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Cartografia dei decenni smarriti: gli anni Novanta



Dopo il Festival 6 di Derive Approdi sugli anni Ottanta, continua il progetto di Machina di costruzione di una cartografia dei «decenni smarriti». Da settembre, infatti, inizieranno le pubblicazioni sul decennio Novanta. Lunedì 17 luglio una ricca riunione online dei curatori e collaboratori di «Machina» è stata l’occasione per discutere approfondire il lavoro dei prossimi mesi. Pubblichiamo di seguito il report dell'incontro.


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Già nell’annunciare il progetto di attraversamento dei «decenni smarriti» precisavamo che la definizione di una netta cesura tra un decennio e l’altro sarebbe stata un’operazione arbitraria, se non fittizia. Per non rifugiarsi in una concezione di una storia evenemenziale, scandita esclusivamente da una singola data o fatto, sappiamo che i processi vengono da lontano e vanno oltre.

Tale impostazione non nega, però, le specificità di un determinato periodo storico: tematizzare e definire è, infatti, il primo passo utile alla comprensione.

Così, se gli anni Ottanta, riprendendo le analisi di Paolo Virno, li abbiamo definiti come il decennio della «controrivoluzione capitalistica», da intendersi come messa a valore delle intelligenze liberatesi durante i decenni precedenti, i Novanta sono gli anni in cui, una volta liquidata la minaccia interna ed esterna, trionfa l’ideologia delle magnifiche sorti e progressive del «neoliberismo» – categoria che utilizziamo per semplicità ma che andrebbe ulteriormente articolata e sottoposta al vaglio della critica.

Gli anni Novanta, infatti, si aprono con la dichiarazione della «fine della Storia» da parte di Francis Fukuyama, conseguente alla caduta del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Urss, in cui si decretava, con la fine della contrapposizione tra i due blocchi che si erano divisi le influenze sul globo nei decenni precedenti, il trionfo del capitalismo e la fine delle ideologie.

A realizzarsi, in realtà, non sarà la fine dell’ideologia ma un suo ritorno in grande stile: gli anni Novanta sono infatti il periodo dell’affermazione di una grande illusione ideologica in cui si assiste al pieno dispiegamento della condizione postmoderna, affidata alle virtù del mercato come sistema capace di autoregolarsi; sono gli anni del grande entusiasmo «tecnofilo», con l’emersione di un nuovo paradigma tecnologico che abilita l’idea della new economy e della network society, che avrebbero facilitato il decentramento del potere e la condivisione di conoscenza e ricchezza. Tali processi s’incarnano in una nuova figura idealtipica, l’imprenditore di se stesso, capace di mettere a valore la sua «flessibilità» in una continua produzione di innovazione. Il liberalismo democratico diventa la forma di governo «perfetta», risultato compiuto del progresso dell’uomo. In questo senso, la guerra civile nella ex Jugoslavia viene vista quasi come residuo, colpo di coda, backlash di un Novecento ormai al tramonto, anche se il processo di «balcanizzazione» – fattuale e metaforica – sarà un segno dei tempi.

Tale illusione si infrangerà all’inizio del nuovo Millennio, con lo scoppio della bolla delle dot.com e il concretizzarsi della guerra tra «fondamentalismo e democrazia».

Come già fatto nella cartografia degli Ottanta, l’interesse è sia sulle tendenze complessive dispiegatesi che su le tendenze «soggettive».

Sotto il primo aspetto, i Novanta sono gli anni di affermazione della globalizzazione che poneva al centro la possibilità di ridislocazione della produzione in catene globali del valore e di realizzazione dell’«economia-mondo». Con il crollo del socialismo reale, il mercato mondiale si unifica e il capitale diventa compiutamente capitalismo-mondo. L’apertura dei mercati, la diffusione di standard internazionali e la gestione dei conflitti attraverso organizzazioni sovranazionali fanno sorgere l’idea che, all’orizzonte, vi sia un nuovo ordine geopolitico. Riflessioni alla base della formulazione, ad esempio, della tesi di Impero.

A diventare «globalizzate» sono anche le crisi, che da situazioni locali assumono riverbero globale. Sono gli anni delle lotte contro le politiche d’aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale, anni in cui il debito assume più che mai una connotazione politica, diventa sistema di controllo e di potere. Nel complessivo processo di finanziarizzazione dell’economia, anche il welfare viene non solo privatizzato ma, appunto, finanziarizzato.

Dal punto di vista del lavoro, s’allargano i processi di precarizzazione– l’altra faccia della new economy –, figli della destrutturazione del lavoro fordista e con un’ambivalenza da indagare: se precarizzazione significa impoverimento da un lato, dall’altro è il perverso prodotto – con rapporti di forza rovesciati – del processo di fuga dalla fabbrica dei decenni precedenti.

Sotto l’aspetto soggettivo, invece, i Novanta sono anni di grande vitalità politica e culturale dopo l’attraversamento del deserto degli Ottanta. I Novanta, infatti, si aprono in Italia con il movimento universitario della Pantera e con le occupazioni dei centri sociali, organizzazioni che diventano incubatori di produzione culturale e di linguaggi differenti, di una nuova socialità che tenta di sganciarsi dalle dinamiche del mercato, spazi di produzione di soggettività. Questi ultimi saranno influenzati dallo zapatismo, che esonda dai confini del Chiapas divenendo movimento con ripercussione globale e capace di influenzare gli immaginari delle mobilitazioni in tutto il mondo. I Novanta si chiudono con la «battaglia di Seattle» del ’99 e l’emersione del movimento no global, che esprimeva un netto rifiuto alla globalizzazione capitalistica ma che, allo stesso tempo, ha avuto una caratterizzazione e una caratura globali.

Last but not least, un occhio attento va rivolto anche all’Italia, in cui si assiste alla metamorfosi del quadro istituzionale dei decenni precedenti. Sono gli anni di dissoluzione del Pci e della Dc, della perdita di controllo politico da parte dei partiti e dell’autonomizzazione della magistratura, ma soprattutto dell’emersione del fenomeno del berlusconismo e del leghismo, che segneranno il panorama politico di una lunga fase. Il berlusconismo, in particolare è una sorta di inveramento dei mutamenti produttivi, sociali e antropologici che hanno caratterizzato la «controrivoluzione capitalistica». Con l’imprenditorializzazione e personalizzazione della leadership politica, il consenso ridotto a sondaggio d’opinione, la figura del comunicatore come nuova avanguardia – sarà poi un importante libro di Judith Butler, Parole che provocano, che verrà discusso nel lavoro della rivista, a sancire la centralità e l’impatto politico del linguaggio – il berlusconismo, lungi dall’essere espressione di arretratezza del contesto italiano, come vorrebbero le letture concentrate esclusivamente sull’aspetto morale, è in realtà un fenomeno ipermoderno, che anticipa la nuova antropologia sociale dei decenni a venire. Il leghismo, al contempo, si radica nei territori soggetti alla deindustrializzazione e alla crisi del cosiddetto fordismo, dando voce politica al modello della piccola e media impresa e del lavoro autonomo che traina l’economia italiana a partire dagli anni Ottanta.

Ecco così comporsi la terribilmente dura risposta capitalistica alla straordinaria stagione di lotta degli anni Sessanta e Settanta.

Questo breve report non pretende di esaurire tutte le questioni affrontate o almeno nominate, né tantomeno la complessa densità dei decenni. Vari elementi restano fuori, altri andranno meglio precisati.

Per fare ciò rilanciamo un’adunanza che si terrà il 23 settembre a Bologna all’interno del Festival Kritik organizzato dal .input in cui si avrà modo di continuare a discutere di questi temi e di impostare il libro sugli anni Ottanta che raccoglierà i contributi del Festival di giugno.

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