Contro la forma-stato del Novecento

Per il potere politico dei territori



Questo testo di Lanfranco Caminiti sull’essenza del capitalismo odierno fa da «prologo» alle ragioni di un suo possibile superamento a partire da una conquistata indipendenza politica dei territori dallo Stato centrale. Per contribuire a comprendere l’impianto discorsivo a riguardo si rimanda a due pampleth recentemente pubblicati da DeriveApprodi nella collana «Input»: Lanfranco Caminiti, Perché non possiamo non dirci «indipendentisti» e Antudo.info, Si resti arrinesci. Per fermare l’emigrazione dalla Sicilia.


* * *


1.

I gloriosi trent’anni europei – quel periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino alla fine degli anni Settanta – sono stati una parentesi felice nel duro ciclo secolare del capitalismo. Una parentesi lunga nel secolo breve. La ricostruzione – dopo la distruzione profonda della guerra – degli apparati produttivi, di quartieri e città, delle scuole, di porti e linee ferroviarie, gli investimenti massicci nell’industria, la modernizzazione dell’agricoltura, gli stanziamenti per le aree depresse, le invenzioni nella meccanica e nella chimica, una maggiore facilità di accesso al credito, il carattere massivo e di massa che assumevano la produzione e il consumo, la formazione diffusa, la sanità pubblica, la mobilità sociale verso l’alto, una maggiore distribuzione di ricchezza, una fiscalità progressiva, e mille altri fenomeni minuti e profondi, nei costumi, nelle abitudini, nell’idea stessa di vita quotidiana e di futuro possibile, nei linguaggi espressivi della cultura – tutto questo è stato il frutto di una irripetibile combinazione tra profitto del capitale e interesse sociale. Irripetibile combinazione non fortuita, certo, ma risultato per un verso dell’enorme quantità di valore che veniva prodotta e del lavoro necessario; per un altro del bisogno di appagare le richieste sociali per evitare che scivolassero pericolosamente verso «il comunismo» (in un mondo bipolare), e della forza progressiva che si andava accumulando e dispiegando dentro i meccanismi di riproduzione sociale: in una parola, un «uso» reciproco – con obiettivi diversi e oppositi – della produzione, ma dentro la stessa forma di rappresentazione politica degli interessi: la democrazia, lo Stato. Ne facevano fede i «mitici» paesi del nord-Europa, con il loro benessere e le loro libertà, le cogestioni tra socialdemocratici e cattolici popolari, i laburismi variamente declinati, la capacità, anche dall’opposizione, di indicare indirizzi di governo. Quest’uso reciproco della produzione si è spezzato quando i margini di erosione del profitto che l’autonomia del lavoro e della società acquisivano si sono sovrapposti alla incapacità del sistema di generarne ancora significativamente. La reciprocità era finita: o usava l’uno o usava l’altro.

Quel mondo, quel capitale, quella composizione di classe, quel profitto, quella società – non esistono più. Ne viene che anche quella forma della rappresentanza politica, quella democrazia e quello Stato non esistono più. E non si può vivere oscillando tra la romanticheria nostalgica di un tempo che non c’è più (un racconto intorno al fuoco, come quando si raccoglievano denti di drago) e l’affacciarsi al futuro in nome di un passato che si vorrebbe non fosse mai passato.


2.

Il capitalismo, variamente articolato, che domina ormai il mondo e che trova – ahinoi – un’unica opposizione totale, assoluta in una forma oscura di comunitarismo religioso, è finalmente libero da lacci e lacciuoli – ovvero è tornato a essere quello che è sempre stato: potremmo perciò dire che l’unica crisi del capitalismo che abbiamo conosciuto è stata quella dei gloriosi trent’anni. È il capitalismo di sempre, benché lo si sia appellato con vari aggettivi (di Stato, tardo, post-moderno, post-industriale, post-fordista, finanziario, tecno, turbo eccetera) come se questi cambiassero la sua «natura»: ovvero, il sistema produttivo e riproduttivo finalizzato a trarre maggior profitto possibile dall’investimento di denaro (poco importa se in armi nucleari, bottoni di madreperla, futures e swap, coltivazione di oppiacei e suoi derivati) a mezzo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Sfruttamento materialissimo, anche se la merce in cui si condensa e rapprende il lavoro – e quindi il suo valore estratto e tradotto in quell’equivalente generale che è il denaro – è immateriale. Sfruttamento che si realizza nell’intera società e nel suo scambio ineguale denaro-lavoro sotto varie forme e tempi, in una compresenza di attività da smart a schiaviste, durante tutta la giornata lavorativa sociale.

Potremmo dire perciò che i successivi decenni, che vanno dagli anni Ottanta a oggi – scanditi dalla reaganomics, dalla deregulation, dal thatcherismo, dal blairismo, dalla «terza via», dal neo-liberismo e accelerati dalla reale e simbolica caduta del muro di Berlino – sono stati caratterizzati dall’ininterrotta «reconquista» operata dal capitalismo – sul piano ideologico, normativo, istituzionale – sia di margini di profitto sia di riduzione della ridistribuzione di ricchezza sia di dominio sul lavoro, e dalla resistenza in trincee sempre più ridotte dei risultati sociali ottenuti dalle forze del lavoro. I margini di profitto riconquistati dal capitalismo sono spaventosi. La quantità di dominio riconquistata dal capitalismo è spaventosa.


3.

Da questo punto di vista – della continuità del dominio del capitale – il rapporto con l’ambiente, la natura, il territorio, il paesaggio è sempre stato sfrenato. Da qualunque cosa il capitale possa trarre profitto – la terra, il sottosuolo, le acque, il sole, il vento, le risorse e le energie – lì il capitale investirà: al capitale interessa poco che il livello dei mari possa salire di un metro e mezzo nei prossimi vent’anni o che la temperatura terrestre possa crescere di due gradi. Un terreno, per il capitale, ha valore se è un luogo di opportunità di investimento – che sia per edilizia abitativa o un resort di lusso, che sia per una discarica a cielo aperto o per una distesa di pannelli solari, quello che conta è quanto si guadagna adesso e non fra vent’anni, non la storia del territorio, la sua vocazione, la sua cultura. Il capitale è immanenza, non metafisica. Se si fa metafisica, lo è del denaro.

La catastrofe che abitiamo è perciò nello stesso tempo il prodotto e l’occasione del capitalismo. Si potrebbe dire che il capitalismo ha fatto proprie le considerazioni di Fredric Jameson quando a proposito della condizione postmoderna diceva che è più facile immaginare la fine del pianeta che quella del capitalismo. Il capitalismo è il sistema che va distruggendo le nostre vite, nello stesso momento in cui si adopra per salvarle: senza le nostre vite, non c’è produzione e non c’è consumo – non c’è profitto. Nella pandemia, questa «doppia elica» del codice genetico del capitalismo è apparsa con ogni evidenza. La pandemia è il risultato della continua distruzione dell’habitat, dello smantellamento dei sistemi sanitari nazionali, di una diffusa e ininterrotta mobilità e socialità finalizzata solo alla produzione intensiva; e tutti i metodi imperfetti per farvi fronte, per «salvarci», dalle scelte di gestione dei governi ai farmaci messi in campo, sono occasioni ghiotte per profitti impensati (i guadagni delle Big Pharma e delle Big Data sono impressionanti, come il balzo delle loro quotazioni) e per accrescere ulteriormente l’accumulazione e il controllo dei nostri dati per orientare ancora meglio le nostre scelte di consumo e per «gestirci».

La «new frontier» del capitalismo – gli accordi di Parigi, la Cop 26 – è perciò il «green», la salvezza del pianeta, estenuato a un punto tale da mettere in discussione l’esistenza stessa. Non è un passaggio lineare e indolore, questa transizione – dal fossile alle rinnovabili non è propriamente uno schiocco di dita – come d’altronde non lo fu l’introduzione del telaio meccanico o l’abbandono dello zolfo e del carbone. Il pianeta non si salverà tutto.


4.

È lecito immaginare, sperare che questo rinnovato spirito animale del capitalismo porti con sé occupazione di massa, investimenti massicci, stanziamenti in aree depresse, nuova scolarizzazione e formazione di livello, sanità pubblica, fiscalità progressiva sui grandi capitali e le movimentazioni finanziarie, crescita dei consumi, mobilità sociale verso l’alto – e più democrazia sociale? In breve: un nuovo «uso» reciproco, tra profitto e interesse sociale, della produzione e del consumo?

Io credo di no. Io credo che benché ci sia una apparenza di incontro di interesse tra una nuova ricerca di margini di profitto in merci e servizi green da parte del capitale e una vita meno inquinata, meno contagiosa, meno malata, da parte sociale – il sistema in cui questo va prendendo abbrivio è caratterizzato dalla «riduzione del danno» piuttosto che da un nuova «forma di vita».

Il capitale – il «comunismo del capitale» – non riesce più a produrre tanta ricchezza e a distribuirla, anzi. Coltiva sogni individuali di riscatto che non si fanno mai processi collettivi e attizza incubi di vita quotidiana attraverso la precarizzazione, la riduzione dei corpi, del corpo sociale a un esercito sociale di riserva del lavoro. Un corpo sociale a «villaggi», in parte inserito nella produzione, in parte tenuto ai margini, sulla soglia di povertà e carità, proprio come per i territori – alcuni virtuosamente produttivi, altri ormai in dismissione.

Gli investimenti dei fondi europei seguiranno perciò la mappa del capitale così com’è, i soldi andranno dove ci sono già i soldi: la filiera del valore è rigida – si dovrebbe invece investire dove sarebbe possibile creare un ciclo virtuoso e duraturo, dove più ampi sono i margini di crescita. Ma il capitalismo è di dura cervice.


5.

Ci si può sottrarre a questa deriva malinconica del capitalismo? Forse. Se abbandoniamo le formule universali, la dimensione molare dello sguardo critico, del conflitto: non c’è una produzione «comune» e quindi non ci sono classi universali: il lavoro vivo rimane concreto, frammentato, senza riuscire a farsi astratto; non c’è «una sola» forma istituzionale di complemento, e abbiamo «scoperto» che la democrazia liberale segue come le vettovaglie e può essere declinata in varie formule fino a essere svuotata di vita e di senso, limitata a stanchi rituali.

Ci sono territori produttivi che funzionano come circuiti integrati del capitalismo, dove tutti i soggetti sociali – i produttori, le istituzioni, il credito, la distribuzione – concorrono ad accumulare valore; e ci sono territori dimenticati da dio dove neppure un rinnovato miracolo del pane e dei pesci potrebbe riaccendere la speranza – tra gli uni e gli altri, non c’è continuità: l’unica biologica certezza è la spartenza, la migrazione. Le migrazioni sono l’altra faccia di questo capitalismo, la «condizione umana» – proprio come gli insediamenti industriali e la proletarizzazione diffusa erano la faccia di «quello»; oggi, un solo grido universale sarebbe possibile: «Emigrati di tutto il mondo, unitevi!»


La questione politica fondamentale oggi è il rapporto tra centro e periferia, tra centralizzazione, verticalizzazione, «sequestro» dei poteri da un lato e decentramento della decisione dall’altro. La forma politica e istituzionale del rapporto tra centro e periferia è lo Stato. Quindi, la questione politica oggi è la fine della forma-stato come si è data nel Novecento. Qualunque teoria, qualunque pratica di lotta, qualunque costruzione di una alternativa nella vita produttiva e sociale – non può che passare attraverso la porta stretta del potere politico sui territori.


Nicotera, 7 agosto 2021


Immagine di Roberto Gelini