«The Importance of Being Earnest»


Da «Endart», Das Glück, 1989, olio su ortica, 160x138 cm


«Non prendere in giro i laureati, hanno solo fatto una scelta di vita sbagliata»

(M. Simpson)


CANTO I – Le panchine sono piene di gente che sta male Le reazione ai meme con Di Maio abbronzato sono state feroci, com’era giusto che fosse: lo schiaffo troppo pesante, l’onta troppo grossa perché rimanesse senza risposta. Le pagine di Internazionale hanno cominciato a grondare inchiostro come il sangue dei martiri al supplizio, entrambi testimoni di verità, mentre i social si scuotevano d’indignazione tellurica. Il razzismo italiano, i conti mai affrontati con il passato coloniale di questo Paese: la campagna d'Abissinia, la follia di Graziani e la saggezza di Amedeo di Savoia ritornano prepotentemente a tenere banco nei bar di quartiere come in quelli di provincia, tra un caffè d’orzo e un China Martini non si parla d’altro. Ma la situazione, come dev’essere in questi casi, precipita e ci vuol più d’un cordiale a tenere a bada la rabbia. Quellu di Automatizzato Comunismo Memetico frigge un meme e i suoi arguti follower capiscono che ha fatto il Liceo classico; Raimo fa un post. Il Paese trepida.

CAPITOLO II - «E ora qualcosa di completamente diverso»

In quest’epoca di tragico declino di riferimenti culturali ed ideologici l’unico punto fermo della Rivoluzione e delle persone sane di mente in genere non possono che essere i Monty Python, e quindi procediamo con qualcosa di completamente diverso. Gli arguti lettori di una nota pagina di meme hanno già capito che si sta per fare del benaltrismo.

Sì, molti dei meme con Di Maio abbronzato sono razzisti. Sì, l’Italia è un paese con un diffuso sentimento razzista che non ha mai fatto i conti con il suo passato coloniale, come ci hanno spiegato innumerevoli post di Raimo.

Ma, come hanno dimostrato anche tanti arguti meme di quellu di Automatizzato Comunismo Memetico, negli ultimi trent’anni la politica istituzionale è diventata una barzelletta, un reality di bassa lega cui partecipano personaggi da avanspettacolo, mentre l’approccio alla politica da parte dei più è caratterizzato da una sorta di disinteresse attivo, di sconfitta invincibile che ha come frutto più evidente un cinismo profondo che si confonde con la superficialità.

Di Maio, il Ministro che non sa usare i congiuntivi, il Ministro degli Esteri che non distingue tra Chile e Venezuela, che parla di diritti del lavoro e c’ha il padre che assume a nero. Si fosse fatto biondo, i meme lo avrebbero rappresentato come un tirolese che gira per Roma con sandali e calzini di spugna. E invece s’è abbronzato. L’idiota. E ci hanno fatto i meme. E lui li ha ricondivisi sui suoi social. Il testadicazzo. Perché quello è, quello si prende in giro: il fatto che una persona palesemente priva di qualsivoglia competenza o senso del reale sia in uno dei posti chiave del governo di una delle potenze economiche dell'Occidente.

Come Berlusconi con la bandana che fa le corna, Renzi vestito da Fonzie, Fassino che porta sfiga, Salvini che fa il coglione al Papeete: personaggi più che persone, meme ambulanti. Tutta gente che ha fatto la fortuna di note pagine di meme con arguti follower che hanno sicuramente intuito che l’admin ha fatto pure l'università.

ATTO IIIQUESTA VOLTA IL TITOLO VA TUTTO MAIUSCOLO

«Dove il frate Guglielmo e il giovane Adso da Melk scoprono un passaggio segreto per la misteriosa biblioteca, e ivi leggono i testi di Anassimandro e Euclide e dei dotti geométri alessandrini, e le profezie della sapiente Ipazia grazie alle quali, con l’aiuto dei follower di una pagina di meme noti per la loro arguzia, intuiscono che l’autore di questo testo sta per mettere i proverbiali puntini sulle “i”».

Mettiamo subito i puntini sulle «i»: non si minimizza niente. Né si perdona niente a nessuno. Non esiste leggerezza perdonabile in assoluto, figuriamoci in materie così gravi. Non lo abbiamo imparato leggendo Dante, ma guardando il meme della bambina con gli occhi luccicanti che chiedeva in giro dove si sarebbero andati a nascondere Tizio e Caio il giorno della Rivoluzione [onestamente non ricordiamo quale arguta pagina di meme abbia messo in giro la sagace figuretta].

Atto III. Scena II – Entrano Bruto e Casca e altri congiurati. Desdemona gli fa notare che hanno sbagliato tragedia.

La verità è che siamo invasi.

Bande di accidiosi scorrazzano tra le nostre lande diffondendo peste e citazioni di Fisher e Foucault, meno simpatici dei croati, peggio vestiti dei lanzichenecchi: sono quelli che leggono, gli intellettuali. Gli arguti follower di una nota pagina di meme hanno già capito che non stiamo per citare Boris.

Sì, però, sul serio: hanno rotto il cazzo.

Perché continuare a dire come un mantra che «manca la teoria», o che «il problema è culturale» va anche bene ed è forse vero, ma dopo un po’ il bluff si scopre e si capisce che è tutta una scusa per continuare a mascherare il disinteresse per la pratica, per la versione carne e sangue della politica, quella che incide sulla vita vera.

Che poi alla gente, in genere, fa pure piacere informarsi, farsi una cultura, approfondire, però la paura di assomigliare a costoro è tanta che si preferisce l’abbrutimento, l’odio sincero, le Peroni dal bangla e i meme con Stalin. Gonfiarsi il fegato, piuttosto che le gonadi.

Perché da che mondo è mondo sangue chiama sangue, l’odio chiama odio, e al danno segue la vendetta, come ci insegnano i meme con Barbero quando parla dell'Editto di Rotari. Invece questi, veleggiando sfacciati tra i piatti marosi della noia, ci spiegano che il problema è «complesso», è «culturale», e come tale va affrontato. Impavidi, non hanno avuto remore a pronunciare la parola «blackface»: il terribile capo d’accusa con cui hanno finalmente portato Totò e Nino Taranto, novelli Eichmann, davanti all'ineluttabile Tribunale della Storia per essersi pittati la faccia di nero in Tototruffa 62. Raimo ha scritto una cosa per dire che c’entrava pure il fatto della mascolinità tossica e che la colpa era anche della Ferragni e della di lei perversione per i cordon bleu, ma dopo un po’ ha cancellato il post.

Più tristi di quelli che vanno ai cortei con i cartelli scritti in stampatello tipo scuola elementare. Più tristi degli ex ‘77, e persino più tristi di quelli che fanno le iniziative per far parlare gli ex ‘77. Snocciolano sociologie, letture, citazioni come se l’analisi politica consistesse nel leggere un fatto citando tesi e testi, come se fosse una sfida tra nerd a chi ha studiato di più e ha fatto meglio l’università, sovrapponendo e incastrando layers e layers di teorie come stessero facendo un meme, e complicando la realtà fino all’inverosimile, fino a farla diventare troppo difficile per essere compresa e distrutta.

PARTE IV – «Dalla regia mi dicono di non rivolgerle più la parola» (K. Brockman)

DISCLAIMER: Scusate i paroloni e le citazioni, nessuna delle personalità che scrive gestisce una pagina di meme, ma questo alcuni arguti follower lo avevano già inteso.

Teoria e prassi dovrebbero dialogare come in un match di tennis: il gioco c’è e fa spettacolo solo se sono in due a rimpallarsi la sfera. Se il tennista rimane da solo non si avrà nemmeno un allenamento, ma un tizio solitario e ansimante con una mazza in mano che fa sbattere delle palline su e giù. Gli arguti follower di una nota pagina di meme avranno già capito la metafora.

E se davvero si vuol fare lavoro culturale noialtri, che minacciamo chi vorrebbe convincerci che le IPA artigianali sono meglio delle Moretti (bevetevela voi quella roba!), ardiremmo a consigliare che importare pari pari e acriticamente analisi e modelli dagli Stati Uniti per leggere e codificare la realtà italiana non è una soluzione. È parte del problema.

Anche perché, curiosamente, spesso si tende a non vedere che negli States quando uno sbirro ha ucciso George Floyd la risposta si è concretizzata anche nelle marce del BLM coi mitra a tracolla e con i commissariati dati alle fiamme. E che la richiesta dei rivoltosi era ed è quella di abolire la polizia: obiettivo enorme, certamente, ma concreto. E tutto giocato sul piano politico, non su quello dell’irrealtà intellettuale.

L’intellettualizzazione della politica (cioè della realtà) è la versione fighetta del disinteresse attivo e della sconfitta invincibile, recitata da quelli che si danno un tono bevendo le birre artigianali. La differenza tra i due approcci è nei like sui social. Tipo a note pagine di meme con follower particolarmente arguti che hanno fatto l’università come gli admin delle pagine con cui si sollazzano.

Manca il senso del reale, della proporzionalità. Se è sacrosanto scandalizzarsi per l’insito razzismo dei meme su Di Maio, è anche vero che quando accadono cose come quella di Firenze, Fermo o Macerata (azzardiamo a citare anche Colleferro), ci sarebbe da aspettarsi che le strade s’ingombrino di barricate e di voglia di restituire al mittente violenza e paura. E ancora peggiore dovrebbe essere la reazione ad ogni rinnovo degli accordi Italia-Libia.

È una questione che riguarda il modo stesso di intendere il fare la politica, che qui si attacca solo pretestuosamente e debolmente al discorso del razzismo. Perché il pericolo sta ne trasformare l’attività politica in qualcosa di esangue, cerebrale, puramente teorica. E, si badi bene, qui non si fanno ragionamenti «stradaioli», né si nega l’importanza di formulare analisi e ragionamenti.

Qui s'invoca la pratica e la sua urgenza.

E la ripugnanza per i discorsi asfittici e adiabatici.

Qui s’invoca ciò che è necessario.

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