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Un decennio schizo



Un decennio schizo
Immagine: Nancy Spero, In volo, 1998

È una memoria schizofrenica, quella degli anni Novanta. Così comincia l’intervento di Franco Berardi Bifo dedicato a quel decennio, pensato per il Festival 7 di DeriveApprodi «Anni Novanta: quando il futuro è finito» che inizia oggi. L’articolo si sviluppa tra la grande utopia della rete e la barbarie identitaria, tra l’immaginario delle cyberculture e un nuovo ciclo di guerre, tra la fine dell’impero del male e l’inizio dell’impero del peggio. È l’inizio del periodo oscuro: come attraversalo senza piegarci sotto i ricatti del bisogno, della paura, della colpa e dell’identità?


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Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sugli anni Novanta. È un’impresa complicata perché la mia memoria degli anni Novanta è schizofrenica. È il decennio della grande utopia della rete, ma è anche il decennio in cui inizia la barbarie identitaria che da allora non ha mai smesso di crescere, fino a diventare, oggi, un mostro che nessuno può fermare o sconfiggere, e che alla fine si sconfiggerà da solo, ma non senza portare all’inferno con sé quasi tutto il resto della civiltà umana.

All’inizio degli anni Novanta, mentre il crollo del socialismo dava il via a un ciclo di guerre (la guerra del Golfo del 1990-91, le guerre jugoslave e caucasiche), l’utopia delle ciberculture si trasformava rapidamente in un processo di costruzione della rete. Nel 1992 Alex Sarti mi insegnò a usare un browser di navigazione, per la prima volta il concetto di rete diventava vero sullo schermo di un computer. Due anni dopo, insieme a Oscar Marchisio e a Elda Cremonini, organizzai a Bologna un convegno internazionale che aveva il titolo Cibernauti. I soldi e la logistica per l’organizzazione del convegno li mise a disposizione il Consorzio Università Città, di cui Marchisio era in quegli anni direttore. Luca Sossella si occupò della comunicazione e della grafica, Alberto Castelvecchi pubblicò gli atti del convegno.

Era il primo convegno pubblico nel quale si sia parlato di Internet, eppure, mi fa sorridere pensarlo, per tenere i contatti con le persone che volevamo invitare al convegno ‒ Pierre Levy, Alberto Abruzzese, Derrick De Kerkhove, Kim Veltman e altri che non ricordo  ‒ usammo una tecnica antica: scrivemmo delle lettere con una vecchia Remington, infilammo le lettere dentro delle buste bianche, scrivemmo l’indirizzo sulla busta, attaccammo francobolli e portammo il pacchetto di lettere alla Posta Centrale, che si trova in piazza Minghetti.

Solo alla fine di quello stesso anno, nel novembre del 1994, ebbi il mio primo indirizzo email. L’anno precedente era uscito Mutazione e cyberpunk. Lo pubblicò Costa e Nolan, un editore di Genova che faceva dei libri elegantissimi. Quel libro è la sintesi delle scoperte letterarie e filosofiche del decennio precedente, ma anche la mia introduzione personale e politica all’era che si andava delineando da quando la parola «Internet» aveva cominciato a circolare.

Infosfera, psicosfera psicochimica, ciberspazio e cibertempo, Tecnomaya, cosmovisione barocca: avevo catturato queste parole nell’aria che stavo respirando, e cercavo di tradurre quelle parole in strumenti per l’analisi.

Cartografavamo contrade a venire, disegnavamo mappe del tempo all’orizzonte.

  Nel 1989, dopo la terrificante repressione cinese di giugno, me ne andai per un periodo in California, a trovare un amico che viveva a Berkeley. Là si parlava molto di cyberpunk e di virtual reality. Una specie di nuova onda subculturale insieme innocente e disincantata, psichedelica e telematica.

Lessi Mirrorshades. Alla fine dell’estate passai qualche giorno a Berlino dove il muro non era ancora crollato. Tien An Men mi sembrava annunciare un cataclisma imminente. In Cina il regime si era ricompattato perché Deng Hsiao Ping disponeva già di una struttura nazional-comunista (nel senso della dittatura militare nazionalista diretta da una burocrazia di partito) che in Russia e negli altri paesi dell’Est comincia a costruirsi solo adesso. L’immaginario cyberpunk mi si era mescolato nel cervello con il crollo politico del socialismo realizzato.

Il processo storico mi pareva giunto a una svolta duplice: da una parte il movimento contro il lavoro industriale aveva determinato in Occidente le condizioni per la progressiva fuoriuscita dall’epoca ferrosa dell’industria e del lavoro materiale. Dall’altra parte il socialismo realizzato aveva creato le condizioni dell’industrializzazione grazie a una forzatura autoritaria finendo poi per immobilizzare la dinamica sociale che in Occidente invece si era sviluppata a pieno.

La rivolta degli studenti cinesi era motivata con la parola d’ordine della democrazia, ma i valori della democrazia politica non parevano dissociabili dalla partecipazione al ciclo planetario delle merci e delle informazioni, dalla partecipazione al sistema planetario di cui l’Occidente è il nucleo propulsivo. La potenza del mondo occidentale sta nel suo immaginario, la cui forza di seduzione è incontenibile.

Il processo di modernizzazione, l’inizio di apertura della Cina all’Occidente ha aperto ai giovani di quel paese uno spiraglio su un mondo di esperienza dal quale non vogliono essere esclusi. La battaglia di Pechino è stato lo scontro tra lo Stato autoritario e il sistema planetario della comunicazione.

Tutto quello che è accaduto nei mesi successivi mi pare sia stato la conferma di questa tendenza. Cina e California, nazionalcomunismo e cyberpunk erano scenari divergenti eppure interconnessi. Come?

Il totalitarismo politico si decompone, e comincia a delinearsi il dominio sull’apparato nervoso e cognitivo dell’umanità: crolla l’impero del Male, si innerva l’impero del peggio. Poi fu l’autunno dell’89 e l’illusione di un’epoca di pace. L’illusione è durata pochissimo. Guerra del Golfo, guerra civile euroasiatica nel mondo post-comunista. Pressione migratoria dall’Africa e dall’est verso l’Europa dell’ovest; riemergere del sentimento localista, con venature razziste e naziste nell’Europa profonda, in Italia, in Francia, e spaventosamente anche in Germania.

Il disegno di un nuovo ordine planetario appare allontanarsi all’orizzonte.

E così via: perché l’infernale paradiso delle tecnologie reticolari possa avviluppare il pianeta, occorre superare un passaggio oscuro di nazionalismi aggressivi e di arcaismi armati con armi ultramoderne.

I due scenari occorre immaginarli insieme e separatamente, perché sono distinti concettualmente, eppure nella storia si implicano. Prima che un nuovo ordine omologato possa costituirsi, occorrerà attraversare un periodo oscuro di identità disperate che si abbarbicano a radici sanguinose, a mitologie dementi. Occorre elaborare un’etica adeguata a questo attraversamento. Occorre elaborare politiche della mutazione.

In quegli anni uscì un rapporto sul futuro prossimo del pianeta (2100 Recit du prochain siècle) curato da Thierry Gaudin, presidente del Gruppo di Ricerche e scambi tecnologici di Parigi. Lo scenario delineato da Gaudin è impressionante. L’esplosione degli integralismi e la prospettiva risorgente della guerra. Sovraccarico dell’informazione e ripiegamento tribale.

L’overdose di informazione è destinata ad avere gravi conseguenze. L’uomo reagisce come un animale rinchiuso nello zoo. Allontanati dal loro ambiente naturale gli animali prigionieri subiscono degli stimoli che, psichicamente, li aggrediscono. Alcuni reagiscono diventando bulimici e obesi. L’uomo moderno, stressato dalla vita urbana, fa lo stesso. Altri animali sono sconnessi. Si mettono a dormire prostrati. L’uomo, grazie alle sue doti cerebrali, può evadere spiritualmente. Alla sovrainformazione risponde con lo zapping. Pratica una presenza-assenza, l’arte di esserci essendo altrove. La società sovrainformata passa dal fare verso il fingere-di-fare. Dei dirigenti scombussolati dall’eccesso di dati fanno finta di dirigere, dei ricercatori fanno finta di cercare, degli insegnanti perduti in mezzo delle banche dati fanno finta di insegnare, dei religiosi fanno finta di pregare e degli economisti fanno finta di capire.

Secondo il rapporto di Gaudin, fra il 1990 e il 2020 l’uomo rimarrà inadeguato alle tecniche che ha egli stesso inventato. Incapace di scegliere le sue informazioni, incapace di decidere, di scommettere secondo decisioni razionali.

La nebulosa culturale che definiamo New Age sposta l’attenzione dal campo della politica verso il campo delle tecnologie e verso il campo dell’ambiente. Il rapporto di Thierry Gaudin annuncia l’ineluttabile dissolvimento dello Stato-nazione. La forma moderna della politica, l’organizzazione statale centralizzata e anche le forme di democrazia partecipativa sono destinate a diventare dei gusci vuoti. Therry Gaudin sostiene che gli Stati nazionali declinano a favore di strutture di servizio internazionale: servizio militare, servizio medico, servizio alimentare, e così via.

Nel 2100 – scrive Gaudin nel Rapporto del gruppo di ricerca e scambi tecnologici – ci saranno dodici miliardi di individui, circa lo stesso numero dei neuroni in un cervello umano. Miliardi di connessioni si costruiranno attraverso tutto il pianeta, sulla rete telematica dei telefoni, dei visiofoni e degli schermi multipli, come reti di neuroni che spingono i loro dendriti, gli universo, gli altri, durante il tempo in cui il cervello si forma. Per questo pianeta neuromimetico sarà l’inizio di un formidabile processo di apprendimento. Si apprende a fare facendo, e la circolazione dell’informazione prenderà forma per tentativi, stabilendosi progressivamente come modo finalizzato del reale.

Il problema della previsione e della decisione politica cambia completamente di natura. Se descriviamo l’umanità planetaria in termini neuro-telematici, sembrano delinearsi possibilità imprevedibili di connessione. Secondo quali linee potrà costituirsi una funzione di governo dell’insieme?

In una popolazione di neuroni, non ce n’è qualcuno che comanda sugli altri, eppure il cervello funziona ugualmente. Il principio gerarchico funziona in un sistema meccanico, sequenziale e decidibile. In un sistema in cui lo scambio di informazione non si svolga più sequenzialmente, in cui ogni flusso informativo sia riproducibile, sovrapponibile e aleatorio, mi sembra che ogni possibilità di governo tenda a dissolversi.

Nello spirito New Age convivono due immaginazioni relative al mondo futuro, due prospettive. La prima prospettiva è venata di catastrofismo ecologista: consapevolezza del diffondersi di processi degenerativi che coinvolgono l’ecosfera naturale e l’ecosfera mentale. La seconda prospettiva è venata da un ottimismo paradigmatico, dalla convinzione che si stanno creando le condizioni mentali e sociali per una navigazione felice nei flutti dell’oceano neurotelematico. Queste due immaginazioni fanno perno intorno alla nozione di nuovo paradigma.

Ma, inopinatamente, all’inizio del decennio Novanta, il passato storico – residuo sociale e culturale, immenso accumulo di detriti ideologici, immaginari, economici che la storia moderna ha trascinato con sé – ci presenta il conto.

Siamo all’inizio del periodo oscuro.

Come attraversarlo, senza spegnerci, senza piegarci sotto i ricatti del bisogno, della paura, della colpa e dell’identità? Come restare nomadi in un mondo di serbi e croati?


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Franco Berardi Bifo è tra i più importanti pensatori radicali contemporanei. Per DeriveApprodi ha pubblicato, tra gli altri, Dopo il futuro (2013) e Quarant'anni contro il lavoro (2017). La sua ultima opera è Disertate (Timeo, 2023).

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