Evento e struttura in Marx

Note su La guerra civile in Francia


Massimo Di Felice – Manolo Luppichini, La Chiesa dell’Elettrosofia, 1995


Il concetto di rivoluzione non viene elaborato in modo specifico nelle opere di Marx: si potrebbe dire, sostiene Franco Berardi Bifo, che quello di rivoluzione non è neppure un concetto, per lui: è un evento difficilmente concettualizzabile in termini strutturali. Ne parla negli scritti storici, nel Manifesto del partito comunista e ne La guerra civile in Francia. Questo breve documento, pubblicato a Londra nel 1871, raccoglie tre discorsi tenuti al Consiglio generale dell’Internazionale. Le pagine centrali del pamphlet sono dedicate alla Comune di Parigi, di cui in questi giorni ricorrono i 150 anni: in presa diretta Marx ne coglie la straordinaria novità, come manifestazione autonoma della classe operaia in quanto soggetto politico. La Comune durò meno di cento giorni, eppure marcò in modo profondo l’immaginazione politica del secolo successivo, fino ad arrivare ai giorni nostri. Quell’esperimento, «forma politica finalmente scoperta», non è la manifestazione di una tendenza implicita ma un evento imprevedibile, in quanto la struttura non implica necessariamente ogni evento. Marx lo capisce, perché non era un determinista e neppure un dottrinario bisbetico, un dogmatico credente nella necessità storica. Centocinquant’anni dopo, ripercorriamo con Bifo quel viaggio incantato alla scoperta di qualcosa che non ci aspettiamo.


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Marx non ha parlato molto di rivoluzione. Il concetto di rivoluzione non viene elaborato in modo specifico nelle sue opere. Oserei dire che quello di rivoluzione non è neppure un concetto, per lui: è un evento che difficilmente si può concettualizzare in termini strutturali.

Di rivoluzione Marx parla nel Manifesto comunista del 1848, e ne La guerra civile in Francia. Anche se il Manifesto è più conosciuto, l’altro scritto è rilevante in quanto giudizio maturo sullo sviluppo della forza politica della classe operaia.

Per quanto le sue opere precedenti fossero largamente note e il suo nome rispettato dagli insorti della Comune, Marx non influenzò direttamente gli eventi del 1871. Le teorie cospiratorie Blanqui e le utopie anarchiche di Proudhon erano più diffuse nella formazione politica dei comunardi. Ma questo non ha molta importanza, per Marx: sa che la lotta di classe è un divenire spontaneo più che un processo coscientemente diretto, e sa che l’emancipazione possibile del tempo umano dalle catene del lavoro salariato non dipende soltanto della dinamica strutturale del conflitto sociale, ma dipende anche dall’emergere imprevedibile degli eventi.

Il compito che Marx assegna a se stesso è quello dell’interpretazione degli eventi come espressione di una dinamica immanente, che trascende la coscienza degli attori e la capricciosa variabilità degli eventi. Nonostante il ruolo decisivo che Marx svolse nella creazione e nella direzione dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, il suo profilo non è tanto quello di un leader politico, di qualcuno che dirige il movimento e si rivolge alle folle dei rivoltosi. È piuttosto il profilo di un interprete dei segni, che collega lo sviluppo della struttura immanente con l’evoluzione della soggettività sociale.

La biografia di Marx, e anche la sua opera, girano attorno a due compiti differenti e qualche volta anche divergenti: il primo è quello di costruire un edificio teorico, il secondo quello di partecipare ai conflitti storici del suo tempo, con un interesse speciale per le prime manifestazioni del nuovo attore politico e sociale, la classe operaia. Gli scritti teorici a cui ha dedicato la sua energia intellettuale, particolarmente Il Capitale e i Grundrisse, oltre ai testi filosofici giovanili, vanno letti come il tentativo di estrapolare tendenze storiche destinate a prevalere nel lungo periodo, mentre i testi occasioni scritti nel contesto degli accadimenti vanno letti in relazione ai dibattiti intellettuali e politici del suo tempo.

Marx non fu solo un filosofo, ma, in coerenza con la sua undicesima tesi su Feuerbach, fu anche un giornalista, un organizzatore politico e un polemista, in qualche modo dunque un attivista. Alcuni dei suoi libri sono collezioni di articoli (Lavoro salariato e capitale fu pubblicato dapprima nella «Neue Rheinische Zeitung» nel 1847), altri sono discorsi pronunciati davanti a un pubblico operaio (Salario, prezzo e profitto è la trascrizione di un discorso tenuto alla riunione della Prima Internazionale nel giugno del 1865).

Il testo intitolato La guerra civile in Francia, pubblicato a Londra il 13 giugno del 1871, è un breve documento di trentacinque pagine, che risulta dalla raccolta di tre discorsi tenuti al Consiglio generale dell’Internazionale in tre momenti differenti. Scritti originariamente in inglese, i testi sono ispirati dagli eventi che si stanno svolgendo a Parigi tra il 1870 e il 1871: eventi che culminarono nell’esperienza della Comune di Parigi. Il pamphlet contiene considerazioni sulla guerra franco-prussiana, sull’insurrezione di Parigi, sul tradimento del governo di Thiers e su molti altri dettagli. Ma le pagine centrali sono quelle dedicate all’esperienza della Comune: un apprezzamento della sua novità come manifestazione autonoma della classe operaia in quanto soggetto politico. Negli anni successivi alla prima pubblicazione il pamphlet fu tradotto in francese, tedesco, russo, italiano, spagnolo, olandese, fiammingo, croato, danese e polacco, e rilanciato da diversi giornali.

La novità assoluta dell’esperienza parigina che durò meno di cento giorni, eppure marcò in modo profondo l’immaginazione politica del secolo successivo, è percepita con chiarezza da Marx. Anche se una larga parte del testo è concentrato sugli accadimenti politici e militari, quel che più interessa Marx è il contenuto sociale dell’attività quotidiana dei comunardi, particolarmente la promulgazione di misure per il miglioramento della vita collettiva. Il giorno per giorno della Comune viene infatti segnato dalla promulgazione di leggi che gettano le basi per una trasformazione socialista della produzione e della vita collettiva. In una pagina del testo Marx sintetizza i primi passi della Comune:

[…] «la bandiera della Comune è la bandiera della repubblica mondiale». Il primo aprile venne deciso che lo stipendio più elevato di un impiegato della Comune, compreso dunque quello dei suoi stessi membri, non dovesse superare 6000 franchi. Il giorno seguente la Comune decretò la separazione della Chiesa dallo Stato e l’abrogazione di tutti i versamenti dello Stato a scopi religiosi, come pure la trasformazione di tutti i beni ecclesiastici in patrimonio nazionale; in seguito a ciò l’8 aprile fu deciso di dare il bando dalle scuole a tutti i simboli religiosi, immagini, dogmi, preghiere, insomma a «tutto ciò che appartiene al campo della coscienza individuale», e la misura venne a poco a poco applicata. Il giorno 5, in risposta alle fucilazioni, che si rinnovavano ogni giorno, dei combattenti della Comune fatti prigionieri dalle truppe di Versailles, fu emanato un decreto circa l’arresto di ostaggi, ma non venne mai eseguito. Il 6 fu tirata fuori la ghigliottina con l’aiuto del 137° battaglione della Guardia nazionale, e bruciata in pubblico tra alte grida di giubilo popolare. Il 12 la Comune decise di abbattere la colonna della vittoria di Piazza Vendôme, fusa dopo la guerra del 1809 con i cannoni presi da Napoleone, ed eretta come simbolo dello sciovinismo e dell’odio tra i popoli. La cosa venne fatta il 16 maggio. Il 16 aprile la Comune ordinò una statistica delle fabbriche lasciate inoperose dagli industriali, e la elaborazione di progetti per l’esercizio di queste fabbriche a mezzo degli operai fino allora occupati in esse, da riunirsi ora in società cooperative, e per l’organizzazione di queste società in una grande unione. Il 20 essa abolì il lavoro notturno dei fornai, come pure la registrazione degli operai esercitata a partire dal Secondo Impero esclusivamente per mezzo di soggetti nominati dalla polizia, autentici sfruttatori degli operai. La registrazione venne affidata ai municipi dei venti mandamenti di Parigi. Il 30 aprile ordinò l’abolizione delle case di pegno, che non erano se non uno sfruttamento privato degli operai, in contraddizione col diritto degli operai ai loro strumenti di lavoro e al credito. Il 5 maggio decretò la demolizione della cappella espiatoria costruita in ammenda della esecuzione capitale di Luigi XVI.


Per la prima volta nella storia il problema del lavoro, particolarmente la riduzione del tempo di lavoro, viene al centro della cultura progressiva che si sta formando. Al tempo stesso per la prima volta nella storia l’evoluzione della lotta di classe affronta consapevolmente il problema dello Stato. Questi due livelli, trasformazione sociale del rapporto tra lavoro e capitale e trasformazione socialista dello Stato, vanno esaminati in maniera differente. Il primo concerne la dimensione strutturale che Marx ha esplorato nei suoi testi teorici, la contraddizione fondamentale tra lavoro e capitale, la caduta tendenziale del tasso di profitto e la possibile emancipazione della vita sociale dal lavoro salariato, che si inscrive nell’evoluzione dell’intelletto generale. Il secondo livello concerne la dimensione dell’evento: la volontà individuale e il consenso sociale non possono ridursi a dinamiche strutturali. Questa dimensione sfugge all’analisi strutturale, e apre la porta alla sfera imprevedibile dell’autonomia soggettiva.

Venti anni dopo la Comune, e nove anni dopo la morte di Karl Marx, nella Introduzione alla nuova edizione de La guerra civile in Francia, Friedrich Engels scrive: «Il 28 maggio gli ultimi combattenti della Comune soccombevano a forze preponderanti sulla collina di Belleville, e non più di due giorni dopo, il 30, Marx leggeva al Consiglio generale lo scritto nel quale l’importanza storica della Comune di Parigi è espressa in tratti concisi, potenti e soprattutto così veri, come non si è più riusciti a fare in tutta la enorme letteratura su questo argomento». Riflettendo sull’esperienza della Comune Engels dice che essa «dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una volta giunta al potere, non può continuare a governare la vecchia macchina dello Stato, che la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere appena conquistato, da una parte deve eliminare tutta la vecchia macchina repressiva già sfruttata contro di essa, e dall’altra deve assicurarsi contro i propri deputati e impiegati, dichiarandoli senza nessuna eccezione e in ogni momento revocabili».

Engels si stava ponendo il problema che più tardi cercò di risolvere Lenin, nel bene e nel male: il problema della relazione tra la struttura e l’evento, tra la dinamica iscritta nel processo generale di produzione (che conduce alla riduzione del tempo di lavoro e all’emancipazione della società dal lavoro salariato), e le imprevedibili svolte della soggettività sociale e della volontà politica. Lenin enfatizzerà l’azione non determinata della volontà politica, e Gramsci infatti, in un articolo pubblicato il 24 novembre del 1917 sul giornale socialista «Avanti», saluta la Rivoluzione bolscevica come una rivoluzione contro il Capitale nel doppio senso dell’espressione. Un evento che rompe la catena strutturale concettualizzata da Marx. L’evento della Rivoluzione russa, come l’evento della Comune di Parigi, non è predicibile in quanto non è uno sviluppo necessario della dinamica strutturale iscritta nel processo di produzione. Inoltre Gramsci vuole dire che la Rivoluzione russa si può considerare come una violazione o come una refutazione della convinzione di Marx che la rivoluzione socialista si deve sviluppare per prima nei paesi industriali più avanzati. Allo stesso modo la Comune non è la manifestazione di una tendenza implicita, ma un evento imprevedibile. L’evento e la struttura non si possono descrivere in termini di implicazione reciproca necessaria. La struttura non implica necessariamente ogni evento.

Secondo quanto scrive Franz Mehring, nella primavera del 1871 la polizia di Parigi fece circolare un rapporto secondo cui Marx aveva espresso il suo dissenso dai comunardi, particolarmente per la ragione che erano più concentrati su questioni politiche che su questioni sociali. Subito dopo Marx rispose con un articolo pubblicato su «The Times», in cui accusava il rapporto di polizia di essere una fabbricazione insolente, una fake news per intenderci. In quanto persona eticamente motivata, come militante politico Marx si sentiva impegnato completamente nel sostegno alla Comune di Parigi. Ciononostante quel rapporto di polizia non è completamente privo di senso. Un flic intelligente che magari aveva letto i testi teorici di Karl Marx poteva ragionevolmente intuire che il severo filosofo non era d’accordo con la simbologia politica dei comunardi e poteva dunque disconoscere l’evento in nome delle previsioni strutturali implicite nella sua teoria. Marx però non era un determinista e neppure un dottrinario bisbetico. Non si aspettava affatto che l’evento storico dovesse coincidere con l’analisi strutturale e con le sue predizioni. Non era un dogmatico credente nella necessità storica.

Nel libro Communal Luxury Kristin Ross nota che per Marx «quel che contava di più della Comune non erano gli ideali da realizzare, ma l’esistenza di quell’esperimento. Sottolineava che gli insorti non avevano un modello astratto della società a venire. La Comune era un laboratorio funzionante di invenzioni politiche […] nei giorni della Comune Parigi non voleva essere la capitale della Francia ma un collettivo autonomo in una federazione universale dei popoli»[1]. In effetti Marx scrive:

La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre par dècret du peuple. Sa che per realizzare la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese.


In La Commune, Histoires et souvenirs [2] Louise Michel racconta: «Una notte non so come capitò che noi due fossimo soli nella trincea di fronte alla stazione: l’ex Zuavo pontificio e io, con due fucili carichi […] fummo incredibilmente fortunati che la stazione non fosse attaccata quella notte […] mentre stavamo svolgendo il servizio, andando avanti e indietro nella trincea, lui mi disse a un tratto: che effetto ha su di te la vita che stiamo facendo? E io gli dissi, be’, l’effetto è quello di vedere che fronte a noi c’è un porto che dobbiamo raggiungere. E lui mi rispose: l’effetto che provo è quello di uno che sta leggendo un libro di avventure illustrato. Continuiamo a camminare avanti e indietro nella trincea nel silenzio».

In questa scena, in questa breve conversazione possiamo leggere una metafora del movimento rivoluzionario futuro che nel Ventesimo secolo era destinato a scuotere il mondo. Una appassionata intellettuale cammina insieme a un soldato del Vaticano che ha disertato i ranghi della coalizione filo-francese per unirsi alla guardia di quello strano esperimento un po’ fuori del mondo che non si era mai visto prima della Comune dei lavoratori. E lui chiede: qual è il senso dell’esperienza che stiamo vivendo? E lei risponde come un’intellettuale, come una militante politica: siamo su una barca e stiamo cercando di raggiungere il porto, per coprire e costruire una nuova terra, un nuovo mondo. Il soldato Zuavo scuote la testa, sorride, poi risponde francamente: no, no, per me è come leggere quei libri illustrati che descrivono panorami inimmaginabili ed eccitanti vie di fuga.

In questo notturno dialogo si possono trovare i semi di due approcci differenti alla storia che hanno attraversato il Ventesimo secolo. Cos’è la storia, lo sforzo di raggiungere un porto, o un viaggio incantato alla scoperta di qualcosa che non ci aspettavamo?

[1] K. Ross, Communal Luxury, Verso, London 2015, p. 11. [2] La Decouverte, Paris 2005, p. 170, prima pubblicazione nel 1898.

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