Com'eri bella, classe operaia



Alla fine degli anni Ottanta veniva pubblicato «Com’eri bella, classe operaia. Storie, fatti e misfatti dell’operaismo italiano» di Romolo Gobbi, uno dei protagonisti delle esperienze dell’operaismo politico italiano degli anni Sessanta, di «Quaderni rossi», «Gatto selvaggio» e «classe operaia», militante e organizzatore dei percorsi di inchiesta e conricerca alla Fiat e nelle fabbriche torinesi. Il libro – che sarà disponibile a breve in una nuova edizione per DeriveApprodi – analizza la storia dell’operaismo nell’intero Novecento e, al suo interno, la specificità dell’operaismo politico italiano. Qui il testo assume un carattere autobiografico che, senza mai fargli perdere il rigore dell’analisi storica, lo arricchisce di un tono ironico e di gustosi aneddoti. In questo breve estratto, Gobbi racconta la partecipazione dei giovani militanti conricercatori – «i selvaggi» – alla manifestazione nazionale degli elettromeccanici che si tenne a Milano il 25 dicembre 1960.


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Verso la fine dell’estate, Panzieri organizzò con la Società umanitaria di Milano un seminario sul tema: «Analisi del processo di industrializzazione attraverso le inchieste di fabbrica». Il seminario si tenne a Meina sul lago Maggiore nella sede dell’Umanitaria e vi prese parte il fior fiore della sociologia italiana: Leone Diena, Franco Momigliano, Alessandro Pizzorno, Luciano Gallino, Miro Allione, Danilo Montaldi. In rappresentanza dei giovani socialisti milanesi partecipò alle riunioni anche Carlo Tognoli. Ma soprattutto partecipò il nostro gruppo in massa e fummo i veri protagonisti, anche perché eravamo gli unici ad aver fatto un’inchiesta di fabbrica in tempi recenti. I luminari della sociologia stettero ad ascoltare i nostri interventi molto poco ortodossi ma vibranti di passione giovanile e di impegno politico. Per la verità ebbero queste caratteristiche solo i discorsi degli «interventisti» che da quel momento vennero soprannominati «i selvaggi», anche per via del casino che facevano durante i pasti e nelle pause. Cantavamo canzonette sboccate e di presa in giro di qualche «barone universitario», imprecavamo e bestemmiavamo come dei veri proletari ovvero come dei bravi goliardi.

Tornati a Torino riprendemmo il lavoro di riordino dell’archivio della Camera del lavoro, una stanza polverosa in cui erano state ammucchiate le carte degli ultimi anni, in mezzo alle quali noi dovevamo cercare i documenti riguardanti la Fiat, per la parte storica della nostra ricerca. In effetti a quel punto anche la Cgil di Torino era fortemente interessata a quello che stavamo facendo e soprattutto non sembrava loro vero che un così nutrito gruppo di giovani intellettuali si occupasse di cose così poco divertenti e fosse comunque disposto a collaborare con loro. Dovettero tollerare anche qualche nostra intemperanza: un giorno la corda che pendeva dall’asta della bandiera sul balcone centrale della Camera del lavoro venne annodata con un vistoso nodo scorsoio.

Ben più grave provocazione dovettero subire i sindacalisti torinesi, pochi mesi dopo, per il nostro intervento alla manifestazione nazionale degli elettromeccanici che si tenne a Milano il 25 dicembre 1960.

Prima, appunto, c’era stata la nostra partecipazione agli scioperi degli elettromeccanici che erano cominciati a fine settembre. Le fabbriche di questo settore nell’area torinese erano ben poche e in sostanza l’unica azienda importante era la Magnadyne. Mollammo di nuovo l’inchiesta Fiat e ci precipitammo a picchettare o comunque a presidiare i can­celli della Magnadyne, anche perché la manodopera di que­sta fabbrica era prevalentemente femminile, c’erano molte ragazze e qualcuna anche carina.

Si andava davanti ai cancelli nei giorni di sciopero, si faceva il picchetto e poi con le ragazze si andava alla 5a Sezione del Pci in via Paravia dove accendevamo il juke box e accennavamo qualche ballo: non eravamo molto bravi a ballare e in generale abbastanza imbranati con le ragazze, ma ci provavamo.

Si andò avanti così per tre mesi con scioperi nazionali, regionali e aziendali finché verso dicembre i sindacati cominciarono a firmare accordi aziendali prima di aver concluso il contratto di settore. Noi ci indignammo per questo compromesso e decidemmo di partecipare alla manifestazione nazionale di solidarietà con gli elettromeccanici il giorno di Natale in piazza del Duomo a Milano.

Il giorno precedente uno strano manipolo di giovani piombò alla Rinascente in mezzo alla ressa degli acquirenti dei regali di Natale e comprò un lenzuolo bianco a una piazza, un barattolo di vernice nera e un pennello. Poi ci recammo a casa di Giairo Daghini in via Sirtori, una delle prime «comuni», e ci dormimmo molto emozionati. Al mattino presto ci alzammo per preparare i cartelli e lo striscione sul quale scrivemmo a caratteri cubitali «accordi separati = tradimento di classe». Un cartello venne approntato e incollato sull’anima di legno di un comodino da notte; sul cartello c’era la scritta «Unità proletaria» di per sé significativa, ma che era anche la testata del giornalino di Danilo Montaldi. I supporti sia dello striscione sia dei cartelli erano lunghe canne di bambù, non per imitazione degli Zengakuren giapponesi che a giugno dello stesso anno avevano assediato il segretario di Eisenhower all’aeroporto di Tokyo, ma semplicemente perché erano state lasciate in via Sirtori da Pierluigi che vi aveva abitato prima di venire a Torino. Quindi un piccolo corteo attraversò la città deserta e arrivò in piazza del Duomo che invece era gremita. Vi fu un attimo di piacevole sorpresa da parte dei manifestanti, ma appena dispiegammo il nostro striscione fummo immediatamente circondati e spinti verso la galleria, mentre i nostri cartelli e lo striscione finivano in un angolo.

Qualcuno più zelante consegnò Pierluigi alla polizia; il commissario aperta la carta d’identità restò sbalordito: si trattava infatti del figlio della medaglia d’oro della Resistenza milanese Poldo Gasparotto nonché nipote dell’ex ministro della Guerra demolaburista Pierluigi. Finì con una stretta di mano e i saluti alla mamma. Tutti insieme poi ce ne andammo a pranzo, divertendoci durante il tragitto a fare piccoli tratti di corsa per poi fermarci improvvisamente e sorprendere i due poliziotti in borghese che ci seguivano trafelati.

«L’Unità» del giorno dopo dedicò tutta la prima pagina alla manifestazione, con fotografie dei leader sindacali Lama, Santi e Foa, dei rappresentanti comunisti Scoccimarro, Cossutta e Tortorella. Nel titolo di testa veniva sottolineato che anche il cardinal Montini aveva parlato dello sciopero degli elettromeccanici nell’omelia natalizia. Poche righe invece per descrivere la nostra impresa: «Un solo isolatissimo tentativo di turbamento di irrilevanti proporzioni non è stato neppure avvertito dalla stragrande maggioranza dei convenuti. A un certo punto infatti c’è stata un’animata discussione, finita in un piccolo tafferuglio, fra un gruppo di operai e cinque o sei studenti che avevano inalberato cartelli con scritte estremistiche, non certo in armonia con il carattere pacifico e unitario della manifestazione». In ricordo dell’avvenimento conservai per qualche tempo il bottone della giacca del segretario della Camera del lavoro di Milano Cazzaniga con il quale avevo avuto un rapido scambio di idee.



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Romolo Gobbi, già docente di Storia dei movimenti e dei partiti politici all’Università di Torino, ha collaborato a varie riviste: «Quaderni rossi», «Gatto selvaggio», «classe operaia», «Contropiano». Ha pubblicato tra l’altro: La Fiat è la nostra università (1969), Operai e Resistenza (1973), Il ’68 alla rovescia (1988), I figli dell’Apocalisse (1993), Fascismo e complessità (1998), America contro Europa (2002), Semi, guerre e carestie (2019). È attore coprotagonista del docufilm Il decennio rosso (VideoAstolfoSullaLuna, disponibile nella sezione Reflex di Machina), basato su Com’eri bella, classe operaia, che verrà ripubblicato a breve da DeriveApprodi in una nuova edizione.