Riflessioni sull’informatica e i suoi effetti



La terza delle tre parti di un saggio inedito di Corrado Alunni risalente al 2014 sul tema dell’informatica e dei suoi effetti negli ambiti produttivi, economici, sociali e politici.


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A questo punto l’analogia con l’ufficio tempi e metodi della fabbrica fordista-taylorista è fin troppo ovvia (!) e in effetti il senso è proprio lo stesso: alla base del taylorismo non c’è forse proprio l’intenzione di ridurre il sapere dell’operaio qualificato a una serie di mansioni più semplici in modo tale da poter essere svolte da più operai dequalificati? Questa operazione, dal punto di vista «tecnico», aumenta la produttività mentre, dal punto di vista «politico», implica la riconquista del comando sul ciclo produttivo attraverso la ricomposizione delle varie mansioni dequalificate operata dalle figure dirigenti della fabbrica (manager o «padroni» che siano) e il contemporaneo oscuramento dello stesso ciclo produttivo agli occhi degli operai.

Se la costruzione del software è un’operazione tayloristica, tuttavia non è affatto vero che il suo impatto tecnico sul ciclo produttivo consista in una ulteriore parcellizzazione delle mansioni o in un oscuramento più accentuato del ciclo produttivo, al contrario, l’effetto è quello che a poter svolgere mansioni anche complesse [1] è ora una forza lavoro che possiede le competenze che il software richiede per il suo utilizzo. Ad esempio, nel caso del programma di contabilità sarà un impiegato/a che inserisce opportunamente i dati contabili da cui trarre il bilancio. Egli dovrà avere (alcune) competenze contabili e (alcune) competenze informatiche e ne uscirà fuori una figura produttiva «ricomposta», rispetto al prodotto del suo lavoro, a confronto di quella che esisteva in precedenza (l’impiegato/a d’ordine).

A conferma di ciò si possono prendere ad esempio le varie sperimentazioni giapponesi (il toyotismo), le cui ultime evoluzioni sembrano indirizzarsi verso la costituzione di team che producono l’intera autovettura a partire dai suoi componenti. In questo caso il software appare come un «manuale di assemblaggio», un po’ come quei foglietti di istruzione che troviamo nelle scatole di montaggio. La possibilità di ottimizzare questo software [2] equivale ad un aumento di produttività, anche senza considerare la flessibilità rispetto all’introduzione di nuovi modelli (o alle personalizzazioni di un particolare assemblaggio), allo stoccaggio della produzione [3] o alle dimensioni della fabbrica [4].

Possiamo, insomma, dire che, dal punto di vista «tecnico», l’introduzione dell’informatica nel ciclo produttivo determina un salto di produttività e di flessibilità notevole, generando figure produttive nuove e, spesso, meno parcellizzate [5]. Tuttavia la larghissima diffusione delle nuove tecnologie all’interno dei più svariati cicli produttivi non sarebbe avvenuta senza che esse rispondessero anche alla necessità di ri-affermazione del comando capitalistico messo in discussione nel ciclo di lotte operaie degli anni 70.

A questo riguardo va osservato che la ricomposizione operaia avvenuta nel corso di quelle lotte produsse, è vero, anche una ri-comprensione del/dei cicli produttivi specifici in cui l’«operaio massa» veniva impiegato, senza che questa nuova consapevolezza alluse a «sostituirsi» al comando capitalistico sul ciclo produttivo [6]. Essa, semmai, è stata utilizzata per «sabotare» quel comando, per conquistare, cioè, un rapporto di forza più favorevole nella contrattazione sul salario e sugli altri aspetti della condizione operaia. L’intelligenza operaia reinterpretò l’ufficio tempi e metodi dal suo punto di vista, individuando i tempi e i luoghi in cui intervenire per massimizzare l’effetto di uno sciopero col minimo impiego di forze [7].

Tutto ciò era aderente e attuale rispetto al modello fordista basato, appunto, sulla contrattazione dei livelli salariali in rapporto all’andamento della produttività e quindi sulla proporzione fra ampliamento della domanda interna e aumento della produzione. Il comando capitalistico sul ciclo si affermava attraverso la sovradeterminazione dei tempi, delle modalità e della tecnologia [8], la controparte era la contrattazione collettiva e istituzionalizzata dei livelli salariali attraverso le organizzazioni sindacali [9].

La «compatibilità» delle rivendicazioni con gli indicatori economici era il terreno di confronto fra Sindacati e Confindustria ma, nel corso di quelle lotte, gli operai, autonomamente, ruppero questo «contratto sociale» e si dotarono degli strumenti di lotta adeguati a imporre «un’altra compatibilità». Il salario, cioè, venne rivendicato come «variabile indipendente» in evidente rotta di collisione sia col modello fordista-keynesiano, sia con le ipotesi redistributive della sinistra riformista. Ci vorrà la «svolta dell’EUR» del 1983 per sancire un’inversione di tendenza.

Nel frattempo salario, tempi, metodi, tecnologia e, non ultima, la disciplina [10] divennero terreno di contrattazione, di scontro, di sabotaggio fino ad arrivare ai metodi violenti, quando ad interpretare la contrapposizione erano le aggregazioni «estremiste» del movimento operaio [11].

C’è da chiedersi se esista un meccanismo di causa-effetto fra l’introduzione delle tecnologie digitali e la riaffermazione del comando capitalista sul ciclo produttivo.

La risposta è complessa:



· Innanzi tutto è necessario distinguere l’automazione introdotta nelle fabbriche di tipo fordista a partire dalla seconda metà degli anni 70, dai mutamenti introdotti dalla tecnologia informatica vera e propria che fa, invece, la sua comparsa una decina d’anni dopo, in coincidenza con lo sviluppo dei microprocessori di nuova generazione.

Infatti, l’automazione di talune fasi del ciclo produttivo [12] ha a che fare più con l’«elettronica industriale» che con l’informatica e non comporta una modifica strutturale del ciclo stesso. L’auto, per restare al caso della Fiat, continua ad essere prodotta in linea ma taluni segmenti del ciclo [13] vengono automatizzati. La stessa logica segue l’introduzione delle macchine operatrici a controllo numerico nei settori della meccanica leggera e della componentistica.

La tecnologia allora disponibile permetteva di utilizzare microprocessori preprogrammati o adattabili all’interno di una limitata gamma di ambiti e variabili e ciò permette un’autoregolazione dei macchinari solo parziale [14].

Per quanto riguarda le macchine a controllo numerico, è richiesta una notevole professionalità, quanto meno per la manutenzione (tanto che nasce la nuova figura produttiva del meccatronico [15]).

L’automazione, l’elettronica industriale, la robotica, comunque la si voglia chiamare, non stravolgono perciò il modello taylorista del ciclo produttivo, al massimo fanno sognare a qualche futurologo (+ o -) marxista la prossima liberazione dal lavoro [16].

Anzi, a voler leggere con attenzione i dettami del taylorismo, si potrebbe parlare di una sua estensione dato che talune mansioni operaie (tipicamente quelle ripetitive, per le quali è possibile lo studio minuzioso dei movimenti utili e dei tempi necessari per eseguirli) vengono inglobate nei nuovi macchinari [17]. Il comando del management sul ciclo produttivo ne esce rafforzato non solo perché ha sottratto uno spazio di manovra all’insubordinazione operaia, ma anche perché accanto alla gerarchia di fabbrica tradizionale compare quella anonima, «oggettiva», «necessitante» della logica macchinica.

La ripresa del comando è interna ad un uso intenzionale della tecnologia disponibile (seppure innovativa) e non implica da una trasformazione strutturale dell’organizzazione del lavoro, così come era avvenuto con l’introduzione della fabbrica fordista-tayloristica.

· La modifica dell’organizzazione del lavoro per effetto delle tecnologie digitali, inizia dove la robotica si è già largamente diffusa e ha mostrato i suoi limiti: quelli tecnologici (a volte temporanei) e quelli economici (di profittabilità dal punto di vista capitalistico).

L’evoluzione dell’organizzazione del lavoro viene usualmente suddivisa nelle seguenti fasi [18]:

1) basata sull’esperienza pratica (learning by doing) 1800 - 1900: per indicare il periodo della manifattura basata sull’organizzazione molecolare ed orizzontale del lavoro;

2) tradizionale 1900 – 1970: per indicare il taylorismo, il fordismo, l’organizzazione scientifica del lavoro;

3) allargata 1970 - 1980: per indicare i tentativi di spezzare rigidità e parcellizzazione del lavoro;

4) sistemica 1980... : per indicare le nuove organizzazioni del lavoro che puntano su figure professionali polivalenti;

5) a integrazione totale 1990 ..: per indicare modelli organizzativi flessibili ed integrati di tipo giapponese;

6) snella 1990...: per indicare modelli organizzativi nati da processi di ristrutturazione aziendale (reengineering) per ridurre i costi di struttura e per consentire lo sviluppo e la competitività dell’impresa.



Almeno fino alla fase 3), c’è il più ampio accordo sul fatto che l’organizzazione del lavoro sconti il rapporto conflittuale con la forza lavoro utilizzando metodologie e tecnologie in un mix che contemperi produttività e controllo. Anche da parte della forza lavoro è assunto il carattere contradditorio del rapporto di lavoro come testimonia la difesa ad oltranza delle zone d’ombra del ciclo produttivo in cui si può sospendere l’erogazione della prestazione.

A partire dalla fase successiva si verifica un cambiamento inedito [19]: la collaborazione della forza lavoro al raggiungimento degli obiettivi diventa un fattore produttivo strategico, non tanto per l’instaurazione di relazioni industriali non conflittuali, quanto come condizione per realizzare gli aumenti di produttività promessi dall’automazione e per adattare il ciclo produttivo alle mutate condizioni (da quelle dei mercati, alla esternalizzazione/delocalizzazione di parti anche consistenti del ciclo stesso).

Come è possibile che nell’arco di relativamente poco tempo si passi dall’antagonismo della fabbrica fordista alla richiesta di collaborazione rivolta ai lavoratori per aumentare la produttività?

Una prima risposta a questo quesito va senz’altro trovata nel fatto che le grandi fabbriche fordiste vengono man mano smantellate per far posto a unità produttive di medie dimensioni in territori con poca o nessuna tradizione di lotta operaia. Va considerato, inoltre, che la precarizzazione del rapporto di lavoro unito alla tradizionale cultura del “posto fisso” porta ad identificare il lavoro in queste nuove unità produttive come una sorta di privilegio, cosa che può indurre ad atteggiamenti collaborativi.

Tuttavia direi che queste circostanze non spiegano granché, se non un’accettazione ob torto collo della richiesta di collaborazione. Da qui a diventare «fattore strategico» c’è un abisso da superare, poiché il senso del cambiamento, la maggiore produttività, deriva dall’appropriazione o – per dirla in termini marxiani – dell’incorporamento nella merce di un valore ulteriore, quello, appunto, derivante dalla volontaria cooperazione della forza lavoro all’interno del processo produttivo. Per cui, di nuovo, da dove salta fuori questa volontaria cooperazione della forza lavoro [20]?

Un primo approccio al problema può essere quello di analizzarlo all’interno della filosofia toyotista, quella che per prima ha introdotto la nuova organizzazione del lavoro già negli anni 70. Siamo in Giappone, una società in forte crescita nei settori di punta, ma anche con una tradizione “feudale” che continua a far parte del bagaglio culturale e, in genere, dei rapporti sociali, così come ci è mostrato dalla produzione mediale giapponese (cartoni, film ecc.).

Il lavorare in una grande corporation giapponese è come appartenere ad un clan con un tacito – ma non per questo meno vigente – dovere di fedeltà (per i sudditi/lavoratori) e di protezione (per il feudatario/imprenditore). In cambio della fedeltà (possiamo dire della collaborazione ed anche dell’adesione ai modelli culturali proposti dall’azienda) l’imprenditore garantisce il posto di lavoro, l’assistenza familiare, il «prestigio» del suo clan ecc.

La cooperazione è il prodotto di specifici rapporti sociali e la fabbrica integrata nasce solo a partire dall’incontro fra questi e le possibilità offerte dall’introduzione di nuove tecnologie.

Questo modello, ovviamente, non è applicabile in occidente e, proprio per questo, ha costituito un vantaggio importante per l’industria giapponese, tanto più nel momento in cui le società occidentali venivano scosse dalla rottura del compromesso keynesiano.

Qui si verifica la situazione opposta: un’altissima conflittualità (sabotaggio piuttosto che cooperazione) a fronte di un’organizzazione produttiva che non ha mai cercato la collaborazione («non vi si chiede di pensare, ci sono altri che sono pagati per farlo»), la quale, perciò, è assente dalla cultura e dall’immaginario sociale della classe operaia.

Per capire come si sia arrivati alla “fabbrica snella” può essere d’aiuto la nozione di «general intellect» da applicare in un ambito planetario (Giappone compreso).

Se immaginiamo il «general intellect» come un grande cervello i cui neuroni sono le persone viventi che interagiscono aggregandosi in famiglie, clan, gruppi, partiti, stati, etnie possiamo senz’altro dire che negli ultimi 2 o 3 decenni, non solo il numero di “neuroni” è aumentato, ma le connessioni, le interazioni fra essi è cresciuta astronomicamente. La comunicazione globale [21] attraverso internet o le reti di telefonia fissa e mobile ha esteso a dismisura le possibilità di interazione e già adesso si aprono nuove frontiere (come ad esempio l’abbattimento delle barriere linguistiche) che lasciano pensare a sviluppi imprevedibili.

Che «l’attività cerebrale» del «general intellect» abbia o meno raggiunto la massa critica per produrre senso comune a livello locale o planetario, o in che misura le interazioni siano “libere” o eterodirette dalla produzione di senso dei media è, insieme a molto altro, un’altra questione. Ciò che è innegabile è che le persone sono diventate più «sociali» [22] e che l’interazione, spesso, diventa cooperazione. Gli esempi sono innumerevoli sia in senso istituzionale che in quello della protesta contro le istituzioni.

In Italia potremmo parlare delle autoconvocazioni del movimento dei viola, così come dell’obbligo dell’uso della rete per il pagamento delle tasse [23].



Note [1] Cioè mansioni prima affidate a personale qualificato (come il ragioniere) oppure affidate ad un team composto da personale de-qualificato che svolgeva mansioni parcellizzate (come l’operaio di linea). [2] Nel senso di quali operazioni possono essere effettuate in parallelo, delle precedenze da rispettare, dei component che devono essere disponibili ecc. [3] In pratica si produce in tempo reale rispetto agli ordinativi (just in time). [4] Che può essere pensata per la produzione di un determinato quantitativo (oppure di un modello o di determinati componenti). Ciò rende possibile la delocalizzazione e la scomposizione delle grandi fabbriche in unità di medie dimensioni. [5] A questo si potrebbe obiettare che esiste una differenza qualitativa fra il sapere dell’operaio qualificato (ad es. Il tornitore) e quello dell’operatore di una macchina a controllo numerico. L’argomento è senza dubbio degno di nota, ma, per ora, vale la pena di osservare che c’è una differenza analoga anche fra il fabbro artigiano e il tornitore. [6] Come è avvenuto per I movimenti consiliari degli anni 20. [7] Non a caso gli scioperi selvaggi furono i primi a divenire illegali (per altro con il consenso delle organizzazioni sindacali che si vedevano sottrarre in tal modo la titolarità della contrattazione). [8] Cioè sul cosa, quando e quanto produrre. [9] Cfr Carlo Amendola www.disas.unisi.it/mat_did/amendola/303/OdL.pdf: Così Ford, in ragione della razionalizzazione del processo produttivo, riduce il tempo di lavorazione del famoso modello T da 12 ore e 8 minuti del 1913 a 1 ora e 32 minuti del 1914 [Parallelamente anche i costi subiscono analoghe dinamiche], infatti: anno costo autovettura paga operaio 1908 825$ 2-2,5$ 1914 440$ 5$ 1916 345$ 6-20$ [10] La disciplina di fabbrica, con i suoi contorni di licenziamenti, multe, gerarchie e metodi polizieschi fu sicuramente un terreno di scontro sul quale si misurò la grande maggioranza degli operai. Lo «Statuto dei Lavoratori» è il prodotto istituzionale di quelle lotte. [11] Le intimidazioni, I ferimenti o i rapimenti di capi, capetti e dirigenti di fabbrica erano all’ordine del giorno e non erano sentiti come estranei da gran parte degli operai, checché ne dica la pubblicistica a posteriori. [12] Ad esempio, per citare il caso italiano, alcune fasi di saldatura e la fase della verniciatura alla Fiat. [13] Quelli più esposti alla contestazione/sabotaggio operaio [14] Tanto che gli esperimenti di elevata automazione, ad es. lo stabilimento Fiat di Termoli, non producono i risultati attesi a causa di alti livelli di scarto nelle lavorazioni e ripetuti guasti ai macchinari. [15] Il tecnico meccatronico (a seconda dell’ambito in cui opera) progetta, installa o esegue manutenzione di macchine e di sistemi ad elevata integrazione meccanica ed elettronica. [16] Questo genere di utopie sono assai significative e perfino attuali. Non è estraneo ad esse neppure Marx: nei Manoscritti del 1848 è fortemente critico – basti ricordare “il re che resta da solo a far girare una manovella con la quale aziona tutta la produzione sociale” – ma nei Grundisse, nel famoso capitolo sulle macchine, immagina il lavoro liberato all’interno di una fabbrica automatizzata. Il senso, naturalmente, è che non si può separare il processo produttivo dai rapporti di produzione. Una fabbrica automatizzata sarebbe un non sense dal punto di vista del capitale, mentre può costituire un punto di riferimento per chi allude a rapporti di produzione comunisti. [17] Taylor diceva ai suoi operai: “non vi si chiede di pensare, vi sono altre persone che sono pagate per questo” ed è altrettanto nota la sua “battuta” sulla possibilità di utilizzare degli scimpanzè al posto degli operai, purchè ben addestrati. [18] Cfr Carlo Amendola www.disas.unisi.it/mat_did/amendola/303/OdL.pdf [19] Marco Revelli su Appuntamenti di fine Millennio – Manifesto Libri da una lettura negativa di questo fenomeno, sostenendo che si verificherebbe un’introiezione da parte operaia degli obiettivi/aspettative aziendali e un offuscamento dei reali ruoli/rapporti di potere. [20] Che la cooperazione sia un fattore produttivo importante, è evidente dal fatto che se prendiamo 100 operai che producono all’interno di una catena di montaggio (ai quali non è richiesta alcuna interazione con chi gli è vicino nella linea) e, dall’altra, altri 100 operai impiegati nei reparti di montaggio di una fabbrica integrata (ai quali è richiesto che cooperino fra loro), per i primi la produttività è interamente dipendente dal livello tecnologico degli impianti e dall’efficienza della direzione top-down del management, mentre per i secondi dipende, oltre che dalla possibilità di sfruttare meglio le nuove tecnologia – lo abbiamo visto sopra - anche da un surplus di fluidità e flessibilità del ciclo produttivo dovuto all’interazione delle varie figure produttive. D’altra parte se è il lavoro, come intrinseca capacità umana, a creare valore (eccola la produttività) un uomo più “sociale”, che coopera di più con le altre figure produttive (la produzione è un processo che implica l’interazione dei produttori proporzionalmente al carattere sociale della produzione stessa), è in grado di creare più valore (è più produttivo). [21] Intendendo con questa la comunicazione in cui I soggetti interessati sono entrambi (chi riceve e chi trasmette) attivi. Ciò esclude, almeno parzialmente, il cinema e la televisione i quali sono interessati da un rapporto asimmetrico (c’è chi trasmette soltanto e chi riceve soltanto). [22] In Italia a fronte di questa maggiore socialità bisogna notare il paradosso dell’emergere di atteggiamenti che arrivano alla xenofobia. Se ne deve dare la colpa alla crisi economica? All’eterodirezione dei produttori di senso? E’ necessario analizzare sociologicamente il fenomeno per individuare gli ambiti geografici/generazionali/culturali in cui affonda le radici? E’ attribuibile alla “paura del diverso”, accompagnata dall’incapacità di accettare la nuova dimensione in cui tutti ci troviamo a vivere? D’altra parte non è nemmeno un fenomeno solo italiano (in Olanda e Francia, alle recenti consultazioni elettorali, i gruppi xenofobi hanno registrato notevoli successi, ma lo stesso si può dire anche di altri paesi). [23] Tale obbligo vale per tutti i possessori di partita IVA, persone fisiche, enti ed imprese commerciali.