Riflessioni sull’informatica e i suoi effetti




La seconda delle tre parti di un saggio inedito di Corrado Alunni risalente al 2014 sul tema dell’informatica e dei suoi effetti negli ambiti produttivi, economici, sociali e politici. La prima parte è stata pubblicata il 16 maggio scorso, la terza e ultima parte sarà pubblicata il 30 maggio.


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Nel confronto fra il software e la capacità lavorativa sorge naturale una domanda: se il software è la cristallizzazione di un determinato sapere sociale in un determinato momento, mentre il sapere implicito nella capacità lavorativa ha carattere dinamico e autovalorizzantesi è legittimo assimilare il primo al «lavoro morto», al «capitale fisso» riservando solo alla seconda l’attributo di «lavoro vivo» quello in grado di produrre plusvalore? Per rispondere a questo quesito va ripresa e attualizzata la categoria marxiana di capitale fisso, forse l’elemento perno di tutto il suo ragionamento. Per Marx il capitale fisso è innanzi tutto il mezzo di produzione nella sua determinazione storica [1]. Prima ancora, però, il capitale è il processo di valorizzazione ed è solo rispetto alle varie fasi di questo che esso assume specificazioni diverse. Come mezzo di produzione (capitale fisso) esso esiste solo all’interno del processo produttivo unitamente alla forza lavoro (capitale variabile) ed alle materie prime (capitale circolante) [2]. Come merce e come denaro esiste solo al di fuori del processo produttivo, nella sfera della circolazione. Nel processo di valorizzazione non ci sono residui, cioè parti di capitale che non si trasmutano, che sono fisse in uno stato. In un certo arco di tempo (il periodo di rotazione del capitale complessivo) tutto il suo valore di scambio, più quello estorto alla forza lavoro sotto la forma di plusvalore, entra nel valore della massa delle merci prodotte, e solo la vendita di queste ultime garantisce l’esito del processo di valorizzazione stesso. Se ci fossero dei residui, delle parti di capitale che non circolassero, esse non sarebbero capitale, ancorchè partecipassero al processo produttivo o ne fossero componenti essenziali, sarebbe una contraddizione in termini, sarebbe come dire che del capitale complessivo se ne valorizza solo una parte.

E’ logico, quindi, che riferendosi al capitale fisso, Marx insista sulla determinazione del suo periodo di rotazione, sul periodo, cioè, durante il quale tutto il suo valore di scambio (il valore della quantità di lavoro socialmente necessario a produrlo) si è trasferito nelle merci che il suo utilizzo (consumo del suo valore d’uso) insieme a quello della forza-lavoro (anche qui consumo del suo valore d’uso) ha permesso di produrre. Per quest’ultima il periodo di rotazione coincide con la «piccola circolazione» (il salario che riproduce l’operaio, la sua capacità lavorativa, come forza lavoro per il capitale). Per il capitale fisso il periodo di rotazione varia in rapporto a quanto si usura nel corso del suo utilizzo nell’unità di tempo. Se vogliamo considerare il software capitale fisso, ci troviamo di fronte a una impasse: se entra a far parte del capitale fisso come licenza d’uso pro tempore potremmo considerare quest’ultima come capitale fisso e dire che il suo periodo di rotazione coincide con la sua durata (al termine della sua validità devo riacquistarla per poter utilizzare quel software) è come se avessi acquistato un servizio, ma se la licenza d’uso non ha un termine di validità (com’è nella maggior parte dei casi) allora dovrei dire che il suo periodo di rotazione è virtualmente infinito e che, quindi, il suo valore di scambio non entrerà mai nelle merci che il suo utilizzo permetterà di produrre. Potremmo forzare questa determinazione solo ragionando ex post, cioè determinare il suo periodo di rotazione considerando il momento in cui esce dal processo produttivo perché il suo valore d’uso (pur non essendo venuta meno la possibilità di utilizzarlo) non è più necessario (ad es. è diventato un software obsoleto), ma in questo caso a mutare è il processo produttivo stesso che si avvarrà di altri software o avrà una diversa strutturazione [3]. Da notare che qui non stiamo parlando del software come sapere sociale cristallizzato nella forma adatta al processo di valorizzazione, ma del diritto di utilizzarlo (la licenza d’uso), siamo cioè completamente all’interno dei rapporti sociali capitalistici. Eppure qualche dubbio rimane! Innanzi tutto che capitale è quello che una volta entrato nel processo lavorativo (di valorizzazione dal suo punto di vista) non ne esce più (il software non si usura) se non come software obsoleto (capitale obsoleto [?!?])? E’ lo stesso Marx a porre la questione [4], ossia se parliamo di capitale fisso ci riferiamo ad una determinazione del capitale che pur non lasciando mai il processo di produzione in quanto valore d’uso, il suo valore (di scambio) circola pro quota attraverso il prodotto e ritorna al suo punto d’orgine sotto forma di capitale (inteso come processo potenziale) [5].

Un paio di esempi concreti possono indirizzarci sulla giusta strada. Ci riferiremo a dei casi reali in cui un’impresa produce dei software avvalendosi del proprio reparto IT o dell’apporto di consulenze esterne [6], qui il sapere da tradurre in procedura non è esterno al processo di produzione, ma nasce al suo interno come possibilità di codificarne delle parti o come necessità di produrre nuove merci che altrimenti non sarebbe possibile produrre. Nel primo caso si tratta del fatto che un determinato segmento del processo di valorizzazione può essere “ottimizzato” attraverso l’introduzione di procedure automatiche che possono o meno ridurre il n° di dipendenti, ma che in ogni caso migliorano la qualità o la quantità delle merci prodotte oppure ne migliorano il processo di circolazione (marketing ecc.) [7]. Il costo di produzione di questo software sarà contabilizzato (ammortizzato) all’interno del bilancio relativo all’anno in cui è stato prodotto (sia che a svilupparlo sia stato il reparto IT – costi per il personale – sia che sia stata una risorsa esterna – servizi di consulenza). Sembra che il suo periodo di rotazione coincida con la “piccola circolazione” dato che il suo costo si è trasformato nel salario dei dipendenti del reparto IT o nel compenso del consulente. Ora la disponibilità di questo software non dipende più da una licenza d’uso, esso è proprietà dell’azienda che ne può disporre in tutti i modi (può anche modificarlo) e per sempre. Esso produrrà i suoi effetti fintanto che sarà eseguito su un computer e a un costo che coincide con quello di esercizio e di ammortamento del computer. Il periodo di rotazione non si riferisce più al software ma al computer (!) il quale, certamente, si usura, consuma elettricità, deve essere manutenuto e alla fine sostituito come qualsiasi altra macchina. Il software si comporta come un sapere impersonale (capacità lavorativa astratta) che nell’interazione con la macchina-computer produce determinati effetti. Produce valore? Certamente no. Non più di quanto lo fa l’introduzione di una macchina più efficiente all’interno del processo di produzione. Esso permette solo di produrre la stessa quantità di merci (beni o servizi che siano) a un costo inferiore. Dal punto di vista del processo di valorizzazione il vantaggio continuerà a sussistere solo fintanto che il tempo di lavoro socialmente necessario a produrre quelle merci sarà superiore a quello impiegato con l’utilizzo di questo software. Il plusvalore, il profitto, continuerà ad essere in relazione al pluslavoro estorto alla forza lavoro e sarà tanto maggiore quanto più si sarà ridotto il tempo di lavoro necessario [8]. Si tratta dello sviluppo delle forze produttive nella forma di sapere procedurale[9]. Nel secondo caso, quello dello sviluppo di software destinato alla produzione di merci che non sarebbe possibile produrre senza il suo apporto.

Un esempio interessante al riguardo e quello dell’internet banking. Come è noto si tratta di un servizio che le banche (ormai tutte) offrono ai loro clienti per aprire o effettuare movimenti sul conto corrente, domiciliare bollette, pagare le tasse, ricaricare il cellulare o anche per effettuare del trading on line. Spesso il servizio è gratuito ed anche i costi di esercizio del conto corrente (le spese bancarie) si riducono al minimo. Ciò è dovuto al fatto che tutte le transazioni sono gestite per via informatica. Dal punto di vista della banca è come un grande sportello con migliaia di utenti (ma senza alcun dipendente se non quelli necessari a manutenere l’infrastruttura IT), che produce “beni finanziari” cioè depositi, prestiti, interessi, transazioni ecc.; dal punto di vista materiale si tratta di un sito web collegato alle base dati e ad una serie di software che gesticono i vari aspetti dell’attività (sicurezza compresa). Si tratta, perciò di un insieme complesso che ha richiesto la cooperazione di esperti informatici di ogni tipo ed anche di grafici, consulenti legali ecc... Il cui costo di realizzazione e di manutenzione non è indifferente così come i tempi necessari per svilupparlo. Probabilmente la banca avrà ampliato il suo reparto IT dedicando una serie di risorse alla sola realizzazione/gestione del sito web ed avrà anche utilizzato risorse esterne (ditte di Software Integration, Graphic designer ecc..), inoltre avrà acquistato una infrastruttura hardware all’altezza della situazione. Abbiamo, perciò, non una sostituzione di forza lavoro [10] ma l’impiego di altra nella produzione di un servizio ex novo che va ad arricchire/inserirsi nel “ciclo produttivo” della banca. I suoi costi di produzione sono costituiti, ancora, da capitale variabile (quello speso per i salari di coloro che si occupano dello sviluppo e della manutenzione) e da capitale fisso (il costo dell’hardware e di quant’altro necessario per farlo funzionare), tuttavia vanno divisi fra una fase iniziale che termina con la messa on line del sito web e una fase successiva in cui il funzionamento dovrà essere monitorato e manutenuto. Il periodo di rotazione del capitale investito sarà come in precedenza quello di ammortamento delle macchine e quello della “piccola circolazione”. Dal punto di vista del processo di valorizzazione del capitale investito, il profitto dipenderà da quanto il servizio offerto (che non viene venduto) sarà utilizzato [11]. Tanti più utenti ci saranno, tanto maggiori saranno i “beni finanziari” per la banca, sono questi il “ricavo”. In secondo luogo bisogna considerare i costi di produzione: nella fase iniziale oltre a quelli per il capitale fisso (considerati in relazione al suo periodo di rotazione) essi dipendono da quanto pluslavoro viene estorto a coloro che sviluppano il sito e la sua infrastruttura. Nella fase successiva alla messa on line i ricavi continueranno ad affluire con le sole spese della manutenzione e del monitoraggio. Se consideriamo l’intero capitale investito ci sarà stato un profitto se l’insieme dei ricavi, nell’arco del periodo di rotazione – che coincide con quello del capitale fisso – sarà superiore alle spese sostenute. Per considerare questo aspetto, però, dobbiamo pensare al capitale investito come ad una quota del capitale complessivo della banca, dato che i ricavi sono “beni finanziari” che fanno parte del ciclo produttivo dell’intera banca e non – esclusivamente - di quello del sito web. Facciamo un esempio (D-M-D’): all’inizio ci sono 100.000 €, che si scompongono in 50.000 € di capitale fisso (macchine, software..), 20.000 € di capitale circolante(materie prime) e 30.000 € di capitale variabile(i salari). Per semplicità supporremo che le macchine e il software vengano ammortizzati in 1 anno, cioè che il periodo di rotaziane del capitale fisso sia di 1 anno. Al termine di questo periodo tiriamo le somme e scopriamo che dalla vendita delle merci prodotte abbiamo ricavato 110.000 €. Decidiamo di ritirarci dagli affari: di capitale circolante non ne abbiamo in magazzino perchè lo abbiamo utilizzato tutto, gli operai li licenziamo, le macchine le rottamiamo (avendo un periodo di rotazione di 1 anno si può presumere che si siano logorate fino a diventare inservibili) eppure ci ritroviamo fra le mani il ns. software (supponiamo il gestionale) ancora intatto. Volendo potremmo rivendere la licenza allo stesso prezzo a cui l’abbiamo acquistata (diciamo 1.000 €) facendo lievitare il totale dei ricavi a 111.000 €. Eppure quel software ha effettivamente sostituito il lavoro del ragioniere e senza di esso avrei dovuto pagargli uno stipendio facendo calare il totale dei ricavi! Si è comportato – dal punto di vista del processo di valorizzazione – come le macchine (le quali hanno sostituito parte del lavoro degli operai e fatto aumentare la massa delle merci prodotte e quindi il ricavato) eppure, cedendone la licenza, non è costato nulla, ha mantenuto inalterati il suo valore di scambio e il suo valore d’uso! Da questo punto di vista, più che capitale fisso, sembra essere una di quelle cose di cui il capitale si appropria gratis come l’organizzazione del lavoro o il sapere sociale o l’intrinseca socialità degli esseri umani, trasformandole in fattori produttivi adatti al processo di valorizzazione . Trasformare un sapere in un fattore produttivo adeguato non è privo di costi (da qui il suo valore di scambio, da mettere in relazione al tempo di lavoro socialmente necessario per farlo). Questa appropriazione viene spesso assimilata a un furto o a una peculiarità parassitaria del capitale, tuttavia il sapere o le qualità del contesto sociale sono disponibili a tutti per definizione. La “segretezza” del saper fare era una caratteristica delle corporazioni medievali, ma nemmeno in quel contesto il sapere (inteso come scienza) era appannaggio di un ceto particolare [12]. D’altra parte la “missione storica” del capitale non è proprio quella di “sviluppare le forze produttive”? Se non lo facesse cesserebbe di essere se stesso. Non c’è nulla di nuovo, da questo punto di vista, rispetto ad altri periodi. Ora, se prendiamo l’intero capitale sociale, anche a livello planetario, è innegabile che la sua esistenza, sia come rapporto sociale che come processo di valorizzazione, è completamente dipendente dall’insieme macchina-computer/software. Si potrebbe dire che è la sua forma storicamente determinata e come non fare riferimento, perciò, al paragrafo conclusivo del celebre Frammento sulle macchine:



La natura non costruisce macchine, non costruisce locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, filatoi automatici, ecc. Essi sono prodotti dell’industria umana: materiale naturale, trasformato in organi della volontà umana sulla natura o della sua esplicazione nella natura. Sono organi del cervello umano creati dalla mano umana; capacità scientifica oggettivata. Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità a esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale.



C’è da chiedersi, piuttosto, se e quanto sia diventata miserabile la base di produzione basata sull’accumulazione capitalistica rispetto all’accumulazione sociale del sapere, al general intellect. Oppure, il che è la stessa cosa, quanto sia miserabile l’utilizzo del sapere sociale ai fini dell’accumulazione capitalistica in rapporto al suo potenziale.

(continua)



Note [1] «Lo sviluppo del mezzo di lavoro in macchine non è accidentale per il capitale, ma è la trasformazione e conversione storica del mezzo di lavoro ereditato dalla tradizione in forma adeguata al capitale. L’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così, rispetto al lavoro, assorbita nel capitale, e si presenta per ciò come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio» (cfr Grundisse, 3c - 3.4.8). [2] In origine, quando prendevamo in considerazione la trasformazione del valore in capitale, il processo lavorativo fu semplicemente assunto entro il capitale, e dal punto di vista delle sue condizioni materiali, della sua esistenza materiale, il capitale si presentò come la totalità delle condizioni di questo processo, separandosi, conformemente ad esso, in certe porzioni qualitativamente differenti, ossia in materiale di lavoro (è questa, e non «materia prima» l’espressione logicamente giusta), mezzo di lavoro e lavoro vivo. Da una parte il capitale si era disgiunto, dal punto di vista della sua costituzione materiale, in questi tre elementi; d’altra parte la loro unità dinamica costituiva il processo lavorativo (o il confluire di questi elementi in un processo), e quella statica il prodotto. In questa forma gli elementi materiali — materiale di lavoro, mezzo di lavoro, lavoro vivo — si presentano soltanto come i momenti essenziali del processo lavorativo stesso, di cui il capitale si appropria. Ma questo lato materiale — o la sua determinazione di valore d’uso e processo reale — si è scisso totalmente dalla sua determinazione formale. In quest’ultima 1) i tre elementi nei quali esso compare prima dello scambio con la forza-lavoro, ossia prima del processo reale, si presentano soltanto come sue porzioni quantitativamente differenti, come quantità di valore, di cui esso stesso costituisce l’unità, come somma. La forma materiale, il valore d’uso nel quale queste diverse porzioni esistono, non alterava affatto l’omogeneità di questa determinazione. Dal punto di vista della determinazione formale l’omogeneità si presentava come semplice separazione quantitativa del capitale in porzioni; 2) nell’ambito del processo stesso, l’elemento lavoro e gli altri due si sono distinti, dal punto di vista formale, solo nel senso che gli uni si determinavano come valori costanti, e l’altro come creatore di valore. Ma nel momento in cui si è inserita la loro diversità in quanto valori d’uso, ossia il lato materiale, essa è caduta interamente fuori della determinazione formale del capitale. Ma ora, nella differenza di capitale circolante (materia prima e prodotto) e capitale fisso (mezzo di lavoro), la differenza degli elementi in quanto valori d’uso è posta nello stesso tempo come differenza del capitale in quanto capitale, nella sua determinazione formale. Il rapporto reciproco dei fattori, che era soltanto quantitativo, si presenta ora come differenza qualitativa del capitale stesso, la quale poi determina il suo movimento complessivo (rotazione). Il materiale di lavoro e il prodotto di lavoro, il precipitato neutro del processo lavorativo, in quanto materia prima e prodotto, sono anche già materialmente determinati non più come materiale e prodotto del lavoro, bensì come il valore d’uso del capitale stesso in fasi diverse. (cfr Grundisse, 3c - 3.4.8). [3] L’appropriazione del lavoro vivo a opera del capitale acquista nelle macchine […] una realtà immediata. È, da un lato, analisi e applicazione, che scaturiscono direttamente dalla scienza, da leggi meccaniche e chimiche, e che abilitano la macchina a compiere lo stesso lavoro che prima era eseguito dall’operaio. Lo sviluppo delle macchine per questa via ha luogo, però, solo quando la grande industria ha già raggiunto un livello più alto e tutte le scienze sono catturate al servizio del capitale; e d’altra parte le stesse macchine esistenti forniscono già grandi risorse. Allora l’invenzione diventa una attività economica e l’applicazione della scienza alla produzione immediata un criterio determinante e sollecitante per la produzione stessa. Ma non è questa la via per cui le macchine sono sorte come sistema, e meno ancora quella su cui esse si sviluppano in dettaglio. Questa via è l’analisi — attraverso la divisione del lavoro, che già trasforma sempre di più le operazioni degli operai in operazioni meccaniche, cosicché, a un certo punto, il meccanismo può subentrare al loro posto. (Ad economy of power). Qui il modo di lavoro determinato si presenta dunque direttamente trasferito dall’operaio al capitale nella forma della macchina, e la sua propria forza- lavoro, svalutata da questa trasposizione. Donde la lotta degli operai contro le macchine. Ciò che era attività dell’operaio vivo diventa attività della macchina. Così l’appropriazione del lavoro da parte del capitale, il capitale che assorbe in sé il lavoro vivo — «come se in corpo ci avesse l’amore» — si contrappone tangibilmente all’operaio. [cfr Grundisse_3c - 3.4.9] [4] «Il capitale circolante «parte» costantemente dal capitalista per ritornare a lui nella prima forma. Il capitale fisso non lo fa» (Storch) «Il capitale circolante è quella parte del capitale che non dà profitto finché non è separato da esso; quello fisso ecc. dà questo profitto, fin quando rimane in possesso del proprietario» (Malthus) «lI capitale circolante non dà al suo padrone un reddito e un profitto finché rimane in suo possesso; il capitale fisso, senza mutar padrone, e senza aver bisogno di circolazione, gli dà un profitto» (A. Smith) . In questo senso, poiché il partire del capitale dal suo possessore non significa altro che l’alienazione della proprietà o del possesso che ha luogo all’atto dello scambio, e poiché diventar valore per il suo possessore mediante l’alienazione è la natura di ogni valore di scambio e quindi di ogni capitale, la definizione nei termini in cui è pensata sopra non può essere esatta. Se il capitale fisso fosse, per il suo possessore, privo della mediazione dello scambio e del valore di uso in esso racchiuso, esso sarebbe, in fact, capitale fisso di mero valore d’uso, e quindi non capitale (cfr Grundisse, 3c - 3.4.7). [5] Il capitale fisso al contrario si realizza come valore solo fintantoché rimane come valore d’uso in mano del capitalista, o, per dirla in termini di rapporto materiale, fintantoché rimane nel processo di produzione — il che può essere considerato come l’interno movimento organico del capitale, la sua relazione con sé, rispetto al suo movimento animale, [rispetto] al suo esistere-per.altro. E se dunque il capitale fisso, non appena entrato nel processo di produzione, rimane in esso, vi si estingue anche, vi viene consumato.(ibidem). E poco oltre: Ma il capitale fisso può entrare in circolazione come valore solo in quanto, come valore d’uso, si estingue nel processo di produzione. Esso entra come valore nel prodotto — vale a dire come tempo di lavoro elaborato o depositato in esso — nella misura in cui si estingue nella sua configurazione autonoma di valore d’uso. Attraverso il suo uso, esso viene logorato, ma in modo tale che il suo valore viene trasferito dalla sua forma a quella del prodotto (ibidem). [6] Ormai tutte le aziende, a partire da quelle di medie dimensioni, possiede un reparto Information Tecnology (IT) con la funzione di manutenere l’infrastruttura informatica (hardware, connessioni di rete, sistemi operativi e software commerciale in genere) e di sviluppare il software necessario all’azienda avvalendosi, se del caso, della consulenza di ditte o consulenti esterni. Da qui, per altro, il dilagare dei contratti a progetto e delle partite Iva. [7] Il che, anche se la forza lavoro impiegata rimane la stessa, si traduce nel fatto che si produce più valore (stiamo parlando del processo di valorizzazione) con la stessa forza lavoro. [8] Nel lavoro legato alla produzione di software (quello del reparto IT e più ancora quello del consulente) la ripartizione fra tempo di lavoro necessario e pluslavoro è un problema di difficile soluzione, ma ci torneremo su in seguito. [9] D’altra parte se torniamo all’algoritmo come cuore del software, esso è sempre stato usato come rappresentazione di un sapere, per tramandarlo, renderlo disponibile, usarlo. Ma non come il sapere in sé. [10] Gli sportelli fisici della banca continuano ad esistere. [11] Naturalmente ciò dipende anche da questioni estranee al sito web, come ad es. le condizioni che la banca offre per le varie transazioni o la sua visibilità sul mercato finanziario o altro ancora. Fatte salve queste variabili, esso sarà utilizzato tanto di più quanto più facile/intuitivo è il suo utilizzo, quanto più gradevole è la sua interfaccia utente (le pagine web), con quanta più prontezza risponde agli input dell’utente ecc.. [12] Anche oggi per fare il notaio o l’avvocato o il medico è necessario essere iscritti all’albo, aver fatto praticantato ecc., tuttavia qui siamo di fronte – come nel medioevo – all’esercizio di una professione, mentre la conoscenza del diritto vigente o della medicina è disponibile a chiunque.