Un turista giapponese a Parigi




La sindrome di Parigi è un disturbo psichico acuto che sembra colpire prevalentemente i turisti giapponesi in visita alla capitale francese. Chi ne è affetto soffre di allucinazioni, derealizzazione, depersonalizzazione, angoscia, ansia, come pure sintomi psicosomatici quali vertigini, sudorazione o palpitazione.

Pare che, su una media annua di 20.000 visitatori nipponici, vengano registrati almeno una ventina di casi dalla sintomatologia più o meno intensa. Probabilmente i casi sono molti di più, dato che l’ambasciata giapponese ha persino disposto un numero verde attivo 24/7. Alcuni soggetti, particolarmente sensibili, vanno incontro a veri e propri crolli psichici, tali da dover essere fisicamente riaccompagnati in patria da medici o infermieri.

Il fattore scatenante sembra essere la grande differenza tra l’immagine ideale di Parigi e la realtà della città. La cura è fuggire. E mai più fare ritorno[1].


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Proiezioni_ e_Profezie

In Orientalismo (1978) Edward W. Said, facendo riferimento alla «scienza del concreto» di Claude Levi-Strauss, sottolinea come gli umani abbiano la tendenza ad assegnare un posto, una funzione e un significato a tutto ciò che li circonda. Il bisogno di ordine della nostra mente rende necessario catalogare e collocare ogni cosa, cosicché abbia una propria identità in relazione con l’ambiente in cui si trova. Questo ci permette una certa sensazione di controllo, soprattutto se si esclude il fatto che questo tipo di tassonomia, della quale pare proprio non possiamo fare a meno, è del tutto arbitraria. Infatti, tutte le nostre catalogazioni (e gli oggetti costruiti in base a esse) esistono solo finché sono pensate, e sono quindi, a rigor di logica, finzioni[2]. Non esistono entità naturali date (non esiste nessun Oriente o Occidente e non esiste nessuna Parigi). Ogni entità, geografica, culturale, storica, è il prodotto delle energie materiali e intellettuali dell’uomo.

Più o meno quindici anni dopo il saggio di Said, nel pieno dell’hype da World Wide Web, Nick Land, un giovane filoso ribelle inglese, conia il termine iperstizione. Tale neologismo, nato dalla fusione delle parole hyper e superstitizione descrive l’azione di finzioni di successo nell’arena della cultura. Come «sigilli magici o diagrammi ingegneristici»[3], ascrivibili per ispirazione alla schizoanalisi di Deleuze e Guattari, le iperstizioni, sono delle «profezie che si autorealizzano»[4] e una volta «scaricate» nel sistema centrale della cultura sono in grado di generare cicli di feedback positivo. Nuove Realtà. Se immaginiamo l’iperrealtà tecnocapitalista come un autostrada a milioni di carreggiate sulle quali le idee si muovono alla velocità della luce, le iperstizioni sono quelle visioni dall’incontrollata accelerazione che, schiantandosi sulla carreggiata, frantumano il cemento armato deviando così il traffico culturale per i due secoli successivi. Sì, perché, nel cyber-trip di Land, le iperstizioni hanno un carattere sovversivo; non solo incarnano, fino all’estrema schizofrenica conseguenza, la qualità finzionale capitalista ma, invocando forze mostruose[5] che da sempre attraversano la storia, operano un vero e proprio cambiamento.

Quello che non aveva calcolato Land, come tutti del resto in quel periodo, era la capacità del sistema di appropriarsi di tali visioni in modo da controllarne la traiettoria.

Guarda caso, il periodo in cui Land parla del potere sovversivo delle finzioni, è lo stesso che Hito Steyerl va a intercettare come quel punto della storia in cui le immagini smettono di essere registrazioni più o meno oggettive della realtà, per trasformarsi in nodi di energia in grado di dare forma a una moltitudine di persone e paesaggi fittizi capaci di attivare nuovi modi di fabbricare e articolare l’esperienza del Reale. La video artista tedesca racconta di come un giorno del 1989 (solo due anni prima della nascita di Internet), un gruppo di ribelli occupa gli studi della televisione di Stato rumena, rendendosi primitivo tag di un’immagine-notizia che da Bucarest rimpalla in milioni di versioni diverse in tutti gli angoli del mondo. Questo evento esemplifica ciò che sembra essere il punto di non-ritorno dell’immagine nell’era della sua riproducibilità tecnica. Durante gli anni Novanta, infatti, la proliferazione di Internet e dei dispositivi di riproduzione-mediazione degenera l’immagine in materia amorfa. Così, in un moto di perpetua morphizzazione, le immagini migrano costantemente da un dispositivo all’altro, modulandosi infine nelle nostre sinapsi trasformandole in maniera irreversibile.

Ecco lo schianto (e non come se lo era immaginato Land):

«un trip quasi permanente, (…)

collegat(i) a un deck da cyberspazio su misura

che proietta(va) la (sua) coscienza disincarnata

in un’allucinazione consensuale»

(Neuromante[6])



_InvernoMuto[7]


«Nel sogno creiamo e percepiamo il nostro mondo simultaneamente.

E questo mi permette di inserirmi nel processo

assumendo la parte della creazione»

(Dom - Inception[8])


I sogni si manifestano durante il sonno profondo. In questa fase, i neuroni sono interessati da un’intensa attività elettrica che produce nella nostra mente immagini, suoni, pensieri ed emozioni. Il cervello, durante il sonno, rielabora e mette in ordine tutti quegli input percettivi che ha incamerato durante la veglia, operando una sorta di reset. Secondo Sigmund Freud i sogni manifestano desideri razionalmente taciuti. Sono delle porte sull’inconscio.

Inceptionism è un’espressione che in inglese viene utilizzata per definire l’inizio di qualcosa senza alcuna implicazione causale. Tale termine è usato dai ricercatori di Google per determinare la creazione di un pattern o di un’immagine senza altro input se non un mero segnale spurio. Deep Dream è il nome del software progettato per intuire tali pattern e immagini. Le reti neurali di cui è composto questo programma (il cui funzionamento e meccanismo è ispirato all’organizzazione della rete visiva animale) mimano l’attività onirica umana ordinando così gli input casuali presi dalla nostra attività digitale. Così, in maniera del tutto arbitraria, creano forme e immagini di senso da ciò che forma e senso non ha.

L’Inceptionism, come una scienza del concreto 2.0, identifica, cataloga e assegna un posto a tutto ciò che «vede». Questa volta però è l’inconscio umano l’ambiente da prevedere e controllare per ridurne al minimo l’entropia. E questa dettagliata tassonomia, sebbene si basi su dati reali (i nostri) è ancora una volta del tutto casuale. Ma se nella dimensione tribale di cui parlava Levi-Strauss le finzioni vengono riconosciute come strumenti fittizi utili a ordinare caos, allo stato attuale, sono percepite in tutto e per tutto come effettive. Ormai alla fine di un processo di accelerazione che ci si è ritorto contro, le finzioni sono divenute la nostra più intima realtà.



IperParigi_

Allora, quando il turista giapponese atterra sulla città fittizia di Parigi è immerso nel sonno profondo di una percezione mediata dalle proiezioni che lo pervadono. Tiene fra le mani il suo smartphone e scrolla immagini su immagini della Torre Eiffel il cui corpo è stato estrapolato ed editato, e poi rilanciato e ancora filtrato, per finire proiettato e innestato nei suoi occhi in versione attutita da un modello di inconscio del tutto casuale. Così quando alza gli occhi dallo schermo lo shock non può che essere paralizzante. E prima di crollare sotto il corpo della città, mette il suo smartphone come uno scudo davanti a sé, e con un gesto pacificatorio che supera l’alienazione di moltissimi gradi, fa scomparire tutto in un #Parigi.



Note [1] https://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Parigi#Sintomatologia. [2] E.W.Said, Orientalismo. L’immagine Europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano 2013, p. 58. [3] http://xenopraxis.net/readings/carstens_hyperstition.pdf [4] Cccru; Writings 1997-2003, Time Spiral Press, 2015, p. 83. [5] Una delle caratteristiche delle iperstizioni è la capacità di segnalare il ritorno dell’Altro Irrazionale (o Mostruoso) . 6 W. Gibson, Neuromante, Ed. Mondadori, 2015, p. 11 7 Invernomuto, personaggio del romanzo di W. Gibson Neuromante – è una Intelligenza Artificiale: «tutto quello che posso dirti (...) è che quanto tu ritieni sia Invernomuto è soltanto parte di un’altra, diciamo così, entità potenziale». (W.Gibson; Neuromante, Ed Mondadori, 2015, p. 127) 8 Inception è un film del 2010 che esplora il tema dell’onirico. Il protagonista, Dom, è un professionista che si occupa di estrarre i segreti dalle menti delle persone mentre dormono, infiltrandosi nei loro sogni.


Bibliografia e Sitografia

B. Han, Nello Sciame. Visioni Del Digitale, Nottetempo, Milano 2015.

E.W. Said,, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano 2013.

H. Steyerl, Hito, Too Much World, Is the Internet Dead?, «E-flux Journal», #49, 2013.

H. Steyerl Hito, A Sea of Data: Apophenia and Pattern (Mis)Recogniton, «E-Flux Journal», #72, 2016 http://xenopraxis.net/readings/carstens_hyperstition.pdf


Immagini

Prima immagine: Filtro Paris su Duomo di Milano

Seconda immagine: Selfie al Luxor Hotel di Las Vegas. 2017. ©Sam Barsky

Quarta immagine: Selfie a Paris Las Vegas. 2017. © Sam Barsky