Cristiano Baricelli


«Non ho detto nulla che non fosse già stato detto in precedenza, proferire parole per annullare una distanza, sostieni, eppure ogni passo verso la cosiddetta logica si è fatto barcollante, un presunto sentiero interrotto, benché io riconosca nei fonemi che affollano la stanza dei suoni senz’altro familiari, un suono del resto naturale che spolpa una testa ormai fiacca, la mia, al punto da renderla il bersaglio ideale per ogni congettura nefasta, uno sfacelo a faccia scoperta, hai ripetuto, trovandomi impreparato solo nella misura a me congeniale, il mio sguardo si è infatti perso nel vuoto di un pensiero fisso, un unico pensiero imprecisato, che ha occupato le mie giornate per alcuni anni, al punto da tramutarsi con ogni certezza in un pensiero indecifrabile, in primo grado da me stesso, e fatto di briciole più che di un corpo solido, un tozzo di pane talmente sminuzzato da renderne la forma iniziale un cosiddetto oggetto inconoscibile, eppure tu sai chi sono, in breve è il mio pensiero a nascondersi, e coi metodi più subdoli, per tradire un’assenza di sostanza che di recente, te lo confesso, mi attanaglia oltre ogni misura. L’acqua nella bottiglia di vetro, la bottiglia verde, dev’essere evaporata nottetempo, benché l’aria sia gelida e l’atmosfera sia tetra più che buia, una bassa pressione dell’intelletto, immagino, trasportata da una corrente molto pigra che si spegne in una zona per così dire liminale, il punto d’incontro che non risulta mai tale se non in una confusa idea di comunicazione – regredita probabilmente ad una incorrotta forma preverbale – che ti è cara più del pensiero stesso, un sibilo perturbante avvolge del resto l’immobilità del cosiddetto spirito speculativo, al punto che le briciole del mio pensiero sembrano sfarinare in un freddo catino di metallo, lo stesso che come una campana emette rintocchi via via più sordi, sempre meno simili ad una partitura e sempre più prossimi ad una stasi del suono che, rifletto, richiama in qualche modo una forma spontanea di vicinanza, una forma di vicinanza imperfettibile, eppure non siamo mai stati più distanti, intenti faccia a faccia a rintracciare un’idea pregressa, e probabilmente nemmeno la stessa per entrambi, che si è infilata in un punto cieco, tra il battiscopa e la lampada che non illumina altro che le nostre scarpe – le mie più signorili delle tue – mentre un filo smarrito percorre la stanza avanti e indietro, in una forma che trovo in sostanza ossessiva, evidenziando dei difetti di fondo che ci rendono ridicoli in massima misura, benché io sia evidentemente l’ombra del comico che ero, un comico dal patetismo riprovevole, e senz’altro un comico assorto in una comicità silenziosa, la comicità di un’idea imprecisata che si è fatta polvere, sostengo ora, non senza aver prodotto un certo chiasso che adesso entrambi, e con metodi non proprio ortodossi, stiamo cercando di arginare con l’ovatta del brusio, eppure i pezzi, hai sostenuto, ultimamente combaciano a fatica, e a tal proposito non ho intenzione di darti torto. La bottiglia verde, una bottiglia d’acqua, è per metà vuota, e il posacenere di zinco, sul quale picchietti insistentemente le dita, ha assunto (ai miei occhi) il profilo di una S estremamente allungata, il sibilo prodotto dalla lampada mi ricorda invece un pensiero del passato, o meglio il frammento di un pensiero del passato, che avevo trattenuto con fatica per qualche istante, mi dico, prima che un suono imprecisato – una parola?, annoto – spezzasse il filo del mio discorso, un discorso non dissimile dal vaniloquio tra una parte rimossa della memoria – una sequenza di parole?, annoto – e il ronzio dato dalla tua presenza, un ronzio impresso sulle pareti della stanza come un libro di gesso, del tutto bianco ed intonso, sul quale tuttavia mi pare di leggere una sequela di indizi contraddittori, volti più che altro a spegnere in me ogni speranza di riannodare i fili di un concetto interrotto tramite correzioni ed aporie che ora trovo, lo confesso, del tutto riprovevoli (il mio pensiero originale, annoto, doveva somigliare alla celebre “fitta matassa albuminosa”, rifletto). La parola è bottiglia, come la bottiglia verde mezza piena o mezza vuota, decidilo tu, e tale parola ha interrotto la ricerca di un’idea che anni addietro aveva rischiarato un intelletto in piena crisi, hai proferito la parola bottiglia mettendo fine all’idea alla quale mi ero aggrappato con ogni forza, appena un brandello d’idea, poiché solo avanzando a tentoni, tra frammenti in apparente contrasto, è possibile risalire all’origine del proprio tormento, ovvero un pensiero fondamentale accantonato per pigrizia, tu sostieni, mentre percuoti il posacenere d’ottone, a forma di S, sul quale si riflette la luce di una lampada che perlustra il pavimento, probabilmente in marmo, delimitato dal tappeto sul quale avevi versato dell’acqua, l’acqua di una bottiglia verde, scusandoti solo con un cenno, non dissimile dal gesto di uno che debba voltare una pagina contro voglia, benché le parole annullino la distanza, lo dicesti tu stessa, e il chiasso supplisca al mio costante assentarmi, lo stesso di un comico cristallizzato nella fissità di un idiota, muto come un pesce ma del tutto ridicolo, assorto in un rattrappimento senz’altro grottesco, eppure vigile come una torcia nella penombra – puntata sulle mie belle scarpe – intenta a rintracciare un pensiero fondamentale catturato in frammenti, ammesso che tale pensiero originario esista davvero, un’idea imprecisata dal valore inestimabile soffocata nel brusio, sostengo, della nostra vita in comune, un elogio della prossimità, io ritengo, così malsano da rendere discordanti tanto i nostri pensieri quanto i nostri metodi, mentre lo stesso brusio mi sfianca fino a relegarmi in una penombra avvilente, lo sfinimento delle membra che si rinfrange nel posacenere a S, poggiato sulle tue ginocchia, che rintocca come una campana tra le tue dita gialle fino a coprire, mi dico, ogni ipotesi di buon senso, tanto che il tuo interesse nei miei confronti, un interesse che definirei prettamente femminile, si è affievolito mano a mano che la mia volontà, la volontà di potenza di un singolo concetto, si è ribellata contro il costume di una civile serata insieme, così che di fatto, senza proferire parola, ti ho invitata a quel contegnoso silenzio che presiede al pensiero per così dire filosofeggiante, una debolezza che non mi hai mai perdonato, del resto ubi nihil vales, ibi nihil velis, se ben ricordo, e di certo ora, al di fuori dell’idea che perseguo con ostinata insistenza, di me è rimasto ben poco, per così dire, di dignitoso, fatta eccezione per le scarpe che la lampada illumina come un convitato illustre, il mio intelletto sceso nei piedi, il mio intelletto sceso ai tuoi piedi mentre mi avvicini, picchiettandolo con le dita, il posacenere dentro al quale ho gettato i miei appunti, un singolo foglio strappato in quattro parti, con ogni probabilità assolutamente fondamentale, sul quale ricordo di avere annotato la seguente parola: bottiglia. La stessa parola che hai ripetuto, almeno un paio di volte, per sottrarmi ad un pensiero ossessivo. Tutto ciò che era comico in me, rifletto, ora è grottesco in massima misura, benché al momento io non abbia intenzione di cambiare nulla di ciò che mi riguarda, e tantomeno nulla di ciò che ti riguarda. La lampada perlustra il pavimento di una stanza fredda con un tappeto bagnato (l’acqua della bottiglia verde?, annoto), eccetera».

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