Il secolo comunista dell’invenzione femminista e dell’autovalorizzazione proletaria

Sergio Bianchi, Viva, 2020

La parabola tracciata da Rossana Rossanda (1924-2020) è la parabola del secolo politico per antonomasia, è la parabola creativa del secolo femminista per definizione, è la parabola del secolo della massima produttività delle classi dominate quando si costituiscono come soggetto politico attraverso l’invenzione analitica rispetto a ogni singola forma di sfruttamento, dominio e bestialità che il capitalismo ha creato nella sua barbara traiettoria plurisecolare. Una traiettoria che ora volge al termine, dopo che alla fine del lungo Ventesimo secolo, nel suo apice storico, ha posto il genere umano davanti a una serie di crisi di proporzioni bibliche e a una classe dirigente sempre più brutale, disorientata, crudele e irrazionale, come Rossanda ha commentato senza alcuna sorpresa nei suoi ultimi anni di lucidità e di attività intellettuale. È una situazione insospettabile per il paradigma liberale del Diciannovesimo e Ventesimo secolo, confuso, accomodante e letargico, che Rossanda ha sempre misurato con assoluta precisione nella sua indicibile sfacciataggine e impostura. La sua parabola è, quindi, la parabola del secolo comunista come forza politica, colonna vertebrale del politico, della costituzione sociale concepita e programmata dall’intelletto generale del soggetto operaio, che non è e non è mai stato bianco, maschio, occidentale, imperiale, patriarcale, sessualmente ipercodificato, coloniale, tecnologicamente devastante dal punto di vista ecosistemico.


Rossanda è stata una condensazione esemplare della politica, perché la considerava intimamente, intellettualmente ed esistenzialmente come l’attività più complessa e creativa del cervello e della vita umana, come la sintesi più elaborata dell’intelligenza collettiva, condizione di ogni intelligenza e di ogni produzione teorica, artistica, estetica o letteraria. La considerava propedeutica ed esplorativa di un’attività collettiva che il comunismo e la politica comunista avevano disegnato in modo irreversibile nell’episteme della modernità con lucidità, passione e tragedia. Rossanda, come tanti altri e tante altre militanti comunisti, femministe e antirazzisti nati nel lungo Ventesimo secolo, simultaneamente e immanentemente colpiti dall’enorme intensità della complessa lotta per il comunismo, considerava la pratica politica comunista come l’unica espressione possibile della politica della modernità che potesse evitare la tragedia del dominio totale e della sottomissione abietta alle classi dominanti. La sua esperienza di vita l’aveva portata a una comprensione intima e cruda della violenza del fascismo e del nazismo, che aveva combattuto poco più che adolescente unendosi alla Resistenza antifascista italiana all’inizio della Seconda guerra mondiale e, in precedenza, sulla scia della polverizzazione dell’ambiente e delle condizioni di vita della sua famiglia a Pola (oggi Croazia) a seguito della barbarie della Grande guerra.

Rossana Rossanda ha mostrato un interesse e una curiosità illimitati per le condizioni della costituzione politica del Ventesimo secolo, con una percezione lucida e appassionata sia della sempre possibile liberazione dalle costellazioni del dominio, che genera continuamente le proprie forme di enunciazione e di interrogazione politica, sia della produzione di nuovi universi cognitivi, di nuove grammatiche teoriche e nuovi modelli di organizzazione politica, la cui sintesi favorisce l’elaborazione e l’imposizione sociale e costituzionale di nuovi alfabeti dei diritti capaci di esprimere – a fronte di una classe dominante estranea e indifferente alle conseguenze dei propri atti e delle proprie decisioni – le esigenze delle masse, dei gruppi, delle classi lavoratrici, delle donne e dei soggetti subordinati che hanno attraversato il secolo in cui le è toccato vivere. Sempre attenta a ciò che le classi, i collettivi, le militanti esprimevano nei loro comportamenti di massa, ha letto il Sessantotto con assoluta disinvoltura, affinando il suo orecchio teorico e affettivo alla pratica femminista con la gioia più immediata davanti alla potente percezione della possibile distruzione delle nuove situazioni di dominio e oppressione patriarcale percepite come intollerabili, che colpivano e si riproducevano anche nelle classi dominate.


Tra il 1945 e il 1969 ha militato in modo esemplare nel Partito comunista italiano, al cui interno ha cercato di impedire al nucleo stalinista di rovinare l’espansione creativa che, nelle condizioni contraddittorie e complesse delle ipotesi ereditate dal patto di Yalta, ne faceva un potente strumento di lotta, di pedagogia e di egemonia sociale per la classe operaia italiana. È stata radiata dal partito nel 1969, insieme agli altri compagni e compagne del Manifesto con cui aveva dato vita alla rivista e con cui farà nel 1971 il «quotidiano comunista»; aveva capito, ovviamente senza poter indovinare il futuro, che il Pci si stava incamminando sul percorso catastrofico successivamente tracciato dagli Occhetto, dai D’Alema, dai Veltroni e da tutti coloro che non potevano più pensare la politica se non come a una mediazione in forma ridotta dentro un sistema politico le cui ferite avevano inevitabilmente messo fine al progetto della Resistenza antifascista di una Costituzione democratica fondata sull’egemonia del lavoro e della classe operaia. Lo ha abbandonato quando ha compreso che l’élite dirigente del Partito non era in grado di leggere la rivoluzione del Sessantotto come una prodigiosa mutazione della composizione tecnica e politica della classe e, di conseguenza, come prolegomeni di un colossale esercizio di invenzione politica, rispetto a cui il Pci era incapace di svolgere un ruolo di direzione o protagonismo. Rossanda ha così legato la sua politica comunista all’onda d’urto del Sessantotto e alla fenomenale stagione delle lotte operaie, sindacali, femministe, ecologiste e culturali esplose nel cuore dell’egemonia sociale dell’universo della sinistra di allora, concepite come l’unica forza in grado di sostenere, spingere avanti e accrescere il contenuto democratico delle società contemporanee uscite dalla sconfitta del fascismo. Tale convinzione è stata poi tragicamente dimostrata dalla distruzione delle democrazie del dopoguerra da parte del neoliberismo, ovvero il nuovo progetto di sfruttamento e depredazione realizzato dalle classi dirigenti occidentali nei quattro decenni successivi.


Il suo coinvolgimento nelle lotte femministe, nella costruzione del paradigma femminista e nella complessificazione della politica comunista, operaia e democratica le ha permesso di sentirsi spontaneamente e immediatamente a suo agio con i nuovi contenuti, le pratiche e i dibattiti che il femminismo italiano e le lotte autonome della nuova composizione di classe hanno costruito a partire dal Sessantotto. Al contempo, è stata duramente critica rispetto alle derive che hanno perso di vista la dimensione di massa della politica o hanno optato per la settorializzazione delle lotte e le sindacalizzazione delle identità nell’agiatezza dei nuovi mandarinati sociologici, intellettuali, politici o rappresentativi. Da allora non ha mai lasciato questo nuovo pianeta creato dalla straordinaria vitalità dei movimenti. Sempre in connessione con quei dibattiti, non ha mai smesso di indicare il filo rosso della politica comunista che in un modo o nell’altro circonda e costituisce ogni pratica sociale, ricordandoci in mille forme che se non c’è autonomia del politico, non c’è neanche autonomia del sociale, e che le lotte devono sempre colpire il nervo centrale del dominio capitalistico, che a suo giudizio alla fine degli anni Settanta si era incamminato verso acque turbolente, la cui energia nel provocare maremoti non era destinata a essere ripulita dalle classi lavoratrici e dai poveri in Italia e nel mondo.


Sempre generosa, sempre in possesso di riserve di energia quasi inesauribili, sempre capace di contemplare il quadro complesso delle tendenze della longue durée del capitalismo, il ritmo e l’evoluzione microstrutturale dei progetti delle classi e delle élite dominanti, sempre attenta alla congiuntura politica, sempre disposta ad ascoltare, tessere e mediare tra le anime, le sensibilità, i legami e le affettività dei movimenti e dei soggetti politici, sempre cosciente della necessità di recuperare il paradigma delle lotte in tutta la loro potenza politica a fronte delle crescenti difficoltà di un progetto politico che praticamente coincideva con la loro avventura di vita. Tentò e ritentò continuamente la rielaborazione dell’ipotesi comunista corretta e ampliata attraverso la sedimentazione e la riarticolazione di tutti i contributi in grado di aumentare la capacità di comprendere perché gli esseri umani decidono di non lasciarsi dominare o sfruttare e, a partire da quel rifiuto, scommettono sull’espansione delle condizioni di emancipazione e liberazione collettiva. Tali percorsi hanno per definizione un contenuto di classe e sono sempre estremamente difficili da mantenere nel tempo come progetti razionali e giusti, se non sono profondamente egualitari e incorruttibilmente democratici.


Rossana Rossanda ha vissuto il suo secolo con assoluta passione militante e intellettuale, perché la politica comunista era per lei la dimensione etica fondamentale dell’esistenza, una scommessa naturalmente rivoluzionaria. Ha vissuto la sua militanza femminista con l’entusiasmo folgorante di chi ha capito che la distruzione di questo strato di dominio era l’ordito e la trama della costituzione delle donne come soggetti politici non subordinati e autonomi. Ha vissuto il suo lavoro intellettuale con la meticolosità, la lucidità e la gioia che genera la produzione teorica quando è consapevole che i suoi effetti politici sono la conditio sine qua nondella sua validità logica, della sua rilevanza epistemologica e della sua utilità sociale. Ha inventato dispositivi culturali e giornalistici, perché sapeva che la lotta di classe traduce la brutalità della sordida coercizione economica e sociale imposta dalle classi dominanti in artefatti discorsivi che moltiplicano la loro abiezione e crudeltà sulle classi dominate. Ha dibattuto, discusso e polemizzato con esuberanza e splendore, perché ha capito che il suo progetto politico era profondamente razionale e che la militanza consisteva in un progetto interminabile di costruzione dialogica della realtà alimentato dalle lotte di classe e dall’antagonismo e razionalizzato dal dibattito democratico, nel continuo scambio di idee e nella dimostrazione della profonda irrazionalità dell’ordine costituito.


Traduzione a cura di Gigi Roggero.

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