Soldato senza nome



Notte buia, sperduta tra le macerie del 1916. La luna è coperta da fitte nubi e c’è molto fumo, non vedo quasi niente. Spari ed esplosioni sono una tempesta senza tregua. Il silenzio è così lontano. Provo a immaginarlo, a ricordarne le sensazioni, ma è inutile. Stringo il fucile che mi ustiona le mani per quanto è gelido, un glaciale pezzo di metallo che non posso abbandonare. È la sola cosa che vorrei, lasciarlo precipitare, magari in una buca. Con la punta dello scarpone smuovo una zolla di terra, per seppellire il fucile e me stesso.

Il capitano dà il comando di attaccare e saltano tutti fuori dalla trincea urlando, mentre la mia testa coperta dall’elmetto sparisce in fondo al fossato. Un mio compaesano viene subito colpito, si accascia a due passi da me, con il ventre aperto e le budella che gli escono dalla pancia. Mi raggomitolo nel nascondiglio che avrei voluto scavare, e tremo; ho un terremoto nel cervello.

Qualcosa brucia, forse dei corpi, è un fetore che non ho mai sentito prima. Resto dove sono e una mano mozzata mi precipita addosso. Parte delle ossa sporgono come il manico di una paletta. Non sanguina, puzza di brutto, eppure non riesco a scansarla. Mi rimane in grembo, e la fisso terrorizzato, finché altre mani ancora attaccate alle braccia mi strattonano e mi sollevano da terra.

«Arzate cacasotto» dice un soldato come me.

«Stai a giocà a nascondarella?» chiede un altro con una smorfia cattiva.

«Pure tu aia fa’ a parte toia, comm tutt nuje» dice un altro ancora.

Capisco a stento cosa vogliono, tutto quello che esce dalle loro bocche sembra offensivo, poi sento la parola "traditore". Traditore di chi, di cosa? Io non ho promesso niente a nessuno, tantomeno a loro che neppure conosco. Mi schiaffeggiano, mi sputano in faccia, continuando a scuotermi e a schiacciarmi alla parete fangosa.

«Si nun fa’ o surdate te finisc malamente, in cuoll o tribunal militare» dice il napoletano, un tipo con il collo taurino.

«Accoppamolo sto sorcio, je tocca morì mò» dice la smorfia cattiva piazzandomi una pistola allo stomaco. Lui è il più alto di grado, un tipo con pochi denti in bocca.

Sembrano tutti d’accordo su questo, tranne me, che stavolta ho capito perfettamente. Impugno ancora il fucile, me ne sono quasi scordato, e lo uso per spingerli via. Poi sparo al cielo e salto fuori dalla trincea, correndo più veloce che posso, senza voltarmi, sguardo in giù per non inciampare. Corro sulla fanghiglia, su pietre aguzze, su frammenti d’armi, su brandelli di divise, su pozze di sangue, su resti umani. Smetto di guardare, questo è l’inferno. Fisso un punto immaginario davanti a me, senza capire dove vado, e sparo in alto, illudendomi di poter trafiggere le nuvole per vederci meglio. Ma quelle sono immortali, così inizio a lanciare proiettili in ogni direzione, finché incespico su qualcosa e cado.

Proseguo strisciando, di gomiti e ginocchia, senza una meta, senza un posto dove ripararmi. Sento i colpi avversari fischiare vicinissimi. Attraverso lo squarcio in un reticolato e appena riesco a rialzarmi ricarico l’arma e la stritolo, come se volessi strozzarla. Non so quello che faccio.

Tutti i soldati attorno a me muoiono orribilmente. Il campo di battaglia è allo scoperto, su una collina di cui non conosco il nome. Non so perché, ma mi viene in mente la distribuzione del rancio: quel mio compaesano, più giovane di me, fissava la scodella con l’espressione di chi sta per mangiare se stesso. Il suo nome è… era... non lo ricordo più. So soltanto che non voglio finire come lui e tutti questi altri. Ho diciannove anni, sono vivo e voglio restarci, ma per riuscirci ho bisogno di non farmi annientare dalla paura e riacquisire lucidità. Mi concentro su ciò che amo: penso ai miei genitori, ai pochi animali che abbiamo, agli strumenti per lavorare la nostra piccola fetta di terra, ai libri che leggo prima di addormentarmi.

Ricomincio a correre, finora ha funzionato, ma zigzagando per non essere un bersaglio facile. Sparo a vuoto, scivolo a terra, mi appoggio a un cadavere e lo uso come scudo. Ricarico ancora, per l’ultima volta, e sputo piombo in fronte a un nemico, appena in tempo. Quello si affloscia come se l’avessi svuotato di tutto ciò che ha dentro. Uccido per la prima volta, ma non sembro io a farlo. Ammazzo per non essere assassinato, su un territorio che scoppia, tra uomini che tuonano, nell’aria che brucia.

I miei commilitoni proseguono verso la trincea ostile, superata quella dobbiamo conquistare l’avamposto; sono questi gli ordini. Granate e grida strazianti rimbombano dappertutto. Il terreno è sempre più pesante, ha il colore della morte. Sono in prima linea da pochi giorni. È peggio di quanto temessi. Un altro soldato mi viene contro, prendo la mira e lo colpisco al petto. Ma il suono dello sparo mi è estraneo, nonostante abbia premuto il grilletto poco prima; la voce del fucile è cambiata. Lo guardo e mi rendo conto che non è l’arma che ho usato fino a un attimo fa. Non capisco come sia possibile.


Sopravvivere a questo scontro sembra un’aspettativa pari alla polvere, un concetto infinitesimale, ma forse ci saranno giorni migliori dopo la follia di tutta questa devastazione. A casa mi danno spesso dell’ingenuo, dicono che ancora non conosco tanto della vita, che rimugino troppo sui fatti che mi capitano, che spreco tempo a leggere storie inventate. Adesso sono in un incubo, il peggiore mai avuto, e so che voglio tornare nella mia campagna, dalla mia famiglia, alla mia vita semplice e ingenua. Non m’importa di questo fucile che ora è diverso. Non devo arrendermi.

Procedo con i sensi in trepidazione, indietro non esiste altro che il nulla. Ma appena compare il loro mitragliatore un pensiero invade ogni anfratto della mia mente: non rivedrò l’alba. Con quell’affare falciano ogni soldato che gli va incontro, anche quelli che scappano nella direzione opposta. Mi getto nella melma schivando le pallottole, non tutte. Una guancia, un orecchio e un braccio s’infiammano di dolore. Anche alcuni nemici vengono abbattuti da quell’arnese, uno di loro finisce a pochi metri dal mio naso. Sento il fragore di una carica dietro di me, non capisco chi sta arrivando, perciò mi fingo morto.

Non posso crepare così, senza sapere dove sono, chi mi ha ucciso, né perché. Cosa ci faccio qui? Non so niente di questa guerra. Resta concentrato, non distrarti! Dei passi pesanti si avvicinano troppo, mi raddrizzo con un colpo di reni e sparo. Quando mi tolgo il fango dagli occhi scopro di avere colpito a morte uno dei miei. Due soldati se ne sono accorti e mi vengono contro puntandomi addosso i loro fucili. Scatto su un fianco, mi lancio in una buca e da lì stavolta ne colpisco uno giusto.

Ho finito le munizioni. Se quei due arrivano qui sono spacciato. Controllo in tutte le tasche della divisa, sperando di trovare almeno un proiettile, senza distogliere lo sguardo dalla cima della buca, ma al tatto ho una strana sensazione. Abbasso gli occhi e non riconosco l’uniforme: indosso quella del nemico. Com’è possibile? Che cosa sta succedendo? Prima il fucile, ora questo. E chi è questo nemico? Di lui non so niente, se non che non c’ho mai avuto a che fare. Mi sparano addosso. Getto il fucile, mi arrampico su, salto fuori e corro via.

Non so come sono finito in mezzo a un mucchio di cadaveri. Cerco un’arma con cui difendermi, ma c’è così tanto sangue che non capisco cosa tocco. E il tanfo è nauseante, fatico a respirare. Vomito. Devo togliermi da qui, mi sembra di poterci affogare dentro. Avanzo carponi, mi ritrovo una pistola in mano, rotolo oltre l’ammasso di carne morta e mi allontano più che posso.

Comincio a essere troppo stanco per proseguire, mi cedono le gambe. Il tempo sembra essersi sgretolato, distrutto in questa carneficina, che mi pare interminabile. Mi accosto a un masso che può darmi riparo. Alla pistola è rimasto un solo colpo. Mi tasto per capire se sono stato ferito ancora e sento un’altra differenza. Slaccio l’elmetto per guardarlo: è quello del nemico. E percepisco qualcosa di differente anche ai piedi. Li pulisco dal sangue sputandoci sopra: sono quelli del nemico. Una raffica di spari m’impedisce di stupirmi ancora. Rispondo con il mio unico colpo in canna, balzo in avanti e fuggo.

Sono a pochi metri dai fossati dell’esercito straniero. Stanno ricaricando il mitragliatore. Mi fermo per rifiatare, riparandomi dietro un’altra grossa roccia, e mi accorgo che le mie mani non sono più le stesse. Non sono più le mie mani. E toccandomi il viso capisco che anche quello non è più il mio. In questa notte gelida e feroce niente è sensato, devo superare tutto quello che accade e basta. Non posso neanche impazzire.

Avvisto un fucile, ancora fra le mani di un morto. Gli salto accanto, tenendomi basso. Quello reagisce debolmente, non è un cadavere e non vuole mollare la presa. Estraggo un pugnale dal cinturone che prima non avevo e glielo conficco in gola, dopo aver sentito parole incomprensibili. In un attimo i suoi occhi si sporcano di oscurità e cenere, sembrano diventare sassi; osservandoli capisco che non è stato lui a parlare, ma io. Mi sono espresso in una lingua che non conosco. Gli strappo via il fucile e lo stringo a me, come se potesse spiegarmi cosa mi sta succedendo. Come ho fatto a pronunciare parole che non ho mai sentito? Qualcuno però inizia a bersagliarmi di revolverate, così mi acquatto di nuovo dietro la roccia, senza ottenere alcuna risposta.

Mi accerto dello stato delle ferite, anche se non fanno più male. Sono sparite, eppure sono sicuro di essere stato colpito di striscio, tre volte. Qualcuno strilla un nome e mi volto in quella direzione come se fosse il mio, anche se non l’ho mai sentito prima. Quei soldati che hanno tentato di ammazzarmi adesso mi chiamano verso di loro. Capisco tutto quello che dicono. Mi suggeriscono di aspettare l’ordine per scattare e raggiungerli, mi copriranno le spalle.

«Los!»

Sparano tutti insieme e io abbandono l’arma, corro come un disperato, mi butto a terra, striscio sotto il filo spinato, passo sopra soldati fatti a pezzi, aggiro una mina scoperta e spingo con le mani e con i piedi finché precipito nel loro fossato, la loro prima linea di difesa.

Tutti mi danno energiche pacche sulle spalle e mi fanno i complimenti per il coraggio. Parlano di un assalto eroico, dicono che merito una medaglia, che sono un autentico patriota. Non so a quale patria si riferiscano, ma finalmente sono al sicuro, non m’importa d’altro.

«Die verdammte Schnurken fliehen» sbraita qualcuno, e molti si sporgono a guardare.

Io sono sfinito. Resto seduto su un sacco di sabbia, staccatosi dalla fortificazione. Guardo quelle mani non più mie, lacerate, freddissime, e non riesco a pensare. Non so dove mi trovo, da che parte sto, né per cosa stiamo combattendo. Non ricordo neppure il mio nome. So solamente che da qui non farò ritorno.



Immagine: Sergio Bianchi, Volto, 1995