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Guerra o rivoluzione: una disgiunzione esclusiva

Prefazione all’edizione spagnola del libro di Maurizio Lazzarato




Guerra o rivoluzione è il titolo del libro di Maurizio Lazzarato (pubblicato in estate nella collana Input di DeriveApprodi). In questa prefazione all’edizione spagnola del volume, Jun Fujita Hirose fa notare che – seguendo le argomentazioni dell’autore – questa «disgiunzione esclusiva» si pone non solo nei periodi di transizione, «ma ogni volta che la valorizzazione del capitale industriale si scontra con le sue barriere endogene». Il testo che qui pubblichiamo, oltre a costituire una perspicua sintesi delle principali linee teorico-politiche del libro, è un fecondo dialogo con le tesi presentate da Lazzarato.


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Così come ci sono volute due guerre mondiali per porre fine al ciclo di accumulazione del capitale sotto l’egemonia inglese, oggi, alla fine del ciclo nordamericano, stiamo assistendo con la guerra in Ucraina allo scoppio di una nuova serie di guerre tra imperialismi. Questa situazione attuale ci spinge, con urgenza, a fare nostra la strategia rivoluzionaria definita da Lenin e dalla sinistra di Zimmerwald nel 1914-15, vale a dire, quella di «trasformare la guerra imperialista tra i popoli in una guerra civile delle classi oppresse contro i loro oppressori». Questo è l’impegno congiunturale del titolo di questo libro: Guerra o rivoluzione.

Ma l’autore aggiungerebbe subito che, nel mondo capitalista, questa disgiunzione esclusiva, «guerra o rivoluzione», si pone non solo nei periodi di transizione ciclica, cioè negli interregni egemonici, ma ogni volta che la valorizzazione del capitale industriale si scontra con le sue barriere endogene. Vale la pena tornare al famoso schema di Marx nel volume III del Capitale: «La produzione capitalistica tende continuamente a superare queste barriere immanenti, ma riesce a superarle unicamente con dei mezzi che la pongono di fronte a quelle stesse barriere su scala nuova e più alta» (Terza sezione, cap. XV). Quali sono i «mezzi» a cui ricorre il capitalismo per superare le sue barriere immanenti? Sono le guerre, risponderebbe con fermezza Maurizio Lazzarato. E quando il capitalismo si scontra contro queste barriere? La risposta, questa volta, è già data nelle righe citate: lo fa tutto il tempo, poiché non le oltrepassa senza imbattersi immediatamente in esse, riprodotte su scala allargata. Secondo Lazzarato, la frase marxiana dice che il capitale industriale continua a valorizzarsi solo se accompagnato da un ininterrotto susseguirsi di guerre.

Quali sono queste «stesse» barriere che continuano a imporsi nuovamente al capitale industriale nel suo processo di riproduzione allargata? Secondo Marx, sono quelle della caduta tendenziale del saggio di profitto. Come le supera il capitale industriale? Lo fa aumentando ogni volta la massa del profitto. E Lazzarato fa notare che sono solo le guerre a permettere tale aumento. Qualsiasi modesto aumento del profitto o del plusvalore in termini assoluti richiede una guerra schiavista, coloniale, classista, patriarcale (sessista o di genere), razzista o ambientale. È in questo senso che il filosofo italiano parla di «identità di produzione e distruzione» sotto il capitalismo, cioè dell’identità della produzione capitalistica con la distruzione della guerra. Ma solo che questa identità si nasconde nel feticismo della merce.

Detto questo, il nostro autore precisa che chi organizza e fa le guerre non è il capitale industriale stesso, ma lo Stato. Con riferimento alle teorie femministe contemporanee (Silvia Federici e Verónica Gago, in particolare), sostiene che anche le «violenze» di genere o razzista, sia corporee che discorsive, non sono altro che forme personalizzate delle guerre di Stato (qui ci si deve riferire anche a Rita Segato e Raquel Gutiérrez Aguilar, tra le altre). Nel paragrafo sopra citato, lo stesso Marx aggiunge che «la vera barriera della produzione capitalistica è il capitale stesso». Cioè, il capitale industriale, per se stesso, non può che ostacolare il proprio cammino di valorizzazione. È lo Stato, in quanto organizzatore delle guerre, che fa piazza pulita e permette al capitale industriale di far retrocedere incessantemente il suo limite assoluto, sostituendolo con limiti relativi, superabili. Per questo motivo, il libro ci propone di pensare al capitalismo dal punto di vista della “macchina Stato-capitale” e non solo del capitale.

La disgiunzione esclusiva «guerra o rivoluzione» ci colloca sul terreno della politica. La politica è l’atto di tagliare. Lo Stato è politico, nel senso che non cessa di operare tagli o divisioni nella popolazione umana e non umana attraverso guerre per tagliare o inibire la tendenza del capitale industriale a precipitare verso il suo limite assoluto. E la rivoluzione è politica, nella misura in cui taglia o rompe la connessione macchinale tra lo Stato e il capitale industriale per tagliare o interrompere il processo di riproduzione allargata di quest’ultimo e la catena di guerre che necessariamente lo accompagna. Lo Stato non smette di tagliare o reprimere le forze rivoluzionarie sviluppando guerre contro di loro, mentre la rivoluzione taglia o tronca la successione dei tagli controrivoluzionari, facendo sì che le guerre di stato si rivoltino contro se stesse. Se lo Stato taglia, la rivoluzione taglia quel taglio.

La concorrenza nei mercati implica una doppia guerra orchestrata dallo Stato. Da un lato, costituisce il focolaio delle guerre di classe personalizzate e, in particolare, di quelle fasciste che abbiamo sopra menzionato. Dall’altro lato, è essa stessa un effetto di altri tipi di guerre di Stato, che consistono nel consolidare le classi monopolistiche. Anche nel neoliberismo, promosso dai suoi ideologi (per eccellenza, la scuola di Chicago) come sviluppo pacifico di una società di libera concorrenza, lo Stato non ha cessato di organizzare guerre militari e finanziarie per rinsaldare la natura monopolistica del capitalismo e rafforzare la divisione tra le classi monopolistiche e quelle condannate a una concorrenza permanente. Il famoso slogan «Siamo il 99%» può smettere di essere un significante vuoto e radicarsi in una materialità tangibile solo quando lo poniamo in questi termini. Se è vero che è essenziale creare una «nozione comune» alle classi in concorrenza (il «99%», la «moltitudine», ad esempio) per portarle oltre le guerre di classe, sempre più gravi, tra di loro, non è meno vero, per Lazzarato, che ogni nozione comune rimarrebbe puramente virtuale, inoperante, se non la forgiamo sottoponendola alla prova della realtà delle guerre di Stato contro la popolazione, visto che sono queste ultime che provocano e continuano a provocare le guerre fratricide e sororicide all’interno della popolazione.

Il XX secolo è stato sia statunitense che rivoluzionario. La macchina Stato-capitale nordamericana ha stabilito e mantenuto la sua egemonia sul mercato mondiale, mentre la rivoluzione russa ha messo in moto una serie di rivoluzioni anticoloniali nel Sud globale. Tuttavia, come sappiamo, tutte quelle rivoluzioni, anche quella russa, hanno finito col restaurare lo Stato e, di conseguenza, la macchina Stato-capitale, portandoci alla situazione attuale, in cui le nuove potenze imperialiste del Sud, capeggiate dalla Cina, vanno in guerra contro quelle vecchie del Nord, alleate sotto il comando degli Stati Uniti. In questo senso Lazzarato dà ragione a Lenin, il quale diceva che «dobbiamo abolire lo Stato». Questo libro invita i popoli oppressi del XXI secolo a convertire tutte le guerre attualmente in corso, esterne o interne, imperialiste o fasciste, in una guerra civile transnazionale contro gli Stati. Il nostro autore non sarebbe così lontano come pare credere da Gilles Deleuze e Félix Guattari, la cui «schizoanalisi» consisteva nell'attivare il divenire-rivoluzionario delle persone nel mezzo di ogni rivoluzione per evitare che la rivoluzione finisse col resuscitare lo Stato.



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Jun Fujita Hirose, filosofo e critico cinematografico, è professore di ruolo all’Università Ryukoku (Kyoto). Le sue ricerche vertono principalmente sul cinema, sul pensiero politico, sullo sviluppo della società capitalistica e sui movimenti sociali contemporanei. Tra le sue pubblicazioni in italiano, va ricordato il recente Come imporre un limite assoluto al capitalismo? (ombre corte, 2022).

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