Un amaro Re Mida delle lettere russe: Maksim Gor'kij



Pubblichiamo un ritratto di Maksim Gor'kij, lo scrittore «amaro», tra i più importanti protagonisti del Novecento russo, che con le sue opere contibuì alla riflessione sulla rivoluzione, attraversandola e scandagliandola in tutte le sue fasi.


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Cominciamo a sfatare qualche mito: per prima cosa Gor’kij non si chiamava così, bensì Aleksej Maksimovič Peškov, nato nel 1868 a quattrocento chilometri a est di Mosca, da genitori che venivano dal mondo dell’artigianato e che il colera e il tifo si portarono via nel giro di pochi anni. Lo pseudonimo «Maksim Gor’kij», se lo inventò lui stesso a 24 anni, quando giunse a Tiflis (cioè Tbilisi, città meravigliosa, che allora era parte dell’Impero russo) dopo aver lungamente vagabondato per l’Europa orientale, pubblicò su un quotidiano locale il suo primo racconto, Makar Čudra, un testo ormai dimenticato (eppure tradotto in italiano più di una volta) sull’amore impossibile tra due zingari, finito in tragedia per questioni d’onore. L’autore è quindi «gor’kij», cioè «l’amaro», come amaro sarà il vissuto dei suoi numerosi personaggi, sempre colti nel difficile cammino di emancipazione da quella palude pericolosa che è la vita russa, con una speranza in più rispetto ai contadini di Čechov, specialmente nelle opere del realismo socialista, ma con un perenne dissidio che li pone davanti alla scelta consapevole oppure no della rivoluzione.

Tutta la sua infanzia e adolescenza fu un’amarezza continua. Il nonno paterno, presso cui gli toccò vivere dopo la morte dei genitori, lo costringeva a fare dei lavori durissimi, senza risparmiargli botte e umiliazioni, fino al punto di toglierlo dalla scuola quando si accorse che quel ragazzo poteva essere un bravo bottegaio e portare a casa dei soldi. Iniziò così la trafila dei suoi faticosi lavori manuali, che portò Maksim a passare da un negozio all’altro, fino al palco di un teatrino, alla cucina di un battello, alla cantina di una panetteria e addirittura al bosco, quando gli fu offerto l’impiego di cacciatore che lo avvicinò veramente per la prima volta al mondo della natura. Tutto questo Gor’kij lo descrisse in uno dei suoi libri autobiografici più importanti, Le mie università, dove per «università» egli non intendeva certo le aule dove avrebbe voluto studiare, ma le stamberghe nelle quali incontrava i bosjaki, cioè i poveri mendicanti che solcavano la terra russa con i loro piedi scalzi (bosye nogi) e cercavano ricovero ovunque vi fosse un respiro di umanità. Nei suoi racconti, ma in particolare in alcune sue famose opere teatrali dei primi del Novecento, come I piccolo-borghesi o Nei bassifondi, questi personaggi trasmettono al lettore il riflesso dell’anima russa, specchio di quell’immenso territorio che essi percorrono e che ne fa degli umili e saggi punti di riferimento per qualsiasi osservatore, interno ed esterno, dell’opera. Sono, per così dire, degli emarginati al centro del mondo, con la missione di insegnare la vita, quindi un ruolo simile a quello che in Guerra e pace svolge il saggio e rubicondo contadino Platon Karataev, o che in Vita e destino grava sul vecchio credente Ikonnikov. Non dimentichiamo che Gor’kij amava Tolstoj e di lui scrisse meraviglie in un famoso saggio che nel prisma della figura del grande romanziere, approfondisce il grande tema dell’anima russa e meriterebbe di essere oggi riletto (Tolstoi; Lenin; Il contadino russo nella rivoluzione d’ottobre: ricordi, Firenze 1947).

Più che adatto, quindi, lo pseudonimo di scrittore amaro, che Gor’kij si scelse e che non cambiò mai. Al suo nome non va però solo ascritto il mondo delle amarezze letterarie di cui sono gravidi i suoi personaggi, ma anche quell’intensa attività filantropica in cui l’uomo Gor’kij si consumò nel tentativo di alleggerire il destino degli altri, soprattutto nel periodo sovietico. Come scrive Nabokov, Gor’kij era una persona estremamente generosa e disponibile, che si fece in quattro per aiutare chi aveva bisogno, mettendosi anche (come lui stesso ricorda) contro Lenin, nel momento in cui c’era da decidere chi spingere giù dalla torre, se la vita di un uomo o l’ideale della Rivoluzione: «Molto spesso lo tormentavo con richieste di vario tipo e alle volte sentivo che la mia intercessione per le persone gli suscitava antipatia, quasi disprezzo nei miei confronti. Chiedeva: «Non vi sembra che vi stiate occupando di minuzie, di sciocchezze?» Ma io facevo ciò che ritenevo necessario e gli sguardi storti, adirati dell’uomo che conosceva il numero dei nemici del proletariato, non mi spostavano. Egli con dispiacere muoveva il capo e diceva: «Vi comprometterete agli occhi dei compagni, degli operai».

Insomma, Maksim Gor’kij era un uomo amaro, un uomo dolce. Alla fine dell’epoca sovietica, mentre cadevano a cascata le limitazioni che erano state imposte nei gusti e nelle parole dei russi, cominciò a girare una barzelletta licenziosa su questo pseudonimo: Stalin e Gor’kij si stanno dando un bacio appassionato, dopo il quale il primo dice con gioia al secondo: «Ma voi non siete affatto Amaro, al contrario, siete dolcissimo!».

Il secondo mito da sfatare riguarda anche Lenin: Gorki (scritto in questo modo, senza segno dolce e con la desinenza del sostantivo), la località fuori Mosca dove Lenin è morto nel gennaio del 1924, non si chiama così in onore dello scrittore, ma deriva da gorà, montagna (l’aggettivo “gor’kij”, invece, deriva da gòre, dolore). In tutta la Russia, in prossimità di qualsiasi altura che ricordi una montagna (giacché in questo sterminato territorio, di montagne non ce ne sono poi tante), spunta anche una cittadina, un paese o un villaggio di campagna di nome Gorki (letteralmente, montagnette): ce ne sono dappertutto, a volte distinte con un numero, Maksim Gor’kij stesso morì nella Gorki-10, a circa cinquanta chilometri a ovest di Mosca e a circa settanta dalla Gorki in cui morì il leader della Rivoluzione d’Ottobre, che invece sta a sud della capitale.

Gor’kij è uno di quegli scrittori che sono stati capaci di trasformarsi in mito ben prima che maturassero i tempi per questo cambiamento: come un Re Mida delle lettere russe, l’autodidatta che come una spugna prosciugava qualsiasi cosa vedesse, spremendo anche i sassi, riuscì negli anni a trasformare in oro molto di quello che scrisse (e non tutto, certamente, luccicava come l’oro), a declinare quindi il proprio credo a quello che il pubblico, che lo amava come uomo e come artista, si aspettava da lui.

Del Gor’kij scrittore potremmo scrivere pagine e pagine, ma forse non appassionandoci quanto potremmo davanti alla sua monumentale figura di prigioniero politico e mediatore, illustre emigrato e uomo sovietico, di teorico della Rivoluzione e imprenditore culturale, di amico sincero e amareggiato opponente di Vladimir Il’ič Lenin. Nonostante nella sua cospicua opera letteraria manchino quei lampi di genio che incendiano invece le pagine di Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, Čechov e Bulgakov, Gor’kij fu l’autore russo più letto sia in patria che all’estero nel Novecento, specialmente in Italia, dove visse a lungo, soprattutto tra Capri e Sorrento, per curarsi dalla tubercolosi e nel frattempo maturare la giusta distanza dall’irrespirabile ambiente russo, prima e dopo la Rivoluzione. La bibliografia delle sue traduzioni italiane, pubblicata di recente da Michaela Böhmig, conta un’enorme quantità di titoli: più di duecento usciti a partire dall’inizio del secolo scorso, compresa una raccolta completa di opere in venti volumi, che fu pubblicata tra il 1962 e il 1965 a cura di Ignazio Ambrogio e Agostino Villa. E forse il merito di questo successo va anche ascritto alla fitta rete di contatti che Gor’kij vantava in tutto il mondo, di persone anche molto influenti che lo ascoltavano, lo aspettavano, profetizzavano i suoi successi, lo stimavano per le sue idee oltre che per i suoi scritti. E queste persone erano così tante, che il lascito epistolare di Gor’kij, come scrive Lidija Spiridonova, «è un fenomeno unico, sia per la consistenza, sia per il significato che ha nella storia della cultura mondiale del periodo che va dalla fine del XIX secolo al primo terzo del XX. Avendo scritto in tutta la sua vita circa ventimila lettere, lo scrittore vi ha trasmesso non solo i fatti della straordinaria biografia dell’artigiano Aleksej Peškov, diventato uno scrittore famoso in tutto il mondo, ma anche i principali problemi sociali, politici, filosofici, etici ed estetici di quel tempo».

Come si diceva, rispetto a quella politica, la parabola letteraria di Gor’kij potrebbe sembrare meno vertiginosa, ma sicuramente non priva di svolte e momenti cruciali che vorrei ricordare. Possiamo isolare tre fasi fondamentali nella sua opera di scrittore: quella iniziale dei testi brevi, di ambientazione soprattutto romantica (laddove per romantico intendiamo quel tipo di testo in cui il reticolo dei buoni sentimenti si esprime nella cornice della pošlost’ russa) e con particolare predilezione per il mondo dei vagabondi. Si tratta di spunti che lo portarono al grande successo di pubblico nel 1898 con la raccolta Schizzi e racconti e un anno dopo con il romanzo Foma Gordeev, contribuendo così a rendere centrale la sua figura di perseguitato politico e a suscitare, in un secondo momento (quando uscirono anche i drammi I piccolo-borghesi e Nei bassifondi), l’interesse di Lenin. L’inizio della seconda fase dell’opera di Gor’kij coincise proprio con l’incontro con il futuro leader bolscevico nel novembre del 1905, che fece seguito all’arresto, nel gennaio dello stesso anno, e a una breve detenzione nel carcere di Pietroburgo per il suo presunto coinvolgimento nella rivoluzione del 1905. Nel 1906 lo scrittore si spostò in Finlandia, a Berlino e in America. Qui iniziò a lavorare al più celebre dei suoi romanzi, La madre, che concluse in Italia: in questi anni Gor’kij ci ricorda, al netto dell’infingardaggine che non era certo un suo tratto, uno zelante Oblomov del XX secolo, specialmente quando viaggiò in America per raccogliere con le proprie conferenze soldi per le casse del partito, mentre l’ambiguo Parvus glieli sottraeva nemmeno così di nascosto, proprio come nell’Ottocento facevano tutti gli amministratori delle grandi tenute nobiliari, compresa quella del personaggio creato da Gončarov. La madre è un romanzo che annuncia le grandi battaglie del partito, per il momento solo nella forma della fede incrollabile che Pelageja, la protagonista, nutre nei valori del socialismo dopo la propria rinascita ed emancipazione dalla vita miserabile che conduceva con il marito, un operaio ubriacone. Dopo la morte di quest’ultimo, sarà proprio la fede rivoluzionaria a condurla, da un lato al sostegno del figlio e dei suoi amici nella lotta contro l’autarchia monarchica, dall’altro alla morte nel mezzo dei tumulti che fanno seguito alle proteste contro il potere e che ella vuole ormai vivere in prima persona. Non è difficile capire perché Lenin sosteneva che questo romanzo dovesse stare sul comodino di ogni operaio. La sua uscita tuttavia, causò all’autore non pochi problemi giudiziari, che lo convinsero a trattenersi all’estero e nei primi giorni di novembre del 1906 Gor’kij giunse infine a Capri, dove fu accolto «trionfalmente» e si stabilì fino alla fine del 1913. Il processo per La madre rappresenta ancora oggi un caso particolarmente emblematico dei meccanismi farraginosi e oscurantisti della censura in Russia, dove nonostante le libertà di espressione che lo zar era stato costretto a far approvare nella prima parte del nuovo secolo, la pagina scritta aveva ancora un peso enorme e spingeva lo stato a iniziative sproporzionate: nell’agosto del 1907 infatti, la sede pietroburghese del Comitato per la Stampa sospese la diffusione dei volumi XVI, XVII e XVIII della rivista su cui erano uscite le prime parti del romanzo. Inoltre «prese delle misure per sollecitare un processo contro l’autore dell’opera e i suoi editori», motivandole attraverso una lunga relazione, in cui si può tra l’altro leggere che nel romanzo «saltano agli occhi la totale, palese solidarietà dell’autore con le idee della dottrina socialista e con i proseliti di tale dottrina che vedono la luce nel romanzo. In considerazione di tale rapporto dell’autore con il tema da lui trattato, i passi dell’opera sopraindicati hanno carattere assolutamente criminale». Il processo a Gor’kij ebbe luogo solo quando questi tornò in Russia, nel dicembre del 1913, e terminò nel maggio dell’anno successivo con una non indicazione a procedere. La ristampa del volume in Russia era stata tuttavia vietata già a partire dal 1908, infatti le successive edizioni in russo (1908 e 1912) uscirono solo a Berlino, per i tipi di Ladyžnikov.

Per evitare tutti questi guai giudiziari, Gor’kij, come si diceva, si stabilì a Capri dal 1906, trasformando le sue diverse residenze (le ville Blesus, Spinola e Serafina) in formidabili centri culturali, da cui si propagarono idee e dibattiti fluidi e profondi, vera pietra angolare del futuro movimento bolscevico. La serenità caprese portò tra l’altro allo scrittore stimoli per dedicarsi ad altre opere: racconti brevi e lunghi, commedie, testi filosofici, tra i quali spiccano il cosiddetto ciclo di Okurok (cioè La cittadina di Okurok e La vita di Matvej Kožemjatkin), la raccolta di prose brevi Fiabe italiane, il saggio filosofico La distruzione della personalità, in cui mostra delle aperture verso le complesse teorie di Bogdanov, poi una serie di testi teatrali e di articoli che gli consentono di sottolineare, in una lettera alla moglie del 1908, che «non ho mai scritto con tanto piacere e facilità».

Alla terza fase dell’opera di Gor’kij, che coincide più o meno con il ritorno in Unione sovietica e riflette una svolta verso quelli che saranno gli ideali del realismo socialista, vanno ascritte le opere cicliche degli anni Venti e Trenta, in particolare L’affare degli Artamonov e La vita di Klim Samgin. Quest’ultimo romanzo, l’unico lavoro che l’autore pensava sarebbe stato ricordato dai posteri, fu portato a termine poco prima della morte, nel 1936: Gor’kij vi trasmette una visione d’insieme dell’epoca di passaggio dalla Russia degli zar alla Rivoluzione, filtrandola attraverso gli occhi dei suoi numerosi personaggi, in particolare di Klim, che (sottolinea Dmitrij Bykov) è «uno snob», appartiene a quella categoria di persone che a Gor’kij non piaceva, ma che segretamente ammirava per la loro eleganza, per il distacco che sapevano maturare rispetto alla realtà, la capacità di non mostrare compassione, di «rimanere impenetrabili e sornioni» davanti agli spettacoli anche più impietosi, quindi di essere proprio come l’autore non era e avrebbe desiderato essere.

Più che per i suoi romanzi però, Maksim Gor’kij è passato alla storia per essere il punto di riferimento del mondo sovietico quando era in Italia, e del mondo europeo quando era in Unione sovietica. Attraversando indenne le insidie della sua condizione di emigrato d’élite, della lotta per la successione di Lenin e, una volta tornato in patria, della pericolosa amicizia di Stalin, Gor’kij visse nel suo destino di intellettuale vicino alla politica diverse fasi, senza mai perdere l’affetto del suo popolo e dell’altro vožd’, il capo, nemmeno dopo la morte nel 1936 (di cui pure fu detto che era responsabile il regime). Negli anni immediatamente precedenti o successivi alla sua scomparsa, una serie di luoghi altamente simbolici dell’Urss cambiarono il proprio nome in «Gor’kij»: la città natale Nižnij Novgorod, la via Tverskaja, arteria che da sud porta direttamente a Mosca, il Parco centrale della Cultura e del Tempo libero «Maksim Gor’kij» creato da Stalin a Mosca (e in molte altre città sovietiche), l’Istituto di Letteratura mondiale «Gor’kij» dell’Accademia delle Scienze (Imli Ran), l’Istituto letterario di Mosca in cui ancora oggi si educano le generazioni dei nuovi scrittori, e poi stazioni del metro, piazze e strade in tante città russe.

L’attività culturale di Gor’kij, dentro e fuori dalla Russia, dal regime, dal potere, fu sterminata: basti pensare che nelle prime due decadi del Novecento nacquero su sua iniziativa e si svilupparono con il suo appoggio tre enormi case editrici, l’ultima delle quali, la «Vsemirnaja literatura» (creata nel 1919), ebbe delle tirature da capogiro, perché si occupava di dare diffusione ai capolavori della letteratura di tutti i tempi, raggiungendo culturalmente ed economicamente un pubblico molto ampio e variegato. Di tutti i numerosi sodalizi, quello più entusiasmante fu certamente con Lenin, il cui rapporto con Gor’kij può essere visto nel prisma di diversi momenti: la Pietroburgo delle barricate, la Parigi e la Londra dei congressi, la Capri dell’emigrazione, e poi la Russia della Rivoluzione e della Guerra civile. Un rapporto complesso, ma mai difficile, controverso ma mai soggetto a brusche interruzioni, e soprattutto un rapporto che ha fatto la storia del partito bolscevico, come mostrano gli studi che sono stati dedicati al tema: un volume di Anatolij Volkov fu dedicato a Lenin e Gor’kij nel 1972, poi una serie di pubblicazioni, anche successive alla caduta dell’Urss, da cui sono emersi nuovi materiali d’archivio. Tra gli scritti autobiografici, una certa impressione destano i ricordi che Gor’kij compose su Lenin subito dopo la morte di quest’ultimo nel 1924, e di cui si sono conservate tre versioni differenti. In quella più «sanguigna», scritta a Berlino nel 1927 e fra le tre, indubbiamente la meno edulcorata dalla censura, Gor’kij mostra da un lato una certa «comprensione» per il pugno duro con cui Lenin portò la Rivoluzione in Russia, ma dall’altro ne fa emergere il ritratto di un uomo gentile e premuroso, come in questa frase poi espunta dall’edizione «staliniana» del 1931 e dedicata al rapporto di Lenin con i compagni di partito: «la sua attenzione nei loro confronti si elevava fino a quella tenerezza che si trova solo nella donna: agli altri concedeva ogni minuto libero, non lasciando per sé nemmeno un momento di riposo».

Il periodo che va dal 1905 alla Guerra civile fu cruciale per la maturazione del rapporto tra Lenin e Gor’kij. Lo scrittore lo vide per la prima volta a Pietroburgo il 27 novembre del 1905, a una riunione del Comitato Centrale del Partito social-democratico, ma ne aveva sentito parlare già nel 1896 da un notaio di Samara che conosceva i marxisti locali, così cominciò a considerare le idee di Lenin come molto vicine alle sue. Dopo il successo della sua prima raccolta di racconti, nel 1898, Gor’kij prese parte attiva nella protesta contro il potere a Pietroburgo e nel 1901 partecipò a una manifestazione studentesca, iniziativa che gli causò un arresto contro il quale si schierò apertamente anche Tolstoj, ma che gli spalancò la strada verso il gruppo di «Iskra», impegnato proprio in quegli anni a denunciare le macchinazioni di potere che avvenivano nella città natale dello scrittore, Nižnij Novgorod. Anche Lenin, infatti, seguiva Gor’kij dalla Svizzera, ne denunciò l’immotivato arresto da parte di un «governo autocratico, senza alcun processo o tribunale», convincendolo d’altra parte a sostenere l’attività di «Iskra» e a entrare nel suo comitato moscovita. Lenin a questo punto cominciò a ritenerlo un elemento preziosissimo, che «è necessario preservare», a interloquire con lui, ad avvicinarlo all’attività rivoluzionaria e al movimento operaio, dando sviluppo a una fase di iniziale incanto, dopo la quale le strade si divisero, pur procedendo parallele. Gli eventi che scandirono questa divisione furono, da un lato la scuola di Capri, e dall’altro la svolta autoritaria che aveva preso la Rivoluzione.

Quanto alla prima, va ricordato che Lenin fu a Capri ospite di Gor’kij nell’aprile del 1908 e nel luglio del 1910. Si trattò di due parentesi che arricchirono un periodo, quello caprese (1906-1913), particolarmente intenso dello sviluppo del pensiero di Gor’kij: come noto, in questi anni aveva aderito alla corrente del bogostroitel’stvo, o «costruzione di Dio», appoggiata anche da Lunačarskij e Bogdanov, ma invisa a Lenin e Plechanov, poiché ritenuta un pericoloso tentativo di riesumare una religione di stato. Come scrive Vittorio Strada, questa dottrina «confluiva e si trasformava, dando luogo a una nuova ideologia che, combattuta dal rigido razionalista Lenin, era destinata, tuttavia, ad entrare nel fondo genetico del bolscevismo, a costituire quasi la sua seconda anima “utopistica” accanto a quella “scientistica” preminente nella dottrina bolscevica ufficiale». La cosiddetta «Scuola di Capri», che si aprì proprio sulla scia di queste ricerche filosofiche ed era destinata all’erudizione degli operai, «era il laboratorio di una cultura che si proponeva radicalmente alternativa rispetto a quella definita “borghese” e profondamente diversa anche dalla cultura di cui erano portatori sia il movimento socialdemocratico europeo e in Russia il menscevismo, sia lo stesso bolscevismo leniniano».

L’iniziativa della scuola aveva suscitato in Lenin un disappunto che trovò tra l’altro espressione in un lungo saggio pubblicato nel settembre del 1909 sul quotidiano «Proletarij», nel quale egli definiva Gor’kij e compagni una «brigata di letterati che sta alimentando una letteratura illegale», li accusava di effettuare una propaganda della religione che aveva il solo effetto di risvegliare le forze della borghesia, permettendole di «inoculare la religione al popolo oppure darle nuova linfa».

L’articolo fu propedeutico a una decisione ufficiale del partito bolscevico, assunta nel giugno del 1909 proprio sul tema del bogostroitel’stvo, che veniva praticamente condannato come filosofia estranea alla linea, decisione che tagliò di fatto le gambe alla Scuola di Capri. Gor’kij, tuttavia, non serbò rancore nei confronti di Lenin, almeno da come ce lo descrive nei suoi ricordi, dove invece parla di una certa serenità che lo caratterizzava, sottolineando (solo nella versione del 1931) che egli «respingeva con severità ogni discorso su temi filosofici». Del soggiorno caprese di Lenin, forse l’immagine più nitida è impressa in quelle fotografie che lo rappresentano mentre gioca a scacchi con Bogdanov, davanti allo sguardo felice del padrone di casa, che nei ricordi sottolinea: «giocò infervorandosi a scacchi con Bogdanov e dopo aver perso si arrabbiò, addirittura scoraggiandosi, quasi come un bambino. Da notare che anche questo sconforto infantile, così come la sua straordinaria risata, non inficiavano l’unità globale del suo carattere. A Capri c’era un altro Lenin, un compagno magnifico, un uomo allegro, con un interesse vivo e inesauribile per qualsiasi cosa al mondo, con un rapporto straordinariamente tenero con le persone».

Quanto invece alla svolta d’Ottobre, Gor’kij espresse una serie di giudizi molto negativi (raccolti poi tra i suoi Pensieri intempestivi) sulla maniera violenta con cui fu condotta la presa del potere: questa rivoluzione gli pareva un’illusione creata con un «colpo di bacchetta magica», giacché non era possibile dall’oggi al domani «rendere socialisti l’ottantacinque per cento della popolazione contadina del paese, tra la quale vi sono alcune decine di milioni di nomadi d’altre stirpi. Per questa dissennata esperienza soffrirà prima di tutti la classe operaia». Opinioni politiche che tuttavia non scalfirono il rapporto umano tra Gor’kij e Lenin. Anche quando il primo lanciava i suoi strali, Lenin ebbe sempre un’alta considerazione della sua arte, perché ne aveva compreso non solo il valore letterario, ma anche le potenzialità pubblicistiche nella prospettiva di un allargamento del movimento operaio russo. Nella quarta delle sue Lettere da lontano, redatta proprio nel 1917, precisò che non c’erano dubbi sul fatto «che Gor’kij sia un talento letterario enorme, che ha portato e porterà molto vantaggio al movimento proletario mondiale».

Ben più a senso unico fu il rapporto tra Gor’kij e Stalin, che prese piede quando lo scrittore fece il suo ritorno trionfale in Unione sovietica, salvo poi recarsi in Italia nei periodi più freddi, almeno fino a quando questo privilegio poté essergli concesso. Dal 1924 al 1927 visse a Sorrento, a Villa Sorito, continuando a ricevere amici, intellettuali e studiosi:nel settembre del 1924 fu suo ospite anche lo storico dell’arte Pavel Muratov, autore di una delle più importanti opere che celebrano le bellezze dell’Italia.

Come se ciclicamente lo scrittore fosse tornato all’epoca del duro lavoro e delle percosse del nonno, questa parte della vita di Gor’kij, che pure non fu priva di onori e successi, gli riservò altrettante amarezze. Lo studioso Dmitrij Lichačev ricorda la reazione di Gor’kij dopo il colloquio che ebbe nel 1929 con un ragazzo recluso nel gulag delle Solovki. Episodio simbolico, ancora oggi oggetto di dubbi, ma che in cui tutto sommato si rispecchia il lento sgretolamento del rapporto tra Gor’kij e Stalin nella prima metà degli anni Trenta. Gor’kij trovò l’opposizione del vožd’ quando gli propose la creazione di una nuova rivista letteraria, quando tentò di difendere Bulgakov, di dare credito a Platonov е a molti altri artisti sovietici, di aiutare una serie di intellettuali emigrati che erano ormai stati bollati come nemici del regime, fino a quando, a cadere nell’abisso della censura staliniana non furono (benché in minor misura) le sue stesse opere e il permesso di tornare un’ultima volta in Italia per le cure. Andò quindi a curarsi in Crimea, a Tesseli, ma tornato a Mosca contrasse un virus che debilitò definitivamente il suo fisico: Maksim Gor’kij morì la mattina del 18 giugno 1936 nella sua residenza di Gorki, due anni dopo la tragica morte del figlio Maksim.


Breve nota bibliografica:

In russo una bibliografia autorevole di Maksim Gor’kij e aggiornata fino al 2005, si trova in E.B. Balujskaja et al., Literatura o M. Gor’kom. 2001-2005. Bibliografičeskij ukazatel’, Biblioteka Rossijskoj Akademii Nauk, Sankt-Peterburg 2014. Biografie di Gor’kij più recenti sono invece quelle di Viktor Petelin (Žizn’ Maksima Gor’kogo, Moskva 2007), Pavel Basinskij (Maksim Gor’kij. Mif i biografija, SPb 2008) e Dmitrij Bykov (Gor’kij, Moskva 2016). Una bibliografia completa delle traduzioni italiane delle opere di Gor’kij è stata fatta da Michaela Bohmig e si trova nel volume curato da Ol’ga Shugan M. Gor’kij v Italii (SPb 2021, pp. 553-582). Di grande utilità per un aggiornamento bio-bibliografico sono poi le pubblicazioni curate dalla Sezione di studio e cura dell’opera di Maksim Gor’kij, che opera in seno all’Imli Ran (Istituto di Letteratura mondiale “Gor’kij” dell’Accademia delle Scienze) di Mosca: in particolare si segnalano le pubblicazioni della serie M. Gor’kij. Materialy i issledovanija («M. Gor’kij: materiali e ricerche»), i cui volumi vengono periodicamente pubblicati dal 1990. Nello stesso istituto è custodita e studiata anche una consistente parte dell’archivio di Gor’kij, la cui descrizione può essere vista direttamente sul sito dell’istituto (www.imli.ru).

Quanto al lettore italiano, segnalo alcuni testi da cui sono prese le citazioni del profilo e in cui si possono trovare adeguati approfondimenti sulla vita e l’opera di Gor’kij: V. Strada, L’altra rivoluzione. Gor’kij-Lunačarskij-Bogdanov. La «Scuola di Capri» e la «Costruzione di Dio», Capri, 1994; J. Scherrer, D. Steila, Gor’kij-Bogdanov e la scuola di Capri: una corrispondenza inedita (1908-1911), Roma, 2017; M. Gor’kij, Lenin, un uomo, a cura di M. Caratozzolo, Sellerio 2018. Preziosi aggiornamenti si possono trovare negli atti di un grande convegno svoltosi di recente a Napoli e dedicato al 150-mo anniversario della nascita di Gor’kij: Maksim Gor’kij: ideologie russe e realtà italiana. Atti del convegno per il 150° anniversario della nascita di Maksim Gor’kij = Maksim Gor’kij: Rossijskie ideologičeskie konteksty i ital’janskie realii. Sbornik materialov konferencii k 150-letiju so dnja roždenija Maksima Gor’kogo, a cura di Michaela Böhmig, Lucia Tonini, Donatella Di Leo, Olga Trukhanova, Roma, 2020.



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Marco Caratozzolo è professore associato di Slavistica presso l'Università di Bari, dove insegna Lingua e Cultura russa. Specialista dell'opera di Dostoevskij, lavora sulla letteratura russa della seconda metà dell'Ottocento e dell'emigrazione russa in Francia e Italia nel Novecento. Ha vinto il premio "Claris Appiani" per la traduzione di "Che disgrazia l'ingegno" di Aleksandr Griboedov e curato per Sellerio l'edizione dei Ricordi di Gor'kij su Lenin.