Potere operaio (14)



Pubblichiamo un saggio di Cinzia Zennoni che tratta del «partito degli operai comunisti». In fondo all'articolo è possibile scaricare i pdf dei numeri 75-82 di «Potere operaio del lunedì»


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Il partito degli operai comunisti

In seguito all’occupazione operaia della Fiat di Torino alla fine del marzo 1973 e alle iniziative di incontro promosse dagli organismi autonomi, culminate nel convegno di Bologna del 3-4 marzo 1973, Potere operaio decise di apportare alcune modifiche alla propria linea politica, in relazione ai recenti avvenimenti. Un articolo è di fondamentale importanza per comprendere la lenta evoluzione ideologica del gruppo e gli sforzi compiuti per adeguare il livello teorico ai mutamenti in corso: si intitola Il partito degli operai comunisti (in «Potere operaio» del lunedì, n. 47, 9 aprile 1973. Tutte le citazioni del presente paragrafo sono tratte dal medesimo articolo, salvo diversa specificazione.

Il problema centrale rimaneva lo stesso: costruire l’organizzazione rivoluzionaria di massa in grado di promuovere e sostenere l’attacco contro lo Stato, in quanto ritenuto la forma suprema di repressione e il garante della conservazione di un sistema complesso di sfruttamento a danno delle diverse componenti della classe proletaria. Mutavano tuttavia le modalità della sua realizzazione. Potere operaio poneva come necessaria una «rettifica di linea» e soprattutto un’autocritica da parte dei gruppi extraparlamentari circa la pretesa di rappresentare essi stessi il partito da costruire, attorno al quale far convergere altre forze (singoli militanti o intere organizzazioni). Non occorreva infatti una crescita in termini quantitativi, bensì un salto qualitativo da far compiere alle avanguardie del movimento. Il punto di partenza per la costruzione dell’organizzazione rivoluzionaria era individuato altrove: «È oggi probabile che una rete di organismi autonomi operai esistente in Italia, possa cominciare ad assolvere a questa specifica e fondamentale funzione di partito. Più e meglio di qualsiasi gruppo o di qualsiasi “aggregazione di gruppi”». È evidente l’influenza determinante che l’area dell’autonomia operaia organizzata esercitò sul gruppo di Potere operaio, anche se poi fu quest’ultimo a tentare di condizionarne la linea. Precisamente si riproponeva il tema dell’organizzazione rivoluzionaria all’interno di quella che veniva individuata come «area di partito» (cioè quella «rete di avanguardie che hanno partecipato al convegno di Bologna del 3-4 marzo»), al cui personale politico si riconosceva il merito di un effettivo radicamento nelle situazioni di fabbrica e di quartiere.

Tuttavia per Potere operaio si rendeva necessario un ulteriore passaggio: i comitati e le assemblee autonome avrebbero dovuto mettere in secondo piano il loro aspetto di «organismi di massa» e di «strutture di movimento» e porsi come strumenti effettivi di direzione e di orientamento politico, per agire nel presente come segmenti del partito da costruire tramite un’accentuazione dei processi di centralizzazione tra loro intercorrenti. Ciò non riguardava solamente i comitati e le assemblee di fabbrica: anche i comitati territoriali avrebbero dovuto realizzare l’unità delle avanguardie per organizzare la «lotta d’appropriazione», mirante, nelle intenzioni del gruppo, alla difesa del salario reale dal furto dei «costi sociali».

Potere operaio si rivolgeva quindi all’area dell’autonomia come referente privilegiato del proprio progetto di partito. Interveniva in essa, ma dall’esterno, proponendo il superamento dei tentativi di semplice coordinamento, di centralizzazione dal basso, e chiedendo agli organismi autonomi di fabbrica e ai comitati operai e proletari sul territorio di agire come già facenti parte di una struttura unitaria, con il preciso programma politico di condurre determinati settori sociali allo scontro violento con lo Stato, nella forma della «guerra civile tra operai e padroni».

Per questo il partito si presentava come una struttura politico-militare, in grado di organizzare il ricorso alla violenza rivoluzionaria di massa, in quanto esercitata a partire dalle sue articolazioni territoriali.

Ancora una volta il livello teorico dell’analisi sovrastava il livello organizzativo. Potere operaio ammetteva che «tutto questo percorso vive oggi solo in modo informale nel movimento». Si attendeva il momento del passaggio alla pratica effettiva del processo insurrezionale e nel frattempo si cercavano le strade per realizzarlo. Così come nel 1971 Potere operaio aveva lanciato la proposta dei comitati politici come strutture organizzate di lotta in fabbrica e sul territorio, ora ci si rivolgeva a quegli organismi autonomi già esistenti o in via di formazione, sorti indipendentemente dall’iniziativa dei gruppi extraparlamentari.

Potere operaio, proprio in relazione all’insorgenza di tale fenomeno, visse una profonda lacerazione al suo interno tra coloro che, primi fra tutti i militanti dell’area veneta, erano attratti dalle nuove realtà autonome e prestavano attenzione all’evoluzione degli eventi, e coloro che, come la componente romana, ancora sostenevano l’idea di proporre dall’esterno, in quanto gruppo di Potere operaio, l’iniziativa del partito rivoluzionario all’area dell’autonomia. Si aprivano due strade: una era quella di intervenire negli avvenimenti in corso con la proposta dell’organizzazione rivoluzionaria conservando la propria identità di gruppo e quindi con la malcelata volontà, qualora la proposta si fosse concretizzata, di raccoglierne i meriti, esercitando in essa una funzione direttiva; l’altra era quella di «sciogliersi» nell’area dell’autonomia operaia, cessare di agire come singolo gruppo per militare direttamente all’interno degli organismi di massa che la costituivano.

La contraddizione tra le due linee sarebbe esplosa successivamente, al convegno di Rosolina, che segnò la rottura definitiva del gruppo. Per il momento si cercò di trovare una mediazione tra le due ipotesi operative,[i] tramite elaborazioni teoriche conciliative che concedessero spazio all’una e all’altra parte, di cui l’articolo sopra menzionato costituisce un esempio.



Note [i] Toni Negri scrisse in proposito: «L’esperienza di Potere operaio è un’esperienza abbastanza corta, se si vuole, va dal ’69 fino al ’72 […] e che viene volontariamente bruciata quando rischia di non trovare soluzioni politiche. È quanto avviene attorno al problema del cosiddetto dualismo, un problema che man mano viene emergendo all’interno di Potere operaio. Un dualismo tutto fondato sul diverso peso che viene dato agli elementi della soggettività rispetto ai momenti della lotta di massa come tale. […] questo rapporto è però un rapporto che nella vita dell’organizzazione comporta continuamente degli squilibri, squilibri che man mano l’organizzazione comincia a rilevare e che determinano una fatica continua di mediazione e rischiano continuamente di produrre lacerazioni all’interno dell’organizzazione stessa». (Toni Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale, a cura di P. Pozzi e R. Tomassini, Multhipla, Milano 1979, pp. 110-111).



Qui sotto è possibile scaricare i pdf dei n. 75-82 di «Potere operaio del lunedì»:


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