Virus, millennials e boomers

I can’t get no satisfaction


Thomas Berra


Un minuto dopo che l’epidemia di Covid-19 ci aveva travolti tra incredulità, paure e quarantene, un minuto dopo aver avuto la consapevolezza storica di quanto stavamo attraversando, c’è stata la messa in discussione del nostro modello di sviluppo, del nostro stile di vita, dei luoghi dove vivevamo…

Anche in questo, come nell’incontro con il virus, siamo stati colti impreparati, perché se è vero che l’insostenibilità di gran parte del nostro modo di vivere era già un dubbio, durante e dopo l’epidemia quella stessa insostenibilità l’abbiamo avvertita nella pancia e sulla pelle: spazzate via le mediazioni della razionalità, sostituite con le verità delle sensazioni e dei sentimenti; ognuno prigioniero in casa propria, abbiamo sperimentato la necessità di riavvolgere il nastro dei giorni, mettendoli in discussione.

Anche l’epidemia da Covid-19 passerà, come sono passate le altre pandemie di cui l’umanità ha sofferto; il virus, come tutti i virus, si attenuerà, plasmando maggiormente il suo materiale genetico sul nostro.

Avverrà dopo un enorme numero di replicazioni virali, passando da individuo a individuo e incorporando per errore minuscoli frammenti del nostro DNA. È legge dell’evoluzione mai smentita, è la storia della nostra specie e quella di tutti i virus.

Dopo...dopo avremo ancora molto della stessa società, ma il re sarà maggiormente nudo.

È di questa nudità che una recente ricerca dell’osservatorio Censis-Tendercapital ha messo in luce alcuni aspetti, per certi versi sorprendenti, per altri inquietanti.

La silver economy e le sue conseguenze nella società post Covid-19 (Giugno 2020) riporta che ben 5 giovani su 10 «vogliono penalizzare gli anziani nell'accesso alle cure e nella competizione sulle risorse pubbliche». Inoltre, più di un terzo dei giovani ritiene eccessiva la spesa per la generazione più anziana, dalle pensioni alla salute. Sullo sfondo, l’epidemia che imperversava lasciava inalterato il reddito per quasi la totalità delle generazioni più mature (90%) mentre nei giovani e negli adulti questa percentuale scendeva nettamente a circa il 45%. Una sensibilità negativa proiettata anche nel futuro: per la ripresa dell’Italia dopo il fermo produttivo, solo il 5% dei più giovani si dichiarava ottimista contro il 21% dei più anziani.

Anche solo l’insieme di questi pochi dati configura l’evidenza di crepe nel tessuto della comunità civile, un venir meno della solidarietà intergenerazionale e l’emergere di una sorta di «rancore sociale» da parte dei più giovani verso i più anziani.

In realtà, non si tratterebbe solo del naturale egoismo legato a una risposta di sopravvivenza, né una variante di quella «tutela del self» che accomuna tutti davanti a un pericolo, ma ne sarebbero comunque una conferma quando questo «egoismo», questo risentimento, già prima del Covid erano diventati slogan generazionale.


Boomer, mi aveva affettuosamente apostrofato mia figlia mentre colorava con quella parola qualche mio tratto comportamentale. Un’espressione pre-Covid che già circolava sulla stampa da qualche tempo, esplosa sui social con «Ok boomer», ma che mi aveva sorpreso sentendola pronunciata da una ragazza poco avvezza alle analisi sociologiche. Lei, nata nel 1998, quindi in parte millennial, in parte Generazione Z.

Comunque fosse, ai suoi occhi avevo qualcosa del boomer, vale a dire un rappresentante della generazione nata tra gli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta. Gli anni del boom economico «esplosi» dopo gli anni della ricostruzione post-bellica, gli anni di una frettolosa e dissennata urbanizzazione, della nascita del consumismo, dell’abbandono dell’agricoltura e delle aree interne, della desertificazione di interi territori, dell’aumento di reddito medio, delle autostrade, delle immense degradate periferie, delle vacanze solo al mare, dei condomini seriali al posto delle case, dei «giovani» come nuova categoria sociale, del «forever young» come connotato comportamentale...no, a guardar bene tra le pieghe, non dovevano essere state solo rose e fiori per i cosiddetti boomers, eppure...

Eppure essere un boomer agli occhi dei millennials o dei ragazzi della Generazione Z può essere una colpa. Perché cinquanta, sessant’anni dopo, i nati negli anni del boom economico sono quelli al vertice delle carriere, del potere economico e sociale, quelli degli stipendi alti, delle pensioni sicure, della vita sostanzialmente facile e comunque di gran lunga più facile rispetto alla loro, quella dei giovani, per la prima volta con la quasi certezza di un ascensore sociale inesistente o molto più complicato rispetto alle generazioni precedenti.

Ma più in generale, distaccandosi dall’emergenza e dall’evento pandemia, sembra profilarsi – nella ricerca Censis e più in generale dalla lettura della società occidentale – l’evidenza di un giudizio di responsabilità. Perché i boomers sarebbero – solo per ragioni anagrafiche e almeno come elemento simbolico – gli artefici, nel bene e nel male, del mondo che viviamo. Un mondo in stagnazione e sofferenza economica, certo, ma allargando lo sguardo a orizzonti più ampi quel mondo vedrebbe gli stessi attori responsabili nei confronti di un’emergenza climatica ed ambientale come possibile catastrofe.

In definitiva sarebbe proprio il modello culturale nato negli anni del boom economico quello che il movimento Fridays for future mette sotto accusa. Il modello dall’eccesso dei consumi e del consumismo generalizzato che da allora è proseguito almeno fino agli anni ottanta sostanzialmente incontrastato e dopo, solo con timidi dissensi.

I boomers sarebbero, insomma, solo gli antesignani di una mutazione antropologica della società occidentale, vale a dire la nascita dell’homo consumens (Z. Bauman), il cui tratto distintivo è quello di essere nato e cresciuto dentro un orizzonte esistenziale in cui il consumare è l’azione normale del vivere, l’azione essenziale del poter vivere. La modernità che scaturisce dagli anni Cinquanta e Sessanta – e che in gran parte è ancora la nostra – presuppone l’acquisto ed il consumo di tutti i beni primari e voluttuari: questa l’azione necessaria ed obbligata attraverso la quale si accede al soddisfacimento dei propri bisogni. Quella dei boomer è stata la prima generazione acritica o inconsapevole – identica almeno in larga parte fino agli anni Ottanta – per la quale «dare del tu al mondo», in un certo senso conoscerlo, avveniva sempre attraverso l’acquisto di prodotti finiti. L’ambiente e i suoi cicli naturali, esiliati nello studio e nella scuola, vissuti nelle vacanze estive e nei weekend, restavano celati e «dietro» ogni prodotto acquistato.

In questo quadro, la contraddizione tra la consapevolezza scientifica del rischio climatico e la carenza decisionale della politica – da cui l’origine e le azioni del movimento Fridays for future – può essere vista anche come una contrapposizione generazionale. Come non evidenziare che il tessuto decisionale dell’economia e della politica occidentali è stato in questi anni formato da una generazione nata ormai tutta nel secondo dopoguerra, in particolare negli anni del boom economico? È una semplice constatazione, certamente, ma a ben vedere è anche una sorta di stimmate. L’essere restii a immaginare un’altra economia e un altro modello di sviluppo non può essere anche questione anagrafica e antropologica? Generazioni nate nel tempo dei desideri esauditi, vissute nel «paese dei balocchi» e che nella quotidianità non hanno avuto altro orizzonte esperienziale che la società dei consumi. Generazioni per le quali il naturale era soprattutto qualcosa da imparare con l’educazione ambientale o con quella alimentare...

Sì, gli anni del boom economico sono stati davvero «l’alfa e l’omega» di quello che siamo ancora ora: quegli anni e quel modello economico e culturale sono lo stesso elemento che ancora caratterizza la nostra società, come ha drammaticamente evidenziato la crisi economica post-Covid.

Nel 1965 viene pubblicato dai Rolling Stones un brano il cui refrain, attraverso la voce di Mick Jagger, scandisce ossessivamente «I can’t get no satisfaction»; la canzone diventa presto un mito dissacrante di quella generazione. Da chi in quegli anni e in quelli successivi lo ballava o l’ascoltava partecipe, ci si può anche aspettare di trovare difficoltà a comprendere le trasformazioni del mondo in cui era cresciuto e a cui si era abituato.

Da qualche parte, nel profondo, resta probabilmente in loro la convinzione che anche la salvezza si possa comprare…un istante prima della fine.

Oggi i millennials e ancor più gli appartenenti alla Generazione Z non avvertono alcun fascino nelle note di Satisfaction, del tutto immuni. Il tempo impaziente...vale a dire il continuo «desiderio di un rapido cambiamento dei contenuti della vita» (G. Simmel) che fa da sfondo virtuale al brano degli Stones e che soprattutto caratterizza la società dei consumi sembra essere per loro un tarlo minore. Generazione finalmente attratta da un’altra consapevolezza, da un’altra musica e altre parole, una musica diversa da quella dei padri in cui il rock per decenni, sul mantra di un «forever young», come un’ipnotica cantilena, ha distrattamente tenuto assieme un unico popolo di consumatori.

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