, via Internet, che la campana aveva di nuovo suonato i rintocchi per noi della famiglia di Potere operaio romano; anzi per noi della Ur-Familie, quella del Movimento studentesco del ’68 romano.

La campana avvertiva della morte di Pasquale, l’avvocato Pasquale Vilardo, il compagno Pasquale che aveva, per buona parte, attraversato la vita sua da intellettuale comunista.

Il comunismo di Pasquale non era certificato dall’adesione a qualche ideologia settaria e meno che mai a una organizzazione estremista.

Il comunismo di Pasquale era prima di tutto un costume, un modo di vivere la condizione umana.

Mi è occorso del tempo per trovare parole con le quali registrare la nuova normalità definita dall’assenza.

Era malato da tempo, ma negli ultimi mesi, a sentire Barbara, la sua salute era ormai compromessa. Era nato a Rota Greca, un antico borgo, prima grecanico e poi arberesh, perduto tra le rupi, nella Calabria premotana; aveva conservato un rapporto profondo con il «genius» e le vicissitudini del luogo d’origine.

Da studente universitario, alla Sapienza di Roma, aveva partecipato al «lungo ’68»; e subito dopo, alla stagione indimenticabile dell’alleanza tra giovani operai meridionali e studenti universitari, alleanza che ha segnato per sempre la storia d’Italia.

Conseguita la laurea, divenne, giovanissimo, uno dei fondatori del Soccorso Rosso, una agenzia volta a difendere i militanti dalla violenza dei gendarmi e dalle accuse delle varie Procure.

Il comunismo di Pasquale, giova ripeterlo, era mite; non presupponeva lo scambio di equivalenti mercantili; non era una lotta per conseguire l’uguaglianza nella appropriazione delle merci; né una Ultima Thule da raggiungere con una marcia plurisecolare.

Piuttosto, era un modo di vivere dove mezzo e fine si convertono l’uno nell’altro, un comunismo direi immediato, alla Bogdanov, da vivere subito «qui e ora» esaltando le diversità che sono il contrario delle ineguaglianze – insomma «unicuique suum».

Negli ultimi due anni, Pasquale e io avevamo lavorato alla ricostruzione del concetto di «individuo sociale» come brevemente delineato nelle opere giovanili di Marx, in particolare nei Manoscritti.

Marx definisce l’individuo sociale come colui che possiede una coscienza enorme, una «coscienza all’altezza della specie umana».

Pasquale ha messo in rilievo come, per dare «carne e ossa» a questa figura, per renderla concreta, occorre riprendere i temi della tradizione anarchica; in primo luogo quella prassi di totale e frontale sovversione di ogni forma statuale – da realizzare non già con la lotta armata ma con la costruzione «qui e ora» di comunità rette sul principio «da ciascuno secondo la sua capacità a ciascuno secondo il suo bisogno».

Questi e molti altri ancora erano i pensieri di Pasquale Vilardo; e queste scarne righe sono state scritte nell’intento di rendergli onore.


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