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Zarathustra a Mirafiori (I)


rifiuto del lavoro

Nel 2021 è stato pubblicato per Quodlibet il volume La rivoluzione in esilio. Scritti su Mario Tronti, a cura di Andrea Cerutti e Giulia Dettori. A un mese dalla scomparsa di Tronti, riprendiamo oggi il saggio di Andrea Cerutti Zarathustra a Mirafiori contenuto in quella raccolta, che presenta una significativa tesi: l’operaismo trontiano discende da Marx quanto da Nietzsche. Ridotto a una formula si potrebbe dire: il pensiero negativo innestato sul corpo della classe operaia; ecco il vertiginoso esperimento. Pubblichiamo oggi la prima parte del testo.


* * *


«L’onestà di un intellettuale, e specialmente di un filosofo del nostro tempo, può essere misurata dalla sua posizione nei riguardi di Nietzsche e di Marx. Chi non ammette che senza l’opera di questi due pensatori non sarebbero state possibili neanche parti essenziali della propria opera, inganna sé stesso e gli altri. Lo stesso mondo spirituale nel quale noi viviamo è in larga misura un mondo segnato da Marx e da Nietzsche».

(Max Weber, in E. Baumgarten, Max Weber, Werk und Person)


«Bisogna considerare i nostri pensieri come gesti».

(Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli)


«Noi siamo figli della cultura della crisi, nostro padre intellettuale è il pensiero negativo».

(Mario Tronti, La politica al tramonto)



Che sia chiaro da subito: a noi non importa nulla del futuro dell’umanità[1], perché ci è ben noto che gli ideali umanitari, progressisti e universalisti sono null’altro che le maschere del nemico. «Nessuna cosa sulla terra ha miglior forma e maschera della bontà contraffatta»[2] ricordava Ernst Bloch per bocca di Thomas Münzer. L’immoralismo che ci ha insegnato Mario Tronti consiste prima di tutto nel rispetto che dobbiamo a noi stessi, che non possiamo e non vogliamo credere a ideali non degni di fede. L’immoralismo è dunque l’ultima ed estrema moralità:


«si dà la disdetta alla morale – e perché? Per moralità! […] e questa è l’ultima morale che anche a noi si rende ancora avvertibile: che anche noi sappiamo ancora vivere, è su questo punto, se mai c’è un qualche punto, che anche noi siamo ancora uomini di coscienza: sul fatto cioè che non vogliamo retrocedere di nuovo verso ciò che per noi è sopravvissuto e decrepito, una qualsiasi realtà «non degna di fede», si chiami essa Dio, virtù, verità, giustizia, amore del prossimo; sul fatto, cioè, che non permettiamo a noi stessi ponti di menzogna verso antichi ideali[3].


La tesi di questo breve scritto è la seguente: l’operaismo trontiano discende da Marx quanto da Nietzsche. Ridotto a una formula si potrebbe dire: il pensiero negativo innestato sul corpo della classe operaia; ecco il vertiginoso esperimento. La tesi peraltro segue un’indicazione offerta dallo stesso Tronti, che, nella sua «Autobiografia filosofica», ha considerato «più vicina al vero» l’interpretazione di chi ha individuato in Operai e capitale «il segno determinante dell’opera di Nietzsche», sia «nel suo stile letterario, incisivo e battente» che «nella sua forma di pensiero, dissacrante e innovativa»[4].

Innovativa a tal punto da rimuovere dal centro della scena il proletariato umiliato e oppresso per sostituirlo col protagonismo di una potenza affermatrice, incarnata nella nuova classe operaia, pronta ad abbattersi sulle teste dei padroni con la forza di uno Sturm und Drang operaio. Coerentemente, le tesi di Marx e Lenin venivano liberate da ogni ideologismo e finalmente «brandite come lame lampeggianti e formidabili clave. Grandi gesti, un’urgenza imperiosa di pensare in termini di lotta, l’interruzione di tutte le continuità col passato […] un libro di battaglia, lapidario, sprezzante»[5], disinteressato al dibattito teorico e animato soltanto dalla volontà di affermare nuovi valori, creare nuove verità e costringere, secondo il «grande stile» nietzscheano, il «caos a diventare forma; a divenire logico, semplice, univoco, matematica, legge»[6].

Quelli che si impuntano illuministicamente a voler cartografare la realtà come se si trattasse di un oggetto inerte, dicono che il mondo è complesso e che pertanto non è possibile semplificarlo senza cadere in errore. E invece è proprio quello che si deve fare perché «la genialità di un errore, a volte, smuove più cose in cielo e in terra di quante non ne tenga ferme l’ovvietà di una verità»[7]. Occorre dunque cercare, o meglio creare, un centro, descrivere un’immagine, trovare una chiave di lettura, poi tutto il resto seguirà. I capitalisti lo sanno e infatti hanno efficacemente ridotto tutto a merci e profitto. Era dunque necessario un gesto uguale e contrario, ovvero concentrarsi sulle grandi fabbriche del ventesimo secolo e in tal modo logicizzare il mondo riducendolo a uno scontro a due. Operai da un lato, capitale dall’altro. Per far ciò occorreva liberarsi dalle incrostazioni del passato, da antiquate ideologie fatte su misura per una classe di schiavi. Dunque, colpire senza alcuna indulgenza questa ideologica massa informe e stratificata sino a portare a vita nuova il nucleo, l’autentico «carattere» della classe operaia industriale, la sua indole distruttiva e al contempo, come si è detto, serenamente disinteressata alle sorti della civiltà, perché al «carattere distruttivo» nulla «importa meno che: sapere cosa subentra al posto di ciò che è stato distrutto» e nulla rasserena di più che sapere «come si semplifichi infinitamente il mondo, se si appura che merita di essere distrutto»[8].

La gioia distruttiva – Nihilismus ist ein Glückgefühl dice Gottfried Benn – deriva dalla presa d’atto di vivere in un mondo nel quale il valore delle cose corrisponde esclusivamente «a un sintomo di forza da parte di chi pone il valore»[9]. Giunta a questa consapevolezza, la rinnovata classe operaia avrebbe anche scoperto come d’incanto di non avere più alcuna missione storica da compiere e di essersi finalmente liberata dal patetico fardello di dover redimere l’intera umanità; le sarebbe infatti bastato «redimere» se stessa. «L’immagine del proletariato che “emancipando se stesso emancipa tutta l’umanità”, che c’era nel Marx ottocentesco, viene frantumata dall’urlo di Munch, a cui seguirà l’eccezionale stagione primo novecentesca di rottura di tutte le forme»[10]. Assieme al dio dei cristiani muore pertanto anche il dio dei marxisti.

È un punto chiave. Tronti, liquidando decenni di catechismo marxista-leninista, ha pensato che il passaggio epocale dell’irrompere sovversivo del pensiero della crisi potesse essere messo al servizio della classe operaia in lotta: «come la grande Vienna è stata il cuore di quel sommovimento culturale, così Pietroburgo diventa il cuore di un sommovimento politico […] lo spirito anticipa sempre la storia»[11]. L’Aurora di Nietzsche anticipa il colpo di cannone dell’incrociatore Aurora.

Già solo per questo cambio di prospettiva, Operai e capitale, più che nella storia del pensiero marxista, dovrebbe trovare la sua giusta collocazione tra le grandi opere del pensiero della crisi, a fianco di quelle di Nietzsche, Weber, Schmitt e Heidegger. Potremmo dire che la sua è una variante «rossa» del pensiero della crisi.

Tronti non considera il nichilismo una corrente letteraria della borghesia morente, al contrario, come gli altri pensatori della crisi, vede in esso un destino con cui è necessario fare i conti. Innanzitutto, con il dispiegarsi della sua forza sradicante e ambigua che frantuma le certezze ottocentesche e lascia l’uomo inerme nel turbine del mondo, senza che vi sia più nessuno «a retribuirti e a correggerti in ultimo appello»[12]. In particolare, guardando alla condizione degli «ultimi», Nietzsche pensava che i primi a cadere sotto gli effetti della tempesta sarebbero stati proprio i «violentati e oppressi da altri uomini» che per secoli la morale aveva «preservato dal nichilismo […] attribuendo a ciascuno un valore infinito, un valore metafisico, e inserendolo in un ordinamento che non concorda con quello della potenza e gerarchia terrene»[13]. Stravolto questo «ordinamento», gli «ultimi» sarebbero stati così abbandonati a un destino oscuro privo di qualsiasi speranza di riscatto. Abbandonati anche dai loro intellettuali e capi, che, venuti meno gli antichi dei, sarebbero stati travolti dalla «coscienza del lungo spreco di forze, il tormento dell’“invano”, l’insicurezza, la mancanza dell’occasione di riposarsi in qualche modo, di tranquillizzarsi su qualcosa ancora – la vergogna di fronte a se stessi, come se ci si fosse troppo a lungo ingannati…»[14].

Oppure – ecco la scommessa operaista di Tronti – si sarebbe potuta aprire una nuova prospettiva prendendo il nichilismo dal suo lato attivo sino a rovesciare la situazione: non più umiliati e oppressi vittime dell’ingiustizia dei padroni e del loro Stato, bensì classe che vuole potenza, libera, appunto, dai pregiudizi morali, e che lotta da pari a pari. La nuova classe operaia, in questo modo, avrebbe interrotto «la continuità della lunga gloriosa storia delle classi subalterne, con le loro rivolte disperate, le loro eresie millenariste, i loro ricorrenti generosi tentativi, sempre dolorosamente repressi, di rompere le catene»[15]. Ecco il ribaltamento, la trasvalutazione: pensare e praticare la rivoluzione dopo la morte di dio; la fede dopo la fede. Rintracciare nel nichilismo una forza affermativa, attiva, che, tragicamente libera da ogni fondamento, avrebbe distrutto e creato per esperimento al di là del bene e del male. Lenin non lo sapeva ma lo faceva e forse avrebbe continuato a sperimentare se avesse potuto.

Scommessa, ribaltamento, esperimento, l’operaismo è avventura teorica, è un viaggio verso territori non scoperti; d’altronde non resta altra strada se si vuol pensare e praticare il conflitto radicale nell’epoca del nichilismo: «non ci rimane alcuna scelta, dobbiamo essere conquistatori, dacché non abbiamo più alcuna terra dove essere di casa, dove poter “vivere”»[16]. Anche la storia diventa così un «grande istituto sperimentale»[17]. Di nuovo l’esperimento che è parola-chiave per Tronti: «c’è un diritto all’esperimento, che è l’unico praticamente da rivendicare»[18]. Per secoli gli uomini si sono illusi con ogni genere di filosofia della storia, cercando un disegno più alto che unisse il tutto conferendogli senso e decretando il trionfo del bene sul male. E i marxisti che pensavano che il proletariato avrebbe emancipato l’intera umanità contribuivano alla fiera delle illusioni. Appunto, illusioni, perché «la storia intera è addirittura la confutazione sperimentale del principio del cosiddetto “ordinamento morale del mondo”»[19].


«Quando si dice storia si dice […] le classi, le nazioni, gli Stati, le razze, le religioni, e i conflitti che si scatenano, le prospettive immaginabili che si aprono, le strade percorribili che si chiudono, i tentativi, gli esperimenti, i fallimenti, ma anche i successi, gli sviluppi, i salti, in mano a forze, potenze, che trovano di fronte a sé difese, resistenze, e cioè potenti contro-forze, con cui il rapporto si decide o sul tavolo della trattativa o sul campo di battaglia»[20].


Il laboratorio dell’esperimento, per Tronti, era la fabbrica, lì dove la rivolta non è mai etica, perché i suoi abitanti, gli operai, non odiano l’ingiustizia, non sapendo neppure cosa sia la giustizia. Essi non credono più in un dio giusto che li possa vendicare. Anzi ribaltano la prospettiva: la giustizia diventa un valore universalistico che va bene per tutti e dunque non per loro. Dicono potere operaio, non giustizia proletaria. Odiano il loro nemico diretto e hanno imparato a far da soli.

Per Tronti il pensiero negativo deve dunque essere il primo alleato della classe operaia alimentando la sua spregiudicatezza teorica e pratica. Sarebbe pertanto un peccato mortale abbandonare questa risorsa teorica nelle mani della borghesia e delle sue mediazioni ideologiche tutte volte a ridurlo ad orpello neutralizzandone le potenzialità sovversive.


«L’Uomo, la Ragione, la Storia, queste mostruose divinità vanno combattute e distrutte, come fossero il potere del padrone. Non è vero che il capitale ha abbandonato questi suoi antichi dei. Ne ha solo fatto la religione del movimento operaio: è così che continuano a governare attivamente il mondo degli uomini. Mentre la negazione di essi, che tiene in sé un pericolo mortale per il capitale, viene da questo direttamente gestita: ridotta a cultura e quindi fatta appunto innocua e servizievole. Così l’antiumanesimo, l’irrazionalismo, l’antistoricismo, da armi pratiche che potevano essere nelle mani della lotta operaia, diventano prodotti culturali in mano alle ideologie capitalistiche»[21].


La classe operaia industriale, in quella data contingenza storica, nella prospettiva trontiana, costituiva la potenza in atto capace di incarnare, di dare corpo, allo spirito distruttivo della filosofia nietzscheana. La sua centralità era oggettiva derivando dall’essere posizionata al cuore del processo produttivo capitalistico e, al contempo, dall’esserne estranea, distante e ostile; e quindi nemica pure di se stessa in quanto parte di quel processo, negazione della negazione. Il massimo grado di alienazione operaia corrispondeva al più alto livello di libertà. Libertà di chi non ha più alcun coinvolgimento morale né spirituale col mondo che lo circonda e che, dunque, può attingere a una potenza non più trattenuta. «Il singolo operaio deve diventare indifferente al proprio lavoro, perché la classe operaia possa arrivare a odiarlo. Dentro la classe, solo l’operaio “alienato” è veramente rivoluzionario»[22]. «L’operaio non sa che farsene della dignità del lavoratore […] Se l’alienazione dell’operaio ha un senso, è quello di un grande fatto rivoluzionario. Organizzazione dell’alienazione: questo è il passaggio obbligato che va imposto dall’alto del partito alla spontaneità operaia»[23]. Organizzare «l’unica cosa che l’interesse generale non riesce a mediare, nel suo interno», ovvero «l’irriducibile parzialità dell’interesse operaio»:


«la classe operaia deve […] coscientemente organizzarsi come elemento irrazionale dentro la specifica razionalità della produzione capitalistica. La crescente razionalizzazione del capitalismo moderno deve trovare un limite insormontabile nella crescente irragionevolezza degli operai organizzati, cioè nel rifiuto operaio all’integrazione politica dentro lo sviluppo economico del sistema […] il partito operaio stesso non può che essere organizzazione dell’anarchia, non più dentro, ma fuori del capitale, fuori cioè del suo sviluppo»[24].


L’alienazione dell’operaio alla catena della grande industria non era una menomazione da curare per ricostituire un’immaginaria autenticità, per restaurare un nuovo umanesimo, anzi diveniva il fondamento stesso della sua libertà e autonomia e avrebbe trovato la sua «ricomposizione» organizzandosi politicamente. Il massimo pericolo che corriamo «ci insegna a conoscere i mezzi per aiutarci, le nostre virtù, le nostre armi di difesa e offesa, il nostro spirito – il pericolo che ci costringe ad essere forti […] si deve sentire la necessità di essere forti; altrimenti non lo si diventa mai»[25].

Dovrebbe essere chiaro che la classe per Tronti non era solo nemica del capitale che la vuole sfruttare, ma di tutta la società capitalistica che la vuole colonizzare. La fabbrica come classe operaia da un lato, la società come capitale dall’altro. Tronti interpretava già allora la società come il luogo naturale dell’ideologia democratica antioperaia. Pertanto la classe avrebbe assunto il ruolo di «forza rivoluzionaria antisociale»[26]. La differenza, l’eccedenza operaia andavano esaltate, il baratro approfondito, nessuna assimilazione, nessuna integrazione; non riconciliare ma allargare la distanza … il pathos della distanza. E quindi anche nuovi miti da costruire per sostituire quelli incapacitanti della classe salvatrice dell’umanità: è la volta della «rude razza pagana, senza ideali, senza fede, senza morale», una razza composta da operai che «amano la vita e non gliene importa niente delle consolazioni ascetiche dei prodotti intellettuali e sanno conoscere e riconoscere solo la felicità terrena di tutti i sensi umani», vogliono «lavorare poco e guadagnare molto» e «vogliono il potere per garantire queste due conquiste»[27].

«In fabbrica ha trovato da tempo la sua giusta morte ogni ideologia»[28], sia quella capitalistica del «profitto iniquo del capitalista singolo» che quella socialista del «profitto equo del capitale sociale»[29]. La questione non è se un’ideologia sia giusta e l’altra no, se una sia equa e l’altra iniqua. Il punto è che le ideologie per loro natura, anche quelle «rivoluzionarie», vogliono convincere tutti e per questo mediano e neutralizzano, mentre allora era in gioco una parte, quella operaia, che traeva forza dalla propria estraneità non conciliabile. Il potere operaio in questo modo conquistava finalmente la propria autonomia; un’autonomia animata da una volontà di potenza affermatrice che non cercava riconoscimenti o accettazione. Non voleva abolire lo sfruttamento, voleva sfruttare i capitalisti. Era «il potere con segno rovesciato, ma senza più ideologie, senza le mascherate democratiche dei diritti dell’uomo e del cittadino»[30], non voleva l’uguaglianza, bensì «una nuova gerarchia non di valori, ma, appunto, di potere»[31].

Ma se si diventa orfani di una ferrea dottrina ideologica come si potrà allora orientare la propria azione politica? La radicale risposta di Tronti è la seguente: la classe deve conoscere, interpretare e fissare i propri obiettivi tramite la sua stessa azione, ovvero si deve arrivare «a leggere direttamente nelle cose senza la sporca mediazione dei libri»[32]. Dunque la conoscenza diventa strumento di lotta, e non può che essere parziale, così come parziale, concreto e determinato è il conflitto. Posto che la conoscenza oggettiva del reale è un non senso, che essa non conosce ma crea verità, allora si potrà conoscere solo ciò che si può modificare attraverso il conflitto e l’atto conoscitivo sarà fondato se si rivelerà effettuale: «Il pensiero non serve per produrre altro pensiero, ma per produrre azione. E azione conflittuale»[33]. Bisogna considerare i nostri pensieri come gesti.

Il punto di vista, la parzialità sono concetti che appartengono alla teoria della conoscenza elaborata da Max Weber e che l’operaismo carica di significato politico: «non c’è nessun’analisi scientifica puramente “oggettiva” della vita culturale o […] dei “fenomeni sociali”, indipendentemente da punti di vista specifici e “unilaterali”, secondo cui essi – espressamente o tacitamente, consapevolmente o inconsapevolmente – sono scelti come oggetti di ricerca, analizzati e organizzati nell’esposizione»[34] e «ogni conoscenza concettuale dell’infinita realtà da parte dello spirito umano finito […] poggia sul tacito presupposto che soltanto una parte finita di essa debba formare l’oggetto della considerazione scientifica, e perciò risultare “essenziale” nel senso di essere “degna di venir conosciuta”»[35].

Dunque, la classe operaia, come lo scienziato di Weber, doveva imporre il proprio punto di vista, libero da giudizi morali, per impadronirsi di una chiave di lettura della realtà, almeno di quella porzione di realtà che le interessava. E per avere un proprio punto di vista doveva odiare il capitale (l’oggetto della propria analisi), non giudicarlo, ma odiarlo, così percependosi estranea ad esso e dunque libera: «la classe operaia può sapere e possedere tutto del capitale: perché è nemica perfino di se stessa in quanto capitale. Mentre i capitalisti trovano un limite insormontabile alla conoscenza della propria società, per il fatto stesso che devono difenderla e conservarla»[36]. I capitalisti sono dunque costretti ad identificarsi con l’oggetto della loro analisi. La classe, invece, si situava nella giusta prospettiva dello scienziato weberiano per poter controllare intellettualmente l’oggetto della propria analisi e, come soggetto politico, dominarlo materialmente. Di nuovo, il pensiero negativo diventa pensiero politico.

Allo stesso modo, in Nietzsche la volontà di verità è vista come volontà di potenza, «tutto quanto è ed è stato diventa […] strumento, martello» perché il «“conoscere” è creare»[37]. Ed ancora: la verità non è qualcosa «che esista e che sia da trovare, da scoprire, – ma qualcosa che è da creare e che dà il nome a un processo, anzi a una volontà di soggiogamento, che di per sé non ha mai fine: introdurre la verità come un processo ad infinitum, un attivo determinare, non un prendere coscienza di qualcosa “che” sia “in sé” fisso e determinato»[38], «il cosiddetto istinto conoscitivo è da ricondurre a un istinto di assimilazione e di sopraffazione»[39].

Volontà di potenza è volontà di conoscere. È questo il prospettivismo nietzscheano o, ed è la stessa cosa, il punto di vista trontiano. Nella battaglia «puoi permetterti di manipolare gli eventi: piegare la curva della realtà per indicare dove puoi colpire meglio. Perché questo lì conta: cambiare l’ordine delle cose, non la logica dei pensieri»[40]. L’operaio di Tronti, come quello di Jünger, aveva un rapporto strumentale con la cultura, non accumulava conoscenze per amore della cultura e neppure incendiava chiese perché aveva ormai superato la linea della subalternità: «esiste una grande differenza tra gli antichi iconoclasti e incendiari di chiese e l’alta misura di astrazione a partire dalla quale un artigliere della guerra mondiale può visualizzare una cattedrale gotica come semplice punto direzionale nella zona del combattimento»[41]. Sostituisci all’artigliere l’operaio e alla cattedrale la fabbrica e il gioco è fatto.

In definitiva la ragione è soltanto uno strumento. «È vera questa tesi? Non è vera? Non mi interessa. Non cerco la verità storica, oggettiva […] Cerco un’idea-forza, politica, che mi serva per costruire un fronte di conflitto»: l’operaismo ha un «nocciolo “irrazionale”»[42]. All’inizio c’è la volontà di potenza e il suo istinto di dominio, ovvero il «nocciolo “irrazionale”», la decisione infondata di Lenin contro il Capitale di Marx; dopo viene la ragione, una «nuova ragione», nuova perché affermata da un «nuovo» soggetto che la impone.



Note [1] È un’avvertenza diretta in particolare ai lettori anglosassoni. «Ma prima di tutto, chi vi dice che ci sta a cuore la civiltà dell’uomo?» così scrive Tronti. «As a first objection, we might ask who said that human civilisation is indeed capital’s dearest concern» così si legge nell’edizione inglese del 2019 curata dai marxisti di Verso. In questo modo, la rivendicazione del nichilismo operaio è stata neutralizzata nella traduzione trasformandosi nella solita denuncia della malvagità dei capitalisti. Uno stravolgimento che dice molto sulla deriva eticista dei cosiddetti ambienti antagonisti. [2] Ernst Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, a cura S. Zecchi, trad. it. S. Krasnovsky e S. Zecchi, Feltrinelli, Milano 2010, p. 111. [3] Friedrich Nietzsche, Aurora, a cura G. Colli e M. Montinari, trad. it. F. Masini, Adelphi, Milano 2010, p. 7. Si veda anche Thomas Mann, La Germania e i tedeschi, in Moniti all’Europa, a cura e trad. L. Mazzucchetti, Mondadori, Milano 2017, p. 322: «l’autosuperamento infine della morale cristiana in nome della morale, di un estremo rigore nel perseguire il vero – giacché questo fu l’atto, o il misfatto, di Nietzsche». [4] Mario Tronti, Dall’estremo possibile, Ediesse, Roma 2011, p. 235. [5] Alfonso Berardinelli, Stili dell’estremismo, Editori Riuniti, Roma 2001, p. 59. [6] Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1888-1889, a cura G. Colli e M. Montinari, trad. it. S. Giametta, Adelphi, Milano 1986, p. 37. [7] Mario Tronti, Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero, il Saggiatore, Milano 2015, p. 13. [8] Walter Benjamin, Il carattere distruttivo, trad. it. P. Segni, Mimesis, Milano 1995, p. 11 [9] Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, a cura G. Colli e M. Montinari, trad. it. S. Giametta, Adelphi, Milano 1971, p. 14. [10] Mario Tronti, Noi operaisti, DeriveApprodi, Roma 2009, p. 42 [11] Mario Tronti, intervento del 24 ottobre 2017 al Senato della Repubblica, www.dellospiritolibero.it/?p=309. [12] Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, a cura G. Colli e M. Montinari, trad. F. Masini, Adelphi, Milano 2013, p. 205. [13] Friedrich Nietzsche, Il nichilismo europeo, a cura G. Campioni, trad. S. Giametta, Adelphi, Milano 2006, pp. 15-16. [14] Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, cit., p. 256. [15] Tronti, Noi operaisti, cit., p. 58. [16] Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1885-1887, a cura G. Colli e M. Montinari, trad. it. S. Giametta, Adelphi, Milano 1975, p. 154. [17] Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1884, a cura G. Colli e M. Montinari, trad. M. Montinari, Adelphi, Milano 1976, p. 157. [18] Mario Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, Roma 2006, p. 83. [19] Friedrich Nietzsche, Ecce homo, a cura e trad. R. Calasso, Adelphi, Milano 1991, p. 129. [20] Tronti, Noi operaisti, cit., p. 14. [21] Tronti, Operai e capitale, cit., pp. 247-248. [22] Ivi, p. 78. [23] Ivi, p. 263. [24] Ivi, p. 80. [25] Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, a cura G. Colli e M. Montinari, trad. it. F. Masini, Adelphi, Milano 2010, p. 114. [26] Tronti, Operai e capitale, cit., p. 80. [27] Mario Tronti, Estremismo e riformismo, in Contropiano, 1, 1968, p. 46. [28] Ibid. [29] Ibid. [30] Ivi, p. 47. [31] Ibid. [32] Tronti, Operai e capitale, cit., p. 19. [33] Tronti, Noi operaisti, cit., p. 105. [34] Max Weber, L’«oggettività conoscitiva» della scienza sociale e della politica sociale, in Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino 1958, p. 84. [35] Ivi, p. 85. [36] Tronti, Operai e capitale, cit., p. 10. [37] Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, a cura G. Colli e M. Montinari, trad. Ferruccio Masini, Adelphi, Milano 2010, p. 120. [38] Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, cit., p. 43. [39] Nietzsche, Frammenti postumi 1888-1889, cit., p. 115. [40] Tronti, Noi operaisti, cit., p. 67. [41] Ernst Jünger, L’operaio, a cura e trad. Q. Principe, Guanda, Parma 1991, p. 144. [42] Mario Tronti, Cari compagni, contributo al seminario tenutosi all’Università di Parigi Nanterre in data 11 giugno 2016 per il cinquantenario della pubblicazione di Operai e capitale, operavivamagazine.org/cari-compagni/.



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Andrea Cerutti (Torino, 1968) è un avvocato. È animatore del blog trontiano www.azioneparallela.org. Insieme a Giulia Dettori ha curato il volume collettaneo La rivoluzione in esilio. Scritti su Mario Tronti, pubblicato per Quodlibet.

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