Quale sociologia e per quale società

Commento a Oltre le mura dell’impresa

Pubblichiamo questa recensione di Arnaldo Bagnasco a Oltre le mura dell'impresa. Vivere, abitare, lavorare nelle piattaforme territoriali, a cura di Aldo Bonomi (DeriveApprodi, 2021)


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Oltre le mura dell’impresa, a cura di Aldo Bonomi (DeriveApprodi, 2021), espone risultati di ricerca territoriale del Consorzio Aaster sviluppati e integrati attorno all’ipotesi che sia in corso una nuova fase dello sviluppo in cui la precedente logica dell’industrializzazione si è diffusa all’esterno della fabbrica. Tale ipotesi è la chiave per indagare risvolti e conseguenze in molti ambiti e direzioni, soprattutto con inchieste nel Nord del Paese di cui hanno dato conto, anche in passato, molti lavori del Consorzio pubblicati nel corso di decenni. Bonomi, fondatore di Aaster, afferma nell’Introduzione che si tratta di una specie di «almanacco dei territori» ovvero dei luoghi dove si possono esplorare in modo ravvicinato tendenze di trasformazione di economia e società del capitalismo contemporaneo, magari ancora poco evidenti ma utili ad azzardare previsioni possibili del suo corso. In una nota di apertura non firmata si parla di una «metamorfosi inseguita nei territori»; metamorfosi che, come sempre, Bonomi ci fa vedere o intuire anche con neologismi o sorprendenti analogie. Si può dunque essere interessati da più punti di vista al contenuto conoscitivo del libro dichiarato nel suo sottotitolo: Vivere, abitare, lavorare nelle piattaforme territoriali. Nei vari capitoli di autori diversi, infatti –- che di questo parlano in modo argomentato e con riflessioni sul metodo e le ricadute pratiche e politiche –, si documenta, come ho detto, l’attuale punto di arrivo delle ricerche Aaster, con la conferma, ancora una volta, di quanto si può rilevare e percepire della società osservando da vicino la sua organizzazione spaziale (notevole qui, al riguardo, l’idea sintetizzata di piattaforma). È però evidente che il libro è anche – per Bonomi soprattutto, ma per il gruppo di Aaster nel suo insieme – l’occasione per ripensare al percorso di ricerca di molti decenni che risponde al bisogno, personale e di gruppo, di valutarne nel suo insieme la natura, il senso, gli strumenti; e direi che ha pure giocato il bisogno avvertito di fare capire bene ai lettori le intenzioni e il modo di lavorare. In ciò che lo stesso Bonomi scrive o dice – importante al riguardo il dialogo finale con Salvatore Cominu e Giuseppe Molinari – chi legge può infatti tornare con lui a riflettere sulla sua figura di ricercatore sociale e riscontrare così una fisionomia inconfondibile, frutto di esperienze dirette e di strumenti cumulati, con ricorso a fonti disciplinari e intellettuali diverse, mossa da un genuino impegno civile.

Il libro si presta a varie letture. In questo breve commento ne scelgo una particolare, forse laterale, che risponde però proprio a quell’intenzione di riflessione sul senso della propria esperienza di ricerca, personale e di gruppo, su cui tornano a riflettere in modo ricorrente i sociologi. Non so quanto a Bonomi piaccia essere definito sociologo; forse lui preferisce qualcosa come ricercatore sociale, sempre che sopporti di essere etichettato. Io, che sono sociologo, diciamo così in senso istituzionale, e insieme consapevole che la sociologia è tante cose, continuamente impegnata a definire i suoi confini, metodi, significati, vorrei in questa occasione, portare l’attenzione sui diversi generi della sociologia contemporanea. Mi riferisco, in particolare, a un momento in cui la discussione è riemersa con importanti proposte di tipologie di genere sociologico, in due occasioni che hanno dato luogo anche a un’ampia discussione. Lo faccio per richiamare uno strumento che può aiutare a rispondere all’esigenza riscontrata nel libro, penso utile a Bonomi per trovare argomenti considerando a quali attuali modi della sociologia si avvicini, da quali sia più lontano, dove potrebbe trovare risorse per la sua scatola degli attrezzi, dove incontrare critiche e dubbi. Sono cose che lui conosce ma riepiloghiamo a uso anche di altri che leggono – in primo luogo chi segue Città Bene Comune – e naturalmente dell’insieme dei sociologi. Confermandogli ancora una volta, per quanto mi riguarda, che trovo sempre utile leggere quanto scrive e ragionarci sopra. Beninteso – lo ripeto – se mi sono riferito ora a Bonomi, e mi riferirò poi a quanto lui scrive nel libro, penso però che si possa parlare del genere di ricerca sociale del gruppo Aaster, cresciuto in continua interazione collaborativa e condiviso, come emerge del resto nei diversi contributi.

L’influenza dei valori su teoria e ricerca è un tema tradizionale per la sociologia, così come la concorrenza di teorie e metodologie, ma la questione dei generi, pure collegata a quei temi, è particolare, perché pone domande dirette sul significato del lavoro dei sociologi, arrivando anche a definire analiticamente varianti di questo, discutendone le relazioni. Si tratta di una prospettiva che tende a trovare spazio in momenti di crisi della società e della sociologia che si trova, fra difficoltà e nuove opportunità, a comprendere il cambiamento sociale: questa è la ragione per cui di recente è tornata all’attenzione. Spesso è ricordato come iniziatore di tale indirizzo Robert Lynd, che pubblica nei drammatici anni Trenta del secolo scorso, Knowledge for What?, una polemica critica della sociologia accademica americana di quegli anni. Non è dunque sorprendete che la vena riaffiori oggi, quando ci si confronta con i seri problemi che investono da più parti la convivenza sociale e di riflesso la sociologia. Di questa vena si potrebbero ora citare altri esempi successivi, ma ricordiamo almeno Charles Wright Mills che a fine anni Cinquanta con L’immaginazione sociologica, critica la sociologia dei grandi teorizzatori e degli empiristi astratti, perché non si dedicano a indagini sui grandi problemi pubblici che nascono nell’organizzazione della società e nel funzionamento delle sue istituzioni.

Più di recente la questione si è però precisata, con la proposta di distinzioni analitiche sui diversi generi coesistenti di sociologia di cui dicevo. Vediamo come due proposte che si sono affacciate proprio negli anni di crisi al cambiare del secolo, possono in qualche modo aiutare ad argomentare la domanda sul genere della ricerca sociale di Aaster e di Bonomi. In entrambi i casi si tratta di tentativi di fare ordine non tanto nel mondo variegato delle teorie, quanto appunto su modi diversi di fare sociologia nella società. Raymond Boudon, in occasione della lezione inaugurale dell’European Academy of Sociology, nel 2001, si è preoccupato di sostenere il carattere scientifico della sociologia, «la sociologia che veramente conta». Un primo, fondamentale tipo è dunque per lui la sociologia cognitiva o scientifica, che si propone di spiegare i fenomeni sociali, di spiegare gli enigmi del funzionamento della società; è lo stesso programma delle scienze fisiche e naturali, di cui questa sociologia condivide sostanzialmente i canoni. In sintesi: «l’obiettivo principale della sociologia come scienza sociale è la spiegazione di quello che altrimenti sarebbe un fenomeno sociale opaco e incomprensibile». Teorie diverse suggeriscono invece altri modi di praticare la sociologia che non può essere deterministica perché – anche se in pesanti condizioni non scelte da loro – gli uomini su queste a loro volta liberamente incidono tramite rappresentazioni intenzionali, individuali e collettive oltre che azioni sociali dotate di senso. Questa è la particolarità delle scienze sociali. L’etichetta sociologia – dice Boudon – copre però anche altri tipi di programmi che si praticano oggi, oltre a quello della sociologia cognitiva; se ne possono individuare, a suo giudizio, almeno altri tre; si tratta del genere espressivo (o estetico), critico (impegnato), descrittivo (che chiama camerale).

Molto del lavoro sociologico è oggi di tipo descrittivo. Di questo c’è grande bisogno nelle nostre società complesse, che cambiano velocemente. Il genere ha avuto una straordinaria crescita, per l’aumento di domanda di dati sulla società: fornisce informazioni necessarie ai decisori pubblici, aiuta a migliorare la qualità della discussione politica. Soprattutto, dal punto di vista di Boudon, può essere di aiuto alla sociologia cognitiva.

Il genere della sociologia espressiva è introdotto con la domanda, da subito polemica: la sociologia è scienza o letteratura? Fra gli autori è citato per esempio David Riesman che, nel suo The Lonely Croud, in modo vivace ha descritto l’isolamento degli individui nella società di massa; come si vede dall’esempio, ma vale in generale, il genere esprime quanto i lettori sentono come esperienza della loro vita, il senso di manipolazione da parte di forze anonime, l’incapacità di far fronte al futuro. L’orientamento di questo genere è chiaramente valutativo e orientato a convincere, a scuotere le coscienze: per farlo, adotta modi più qualitativi, simpatetici, discorsivi. Boudon è molto severo con la sociologia espressiva, che colloca poi vicina alla sociologia critica, ovvero impegnata, nel senso dice della Scuola di Francoforte, in una prospettiva emancipativa (qui si tratta di stile filosofico più che letterario); l’impegno può arrivare a essere vera e propria militanza in partiti o movimenti, comunque ispirazione e riferimento di questi.

Boudon è tranchant nel definire cosa è sociologia, un punto di vista che però consente importanti osservazioni critiche ad altre pratiche etichettate con quel nome, riferibili specificamente alla sociologia espressiva e critica; non sembra disposto però a ricevere da queste, rilievi pertinenti. Le rispettive ragioni risultano però chiare. I sociologi scienziati possono giustamente fare le pulci a ‘espressivi’ e ‘critici’ osservando che le loro argomentazioni sono più suggestive che precise, non hanno spesso prove empiriche sufficienti della loro validità, ci lasciano che ci domandiamo: “ma le cose sono davvero a questo punto?”, vogliono emozionarci più che farci ragionare con la freddezza necessaria, spesso mostrano tendenze senza complicare il discorso con controtendenze, con la possibile conseguenza non voluta di bloccare con la loro drammatizzazione la nostra capacità di reazione, o di suscitare reazioni disordinate e sopra le righe, che provocano effetti peggiori. Dal canto loro i ‘critici’, chiamati in causa, potrebbero obiettare che i sociologi cognitivi si sentono scienziati in camice bianco, ossessionati dai dati, dal feticismo metodologico, e perdono così la capacità di fare emergere e di misurarsi con i grandi problemi del loro tempo, come facevano i classici da tutti riconosciuti. A tali possibili osservazioni, Boudon, a nome della sociologia scientifica – quella che a suo dire veramente conta – non sembra dare peso. Questa dunque, in estrema sintesi, la sua proposta (che ha avuto una messa a punto da parte di un altro importante sociologo: John Goldthorpe).

Il secondo esempio che richiamo è l’indirizzo presidenziale di Michael Burawoy all’inaugurazione dell’American Sociological Associacion del 2004. Anche Burawoy propone quattro generi di sociologia e anche lui ne sostiene uno in particolare, come risulta subito nel titolo del suo indirizzo: Per una sociologia pubblica. Se insiste in particolare su questo genere (vedremo cosa intende) è perché, come dice, «non deve essere lasciato fuori al freddo, ma va inserito nella cornice della nostra disciplina». Al contrario di Boudon, i quattro generi sono pensati come necessari gli uni agli altri, in tensione e collaborazione fra loro, sono forme di divisione del lavoro sociologico. La prosperità di ogni genere è condizione perché anche gli altri fioriscano, anche se ognuno può assumere sue tipiche forme patologiche. Con un richiamo a Lynd, la domanda che origina i quattro tipi è «sociologia per che cosa?», più precisamente, “per chi e per che cosa operano i sociologi?”.

La sociologia professionale è il genere di sociologia «al cuore della disciplina». Senza di questo, la sociologia semplicemente non esiste, nessun altro tipo può esistere; fornisce metodi sperimentati, elementi cumulati di conoscenza, domande orientate, apparati concettuali, teorie e programmi di ricerca che evolvono; qui i sociologi hanno come pubblico specifico i sociologi.

La sociologia orientata a politiche (policy sociology) risponde a richieste di un committente, pubblico o privato, per affrontare problemi da questo formulati; la richiesta può essere più stringente o più aperta, come ad esempio investigare sulle cause della povertà per conto del governo.

La sociologia critica, è un terzo genere di conoscenza riflessiva sulle premesse di valore sia della società sia della sociologia; in particolare è una specie di coscienza critica della sociologia professionale, alla quale si rivolge nella divisione del lavoro sociologico.

Ho lasciato per ultima la sociologia pubblica, perché è al momento “lasciata fuori al freddo”, e deve invece essere riconosciuta insieme alle altre. Al centro della proposta, si distingue dalla sociologia orientata a politiche perché stabilisce una conversazione con i cittadini, una relazione dialogica dei sociologi con un pubblico specifico: in particolare, partecipanti a un movimento, associazioni di quartiere, gruppi in difesa di minoranze, organizzazioni per la difesa dei diritti, e così via (sono le “ridotte della società civile”, che resistono all’invadenza dello Stato, di Gramsci, ma anche del mercato, secondo la lezione di Polanyi). Nell’interazione discorsiva c’è un aggiustamento reciproco, con una discussione in cui valori e scopi non sono automaticamente condivisi, ma lo scopo è proprio di sviluppare una conversazione e un consenso, in vista dell’azione.

Le quattro sociologie hanno dunque tipicamente pubblici diversi, e anche diverse legittimazioni e criteri di affidabilità, ma sono necessarie le une alle altre, perché si stimolano a vicenda, e senza il gioco incrociato dei loro rapporti vanno incontro a tipiche patologie. La sociologia professionale rischia di diventare autoreferenziale, la sociologia orientata alle politiche può scadere nel servilismo, la sociologia critica rischia il dogmatismo settario, e la sociologia pubblica è tentata dall’assecondare passivamente e adulare i suoi pubblici.

Le due tipologie sono strumenti concettuali (tipi ideali) per avvicinare la realtà, e si deve considerare che sfumano l’una nell’altra, e uno stesso ricercatore può occupare più di una casella, o transitare da una all’altra. Come dicevo, hanno riscosso attenzione e sollevato discussioni, data anche l’autorevolezza dei proponenti. In Italia sono stati notevoli i commenti sollecitati dalla rivista Sociologica: sui tipi proposti, sui loro rapporti, su come funzionano se utilizzati per capire la sociologia in Italia, e su molto altro. Vediamo solo qualche esempio.

Maurizio Pisati, ha richiamato un punto fondamentale per i sociologi, chiarito da Max Weber, vale a dire che la conoscenza scientifica non può, come tale, offrire una giustificazione a un’istanza politica o morale, non può formulare e difendere giudizi di valore su basi “oggettive”. È dunque sensibile alla prospettiva di sociologia scientifica di Boudon, e presenta argomenti per una sociologia disposta a considerare il metodo scientifico come prospettiva di analisi dei fenomeni sociali, orientata così più in generale a una visione unitaria della scienza. Ne mostra però limiti e difficoltà.

Michele Santoro, fra molte altre considerazioni, mostra sovrapposizioni delle due tipologie, solo parziali, rilevando conseguenze e implicazioni da questo punto di vista. Osserva anche che nello schema di Burawoy è del tutto esclusa la sociologia espressiva: molta della sua sociologia pubblica finisce nella sociologia espressiva o in quella critica di Boudon; senza questa sponda di riferimento, la sociologia scientifica diventa effettivamente autoreferenziale; inoltre, soprattutto, Boudon non considera i fattori sociali della conoscenza, quelli che regolano la produzione, la valorizzazione e soprattutto l’egemonia di una forma di conoscenza più che un’altra (riferimento a Bourdieu).

Antonio Chiesi attira l’attenzione sul problema del controllo delle proposizioni prodotte da chi pratica la sociologia, intendendo per controllo qualsiasi argomentazione in grado di assicurare un consenso fondato e condiviso su quanto viene detto. Il problema si pone per tutti i tipi indicati, che hanno specifici criteri di controllo; è il controllo, empirico e logico, del metodo scientifico, il criterio degli effetti pratici degli interventi nella sociologia orientata a politiche, quello che per la sociologia critica si sviluppa nel dibattito interno al quale partecipano gli intellettuali critici, compresi specialisti esterni come filosofi o storici. Le maggiori riserve riguardano i criteri della sociologia pubblica di Burawoy, che il commentatore giudica problematici e contraddittori. Per esempio: i diversi pubblici di riferimento esprimono interessi generali o specifici? Più importante ancora: se la conoscenza dipende dal consenso tra i sociologi e i loro pubblici, è una conoscenza politicamente determinata, sottratta dunque a qualsiasi controllo di validità e affidabilità scientifica, diventa un semplice punto di vista interessato.

È comprensibile l’enfasi di Burawoy sulle ragioni della sociologia pubblica, se si considera che l’onda neoliberista e la disordinata globalizzazione negli ultimi decenni hanno consumato società, generato disuguaglianze e ostacolato un controllo politico delle dinamiche economiche. Nell’introduzione alla traduzione italiana del suo articolo, e altrove, Burawoy fa esplicito riferimento a Gramsci e all’idea di società civile, dichiarando la sintonia nel parlare di pubblici della sociologia pubblica. In un intervento a commento della tipologia, Alberto Martinelli si chiede se Burawoy non stia tuttavia idealizzando la società civile, facendone un feticcio, a fronte di una demonizzazione di stato e mercato, esagerando la loro separazione. In effetti, esistono forme diverse di mercato, come esistono forme diverse di stato e anche di società civile, e il mercato non è un ordine spontaneo, ma un’istituzione che deve essere regolata. La ricerca sociale mostra che la società civile non è necessariamente tutta “buona” ne sono parte anche i movimenti xenofobi e fondamentalisti, per esempio, così come clientelismo o familismo sono aspetti di società civile, che diventano più forti dove gli stati sono deboli e i mercati non competitivi. «In luogo di opporre la buona società civile al mercato cattivo e allo stato cattivo – conclude Martinelli – è meglio analizzare i modi diversi in cui differenti tipi di istituzioni interagiscono, entrano in conflitto fra loro e cooperano, rendendo così possibile la società».

Può essere utile a Bonomi, originale esploratore della società, un confronto con i generi della sociologia, che ho sommariamente richiamato? Ho fatto solo perdere tempo con la mia lettura laterale? Nel proporla, l’idea era di motivarlo a utilizzare la discussione sui generi della sociologia come strumento per considerare a quali attuali modi della sociologia lui e il gruppo Aster si avvicinino, da quali siano più lontani, dove potrebbero trovare risorse per la loro scatola degli attrezzi, dove incontrare critiche e dubbi; ma anche - ora che abbiamo visto cosa sia la discussione sui generi di sociologia possiamo dirlo - per trovare a quali di tali generi lui è in grado di offrire risorse di conoscenza, e per che cosa. Se vorrà lasciarsi etichettare come sociologo, Bonomi vedrà in che casella riconoscersi, probabilmente più di una. I sociologi, secondo le loro posizioni critiche sulle tipologie, possono a loro volta riconoscerlo in uno o più tipi, con i rilievi del caso. Anche i più restii sostenitori della sociologia che veramente conta, possono comunque riconoscere le sue ricerche come importanti fonti non convenzionali della sociologia, delle quali parlava Robert K. Merton (autore che Bonomi conosce bene). Mi piacerebbe che trovassimo l’occasione di parlarne insieme. Per quanto mi riguarda – ripeto quanto ho già detto – trovo sempre utile leggere quanto lui scrive e ci ragiono sopra.

Torno però, in conclusione, sulla parola “istituzioni”, alla quale approda significativamente la conclusione del libro. La società si consuma e bisogna rifare società. Bonomi, non si lascia sfuggire il recente libro Istituzione di Roberto Esposito, che affronta con decisione il problema del processo di istituzionalizzazione in un’epoca di crisi delle istituzioni. Riprendendo la dicotomia movimenti-istituzioni, il filosofo sostiene che i due elementi vadano riannodati: «se solo istituzionalizzandosi i movimenti acquistano forza e durata, solo mobilitandosi le istituzioni possono ritrovare potenza creativa». È un’affermazione densa, e vorrei, da sociologo, derivarne un’implicazione. Direi così: nelle attuali circostanze, non dobbiamo pensare di mobilitare la società contro, ma con lo Stato e il mercato, consapevoli di tutte le tensioni e le complicazioni del caso. Credo che anche Bonomi sia d’accordo.

Chiudo allora ricordando che James Coleman, nel 1992, in un suo importante indirizzo, raccomandava ai sociologi di collaborare al design istituzionale; li invitava a dare, queste sono le sue parole, «il loro contributo al miglior disegno possibile della costruita organizzazione sociale del futuro. Questo richiede naturalmente, teoria sociale – ma teoria sociale diretta a questo scopo, non alle cronache e alla concettualizzazione dei cambiamenti del passato. Richiede poi anche un grande impegno nella ricerca sulle politiche sociali. Richiede di addestrare i sociologi […] a essere architetti […] in grado di contribuire al disegno delle istituzioni sociali». Questa indicazione è parte della risposta alla domanda sociologia per che cosa?, la domanda che ha segnato anche tutta la traiettoria di Aldo Bonomi.


Immagine: Elaborazione grafica da un’opera di Rossella Fumasoni

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Arnaldo Bagnasco, professore emerito di Sociologia dell’Università degli Studi di Torino, ha insegnato anche nelle Università di Firenze e Napoli ed è socio nazionale dell’Accademia dei Lincei. È stato direttore e fa ora parte del Comitato direttivo della rivista «Stato e mercato», del Comité d’Orientation di «Sociologie du Travail», del Comitato editoriale di «Sociologia del Trabajo». È stato membro del Comité international d'évaluation scientifique de la Fondation Maison des Sciences de l'Homme, Parigi, e co-fondatore dell’Observatoire du Changement Social en Europe Occidentale. È dottore di ricerca h.c. dell’Institut d’Études Politiques di Parigi. Ha fatto parte del Joint Commettee on Western Europe del Social Science Research Council di New York. Tra I suoi libri: Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano (il Mulino, 1977); con C.Trigilia et al., Società e politica nelle aree di piccola impresa. Il caso di Bassano (Arsenale, 1984); con C. Trigilia et al., Società e politica nelle aree di piccola impresa. Il caso della Valdelsa (Franco Angeli, 1985); Torino. Un profilo sociologico, (Einaudi, 1986); La costruzione sociale del mercato. Studi sullo sviluppo di piccola impresa in Italia (il Mulino, 1988); a cura di, La città dopo Ford, (Bollati-Boringhieri, 1990); con N. Negri, Classi, ceti, persone. Esercizi di analisi sociale localizzata (Liguori, 1993); Fatti sociali formati nello spazio. Cinque lezioni di sociologia urbana e regionale (Franco Angeli, 1994); con Ch. Sabel, a cura di, PME et développement économique en Europe (La découverte, 1994); con M. Barbagli e A. Cavalli, Corso di sociologia (il Mulino, 1997 e successive ed.);
 con P. Le Galès, a cura di, Cities in contemporary Europe (Cambridge University Press, 2000); Tracce di comunità. Temi derivati da un concetto ingombrante (il Mulino, 1999); Società fuori squadra. Come cambia l’organizzazione sociale (il Mulino, 2003); Prima lezione di sociologia (Laterza, 2007); a cura di, Ceto medio. Perché e come occuparsene (il Mulino, 2008); La questione del ceto medio. Un racconto del cambiamento sociale (il Mulino, 2016); con G. Berta, A. Pichierri, Chi ha fermato Torino? Una metafora per l'Italia (Einaudi, 2020). Sull’ultimo libro di Bagnasco, v. in questa rubrica il commento di: Antonio Calafati, Il declino di Torino: una lezione per le città, 22 ottobre 2021.